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Risposta n. 2 a Giacomo Pacini sulla figura di Valpreda ed il fatto che egli non avrebbe mai preso apertamente le distanze da Merlino – Dal blog dei fans del libro di Cucchiarelli un piccolo botta e risposta tra Pacini e Di Cola 22/12/2009

22 dicembre 2009

http://www.facebook.com/group.php?gid=111480141059

Giacomo Pacini

Conoscevo questa lettera. Ma conosco anche questo altro passo dei diari di Valpreda: “Che Merlino non abbia un passato limpido, che sia politicamente ambiguo, che sia stato un provocatore , tutti questi precedenti sono ormai ampiamente dimostrati, ma ciò non vuol dire che lo sia stato nel nostro caso, in seno al nostro gruppo, riguardo agli attentati del 12 dicembre. Non per quello, necessariamente questo. E’ una massima molto antica. Vuol dire chiaramente che ciò che si è commesso nel passato non si può arguire che lo si commetta necessariamente anche ora. Per cui non è che io difenda Merlino o una sua pretesa verginità morale; nego recisamente che al presente sia colpevole nei riguardi nostri di ciò di cui viene imputato dall’accusa”.

Comunque la mia domanda non riguardava tanto il 22 marzo, quanto, appunto, la singola figura di Valpreda ed il fatto che egli (che io sappia), non ha mai preso apertamente le distanze da Merlino. …

Tutto qui.

La mia risposta

Non ho mai letto il diario di Valpreda dal carcere e quindi non posso citarlo o verificare il contesto dei passi da esso estrapolati da lei esposti.

Mi sembra comunque logico legare la frase al contesto, cioè al processo all’epoca in corso. Lei dimentica che a livello giudiziario Valpreda e Merlino erano legati (solo ed esclusivamente a livello giudiziario però, sia ben chiaro) ad un unico destino. Le sue domande avrebbe dovuto rivolgerle a Valpreda quando era in vita (Pietro è sempre stato un uomo estremamente gentile e comunicativo).

Le cito però un passo tratto dal libro di Cucchiarelli (Pag 368) che mi sembra possa rispondere alle sue domande: “In carcere, Pietro Valpreda scrisse nel suo diario che «sapevamo, perchè lui stesso l’aveva detto, che Merlino era stato fascista, ma che frequentasse e tenesse ancora contatti con elementi fascisti i compagni ed io l’abbiamo saputo dopo l’arresto. Non abbiamo molto da vergognarci come anarchici, se c’è stata solo un’infiltrazione di alcuni elementi provocatori di destra e nessuna simbiosi o altro»”.

Vuol sapere se Valpreda ha mai preso le distanze da Merlino? Valpreda era un anarchico e Merlino era ed è rimasto un fascista e quindi la loro distanza è sempre stata abissale.

Vorrei farla io una domanda: Ho scritto due lettere per smentire affermazioni contenute nel libro di Cucchiarelli – che ha promesso una risposta che ad un mese di distanza ancora non è arrivata – e lei mi ha risposto ponendomi domande che nulla hanno a che fare con quanto da me scritto. Non le pare uno strano modo per cercare una verità?

Penso che lei abbia un pregiudizio sulla figura di Valpreda – e per uno studioso non sarebbe un bene – e vuole che io in qualche modo lo avvalori. Mi spiace per lei, ma se ho rotto un silenzio che durava da quasi 40 anni, è solo perchè non posso più tollerare che venga riscritta per l’ennesima volta la nostra storia e per rettificare una volta per tutte una serie di menzogne e leggende metropolitane che dal lontano 1969 ci perseguitano.

14 Aprile 1970 Carcere di Regina Coeli Testo della lettera inviata da Pietro Valpreda alla Redazione di “Umanità Nova”

19 dicembre 2009

Giacomo Pacini http://www.facebook.com/profile.php?id=1507934871

Ricercatore Storia Contemporanea. Ha appena pubblicato per PROSPETTIVA EDITRICE, il suo primo libro dal titolo “Le organizzazioni paramilitari segrete nell’Italia Repubblicana”.

Ha scritto:

http://www.facebook.com/group.php?gid=111480141059

Di Cola, se posso permettermi una domanda; ma perchè Valpreda, anche a Catanzaro, ha sempre continuato a difendere Merlino?

Ieri alle 0.15 ·

La mia risposta:

da Strage di Stato, APPENDICE I

1) lettera di Pietro Valpreda dal carcere

Testo della lettera inviata da Pietro Valpreda alla Redazione di “Umanità Nova” (85)

Carcere di Regina Coeli

14 Aprile 1970

Cari compagni,

vi accludo queste note che credo vi potranno servire, anche perché‚ vedo da “Umanità Nuova” che dovete spulciare notizie da altri giornali… Fatene l’uso che credete meglio. In carcere per ora, malgrado la grande repressione, vedo solo anarchici.

Saluti e anarchia.

Pietro

A più di cinque mesi dall’inchiesta precostituita dagli organi del sistema nei nostri riguardi, vorrei puntualizzare alcuni punti e renderne noti altri alla parte più sensibile e cosciente dell’opinione pubblica, anche se credo doveroso aggiungere che diversi organi di stampa, che ci hanno affiancati e che potrei chiamare innocentisti, hanno abbracciato tale tesi più ai fini di una certa strumentalizzazione politica che per amore di verità o di giustizia. Ed è un certo settore della stampa, che il buon senso ed il pudore mi impediscono di chiamare organi di informazione, servi obbedienti dei vari gruppi di potere più reazionari del sistema, che hanno gettato il fango, il livore, la menzogna, l’odio, la diffamazione, con articoli da trivio, diretti contro i morti, contro di noi ed i nostri familiari, amici e compagni, onde screditare, con noi, il movimento anarchico in modo specifico e di riflesso tutta la sinistra in generale; vista fallita la loro manovra di manipolazione e di discredito, con l’infantilismo politico che li ha sempre contraddistinti, da bravi servi striscianti e obbedienti, tacciono.

Dove la strumentalizzazione politica è stata subito palese, fu nel cercare di provare nell’insinuazione che il nostro “gruppo anarchico 22 Marzo” era un gruppo ibrido, con elementi di destra. Si avanzò addirittura l’ipotesi di una… simbiosi fra anarchici e fascisti (si scrisse che gli estremi si toccano) come se si potessero fondere e conciliare la libertà e la dittatura. Tutta questa strumentalizzazione, solo ed esclusivamente per la premessa che un componente del gruppo, di provenienza fascista, frequentava ancora, a nostra insaputa, i suoi ex camerati: pertanto la tanto decantata simbiosi si risolve ad un contatto che era a noi tutti sconosciuto.

Dove la strumentalizzazione politica è ancora più evidente, è nei termini in cui si attaccano gli organi inquirenti che conducono (inteso nel senso di… manovrare) l’istruttoria nei nostri riguardi: attacchi portati non nel senso che l’accusa cercherebbe ogni mezzo legale e illegale per incriminare degli innocenti, ma che agirebbe in questa maniera per tendere a colpire i mandanti; è una disquisizione sottile, ma di importanza fondamentale; si passa perciò sulle nostre teste (con una chiara manovra politica) ipotizzando che potremmo anche essere colpevoli, ma, che saremmo solo dei semplici… pazzi esecutori.

Questa istruttoria, precostituita ad arte, copre non solo i mandanti, ma gli esecutori, i finanziatori, gli artificieri ed altri palesi interessati e… interessi. Perché se si sostiene e si scrive che su tutta l’inchiesta vi sono dubbi, ombre che fu quantomeno affrettata, unidirezionale, precostituita dall’inizio, condotta avanti stancamente con il riconoscimento falso, la delegazione di spie, l’intimidazione di testi, e pure con un buon margine di illegalità; ora essendo gli organi inquirenti autori di tutto questo, essendo pertanto i medesimi perfettamente al corrente di aver potuto incriminare degli innocenti, ricorrendo all’artifizio, non vedo come possano risalire ai mandanti partendo da noi. Mi sembra perciò abbastanza palese e logico che stiamo facendo solo da capro espiatorio: non si è voluto arrestare questi… per non risalire a quelli; tranne che non sia un nuovo metodo di indagine arrestare degli innocenti per risalire ai colpevoli.

Tutti sono unanimi nel sostenere la necessità di fare luce completa… sulla oscura morte del compagno Pinelli: tutti concordi che il nocciolo, che il marcio della questione sta là, che non si saprà mai la verità sugli attentati dinamitardi di Milano e Roma se prima non si saprà la verità sulla caduta di Pino. Ma i responsabili… della caduta, sono ancora ai loro posti, nessuna misura è stata presa nei loro confronti, l’omertà è stata tale da dare dei punti alla stessa mafia; si è praticamente permesso che i sospettati svolgessero una specie di indagine su loro stessi. Non solo, si è pure permesso, e si permette tutt’oggi, che i medesimi partecipassero all’indagine nei nostri confronti (ora si sa come) proprio a loro, che allontanare da sé i pesanti dubbi e indizi che li devono dimostrare a qualsiasi costo e con ogni mezzo che sia Pinelli sia noi siamo colpevoli; solo provando questo troverebbe un certo credito la tesi del suicidio di Pinelli. Se Pino è innocente, loro sono colpevoli, non esiste alternativa, e in tal senso hanno agito, hanno diffamato e accusato un morto, con dichiarazioni e comunicati che si sono dimostrati, alla prova dei fatti, completamente falsi; hanno costruito la falsa deposizione e il falso riconoscimento di Rolandi nei loro uffici, ed in seguito caduti e scoperti i loro falsi, hanno gettato, levandoselo di tasca, un vetrino il quale avrebbe dovuto apporre la mia firma sugli attentati; ma anche il sunnominato vetrino, come è stato ampiamente dimostrato era in loro possesso da molti mesi prima degli attentati, anzi avevano chili di vetrini colorati, con ampie libertà di scelta. Si vede che di fronte alla legge democratica, uguale per tutti, i nostri integerrimi poliziotti sono più uguali degli altri cittadini italiani: perché se nella loro identica situazione con le prove, gli indizi, le contraddizioni e le assurdità che vi sono state nel loro operato e nelle loro dichiarazioni si fossero invece trovati quattro impiegati o quattro metalmeccanici sarebbero stati immediatamente incriminati e incarcerati.

Ma forse il passato di sbirro al servizio della dittatura fascista, in quel di Ventotene, dei camerata Guida e e le specializzazioni, acquisite nelle scuole dei gorilla della C.I.A del socialdemocratico Calabresi, sono una garanzia sufficiente, tale da sollevare loro ed i loro accoliti da ogni ulteriore sospetto. Forse la nostra situazione può anche dipendere in parte dal fatto che nè dietro, nè sopra di noi, abbiamo o notabili, o gruppi o altro che ci appoggino.

