Bollettino Archivio Pinelli n 12 gennaio 1999 Aldo Rossi e Anna Pietroni di L.V.

Aldo & Anna. Li chiamavamo «i vecchi». E ancora non capivamo la valenza bifronte di quel titolo, attribuito a chiunque avesse qualche anno più di noi. Come Attilio, l’«attigliocrate», che con loro, nella sede di «Umanità Nova» in via dei Taurini, a Roma, teneva i conti e sovrintendeva a incombenze tanto necessarie quanto incomprensibili, come se la rivoluzione non avesse corrispondenza da evadere, affitti da pagare, meschinità e quisquilie da sbrigare.

Aldo e Anna, i due «vecchi» del movimento romano, per di più non erano neppure tanto anziani. Almeno al confronto di altre «istituzioni» del movimento, di Umberto Marzocchi o di Libero Fantazzini, che erano passati per battaglie remote come la guerra di Spagna e la marcia su Roma. Ma ogni generazione, e in particolare la nostra, quella che aveva 18 anni nel 1968, ama sottolineare i suoi distacchi da quella precedente.

E Aldo e Anna, cresciuti negli anni della Resistenza, sembravano davvero appartenere a un altro mondo. Anzi, appartenevano a un altro mondo. E non cercavano di nasconderlo. In un periodo in cui tanti vecchi si travestivano da giovani per blandire, assecondare (e arruolare) quell’ondata di contestazione, già questo doveva apparire come un insegnamento: una scelta senza compromessi che all’epoca potevamo forse intuire, ma non comprendere fino in fondo.

Il ricordo corre alla prima immagine di quei due «vecchi», circondati e incalzati da un nugolo di ragazzi. Era un sabato pomeriggio, nella sede del circolo Bakunin di via Baccina. In quello stanzone, in quell’assemblea confusa e fumosa come forse oggi non se ne vedono più si consumava – senza che io, l’ultimo arrivato, me ne rendessi conto – una bella lite in famiglia. Uno scazzo coi fiocchi tra la linea della FAI e quella dei movimentisti: l’esplosione di un contrasto che avrebbe portato Valpreda e altri (tra i quali l’infiltrato Mario Merlino, cui Aldo aveva profeticamente interdetto l’ingresso in sede, minacciandolo senza mezzi termini) a fondare il circolo XXII marzo, per finire poi nelle fauci dell’inchiesta sulla strage di piazza Fontana.

Aldo e Anna erano «i duri e irremovibili». Una coppia (da allora non sono mai riuscito a vederli se non come una coppia e una coppia sono rimasti anche davanti alla morte) che recitava fino in fondo, in quella specie di famiglione anarchico, la parte dei genitori all’antica, senza concessioni alla demagogia, insofferenti per le presunzioni e le ingenuità che si ammassavano nei nostri discorsi. E come genitori ci avvertivano mettendoci in guardia contro i nostri più evidenti, prevedibili e inevitabili errori. Forse non erano dei maestri, ma certo non sono stati dei cattivi maestri, capaci di mandare gli altri allo sbaraglio.

No, la questione non era quella di proclamare a gran voce la lotta dura senza paura, o di cullare lo spontaneismo. E – bombe, sangue, anarchia – c’era poco da scherzare anche con gli slogan da osteria perché qualcuno, da una parte o dall’altra, avrebbe presto fatto diventare quelle provocazioni verbali una cosa estremamente seria. No, la questione era davvero più complessa di quanto noi ce la volessimo immaginare. Ma nessuno, allora, aveva voglia di farsela spiegare da uno come Aldo che, anche questo lo avrei intuito più tardi, in fatto di lotta dura ne sapeva, nella pratica, più di quanto noi azzardavamo nelle nostre teorie. No, Aldo e Anna non facevano i simpatici. Erano compagni, non compagnoni.

Non che avessero sempre ragione. Ma avevano una storia, un’esperienza da tramandare: avvenimenti, stati d’animo, sentimenti, idee che lo scritto, articolo o libro, non riesce a definire e a tramandare. Tradizione orale. E qualcosa di più: comportamenti. La militanza come testimonianza, o qualcosa del genere. Non saprei dire, perché, anche per me, quegli anni di vita quasi in comune ormai hanno a che vedere con il cuore più che con la testa, con la fratellanza più che con la linea politica, con le memorie e le nostalgie di tempi lontani più che con i documenti e i comunicati delle commissioni di corrispondenza.

Internet era di là da venire. Il primo manifesto di controinformazione sulle bombe del 12 dicembre –Valpreda è innocente, Pinelli è stato assassinato, la strage è di Stato – lo avevamo tirato a mano, una copia alla volta, pressando i fogli su un linoleum inciso e imbrattato di vernice rossa. Da allora tutto quello che avveniva nel movimento a Roma sarebbe passato per la mediazione di Aldo e Anna. Dal ciclostile a mano a quello elettrico, dai banconi della tipografia dell’«Unità», dove allora si stampava, con la composizione a piombo, «Umanità Nova» alla prima macchina off-set a colori. Pranzi e scazzi, convegni e congressi, comizi e processi… Fino a quella notte, il 27 aprile del 1974, in cui Aldo e Anna ci hanno lasciati.

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