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Umanità Nova n25 8 luglio 2001 Strage di stato Sentenza all’italiana di Luciano Lanza

3 ottobre 2011

Diciamolo subito, tanto per sgombrare il campo: questa sentenza porta alla luce solo una piccola parte della verità. La condanna all’ergastolo di Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni per la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 è una condanna all’italiana. Dice e non dice. Accusa, ma sorvola. È chiaro che gli imputati (senza dimenticare i tre anni a Stefano Tringali per favoreggiamento e la prescrizione a favore di Carlo Digilio, armiere del gruppo mestrino di Ordine nuovo, informatore dei servizi segreti americani e gran pentito nell’inchiesta del giudice milanese Guido Salvini) sono l’anello terminale di quella strategia chiamata della tensione che proprio nella bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura di Milano registrò il fatto più clamoroso e criminale. Sì, perché in questo processo non c’erano (come è stato scritto all’inizio del dibattimento su questo settimanale) i «pezzi da novanta» e non c’erano neppure gli altri complici: primi fra tutti Franco Freda e Giovanni Ventura, i due neonazisti già individuati nel 1971dal giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz. Freda e Ventura sono stati assolti con sentenza passata in giudicato, quindi, anche se in questo processo sono emerse in modo chiaro le loro responsabilità, per loro la partita è chiusa. Così come è chiusa per Stefano Delle Chiaie, l’allora capo di Avanguardia nazionale a Roma, cioè il gruppo che diede un appoggio logistico (e non solo) per gli attentati, sempre del 12 dicembre 1969, al monumento al milite ignoto (quattro feriti) e alla Banca nazionale del lavoro di via Veneto (14 feriti). Delle Chiaie, dopo una latitanza durata anni, rientrato in Italia è stato assolto definitivamente nel 1991.

Però questa sentenza ha un suo rilievo: anche in sede giudiziaria viene ammesso, sia pure parzialmente e implicitamente, che la manovra per addossare alle sinistre e in primo luogo agli anarchici la responsabilità di quella strage faceva parte di una strategia di segno opposto. Ma chi guidava quella strategia resta fuori. Per questo possiamo parlare di sentenza all’italiana.

C’è, poi, un altro aspetto di rilievo. Questa sentenza arriva 32 anni dopo la strage. Trentadue. Non siamo più nel campo giudiziario, ma in quello storiografico. Che condannino all’ergastolo un uomo di 67 anni come Maggi, che per di più ha già avuto due emorragie cerebrali, a chi e a che cosa serve? Soprattutto che lo condannino adesso quando i giochi sono fatti, quando la strategia della tensione ha dispiegato tutti i suoi effetti, non muove di un’acca la situazione nella quale ci troviamo.

Eh sì, bisogna riconoscerlo (ma è da tempo che lo si va ripetendo e non solo su queste pagine) la strategia della tensione ha raggiunto quello che democristiani e suoi alleati, servizi segreti italiani e americani, Nato e Casa Bianca volevano ottenere: un’Italia ossequiente alla direttive del padrone dell’Occidente: gli Stati Uniti. Per arrivare a questo servivano dei morti? Serviva terrorizzare la popolazione contro il «pericolo rosso»? Ebbene i morti ci sono stati. Tanti. (Uno poi è stato fatto volare dal quarto piano della questura di Milano. Era Giuseppe Pinelli: anche la sua morte è rimasta impunita). La repressione contro la sinistra c’è stata. E tutto questo ha prodotto i suoi effetti. si è stabilizzato destabilizzando. Tanto che le vittorie riportate dalla controinformazione (in primo luogo quella anarchica, ma non solo quella) sono state, alla luce degli anni trascorsi e di che cosa è successo, più simboliche che reali. Certo, la mobilitazione, le contraddizioni di poliziotti, magistrati e politici, l’evidenza della colpevolezza dei neofascisti hanno permesso di arrivare alla liberazione di Pietro Valpreda, l’anarchico accusato di quella strage, già nel dicembre 1972. Una liberazione ottenuta con una legge specifica (la legge Valpreda, appunto), ma poi politici e magistrati hanno gestito la questione, l’hanno sfilacciata, hanno distratto l’opinione pubblica, tanto che la prima sentenza (di questo iter che adesso è arrivato all’ottavo giudizio, senza contare due decisioni della Cassazione) è del 1979: dieci anni dopo la strage.

È per questo che nell’aula bunker di via Filangieri a Milano non è stata letta una sentenza, ma è stata scritta una cronaca della storia. Una cronaca, ancora incompleta a cui mancano i protagonisti, ma che ha visto in scena solo i gregari. Il tutto, nonostante i titoloni sulle prime pagine dei giornali, nella quasi totale indifferenza della stragrande maggioranza degli italiani. In tutt’altre faccende affaccendati.