Nell’incriminare tutti i familiari miei, hanno veramente toccato il fondo, incriminazione effettuata in spregio ad ogni obiettiva valutazione, valutazione mai applicata nei nostri confronti, ma tale prassi nazista non è stata usata neppure nei processi imbastiti dai colonnelli fascisti greci, nemmeno loro erano arrivati ad un tale grado di efferata infamia. Prima di incriminare, avrebbero dovuto appurare l’unica prova reale, la mia macchina, prima di dare credito a delle chiacchiere da caffè, ed assurgerle a dogma, avrebbero dovuto effettuare la perizia sulla macchina ed avrebbero avuto la dimostrazione tecnica che il mezzo meccanico non avrebbe potuto effettuare un tragitto così lungo e nel tempo addebitatomi (due periti della FIAT si sono rifiutati di partecipare alla loro commedia). Il mio meccanico di Roma, ha dichiarato che la mia 500 si trovava in pessimo stato, che la coppa dell’olio perdeva, che non aveva il motore truccato. Se a loro non bastavano le circostanziate e precise deposizioni dei miei familiari, per onestà professionale avrebbero dovuto, prima di prendere una decisione, effettuare tale perizia e possiamo essere certi che se avessero avuto solo una probabilità che tale perizia potesse risultare a loro favorevole, l’avrebbero richiesta subito e non avrebbero atteso cinque mesi. Non hanno tenuto in alcuna considerazione le dichiarazioni a loro contrarie, e cioè testimonianze di diversi miei colleghi del Jovinelli, i quali deposero o di non avermi visto, il giorno in cui l’accusa mi contesterebbe il viaggio a Roma, o di avermi notato in epoca poco precedente, come io sostenevo e sostengo. Angelo Fascetti si recò due volte per testimoniare a mio favore, davanti al giudice Cudillo, ma non riuscì a farsi ricevere.(86) Il Fascetti sarebbe il giovane moro, notato con me al bar Jovinelli, il 13 o il 14 dicembre ’69. Egli perciò voleva testimoniare quanto io sostenevo, che tale incontro avvenne diversi giorni prima di tale data, che i testimoni dell’accusa si erano sbagliati di data. A titolo di cronaca, debbo anche dire che uno dei tre testi dell’accusa, aveva alcuni contatti con la polizia, contatti che derivavano dal fatto che egli si interessava a procurare a terze persone, con una certa facilitazione e celerità, passaporti ed altri documenti.(87) Ermanna Ughetto, altro loro super teste (chissà poi perché tutti i testi dell’accusa sono super, quelli a difesa, o non sono credibili, o mentono, o vengono incriminati), colei che io avrei accompagnato a cena, in macchina, sempre la sera del 13 o del 14: dunque il loro ennesimo super teste, dopo gli attentati ai treni dell’agosto 1969. essendo una mia conoscente, fu interrogata diverse volte dalla polizia di Roma, subì diverse pressioni, fu minacciata che se non avesse collaborato e detto tutto ciò che sapeva su di me, le avrebbero reso la vita difficile tramite la squadra del buon costume.

Tale circostanza, l’affermò l’Ughetto medesima, in presenza di alcuni nostri comuni colleghi di teatro, i quali sicuramente potranno testimoniare in tal senso.(88)

Tralascerò di accennare alle pressioni che dovetti subire io. E’ però abbastanza sintomatico che tale teste abbia deposto quello che faceva comodo all’accusa ed in più ad oltre due mesi di distanza. Chiamai altri testimoni che potevano confermare le mie affermazioni, ma non mi risulta che siano stati citati. Accantonando le loro valutazioni sempre pregiudiziali, un fatto è positivo, io a Roma sarei stato visto prima in un bar e poi a un ristorante, questo è tutto, niente altro mi è stato contestato: pertanto il 13 e 14 dicembre scorso, io ero completamente libero di andare dove e con chi avessi voluto, non avrei commesso nessun reato a ritornare a Roma, con relativa cenetta a due, non sarei stato incriminato per questo; per quale assurda ragione avrei dovuto negare? (sono pure scapolo), che motivo avrei. avuto di crearmi un alibi a Milano in tal senso? Se mi fossi comportato come sostiene l’accusa. l’avrei dichiarato dall’inizio, era tutto nel mio interesse non dare adito a dubbio o altro. Invece tutto questo è solo un’altra prova che dimostra che ai miei moderni inquisitori non interessa per nulla la verità e la giustizia, ma solo riuscire a puntellare ad ogni costo con macroscopici indizi, le loro tesi da fantascienza. La loro manovra è servita solo ed esclusivamente ad incriminare un teste a mia difesa che diceva la verità, e cioè mia zia Torri Rachele.

Non potendo assassinare la verità di fronte, l’hanno colpita alle spalle, come è loro abitudine, questo e il loro contorto e viscido disegno cercano di dimostrare che i familiari di Valpreda possono aver mentito nei giorni 13 o 14 e di conseguenza potremmo sostenere che possono aver mentito anche il 12. Perché bisogna tener presente che mia zia conferma il mio alibi per il giorno 12, il quale non è per nulla in contrasto con le dichiarazioni dei testimoni del Jovinelli che riguardano invece il 13 o il 14… Anche qui l’accusa si è mostrata perfettamente coerente con i suoi metodi.

Passiamo ora al fantomatico deposito sulla via Tiburtina.(89) Deposito che consisterebbe in un buco. lo non sono responsabile di un sentito dire, o di una semplice dichiarazione fattami a voce che potrebbe risolversi solo in una chiacchiera, come in effetti avvenne. Sulla scorta di tale aleatoria affermazione, la polizia effettuò in mia presenza, un sopralluogo all’ottavo chilometro della via Tiburtina, nella notte dei 15 dicembre 1969. Tale sopralluogo dette esito negativo, ed in tale senso firmai un verbale negli uffici della questura politica: a tale riguardo vorrei precisare che la polizia affermò, abbastanza seccamente, che li avevo presi per i fondelli, che li avevo fatti girare a vuoto di notte, che li avevo condotti in un luogo dove io sapevo a priori che non vi era nulla, che loro non erano dei cretini e le solite frasi di circostanza che dicono tutti i poliziotti in tali situazioni. Poi invece diramarono ed allegarono agli atti un verbale di un commissario che aveva partecipato al sopralluogo notturno, in cui dichiarava di aver trovato un buco (allegata relativa foto del buco). Ora si cade nel ridicolo: sulla Tiburtina vi erano diversi buchi, me ne ricordo un paio, di cui uno quasi colmo di bottiglie vuote e di cocci di vetro. Sic.

La perizia balistica effettuata sui resti delle bombe, ha dimostrato che i congegni erano a tempo, con una specie di accensione a molla e per nulla a miccia: ma l’accusa strombazza su un pezzo di miccia reperito nell’abitazione di un compagno indiziato, e richiesta di perizia sulla medesima; (90) come dire che trovando un uomo colpito da una pallottola sparata da una rivoltella… effettuerebbe una perizia su di un coltello.

Ha fatto pure capolino lo spionaggio finché anche questo ennesimo bluff si è risolto con l’acclusione agli atti di… alcune poesie ed alcuni indirizzi di caserme, senz’altro reperibili su ogni guida telefonica.(91) Come sempre. l’insinuazione falsa è stata pubblicata a caratteri cubitali in prima pagina, e chiamiamola la smentita… due righe nelle pagine interne.

E vediamo per ultima la loro ulteriore scaltrissima mossa, che avrebbe dovuto, in parte, riuscire a puntellare e colmare in parte i loro vuoti e le loro ipotesi scaturite su premesse assurde: la cosiddetta perizia psico fisica nei miei, riguardi, onde appurare in primo luogo le mie capacità deambulatorie ed eventualmente giustificare l’assurdo… con la pazzia. Detta perizia è stata a me favorevole ed ha confermato la mia integrità psico-fisica: per cui eventualmente di tarate rimangono le sopraddette ipotesi e le loro origini. Ed è nuovamente sintomatico conoscere chi sia l’individuo che anche in questa circostanza avrebbe dichiarato che io soffrivo di crampi alle gambe.(92) Io frequentavo il sindacato ballerini e le regolari lezioni giornaliere di danza classica: decine di miei colleghi studiavano con me; il mio maestro da oltre un anno era Sabino Riva. Ebbene, tale dichiarazione l’accusa non l’ottenne da nessuno di loro, ma da un certo Andres, che aveva sostituito temporaneamente, negli ultimi tempi, il mio maestro. effettivo. Ora il sunnominato Andres è un profugo dell’Est, un rumeno il quale si trovava in Italia in una situazione precaria sia finanziariamente che legalmente, ed attendeva, fra l’altro, il visto d’ingresso negli Stati Uniti; ed è abbastanza strano che una parvenza di dichiarazione a loro favorevole sia stata rilasciata da un individuo che per la situazione sopraddetta, era idoneo ad essere maneggiato, a subire pressioni senza poter dire no, ed eventualmente ad altro. Un fatto è certo, che se il killer che effettuò la strage di P.zza Fontana usufruì veramente del taxi del super teste Rolandi, lo fece sapendo a priori che sarebbe stato ben coperto da alcuni organi, che non aveva nulla da temere a farsi riconoscere, perché un altro sarebbe stato riconosciuto e identificato al suo posto. Infatti si è dimostrato, con il suo comportamento, cinico, freddo, spietato, fors’anche paranoico… ma non un mongoloide mentale come a loro farebbe comodo.

Al rimanente dei compagni incriminati ingiustamente, non hanno potuto nemmeno contestare uno dei loro indizi fasulli; li hanno incriminati con delle supposizioni costruite su ipotesi: i compagni hanno alibi che li scagionano, non un solo indizio è emerso a loro carico: ma sono stati incarcerati perché così era stato deciso dall’alto, perché erano e sono anarchici. E gli organi inquirenti si sono affannati a indagare su chi pagava la pizza, su chi aveva contatti sessuali con una certa donna, su chi partecipava alle manifestazioni, come facevamo a pagare l’affitto della sede, in quale trattoria ci si recava a bere a Trastevere, chi scriveva sui muri, perché il tale non si è recato a un dato appuntamento, quanti gettoni occorrevano per telefonare a Milano. Non esisteva più la proporzione nè dei fatti, nè degli oggetti. A me personalmente sono arrivati a contestare pure due nomi di organi sessuali che avevano trovato scritti sul taccuino magnetico della mia macchina (era palese lo scherzo, non era nemmeno la mia grafia), sostenendo convinti che erano nomi convenzionali con cui si denominava… l’esplosivo. Qui siamo addirittura nella neurosi da sogno. Ma su tutti i loro interrogatori, che ho subito (credo di aver passato le 100 ore) dominava un interrogativo, la domanda sempre presente, ciò a cui premevano, perché si è ammazzato Pinelli? Sempre Pinelli… gli ipocriti.

Che la polizia avesse una spia nel gruppo, l’avevo non solo detto ma pure scritto diversi giorni prima degli attentati, però nè i compagni nè io eravamo riusciti ad individuarla.(93) Almeno su questo fatto assodato, non dovrebbero esistere speculazioni politiche di sorta, anche se ne sono state ventilate alcune. La spia non poté riferire nulla ai suoi degni padroni perché nulla vi era da riferire. La spia non riferì nulla, non perché non ne era al corrente, ma perché non vi era nulla di cui essere al corrente. Agì in seno al gruppo senza venire scoperta, fino al nostro arresto (e pure dopo) la polizia fu sempre al corrente di tutto, non solo dei nostri gesti, ma pure dei nostri discorsi: era al corrente della ragione di tale viaggio; e questo mi fu confermato da Improta, braccio destro di Provenza, lunedì 15 dicembre, quando fui tradotto da Milano a Roma, mediante un sequestro di persona. Appena giunto in questura mi interpellò con queste parole “Sapevamo, Pietro, che stamattina a Milano saresti andato al palazzo di giustizia per farti interrogare dal giudice Amati”. Non vi era proprio niente che loro non sapessero sul nostro gruppo.

Da quanto mi risulta, la polizia ebbe informazioni ben precise su quali erano le forze politiche da sorvegliare. La sinistra extraparlamentare era al corrente che vi era stata una riunione ad alto livello di estremisti di destra per azioni ben programmate, io ne accennai in una lettera all’avvocato Boneschi per cui un fatto del genere non potevano assolutamente ignorarlo.

Credo inutile ripetere a chi servivano le bombe, chi aveva interesse a gettare il discredito sulla sinistra, chi voleva spezzare le contestazioni, le rivendicazioni salariali, ecc., sono ormai argomenti detti, scritti e riscritti.

Come l’opinione pubblica ha potuto intravedere attraverso la cortina fumogena di falsità creata deliberatamente all’inizio dell’inchiesta, almeno una parte della verità, ne ha tratte subito le debite e logiche conclusioni: gli organi inquirenti di tali verità (e di molte altre) ne erano in possesso subito dopo i fatti di Roma e Milano, e poco tempo dopo. Hanno proseguito e proseguono in una direzione che sanno sbagliata. Perché?

NOTE:

(85) Chi è Pietro Valpreda? Per il “Secolo d’Italia” (19 dicembre) “una belva oscena e ripugnante, penetrata fino al midollo dalla lue comunista”; per “il Messaggero” (17 dicembre) “una belva umana mascherata da comparsa da quattro soldi”; per “La Nazione” (18 dicembre) “un mostro disumano”; per l’organo del PSU, L’”Umanità” (18 dicembre) “uno che odiava la borghesia al punto da gettare rettili nei teatri per terrorizzare gli spettatori”; per “Il Tempo” (18 dicembre) ” un pazzo sanguinario senza nessuno alle spalle”; ecc. Questo per la stampa di destra.

Per l’”Avanti!” (18 dicembre) è invece “un individuo morso dall’odio viscerale e fascistico per ogni forma di democrazia”; per “l’Unità” (19 dicembre) “un personaggio ambiguo e sconcertante dal passato oscuro, forse manovrato da qualcuno a proprio piacimento”.

Va detto, a parziale giustificazione dei due quotidiani di sinistra, che, subito dopo il suo arresto, da ambienti anarchici qualificati fu diffusa la notizia che da tempo si dubitava di lui: sul finire dell’estate al circolo Bakunin era giunta da Milano la segnalazione di tenerlo d’occhio. A quell’epoca alcuni anarchici milanesi del “Ponte della Ghisolfa” erano venuti a conoscenza del verbale d’interrogatorio di un loro compagno accusato degli attentati del 25 Aprile. Tra le varie domande rivoltegli dagli inquirenti una suonava presso a poco così: “E’ vero, come ci ha detto Valpreda, che una volta gli hai chiesto degli esplosivi?”. La cosa – con l’aggravante di una sospetta provocazione dovuta all’assoluta estraneità dell’anarchico ai fatti addebitatigli – venne segnalata a Roma. Solo a molti mesi di distanza, nel gennaio del ’70, gli anarchici milanesi – venuti a conoscenza di un secondo verbale – scopriranno che si era trattato di un equivoco. Il verbale si riferiva all’interrogatorio di A.D.E., svoltosi subito dopo gli attentati del 25 Aprile. Vi compariva la frase: “Valpreda una volta mi disse che x gli aveva chiesto se conosceva il modo di procurarsi degli esplosivi”. La dichiarazione di A.D.E., personaggio ambiguo che già gli anarchici consideravano con sospetto, venne attribuita dagli inquirenti, nel corso delle contestazioni mosse da x, a Pietro Valpreda, ed iscritta a verbale. Un vecchio trucco della polizia, che comunque, in questo caso, fece nascere sul conto di Valpreda una “voce” che, mai efficacemente smentita, ha ingenerato equivoci anche tra i militanti di sinistra. Alcuni dei quali sono tuttora convinti che egli, opportunamente “manovrato” dall’apparato, sia davvero l’esecutore materiale della strage di Piazza Fontana.

Chi è Pietro Valpreda non sta a noi giudicare. In una vicenda che coinvolge profondamente la classe operaia e i militanti rivoluzionari del nostro paese di lui c’interessa il ruolo che occupa nel disegno reazionario complessivo: e, più in particolare – come già per Giuseppe Pinelli nel contesto dell’inchiesta e dell’istruttoria, che di esso sono parti organiche e inalienabili. Per questo, dal momento che si tenta – con un’ultima grottesca scappatoia – di farlo passare per pazzo, ci sembra opportuno allegare a questa contro-indagine un documento da cui – se non altro si può evincere che le facoltà mentali di Pietro Valpreda – come del resto le sue capacità deambulatorie – sono in perfette condizioni.

Questa lettera è uscita da Regina Coeli clandestinamente, scavalcando la censura carceraria.

(86) Angelo Fascetti, nell’Aprile del ’70, è stato arrestato e incarcerato al termine di una manifestazione di solidarietà con Valpreda. I poliziotti lo hanno “selezionato” tra una ventina di altri anarchici presenti.

(87) Allude probabilmente a Armando Gageggi, un vecchio attore d’avanspettacolo che svolge questa attività per arrotondare la pensione.

(88) Esistono quattro testimonianze al proposito.

(89) L’esistenza del deposito di esplosivi fu segnalata alla polizia da Mario Merlino, il quale affermò di averne sentito parlare da Roberto Mander ed Emilio Borghese.

(90) La “miccia”, rinvenuta in casa di Roberto Mander durante una requisizione, è in realtà una di quelle cordicelle cerate che si usano per i “botti” di Capodanno.

(91) Allude al “quaderno musicale” sequestrato in casa di Enrico Di Cola, l’anarchico del 22 Marzo che, imputato di “associazione a delinquere”, ha preferito rendersi latitante. Su una pagina del quaderno erano stati segnati i nomi di alcune notissime basi NATO in Italia.

Quando la notizia fu comunicata alla stampa il quotidiano di sinistra “Paese-Serapubblicò un titolo a quattro colonne in prima pagina in cui si preannunciava, come probabile, un’inchiesta del S.I.D. in merito alla scoperta. Il 4 Gennaio 1970, dopo l’annuncio da parte del magistrato inquirente dott. Occorsio dell’incriminazione del Di Cola, il quotidiano dei M.S.I “Il Secolo d’Italia” scrisse: “Il passato criminale di Enrico Di Cola può essere sintetizzato nei seguenti punti:

1) andava spesso con Valpreda in pizzeria;

2) partecipò ad uno sciopero della fame davanti al Palazzo di Giustizia per protestare contro l’arresto di alcuni anarchici;

3) il pomeriggio dei 12 Dicembre ascoltò una conferenza nel circolo 22 Marzo.

Con simili prove il Di Cola può essere incriminato senza ombra di dubbio di concorso in strage o almeno di associazione a delinquere”.

(92) Com’è noto, subito dopo l’arresto di Valpreda e l’”uscita” del taxista Rolandi che dichiarò di averlo accompagnato davanti alla Banca dell’Agricoltura con la valigetta dell’esplosivo, fu diffusa immediatamente la voce dagli ambienti polizieschi che il ballerino era afflitto dal “morbo di Burger”. La malattia. che comporta la necrosi progressiva degli arti inferiori, lo avrebbe costretto a percorrere in taxi i 147 metri che separano l’edificio della banca dal punto dove Cornelio Rolandi afferma di averlo preso a bordo. I giornali scrissero che le malattia era “all’ultimo stadio”, che egli aveva già subito. “l’amputazione di varie dita dei piedi”, che di notte, in cella, “si rotolava gridando per il dolore agli arti inferiori”. Il 17 Dicembre “Il Messaggero” scrisse: “… minato dal morbo di Burger, che aveva stroncato le sue ambizioni di ballerino, Valpreda era un disperato che ha finito per trascinare e travolgere nel mostruoso disegno i compagni più giovani e inesperti”. Due persone – un anarchico che aveva partecipato con lui ad una marcia della pace di 70 km ed una, sua amica che aveva avuto occasione di osservarne poco tempo prima le dieci dita dei piedi – si recarono in questura per testimoniare ma gli dissero di ripassare. Un commissario della squadra politica, in vena di confidenze, disse ad un suo conoscente: “E’ una storia ridicola! Gli agenti che lo pedinavano tornavano in questura sfiancati”.

(93) Quando VaIpreda ha scritto la lettera, il nome dei poliziotto Salvatore Ippolito “in arte” anarchica Andrea Politi non era ancora stato reso noto. In varie occasioni, parlandone con il proprio avvocato o nelle lettere spedite dal carcere ai compagni, egli aveva espresso il dubbio che all’interno dei “22 Marzo” si fosse infiltrata una spia anche se non era in grado d’identificarla. L’”anarchico di Stato” dirà invece di non esser stato in grado di segnalare i preparativi della strage perché Valpreda e C., sospettando di lui, lo avevano emarginato e tenuto all’oscuro. In realtà egli continuerà a frequentare il circolo fino alla vigilia degli attentati ed anche in seguito. Quanto alle sue dichiarazioni relative all’incontro del 14 dicembre con Emilio Borghese, durante il quale questi gli avrebbe “confessato” la propria responsabilità, va messo in rilievo il comportamento improvviso dei giovane che, dopo aver tramato stragi alle sue spalle, una volta placata la sete di sangue si sarebbe affrettato a restituirgli piena fiducia. In realtà l’Ippolito era riuscito a mimetizzarsi egregiamente, e, semmai l’unica cosa che i suoi superiori potrebbero imputargli è l’eccesso di zelo. Infatti – a parte le proposte di attentati che, spesso e volentieri, rivolgeva ai “compagni” del 22 Marzo – il 15 novembre, nel corso della manifestazione antimperialista che si svolse a Roma, due militanti del Movimento Studentesco lo disarmarono mentre. impugnando una sbarra di ferro, si accingeva a sfasciare la vetrina di un negozio di abbigliamento.