Ma che cosa si pretende dopo 32 anni?

Luciano Lanza

A rivista anarchica n 300 giugno 2004 Nessuno ha messo la bomba Ci risiamo: nessun colpevole per la strage del 12 dicembre 1969 di Luciano Lanza

29 settembre 2011

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/300/15.htm

I giudici della Corte d’appello di Milano hanno seguito un copione già scritto negli anni passati. Rimediando al “passo falso” della prima sentenza del 2001. Quella strage non ha colpevoli. E così hanno assolto i tre neonazisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Per non parlare dei “pezzi da novanta” solo sfiorati dalle indagini. Ma liberi e tranquilli. Oppure ormai sepolti. Gli anni passano per tutti…

I colpevoli? Non ci sono. Non bisogna più cercarli. Fatica e soldi sprecati. Così si potrebbe chiudere il commento alla sentenza d’appello del “nuovo corso” giudiziario sulle bombe del 12 dicembre 1969. Quella a Milano in piazza Fontana (Banca nazionale dell’agricoltura) con 16 morti (più uno) e più di ottanta feriti (i registrati, ma in verità sono almeno una decina in più) e quelle a Roma. Nella capitale esplode una bomba alla Banca nazionale del lavoro, con 14 feriti, e due all’altare del Milite ignoto, quattro feriti.

Sì, basta cercare colpevoli dopo 34 anni (a dicembre saranno 35), la politica, la società civile e chi più ne ha più ne metta, non ne vogliono più sapere (dicono) di questa storia vecchia. E i giudici di Milano hanno mandato tutti a casa. Cioè non colpevoli. Pazienza. Solo un imbecille potrebbe sostenere che la verità viene scritta nei tribunali.

Residuati neonazisti

Ricominciamo da capo. Il 12 marzo 2004, la Corte d’appello di Milano ha annullato la sentenza del 30 giugno 2001 che aveva condannato all’ergastolo Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi (Ordine Nuovo del Veneto) e Giancarlo Rognoni (gruppo La Fenice di Milano) per la strage di piazza Fontana. Quella strage non ha più colpevoli. Nemmeno quei tre residuati del neonazismo. E non c’è da stupirsi. Aveva stupito la prima sentenza del 2001, così come aveva stupito la prima sentenza a Catanzaro. Quella del 23 febbraio 1979 che aveva condannato all’ergastolo, sempre per lo stesso reato, Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini. Quelle due sentenze, infatti, rappresentano un’anomalia. Se piazza Fontana è stata una strage di stato, perché mai quello stesso stato dovrebbe condannare se stesso? E, quindi, nemmeno gli esecutori materiali. I militanti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale strumenti consapevoli-inconsapevoli di una strategia che utilizzava i neonazisti non per instaurare un regime autoritario e gerarchico che facesse piazza pulita della “democrazia borghese”, ma molto più semplicemente per mantenere nelle stanze del potere chi già le occupava senza dover cedere il posto alle sinistre. Anche perché non volevano le sinistre al potere i “padroni americani”. Così, oggi, tornati alla ribalta i successori di quella Democrazia Cristiana (Forza Italia più satelliti fra cui Alleanza Nazionale, ex Movimento Sociale Italiano, guidato nel 1969 da Giorgio Almirante), la strage di piazza Fontana deve andare nel dimenticatoio. Se ne riparlerà quando forse saranno passati quasi quarant’anni dalla strage.

E, diciamolo con chiarezza, non è nemmeno il caso di sottilizzare sulle incongruenze e contraddizioni di quella sentenza. Lasciamo questo lavoro agli “azzeccagarbugli” di turno. Però c’è da sottolineare una vera perla dei giudici milanesi: ricostruendo la sequenza degli attentati del 1969 riconoscono che Giovanni Ventura e Franco Freda potrebbero essere i responsabili di piazza Fontana e non solo degli attentati del 25 aprile a Milano e ai treni del 9 agosto: per i quali erano già stati condannati a 15 anni.

Insomma, a Milano si è compiuta l’ultima beffa. I due colpevoli individuati dal giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz sarebbero i colpevoli, mentre non sono sufficientemente provati i loro rapporti con gli ordinovisti di Venezia-Mestre e Milano. C’è, però, un piccolo particolare: Freda e Ventura sono stati definitivamente assolti l’1 agosto 1985, quindi non possono più essere processati per quella strage. Siamo arrivati alla farsa. E questi giudici non tengono nemmeno vergogna. E perché dovrebbero averne?