Commento n 2 Sulle “verità” del libro Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli – Ancora sulla presunta presenza di individui eterogenei di dubbia natura nel circolo 22 marzo

17 dicembre 2009

Commento n 2

Commenti e note in ordine sparso alla “verità” di Paolo Cucchiarelli

a cura di Enrico Di Cola

https://stragedistato.wordpress.com/

A pag. 28 Cucchiarelli scrive

Gli anarchici del Circolo «22 Marzo» (Roma)

Pietro Valpreda, una volta a Roma, fu allontanato a forza anche dal «Bakunin», principale circolo anarchico della capitale. Si riunì allora nel gruppo «22 Marzo» insieme a una decina di altri giovani. Tra i componenti, c’erano anche individui eterogenei di dubbia natura: il co-fondatore Mario Merlino, fascista ridipinto di rosso dopo un viaggio nella Grecia dei colonnelli, un finto anarchico (in effetti un poliziotto in incognito), un fascista che teneva conferenze sul dio Mitra. Tra gli aderenti, anche Stefano Serpieri, fascista informatore del SID, il servizio segreto militare italiano.

Nella nota 147 pag 663, leggiamo “Un bel libro scritto da Aldo Giannuli e Nicola Schiavulli, Storia di intrighi e di processi. Dalla strage di piazza Fontana al caso Sofri, Edizioni Associate, Roma, 1991, sostiene che tra gli uomini che “ronzavano attorno a Pinelli” c’era, oltre a Sottosanti, anche Stefano Serpieri, il fascista informatore del Servizio informazione difesa vicino al circolo “22 Marzo” in cui militava Valpreda.

Uno dei punti forti su cui si regge la tesi accusatoria di Cucchiarelli è che il 22 Marzo era un micro gruppo ibrido composto da fascisti e anarchici con qualche innesto dei servizi segreti e della questura.

E’ a tutti noto, che in effetti subimmo la doppia infiltrazione del poliziotto Salvatore Ippolito e del fascista Mario Merlino. In altra occasione magari torneremo sul punto delle infiltrazioni che in quegli anni colpirono tutta la sinistra, nessuno escluso (dal Pci ai gruppi M-L) e che non furono una prerogativa degli anarchici come si tenta ancor oggi di far credere.

Quel che qui mi preme sottolineare è che nel circolo 22 Marzo oltre ai due personaggi di cui sopra (Merlino-Ippolito), non vi erano altri “individui eterogenei di dubbia natura”.

Il “fascista che teneva conferenze sul dio Mitra”, cioe Antonio Serventi, NULLA aveva a che fare con il nostro circolo. Come è arcinoto e appurato, la conferenza del 12 dicembre doveva essere tenuta al circolo Bakunin, ma fu spostata – la sera precedente – al 22 Marzo in quanto all’ultimo momento il Bakunin non aveva concesso la sala. Serventi tenne quindi un’unica conferenza semplicemente perchè– essendo noi contrari ad ogni tipo di censura – acconsentimmo a che si tenesse nei nostri locali nonostante il tema non fosse certo di grande interesse per noi.

In quanto a Stefano Serpieri, fascista informatore del SID, il servizio segreto militare italiano, nessuno di noi lo ha mai visto o conosciuto (fortunatamente!) e quindi, dopo aver verificato anche con tutti gli ex compagni del 22 Marzo – affermo che Stefano Serpieri MAI ha aderito o MAI ha frequentato il nostro circolo.

Commento n 2 alla “verità” di Paolo Cucchiarelli di Enrico Di Cola

17 dicembre 2009

Commento n 2

Commenti e note in ordine sparso alla “verità” di Paolo Cucchiarelli

a cura di Enrico Di Cola

https://stragedistato.wordpress.com/

A pag. 28 Cucchiarelli scrive

Gli anarchici del Circolo «22 Marzo» (Roma)

Pietro Valpreda, una volta a Roma, fu allontanato a forza anche dal «Bakunin», principale circolo anarchico della capitale. Si riunì allora nel gruppo «22 Marzo» insieme a una decina di altri giovani. Tra i componenti, c’erano anche individui eterogenei di dubbia natura: il co-fondatore Mario Merlino, fascista ridipinto di rosso dopo un viaggio nella Grecia dei colonnelli, un finto anarchico (in effetti un poliziotto in incognito), un fascista che teneva conferenze sul dio Mitra. Tra gli aderenti, anche Stefano Serpieri, fascista informatore del SID, il servizio segreto militare italiano.

Nella nota 147 pag 663, leggiamo “Un bel libro scritto da Aldo Giannuli e Nicola Schiavulli, Storia di intrighi e di processi. Dalla strage di piazza Fontana al caso Sofri, Edizioni Associate, Roma, 1991, sostiene che tra gli uomini che “ronzavano attorno a Pinelli” c’era, oltre a Sottosanti, anche Stefano Serpieri, il fascista informatore del Servizio informazione difesa vicino al circolo “22 Marzo” in cui militava Valpreda.

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Uno dei punti forti su cui si regge la tesi accusatoria di Cucchiarelli è che il 22 Marzo era un micro gruppo ibrido composto da fascisti e anarchici con qualche innesto dei servizi segreti e della questura.

E’ a tutti noto, che in effetti subimmo la doppia infiltrazione del poliziotto Salvatore Ippolito e del fascista Mario Merlino. In altra occasione magari torneremo sul punto delle infiltrazioni che in quegli anni colpirono tutta la sinistra, nessuno escluso (dal Pci ai gruppi Ml) e che non furono una prerogativa degli anarchici come si tenta ancor oggi di far credere.

Quel che qui mi preme sottolineare è che nel circolo 22 Marzo oltre ai due personaggi di cui sopra (Merlino-Ippolito), non vi erano altri “individui eterogenei di dubbia natura”.

Il “fascista che teneva conferenze sul dio Mitra”, cioe Antonio Serventi, NULLA aveva a che fare con il nostro circolo. Come è arcinoto e appurato, la conferenza del 12 dicembre doveva essere tenuta al circolo Bakunin, ma fu spostata – la sera precedente – al 22 Marzo in quanto all’ultimo momento il Bakunin non aveva concesso la sala. Serventi tenne quindi un’unica conferenza semplicemente perchè– essendo noi contrari ad ogni tipo di censura – acconsentimmo a che si tenesse nei nostri locali nonostante il tema non fosse certo di grande interesse per noi.

In quanto a Stefano Serpieri, fascista informatore del SID, il servizio segreto militare italiano, nessuno di noi lo ha mai visto o conosciuto (fortunatamente!) e quindi, dopo aver verificato con tutti gli ex compagni del 22 Marzo – affermo che Stefano Serpieri MAI ha aderito o MAI ha frequentato il nostro circolo.

Manifesto 12 dicembre 2009 – 40 anni fa la strage di Piazza Fontana. Parla Pasquale Valitutti.

13 dicembre 2009

Manifesto 12 dicembre 2009

http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2009/mese/12/articolo/1988/

40 anni fa la strage di Piazza Fontana

Tommaso De Berlanga

Lello- Pasquale Valitutti

Lello- Pasquale Valitutti

È sempre stupefacente come – in Italia, almeno – i «cercatori ufficiali di verità» si guardino bene dal fare domande ai testimoni diretti. Un caso esemplare di questa malattia è quello di Pasquale Valitutti. Appena ventenne all’epoca della strage di piazza Fontana, come tanti altri in quei giorni fece l’esperienza della questura. Non di una qualsiasi, ma proprio quella di Milano. Anzi, è stato l’ultimo compagno a parlare con Giuseppe Pinelli, la sera del 15 dicembre; poi lo ha sentito cadere dalla finestra. In questi 40 anni non ha mai cambiato la sua versione.

Com’è stato il tuo 15 dicembre 1969?

Dopo il 12 dicembre è iniziata la caccia all’anarchico. La polizia ha praticamente fermato tutti gli anarchici noti. Io non ero a Milano quel giorno; sono andati a casa mia, han preso mia sorella (che non faveva politica!) e han detto a mia madre che l’avrebbero lasciata andare solo se mi fossi consegnato. Quando sono andato in questura, il giorno dopo, c’era un sacco di gente. Poco alla volta hanno cominciato ad andar via e alla fine siam rimasti solo in due: io e Pino, in uno stanzone. Pino aveva una ventina di anni più di me che, da ragazzi, son tanti. Si scherzava un po’, cercava di consolarmi dicendo «Dai Lello, ‘sta cosa qui ora finisce, tra un po’ ce ne andiamo a casa». Intanto faceva dei bei disegni per le sue bambine, che poi ho dato a Licia. Poi son venuti a prendere Pino e lo hanno portato nella stanza vicina per interrogarlo. L’ufficio della «squadra politica» era come un appartamento: una porta d’ingresso, un corridoio lungo con tante stanze.

Tu, da lì dentro, cosa sentivi?

Se parlavano normalmente, non sentivo niente. Venti minuti prima della mezzanotte è successo qualcosa. Ho sentito rumori, mobili che si spostavano, gente che parlava in modo concitato, senza riuscire a distinguere bene le parole. Non ho sentito urla, ma è successo qualcosa che non era accaduto durante gli altri interrogatori. Sentendo questi rumori, chiaramente vado in tensione. La porta della stanza dove mi trovavo era una porta a vetri che dava sul corridoio, da cui potevano controllare chi stava dentro. Da lì ho potuto vedere e ti posso assicurare che, dal momento in cui avevano portato Pino nella stanza dell’interrogatorio, non è più passato nessuno. In particolare in quell’ultimo quarto d’ora, assolutamente nessuno.

Quanti poliziotti c’erano nella stanza?

Dovevano essere sei: Calabresi, Lograno, Panessa, Muccilli, Mainardi e un altro. Nessuno si è spostato. E Calabresi c’era sicuramente. Lo conoscevo bene, era il commissario, quello che comandava tutti; il più alto in grado presente. Quello che rompe il silenzio è un tonfo molto sordo, molto cupo. Il corpo di Pino che cade. La cosa veramente assurda è che nessuno ha reagito. Non ho più sentito nessun rumore. Nessuno ha urlato; come ho sentito il trambusto avrei sentito anche le urla. Ti puoi immaginare: sei in una stanza molto piccola, qualcuno si butta dalla finestra e nessuno urla?

Dopo il «tonfo» che accade?

Sono usciti dalla stanza e sono venuti da me, mi hanno bloccato ed è apparso Calabresi: «non capisco come possa essere successo, Valitutti; stavamo parlando tranquillamente con Pinelli di Valpreda, non capisco, all’improvviso si è buttato». L’ho detto subito al giudice nel primo interrogatorio, il 1 gennaio del ‘70, quando mi hanno chiamato a parlare con Caizzi.

C’è stato un processo, poi. Avranno cercato di smontare la tua versione…

Era il processo Calabresi-Lotta continua. Sono andato lì e gli avvocati mi han fatto tutte le domande e io ho raccontato tutto, come adesso. Importante: Calabresi era lì, con il suo avvocato e non mi hanno fatto neanche il controinterrogatorio. Non gli conveniva. Dal punto di vista giudiziario vuol dire che non potevano contestarmi niente e volevano farmi «scivolare via». Poi il presidente del tribunale ha disposto un sopralluogo in questura per capire cosa potevo aver visto veramente. Quando siamo andati lì, davanti alla porta a vetri era stato messo una grosso distributore di caffè e bibite. E il presidente mi ha detto: «con questa macchina davanti, lei poteva anche non vedere». Io gli ho risposto che la macchina non c’era; anzi, ho indicato sul linoleum del pavimento, sulla parete opposta, il segno che la macchina aveva lasciato. Mi ricordo la sua faccia. É rimasto costernato di fronte all’evidenza di un tentativo così maldestro di alterare la «scena del delitto».

Mai accusato di falsa testimonianza?

Mai. La cosa più singolare è che D’Ambrosio (Gerardo, ndr) non mi ha nemmeno interrogato, quando ha fatto l’inchiesta sulla morte di Pinelli. Sono stato interrogato la prima volta dal pubblico ministero. Poi ho testimoniato al processo Calabresi-Lc. Quando poi Licia ha fatto denuncia per omicidio contro ignoti, D’Ambrosio ha fatto la sua inchiesta e non mi ha interrogato. Lui ha sentito soltanto i poliziotti, che non erano testimoni, ma sotto avviso di garanzia. E non ha sentito l’unico testimone che c’era. Quando glielo dicono pare che si arrabbi sempre. Ma è stato molto scorretto.

Messaggero 7 Dicembre 2009 – «non intendiamo essere associati a una strage di stato» la protesta dell’anarchico Roberto Gargamelli contro il libro di Paolo Cucchiarelli

9 dicembre 2009

Messaggero 7 Dicembre 2009

Piazza Fontana, nuova inchiesta 40 anni dopo: i segreti della strage in un libro

Piazza Fontana: i libri per ricordare e capire, 40 anni dopo

Anarchici e Gladio contro autore libro. I familiari da Napolitano: riapre l’inchiesta

ROMA (6 dicembre) – Si avvicina l’anniversario della strage, la procura di Milano ha un nuovo fascicolo con il quale indagare e i familiari delle vittime chiedono ancora di conoscere la verità e questa volta la domanda verrà rivolta al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L’appuntamento è per domani, 7 dicembre.

Il ricordo della strage di Piazza Fontana deve «contribuire a rafforzare nelle giovani generazioni una coscienza civile in difesa di quei valori di libertà e di legalità che sono alla base della nostra democrazia, contro ogni forma di fanatismo politico, di odio ideologico e di violenza terroristica». È l’auspicio del presidente della Camera Gianfranco Fini, nel messaggio inviato per l’anniversario della strage di piazza Fontana, di cui si è parlato alla Camera in occasione della presentazione del libro del giornalista dell’Ansa Paolo Cucchiarelli “Il segreto di Piazza Fontana”.

Una presentazione movimentata, che ha visto la protesta dell’anarchico Roberto Gargamelli, finito tre anni in carcere insieme a Valpreda («non intendiamo essere associati a una strage di stato») ma anche quella dell’ex responsabile di Gladio, il generale Paolo Inzerilli, che ha difeso l’associazione, nata durante la guerra fredda, dall’accusa di essere coinvolta nella strage.

Il libro di Cucchiarelli ruota infatti intorno alla tesi che il 12 dicembre del 1969 effettivamente l’anarchico Valpreda portò una bomba a Piazza Fontana; solo che si trattava di un ordigno innocuo, che un gruppo neofascista fece diventare mortale accostandogli una seconda bomba, realizzata con un esplosivo proveniente dai nascondigli di Gladio. Se l’anarchico Gargamelli ha preannunciato querele, la responsabilità di Gladio è stata negata dal generale Inzerilli: «Nei nascondigli di Gladio c’era solo esplosivo C4 americano, e non esplosivo jugoslavo», cioè quello che sarebbe stato usato nella strage.

«Gladio, poi, era una struttura che aveva solo il compito di preparasi a contrastare un’eventuale invasione. Niente a che vedere con altri gruppi come gli Rds, collusi con il servizio segreto interno e dove agivano esponenti di Ordine Nuovo». «Il 12 dicembre – ha replicato Cucchiarelli – è stata fatta un’operazione di intelligence. Gli autori della strage si erano costruiti un capro espiatorio, gli anarchici, su cui scaricare la responsabilità della strage. È un pò quello che accadde a Portella delle ginestre, dove a sparare contro i lavoratori furono sia gli uomini di Giuliano, ma con armi che non avevano la potenza necessaria per raggiungere gli obiettivi, sia gli uomini della decima mas, che avevano armi più potenti, erano piazzati più vicini e vanno considerati come i veri autori della strage. Ed è grossomodo quello che accadde a Piazza Fontana. Il tutto inquadrato nel contesto politico dell’epoca: alla strategia dell’attenzione verso la sinistra, praticata da Aldo Moro, si rispondeva a suon di bombe con la strategia della tensione».

28 novembre 2009 – da Republica – I 40 anni di dolore della vedova Pinelli “Non smetterò mai di cercare la verità”

6 dicembre 2009

http://milano.repubblica.it/dettaglio/i-40-anni-di-dolore-della-vedova-pinelli-non-smettero-mai-di-cercare-la-verita/1791234/1

28 novembre 2009

I 40 anni di dolore della vedova Pinelli “Non smetterò mai di cercare la verità”

di Piero Colaprico

“Mi sono mossa da subito dentro la legalità e dentro lo stato di diritto per appurare la realtà dei fatti. Non raggiungere la verità è una sconfitta per lo Stato, non solo per i parenti”. Licia Pinelli, vedova di Giuseppe, morto nel dicembre di quarant’anni fa precipitando da un balcone della questura di Milano, assicura di non aver “mai smesso di cercare la verità”

Licia Pinelli

Licia Pinelli

Licia Pinelli ha, come dice lei con un sorriso quasi da ragazzina, «ottantun anni e tre quarti». Sta seduta in cucina, quarto piano senza ascensore. Dritta, con le mani incrociate in grembo. Immobile, a parte gli occhi vivaci e acuti. Una postura che ricorda i monaci buddisti: ma è come fuoco dentro una corazza. «”Tu non piangi mai”, mi hanno detto. Ma se piango o non piango lo so solo io, il dolore – dice – non va fatto pesare sugli altri».

Questo che finisce è un 2009 un po´ speciale. Per la prima volta, la cosiddetta “madre di tutte le stragi” non conta diciassette vittime, ma ne conta una un più: “il Pino”, Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, suo marito. Era entrato in questura per un interrogatorio sulla bomba di piazza Fontana ed era uscito da una finestra dell´ufficio politico, coordinato dall´allora commissario Luigi Calabresi. Sette mesi fa il presidente Giorgio Napolitano ha invitato al Quirinale Licia Pinelli e Gemma Calabresi, nel “giorno della memoria”. E ha parlato di «rispetto e omaggio per la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi e infondati sospetti, poi di un´improvvisa assurda fine».

Il Presidente ha detto che non voleva rifare il processo, ma proporre un gesto politico. E anche lei forse si sarà stufata di rifare ogni volta il processo…

«Beh, il processo per mio marito non l´abbiamo mai ottenuto. Ci sono state solo istruttorie. E io non ho mai smesso di cercare la verità».

Mai?

«Spero sempre che venga a galla. Se non la vedrò io, la vedranno le mie figlie. E se non loro, altri che manterranno il ricordo».

Non è facile, in alcune storie intricate, avvicinarsi alla verità…

«Ci si può arrivare insistendo. Mi sono mossa da subito dentro la legalità e dentro lo stato di diritto per appurare la realtà dei fatti. Non raggiungere la verità è una sconfitta per lo Stato, non solo per parenti».

Come arrivare a “sapere”?

«Durante i processi, sa che ho pensato? Che alcuni interrogatori non dovrebbero farli il pubblico ministero e gli avvocati. Dovremmo essere noi. I parenti. Sì, guardando in faccia le persone. Delle bugie dei poliziotti sono sicura con ogni cellula del mio corpo, del mio cuore, del mio cervello».

Perdoni l´insistenza, ma esistono però alcuni elementi che anche quarant´anni dopo fanno impressione. Uno è che Pinelli muore e il questore di Milano, Marcello Guida, che era stato comandante del carcere fascista di Ventotene, sostiene che suo marito si è buttato dalla finestra gridando “È la fine dell´anarchia”. Una menzogna davvero inspiegabile, oppure?

«Conoscevo Pino, eravamo legatissimi. Quindi ero sicura che non aveva commesso nulla di cui veniva accusato. Parlava a telefono da casa. Ogni volta che diceva la minima bugia lo scoprivo. Non potevo mettere riparo alla sua morte, ma alla diffamazione sì. Querelai Guida. Gli stava sporcando il nome, per gente come noi è inconcepibile. Poi querelai i poliziotti e il carabiniere che stavano nella stanza dell´interrogatorio. Cercavo la verità attraverso loro, perché hanno mentito. E perché mentire e contraddirsi se non per nascondere qualcuno o qualche colpa più grave?».

Lei – secondo dettaglio strano per chiunque conosca una questura – viene a sapere della tragedia un´ora e mezza dopo, dai giornalisti e non dalla polizia: davvero è andata così?

«Quella notte vennero due, credo del Corriere, “Sa, pare una disgrazia”. Chiamai subito il commissario Calabresi, sapendo che era lui ad averlo interrogato. Sono Licia Pinelli, dov´è mio marito? Mi rispose Calabresi: “Al Fatebenefratelli”. Non ci potevo credere. Perché non mi ha avvisata? “Ma sa, signora, abbiamo molto da fare”. Da fare? Non riesco ancora oggi a pensare con neutralità a questa risposta. Ora però…».

Scusi lei, ultimissimo elemento. Lello Valitutti. Erano rimasti in due, gli anarchici da interrogare. Chiamano suo marito e Valitutti resta per ultimo in uno stanzone. Dirà poi che ha sentito del trambusto, poi il rumore del corpo caduto. Ed è rimasto colpito dal silenzio, dentro la stanza. Poco dopo è stato messo faccia al muro. E rilasciato.

«Con Lello ci si sente sempre, io gli credo. Non s´era distratto. Quando hanno fatto il sopralluogo, durante un´istruttoria, c´era una macchina delle bibite davanti alla porta. “Come faceva a vedere la stanza dell´interrogatorio se c´era ‘sta cosa davanti?”, gli hanno chiesto. “Non c´era”, ha risposto Lello e ha fatto vedere i segni sul pavimento. La macchinetta era stata spostata. Ma dopo. Quella sera Valitutti poteva vedere».