Al di là della decenza

Quando mai i giudici che si sono occupati di piazza Fontana hanno cercato la verità? No, l’obiettivo era un altro: coprire le malefatte dei servizi segreti americani e italiani e incastrare gli anarchici.

Però, anche se anarchico e dunque diffidente (a ragione) dei giudici, debbo riconoscere per dovere storico che almeno due giudici sicuramente anomali, e infatti messi al margine, ci sono stati. Il primo, ovviamente, Stiz, il secondo Guido Salvini. Quello che alla metà degli anni Novanta (dopo un’indagine durata anni) arrivò a individuare i responsabili di piazza Fontana (Zorzi, Maggi, Rognoni e altri) senza dimenticare Freda e Ventura, precisando che non erano più perseguibili perché altri suoi colleghi li avevano assolti definitivamente.

La storia giudiziaria di piazza Fontana è un susseguirsi di cose incredibili, di falsi giudiziari al di là del decente. Un esempio. I primi magistrati che si occupano del caso, Vittorio Occorsio ed Ernesto Cudillo, non sentono ragioni: per loro Pietro Valpreda (“l’anarchico ballerino”) è il colpevole, mentre Freda e Ventura sono “due persone perbene”. Non importa che Stiz abbia raccolto confessioni e prove che incastrino i due neonazisti. L’importante è indicare Valpreda (quindi gli anarchici, quindi le sinistre) come colpevole. E adesso dopo il riconoscimento dei giudici d’appello di Milano che cosa si dovrebbe dire di quei due giudici? Tralasciamo gli insulti. Sarebbero parole sprecate.

Torniamo all’ultima sentenza. In sostanza, i giudici di Milano hanno detto che il pentito Carlo Digilio è inattendibile perché si è più volte contraddetto, ha commesso errori. Certo, li ha commessi adesso dopo aver subìto un ictus che lo ha un po’ rinscemito, mentre l’altro pentito, Martino Siciliano, è attendibile, ma fornisce testimonianze di “seconda mano”, quindi inutilizzabili ai fini processuali. Peccato che non si tenga conto che il giudice che ha istruito quel processo, Salvini, non si fosse fermato alle testimonianze dei pentiti e avesse cercato e trovato riscontri precisi a quanto dichiaravano Digilio e Siciliano. Non è bastato che Zorzi (difeso in un primo tempo da Gaetano Pecorella, presidente della Commissione giustizia della Camera dei deputati e anche difensore del premier Silvio Berlusconi) abbia a più riprese minacciato e allettato con pacchi di soldi Siciliano perché ritrattasse.

E in effetti Siciliano è stato un pentito “ondeggiante”, ma che alla fine, in aula, ha confermato tutte le accuse. Non è bastato. L’assoluzione dei tre ricalca la vecchia formula, oggi abolita formalmente, dell’insufficienza di prove.

Buttato dal quarto piano

Dopo tanti anni questa storia, veramente infinita, mi riempie solo di tristezza. E di rabbia. È la tristezza e la rabbia di chi all’età di 24 anni ha visto le sue speranze, i suoi sogni di un mondo migliore offuscati da uno scoppio con tanti morti. Di uno che d’improvviso vede «in presa diretta» la criminalità del potere. Quella alla grande, quella che non lascia dubbi. Una criminalità che ti fa risvegliare all’alba del 16 dicembre quando un tuo compagno, Amedeo Bertolo, ti chiama al telefono per dirti che un altro tuo compagno di gruppo, Giuseppe Pinelli, è stato buttato dal quarto piano della questura di Milano.

Beh, provate a pensare che cosa si sente in un momento simile. Io so soltanto che la mia vita è stata profondamente segnata da quelle bombe, dalla morte di Pinelli. Poi è stato tutto diverso. In modo profondo. C’è una rabbia che non mi lascerà mai. Quei criminali (i servizi che hanno orchestrato la strage, i neonazisti che l’hanno effettuata, i politici che l’hanno coperta perché erano i mandanti) oltre a cambiare il corso della storia, hanno fatto una cosa tanto, tanto più piccola, una cosa che non interessava a nessuno, ma per me importante: hanno cambiato anche la mia piccolissima storia personale. Quella di un giovane (allora) che si è visto sommerso da un gioco tanto grande e criminale. Ma che, con tanti altri, ha trovato la forza per reagire. E per fortuna c’è chi non si «arrende». Per fortuna ogni 12 dicembre migliaia e migliaia di studenti manifestano in tante città d’Italia e quelli di Milano concludono il corteo in piazza Fontana. Quella strage continua a essere un atto di accusa contro la criminalità del potere. Quanto viene occultato nelle aule dei tribunali è «verità» per molti. Per tanti. Non è poco.

Luciano Lanza


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