Gerardo D´Ambrosio non l´ha mai interrogato…

«Me lo sono chiesta anch´io il perché. D´Ambrosio era partito bene, aveva fatto ciò che altri non avevano fatto. Ma che devo dire? Il magistrato Caizzi ha parlato di morte accidentale, Amati di suicidio, D´Ambrosio di disgrazia plausibile, il “malore attivo”. Luigi Bianchi d´Espinosa, procuratore generale a Milano, mi sembrava attento, scrupoloso. Poi Bianchi è morto…».

L´ultimo fotogramma di suo marito?

«Lui che esce e io che lo inseguo per portargli il cappotto, noi due persone di mezz´età che hanno due figlie, che ridono e scherzano. Poi lui va in questura?».

Poi?

«Erano giorni bui, di cielo scuro. Neve in strada, freddo. Se penso a quel periodo vedo di Milano solo il nero».

C´è un appello che gira in questi giorni, per aprire, come lei chiede, i cassetti del Viminale. Ma ci crede davvero ai segreti che vengono a galla?

«In America per gli anarchici Sacco e Vanzetti è stato così. Pino non s´è ucciso, non l´avrebbe fatto. Innanzitutto credeva nella vita, mi aveva appena detto che non condivideva il gesto di Jan Palach, che si bruciò a Praga contro i carrarmati sovietici. Poi non l´avrebbe fatto per l´amore che ci univa. E per l´amore per le bambine, alle quali, durante l´interrogatorio, faceva dei disegni. Posso sperare che qualcuno recuperi la coscienza. O che si trovi un documento. Quanto potevo fare, io ho fatto, non ho smesso di chiedere».

Lo Stato le ha mai offerto un risarcimento?

Anzi! Volevano farmi pagare delle spese. Poi però non sono mai venuti a chiedere».

Di Pietro Valpreda, il finto “mostro”, che pensa?

«Un simpatico casinista che hanno messo in mezzo all´inizio, per dare la colpa agli anarchici. Le varie inchieste le ho seguite sui giornali, la pista di destra direi che non ha dubbi, non più».

L´omicidio del commissario Calabresi nel ’72 lei l´ha vissuto…

«Malissimo. A parte la morte di un uomo, c´è stata tolta la possibilità di ragionare con una persona che c´era. E che sapeva cos´era successo in quegli anni, e nelle ore in cui mio marito morì».

L´ha incontrato?

«L´ho visto una sola volta. nell´aula del processo a Lotta continua. E Calabresi – che era parte lesa – mi fece pena. Erano tutti contro di lui, mi sembrò “mollato” dai suoi capi, il capro espiatorio degli sbagli della polizia».

L´anniversario le pesa?

«Sempre. Quest´anno poi, tanti vogliono un ricordo. Ma io sono prosciugata dalle troppe parole, che, in fondo, sono le stesse di quel ’69. Degli anni Settanta. E nel frattempo Pino, che era l´uomo della mia vita, non è più stato qua, dove doveva essere».

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009 – Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo di Luciano Lanza

2 dicembre 2009

A rivista anarchica anno 39 n. 346 estate 2009

strage di Stato.1 

Pinelli “vittima due volte” ma Valpreda bombarolo
di Luciano Lanza

Scontro di poteri su piazza Fontana. Il presidente della repubblica rende omaggio all’anarchico «volato» dal quarto piano della questura. Però subito parte una campagna-stampa per santificare nuovamente Calabresi e rinnovare le accuse contro Pietro Valpreda. Si distingue Paolo Cucchiarelli, un giornalista di sinistra, collaboratore dell’Unità, che scrive un librone per spiegare che Valpreda aveva effettivamente messo una bomba, che Pinelli era tutt’altro che innocente e che insomma gli anarchici… Le stesse tesi sostenute in Commissione Stragi da Alleanza Nazionale. E non solo da loro.

«Rispetto ed omaggio dunque per la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’improvvisa, assurda fine. Qui non si riapre o si rimette in questione un processo, la cui conclusione porta il nome di un magistrato di indiscutibile scrupolo e indipendenza: qui si compie un gesto politico e istituzionale, si rompe il silenzio su una ferita, non separabile da quella dei 17 che persero la vita a Piazza Fontana, e su un nome, su un uomo, di cui va riaffermata e onorata la linearità, sottraendolo alla rimozione e all’oblio. Grazie signora Pinelli, grazie per aver accettato, lei e le sue figlie, di essere oggi con noi», così ha detto Giorgio Napoletano, presidente della repubblica il 9 maggio. Dopo quarant’anni colui che rappresenta la massima istituzione dice che fu vittima due volte (qui scatterebbe subito la domanda: vittima di chi? di cosa?) e poi che si vuole rompere il silenzio su Pinelli con un gesto politico e istituzionale.
Infine c’è stata la stretta di mano fra Licia Pinelli e Gemma Capra, la vedova di Luigi Calabresi. E in questo molti, anche tra gli anarchici, hanno visto un modo per chiudere la partita su Pinelli e la strage di stato. Per arrivare a quella «memoria condivisa» che da alcuni anni esponenti della destra e della sinistra propongono come chiusura di una «pagina dolorosa».
Come da tempo vado ripetendo (scusate se lo ripeto) qui non c’è nessuna memoria da condividere, ma ci sono condanne (sul piano storico e politico, quello giudiziario lo lascio ad altri) da fare: chi sono i responsabili delle bombe a Milano e a Roma del 12 dicembre, come è realmente morto Giuseppe Pinelli? Chi nelle istituzioni dello stato e nei servizi segreti, nella polizia e nei carabinieri ha aiutato e coperto gli attentatori?
L’iter giudiziario (lo sappiamo tutti) si è concluso con un nulla di fatto: le bombe non le ha messe nessuno e Pinelli è morto per un «malore attivo», caso unico nella storia della medicina mondiale. Un nulla di fatto che comunque ha visto i neonazisti Giovanni Ventura e Franco Freda condannati a 15 anni per le bombe del 25 aprile e del 9 agosto 1969 e per associazione sovversiva. Mentre la Corte d’appello di Milano nel 2004 riconosce che i due sono anche responsabili delle bombe del 12 dicembre, ma non possono essere condannati perché già definitivamente assolti per quel reato.
Scrive la Corte d’appello: «L’assoluzione di Freda e Ventura è un errore frutto di una conoscenza dei fatti superata dagli elementi raccolti in questo processo». Sentenza poi confermata dalla Cassazione nel 2005. 

Quel dicembre 1973

Torniamo a Napolitano. Allora come valutare le parole del presidente? Mi torna alla mente quanto c’è scritto nell’editoriale apparso su questa rivista sul numero di gennaio del 1973. Si intitola «Una vittoria nostra». Ecco alcuni passaggi: «Valpreda, Gargamelli, Borghese sono liberi. (…) Il governo s’è mosso sotto la pressione di “autorevoli” settori di opinione pubblica “democratica”. Sarebbe stolido trionfalismo ritenere d’averlo smosso noi, gli anarchici, i rivoluzionari. Eppure siamo convinti, senza vanagloria, che si tratti di una vittoria nostra, non dei “democratici”. In primo luogo perché noi abbiamo smosso questa opinione pubblica democratica dal suo abituale torpore, noi l’abbiamo costretta a scandalizzarsi, a indignarsi. In secondo luogo perché, nonostante tutto, le strutture repressive dello stato “democratico” escono malconce dalla faccenda, nell’immagine pubblica, anziché ridipinte a nuovo.
Vittoria nostra, ripetiamo, e non accettiamo il disfattistico pessimismo di chi, nella scarcerazione, vede solo una manovra astuta del potere. C’è anche questa, certo (…) ma la scarcerazione di Valpreda, Gargamelli e Borghese resta sostanzialmente una sconfitta per lo stato e una vittoria per noi. Non vogliamo sopravvalutarne l’importanza né sottovalutare lo strapotere del sistema. (…) Però è un episodio che segna un risultato positivo per noi e negativo per il potere (e con i tempi che corrono non è cosa da poco). Se fossimo riusciti, cinquant’anni fa, a salvare la vita di Sacco e Vanzetti ci saremmo forse ipercriticamente lamentati che era tutta una manovra dello stato americano per riacquistare credibilità?».

Questo maggio 2009

Quell’editoriale vecchio di 36 anni è per molti versi attuale (anche se, è ovvio, la situazione è molto diversa) perché evidenzia molto bene come avvengono certe dinamiche sociali e politiche. E che tipo di lettura darne: senza ipercriticismi e senza entusiasmi. Ma mettendo gli avvenimenti in una prospettiva obbiettiva. E questa affermazione di Napolitano rappresenta un passo avanti che dovrebbe in parte spiazzare le montature create prima, subito dopo le bombe. E poi nel corso degli anni.
Ma va sottolineato anche che dopo il discorso del presidente della repubblica è partita una campagna televisiva e giornalista per far risaltare la «specchiata figura» del commissario Calabresi. E poiché le tre televisioni pubbliche e le tre maggiori tv private sono controllate dal presidente del consiglio e dalla maggioranza di centrodestra non sfugge a nessuno (se non a chi non vuole vedere) che su questo caso c’è un conflitto tra poteri dello stato. Senza dimenticare la carta stampata. C’è pure chi sostiene che sia tutto un gioco delle parti: il presidente fa un passo per dare il via a chi di passi ne farà almeno il doppio in direzione opposta. Ma francamente dopo quarant’anni mi sono persuaso, sulla base di tante storie venute a galla, che certe congetture stanno più nella testa degli ipercritici che non nelle intenzioni degli attori. Insomma, non fateli più furbi e strateghi di quanto effettivamente siano. Ne hanno combinate di orrende, ma erano sempre funzionari di questo stato… sempre un po’ borbonico…
Nonostante siano passati quarant’anni, quei fatti sono ancora elemento di contrasto e di scontro. Perché quelle bombe e quel volo dal quarto piano della questura di Milano hanno scritto un percorso della storia di questo paese. Quei morti, quei feriti, quel «malore attivo» sono, oltre che drammatici, un analizzatore sociale (come direbbe il mio indiretto maestro René Lourau). Vale a dire che la lettura disincantata, non faziosa, di quegli avvenimenti mette a nudo la criminalità di chi deteneva il potere. È una «verità scomoda», dà fastidio. Da qui la necessità di riscrivere quella «storia scomoda».

La “ricostruzione” di Cucchiarelli

L’ultimo autore di questa riscrittura? Sicuramente Paolo Cucchiarelli con il suo libro Il segreto di Piazza Fontana. Un libro che affianca indagini condotte con un discreto rigore a illazioni, invenzioni più consone a un romanzo noir che a una ricerca storica. In sintesi: la strage di piazza Fontana l’hanno orchestrata i neonazisti Franco Freda e Giovanni Ventura più altri, con il supporto dei servizi segreti deviati manovrando anarchici come Pietro Valpreda. Perché Valpreda è andato veramente, sostiene senza prove Cucchiarelli, alla Banca nazionale dell’agricoltura, per deporre una bomba munita di timer. Ha effettivamente preso il taxi di Cornelio Rolandi per risparmiarsi un tragitto di un centinaio di metri e doverne fare il doppio per andare da dove avrebbe fatto fermare il taxi per andare alla banca e ritornare al taxi. Ma c’è di più: dove lo mettiamo il sosia di Valpreda, Claudio Orsi? Lui ha l’altra bomba, ma con innesco a miccia, anche lui prende un taxi per andare alla banca e la depone vicino a quella di Valpreda. Da qui il doppio botto. Ma Cucchiarelli non è George Simenon e scrive cose che non stanno in piedi.
E Giuseppe Pinelli? Il suo alibi era falso perché quel pomeriggio aveva un grandissimo problema: evitare che scoppiassero altre due bombe a Milano. Qui siamo al paranormale: Cucchiarelli sa anche che cosa pensa Pinelli. E poi sa anche che quel pomeriggio non è andato al Circolo Ponte della Ghisolfa dove ha incontrato due compagni anarchici, Ivan Guarnieri e Paolo Erda, anche perché quest’ultimo, per Cucchiarelli, non esiste. È un’invenzione sciocca del povero Pinelli che si arrabatta cercando di costruire un alibi inconsistente. Ma Cucchiarelli scrive di cose che non conosce, quindi scrive sciocchezze.

Valpreda e Pinelli colpevoli? Già sentita

Non basta. Sotto sotto, ma poi neanche tanto, si sente riecheggiare nelle tesi di Cucchiarelli quanto hanno già scritto due ex deputati di Alleanza nazionale, membri della Commissione stragi, Alfredo Mantica e Vincenzo Fragalà, estensore delle loro tesi è Pier Angelo Maurizio oggi giornalista de Il Giornale e anche autore di Piazza Fontana. Tutto quello che non ci hanno detto.
La relazione si intitola La storia di Piazza Fontana, storia dei depistaggi: così si è nascosta la verità. E cosa c’è scritto in quella relazione del settembre 2000? «L’ombra del dubbio è rimasta sull’innocenza di Valpreda non per una decisione politica, per una sorta di difesa corporativa della magistratura, data la lunga carcerazione preventiva inflittagli, come si potrebbe insinuare. L’ombra del dubbio è rimasta sulla base di una valutazione squisitamente tecnica». E poi, dando per verità le dichiarazione di un pentito delle Brigate rosse, Michele Galati, scrivono: «Pinelli si era realmente suicidato perché si rese conto di essere rimasto involontariamente coinvolto nel traffico di esplosivo utilizzato per la strage e che lui riteneva fosse destinato a un’azione in Grecia. La bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura era stata messa materialmente da Valpreda. L’esplosione avrebbe dovuto aver luogo quando gli sportelli fossero stati chiusi e la banca deserta. Negli attentati del 12 dicembre ’69 erano coinvolti buona parte degli anarchici del circolo Ponte della Ghisolfa. Gli attentati rientravano in un progetto di destabilizzazione in cui aveva un ruolo di primo piano Stefano Delle Chiaie che si serviva di Mario Merlino per orientare l’attività degli anarchici».
Bene, con la ricorrenza dei quarant’anni da quella strage si dovrebbe ripartire da capo? No, però c’è nuovamente un lavoro di controinformazione da fare. Perché dopo tanti anni parte una nuova riscrittura della storia. Ma non bisogna permetterlo.

Luciano Lanza

5 maggio 2005 Un’altra bomba a piazza Fontana. I familiari delle vittime condannati a pagare le spese processuali di Barbara Fois

2 dicembre 2009

http://www.democrazialegalita.it/barbara/barbara_piazzafontana.htm

5 maggio 2005

Un’altra bomba a piazza Fontana.

I familiari delle vittime condannati a pagare le spese processuali .

di Barbara Fois

La sentenza della Corte di Cassazione del 3 maggio scorso chiude definitivamente un lunghissimo e doloroso iter processuale, che – da quel terribile pomeriggio di dicembre del 1969, in cui 7 kg di tritolo fecero a pezzi persone e cose nella Banca dell’Agricoltura di Milano – è approdato a un tristissimo “liberi tutti”, in un gioco d’acchiapparella a cui l’etica e la giustizia non hanno partecipato. Ma forse la cosa che ci ha ferito e indignato di più è stata la condanna a pagare le spese processuali, per i familiari delle vittime di quella strage lontana. Ma come è stato possibile mandare assolti anche questi imputati? Eh sì, perché nel corso di questi 36 anni c’è stato un incredibile alternarsi di indiziati, tutti poi più o meno prosciolti dalle accuse. Ma aldilà dei nomi degli esecutori materiali, che ormai non sapremo mai, cosa siamo riusciti a sapere? Almeno qualcosa l’abbiamo capita? L’ex procuratore di Milano Gerardo D’Ambrosio ha detto “Quando eravamo a un passo dalla verità ci hanno eccepito il segreto politico e militare. Abbiamo incontrato ostacoli di ogni tipo. Anche la Cassazione, che ha avuto un ruolo molto pesante in questa vicenda. Nel 1974 con due ordinanze fermò il processo. Anche quando Giannettini, agente del Sid, si costituì e decise di parlare con noi: in tutta fretta ci fu tolto il processo”. Di una cosa l’ex procuratore è comunque certo: se anche, giudizialmente, non ci sono colpevoli, “la verità storica è stata accertata. Sul finire degli anni ’60 alcuni settori dello Stato pianificarono l’uso di terroristi di estrema destra per frenare l’avanzata della sinistra”.

Della stessa opinione è anche il giudice istruttore Guido Salvini, che seguì le più importanti inchieste sul terrorismo di destra. Per il giudice Salvini dietro la strage di piazza Fontana c’è Ordine Nuovo e questo è un punto fermo, nonostante le assoluzioni “La verità giudiziaria non si esaurisce sempre nella condanna dei singoli responsabili. Non è una situazione molto diversa da quella dell’ indagine sulla morte di Mattei, conclusasi con la certezza acquisita che si trattò non di un incidente ma di un sabotaggio, senza però giungere ai nomi dei suoi autori”. http://www.tgcom.it/cronaca/articoli/articolo255642.shtml

Dunque almeno questo lo sappiamo: che dietro la strage c’è il terrorismo fascista. Ma questo noi ex ragazzi del ’68 lo avevamo già detto, anzi gridato, 36 anni fa…

Ma vediamo come è cominciata questa incredibile vicenda giudiziaria.

Sono circa le 16,25 del 12 dicembre 1969, è un venerdì e tutte le altre banche sono già chiuse, ma non  la Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, perché il venerdì sera vi si svolgono le contrattazioni del mercato agricolo. Sotto il tavolo centrale, attorno a cui la gente normalmente si siede per compilare assegni e moduli, ci sono due valigette. Qualcuno le ha lasciate lì, ma nessuno sospetta che dentro ci siano circa 7 kg di tritolo. Il salone è pieno di gente ignara, che pensa al fine settimana e alle spese di Natale. Qualcuno si è portato dietro anche i bambini, perché magari dopo si va a vedere le vetrine già addobbate per le feste. Tutto accade in un attimo, e con un boato enorme, che manda in pezzi anche i vetri delle finestre del palazzo vicino, quell’ordigno esplode, disintegrando muri, pavimenti, vetri, mobili e straziando poveri corpi. Quattordici persone muoiono sul colpo, due moriranno all’ospedale nei giorni seguenti e un’altra qualche anno dopo, per le conseguenze delle menomazioni subite nell’esplosione. I feriti sono 84, alcuni gravissimi. La gente che accorre sul posto resterà sconvolta  e subirà degli shock  incancellabili. Lo stesso sindaco Aniasi, subito giunto sul posto, confesserà di non aver mai superato lo shock. Le ambulanze si allontanano con le ruote insanguinate: intorno è il caos, la disperazione, lo sconcerto. Non si sa bene cosa sia successo: è esplosa una caldaia? E’ colpa di una fuga di gas? Ma già i telegiornali della notte confermano l’agghiacciante verità: è stata una bomba. E del resto non è stata la sola, quel giorno: un’altra bomba viene scoperta nella sede della Banca Commerciale Italiana, in via della Scala… Ma ne esplodono anche a Roma. “ Le bombe di Roma sono tre. La prima esplode alle 16,45 in un corridoio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti tra gli impiegati, uno gravemente. Ma anche questa poteva essere una strage. Alle 17,16 scoppia un ordigno sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria, dalla parte di via dei Fori Imperiali. Otto minuti dopo la terza esplosione, ancora sulla seconda terrazza ma dalla parte della scalinata dell’Ara Coeli. Frammenti di cornicione, cadendo, feriscono due passanti. Ma questi due ultimi ordigni sono molto più rudimentali e meno potenti degli altri.” http://www.ercanto.it/strage1.htm

Stando così le cose davvero non si capisce come mai ci sia voluto tanto tempo a capire che si trattava di una strategia precisa, che collegava tutti questi attentati e che la matrice era una sola.

A Milano le indagini si rivolgono subito verso l’ambiente degli anarchici. Quale sia il motivo di questa scelta è davvero un mistero nel mistero. A meno che non vogliamo pensare che il ragionamento sia stato: bomba=anarchici. Ma è troppo stupido davvero e preferisco scartarlo. Piuttosto gli anarchici sono gente senza partito, senza potere, sono cani sciolti: i candidati perfetti per diventare “mostri” da dare in pasto all’opinione pubblica. Comunque sia, vengono convocati in questura due anarchici : Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli. Due persone qualsiasi, che hanno anche degli alibi per il momento dell’attentato: Pinelli gioca a carte nel suo solito bar dei Navigli e Valpreda, già indagato per un volantino contro Paolo VI, è a letto con l’influenza, a casa della zia Rachele Torri… Ma un tassista, un certo Cornelio Rolandi, che morirà il 16 luglio del 1971 di infarto polmonare (…circostanza curiosa: anche i testimoni dell’assassinio di Kennedy subirono la stessa sorte…), sostiene di averlo portato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, quel pomeriggio del 12.

Racconterà:«Venerdì pomeriggio ho preso su un cliente mi ha detto di portarlo all’angolo di via S. Tecla. Aveva una grossa borsa. E’ sceso dicendo di aspettarlo, l’ho visto dirigersi verso il palazzo della Banca della Agricoltura… è tornato dopo qualche attimo a mani vuote. “Vada via, vada avanti…” mi ha detto. Si è fatto lasciare a duecento metri in via Albricci… subito dopo c’è stata l’esplosione…».

Come si potesse credere a una cosa del genere è davvero inconcepibile: qual è quell’attentatore, per quanto decerebrato, che si fa portare in taxi sul luogo in cui deve compiere un attentato? E tuttavia Valpreda resterà in carcere fino al 1972, ingiustamente trattenuto, tanto che daranno il suo nome ad una legge sulla carcerazione preventiva. Povero Valpreda. E povero Pinelli. Trattenuto senza uno straccio di prove, senza nemmeno una accusa precisa, torchiato senza tregua per tre giorni e poi “volato” dalla finestra del quarto piano della Questura, nella notte fra il 15 e il 16 dicembre. Dopo il volo e la morte dell’anarchico, i questurini si affannano a spiegare il fatto, ma le versioni non sono univoche ( ma come mai non si sono accordati su una versione comune? Forse perché, come dice un saggio detto popolare, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi?): si parla di un malore che  avrebbe colto il Pinelli mentre era affacciato ( a dicembre??? A Milano???); poi si dice invece che gli agenti presenti nella stanza (4 o 5, non si sa, ma si dice con certezza che Calabresi, il commissario, al momento non ci sia… ma guarda un po’…) hanno cercato con tutte le forze di fermarlo mentre lui cercava di buttarsi. Anzi, addirittura a uno è rimasta una sua scarpa in mano… peccato che quando raccolgono il corpo, lì sul selciato, le scarpe le abbia entrambe…Si parla di una disgrazia, ma allora perché quegli agenti verranno poi indagati per omicidio colposo? Intanto i giornali italiani vagolano fra le ipotesi più incredibili, ma non quelli stranieri. Ho ancora impressa indelebilmente nella memoria la prima pagina del quotidiano francese “Le Monde” che titolava in caratteri cubitali  “Pinelli a été suicidé” (Pinelli è stato sucidato). Certo, era quello che pensavamo anche noi tutti, ma vederlo scritto su un giornale fu davvero sconvolgente. Ci diede la misura della menzogna di cui era complice anche la nostra informazione. Allora le vittime della strage di piazza Fontana forse sono più delle 17 ufficiali: sono almeno 18. E infatti in una aiuola di piazza Fontana una targa ricorda quel povero ferroviere, colpevole solo di essere anarchico. Ma la morte di Pinelli non sarà digerita tanto facilmente. Subito circola nella sinistra giovanile una canzone che, sulla musica della vecchia ballata anarchica contro il “feroce monarchico” Bava Beccaris, cominciava così:

Quella notte a Milano era caldo

Ma che caldo che caldo faceva,

“brigadiere apra un po’ la finestra”

una spinta e Pinelli va giù….

La si canta nei cortei, davanti alle Questure di mezza Italia, con rabbia e con dolore. Ci sarà chi non si fermerà alla rabbia e al dolore e “ vendicherà” Pinelli, uccidendo il commissario Calabresi. Un altro caso intricato e confuso anche questo, di cui paga le conseguenze Adriano Sofri, che si è sempre dichiarato innocente dell’omicidio, ma colpevole del linciaggio morale. Ma se è per questo non c’è nessuno della nostra età che non lo sia: tutti abbiamo odiato Calabresi, ma non per questo siamo assassini.… mi chiedo cosa pensi in questo momento: lui chiuso in carcere e gli stragisti di piazza Fontana ancora liberi e sconosciuti…la sinistra punita per le parole e la destra assolta per i fatti…

Ma “torniamo a bomba”, è il caso di dire….

Mentre si indaga sui poveri anarchici, si scopre che le valigette che hanno contenuto l’esplosivo sono state acquistate a Padova e che il timer dell’ordigno proviene da Treviso. E’ una pista che porterà agli ambienti eversivi di destra. I primi ad essere accusati di essere coinvolti nell’attentato sono Franco Freda e Giovanni Ventura. Sono amici e fanno parte dell’organizzazione Ordine Nuovo, fondata da Pino Rauti. Poi spunta fuori un altro indiziato: Guido Giannettini, un agente del SID, che nel 1962 ad Annapolis, nel Maryland, ha tenuto un seminario per gli allievi della Scuola della Marina Militare degli USA, dal titolo “Tecniche e possibilità di un colpo di stato in Europa”.

Ma come caspita sono arrivati a questi nomi? E’ stato grazie ad un certo Guido Lorenzon, professore di Treviso, che va a raccontare  al giudice Calogero le confidenze che gli ha fatto Ventura, circa gli attentati dinamitardi accaduti nel periodo. Anzi, già dal 15 dicembre di quel 1969 il Lorenzon è andato dall’avvocato Steccarella, a Vittorio Veneto, dove ha steso un memoriale che poi verrà consegnato alla magistratura. E allora perché, se già si sa che è la destra fascista che sta dietro questi attentati, si lascia il povero Valpreda in galera ancora per tanti anni? Ma che domande ingenue che mi faccio, a volte… Valpreda è ancora in galera nel 1971, quando si scopre un arsenale NATO in casa di un affiliato di Ordine Nuovo. “Tra le armi ritrovate sono presenti delle casse dello stesso tipo di quelle utilizzate per contenere gli ordigni deposti in Piazza Fontana. Quell’arsenale era stato nascosto da Giovanni Ventura dopo gli attentati del 12 dicembre ’69”. www.archivio900.it/cronologia/piazzaFontana.htm – 38k

Ma qual era l’obiettivo della strage? Forse capire questo può essere utile a capire i mandanti, se non gli esecutori. Ma nessuno dei processi arriva a dare una risposta, anche se è chiaro che si vuole arginare la crescente popolarità della sinistra Ipotesi che  invento io? No. Lo scrive Aldo Moro, nel suo “Memoriale” :  ” Io però, personalmente ed intuitivamente, non ebbi mai dubbi e continuai a ritenere (e manifestare) almeno come solida ipotesi che questi ed altri fatti che si andavano sgranando fossero di chiara matrice di destra ed avessero l’obiettivo di scatenare un’offensiva di terrore indiscriminato (tale proprio la caratteristica della reazione di destra), allo scopo di bloccare certi sviluppi politici che si erano fatti evidenti a partire dall’autunno caldo e di ricondurre le cose, attraverso il morso della paura, ad una gestione moderata del potere.”  E ancora, in un altro passo “ La c.d. strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 ed il cosiddetto autunno caldo. Si può presumere che Paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati a un certo indirizzo vi fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro servizi d’informazioni. Su significative presenze della Grecia e della Spagna fascista non può esservi dubbio e lo stesso servizio italiano per avvenimenti venuti poi largamente in luce e per altri precedenti (presenza accertata in casa Sid di molteplici deputati missini, inchiesta di Padova, persecuzioni contro la consorte dell’[ambasciatore] Ducci, falsamente accusata di essere spia polacca) può essere considerato uno di quegli apparati italiani sui quali grava maggiormente il sospetto di complicità, del resto accennato in una sentenza incidentale del Processo di Catanzaro ed in via di accertamento, finalmente serio, a Catanzaro stessa ed a Milano.

Fautori ne erano in generale coloro che nella nostra storia si trovano periodicamente, e cioè ad ogni buona occasione che si presenti, dalla parte di [chi] respinge le novità scomode e vorrebbe tornare all’antico. Tra essi erano anche elettori e simpatizzanti della D.C., che, del resto, non erano nemmeno riusciti a pagare il prezzo non eccessivo della nazionalizzazione elettrica, senza far registrare alla D.C. una rilevante perdita di voti. E così ora, non soli, ma certo con altri, lamentavano l’insostenibilità economica dell’autunno caldo, la necessità di arretrare nella via delle riforme e magari di dare un giro di vite anche sul terreno politico.

Parole gravi, parole pesanti. Accuse precise. A volte anche personali, sia pure nella forma curiale e cauta, tipica di Aldo Moro: “Si tratta di vedere in quale misura nostri uomini politici possano averne avuto parte e con quale grado di conoscenza e d’iniziativa. Ma, guardando al tipo di personale di cui si tratta, Fanfani è da moltissimi anni lontano da responsabilità governative ed è stato, pur con qualche estrosità, sempre lineare. Forlani è stato sul terreno politico e non amministrativo. Rumor, destinatario egli stesso dell’attentato Bertoli, è uomo intelligente, ma incostante e di scarsa attitudine realizzativa; Colombo è egli pure con poco mordente e poi con convinzioni democratiche solide. Andreotti è stato al potere, ha origini piuttosto a destra (corrente Primavera), si è, a suo tempo, abbracciato e conciliato con Graziani, ha presieduto con indifferenza il governo con i liberali prima di quello coi comunisti. Ora poi tiene la linea dura nei rapporti con le Brigate Rosse, con il proposito di sacrificare senza scrupolo quegli che è stato il patrono ed il realizzatore degli attuali accordi di governo”.  E ancora “… Dell’On. Andreotti si può dire che diresse più a lungo di chiunque altro i servizi segreti, sia dalla Difesa, sia, poi, dalla Presidenza del Consiglio con i liberali. Si muoveva molto agevolmente nei rapporti con i colleghi della Cia (oltre che sul terreno diplomatico), tanto che poté essere informato di rapporti confidenziali fatti dagli organi italiani a quelli americani.” E per finire “… se vi furono settori del Partito immuni da ogni accusa (es. On. Salvi) vi furono però settori, ambienti, organi che non si collocarono di fronte a questo fenomeno con la necessaria limpidezza e fermezza.”

http://www.apolis.com/moro/moro/memoriale/3.htm

Dal 23 febbraio del 1972, dalla prima udienza del primo processo, alla sentenza del 3 maggio 2005, si sono alternate ipotesi, dubbi, intrighi, piste insabbiate, personaggi inquietanti, fughe di indiziati e una quantità infinita di processi, di appelli, di cambi di accuse, di assoluzioni che diventano condanne e di condanne che si tramutano magicamente in assoluzioni: 36 anni di questo circo equestre. E sullo sfondo tutti quei poveri morti. Tutte quelle persone ammazzate senza un vero perché, colpevoli solo di essere nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Tutte quelle vite spezzate, con i loro sogni, le speranze, gli affetti… E adesso quei familiari che li aspettavano a casa, che hanno dovuto riconoscere invece i loro corpi straziati, quei familiari che li hanno pianti per anni, sono stati anche condannati a pagare le spese processuali. Dovranno pagare l’incapacità di questo paese di rendere giustizia ai suoi morti. E dovranno farlo senza mai sapere chi ha ucciso i loro cari. E a niente varrà che non le paghino loro direttamente: il sindaco di Milano e il presidente del consiglio si sono candidati al premio “le istituzioni più generose”, offrendosi di pagare le spese; gruppi come Libertà e giustizia e  Girotondi e movimenti stanno organizzando c/c su cui i cittadini possano versare il loro solidale contributo. Ma chissà perché io credo che a loro tutto questo non interessi: non erano soldi che volevano, ma verità e giustizia. Credo che ciascuno di noi oggi abbia mille ragioni in più per sentirsi profondamente indignato e “nauseato”.

Cronologia

Antefatto

  •         12 dicembre 1969: alle 16,30 un ordigno esplode all’ interno della Banca Nazionale dell’ Agricoltura in piazza Fontana a Milano provocando 17 morti e 84 feriti. Quasi contemporaneamente altre tre bombe scoppiano a Roma (Altare della Patria, Museo del Risorgimento e Banca Nazionale del Lavoro) e a Milano e’ sventato un attentato alla Banca Commerciale in piazza della Scala.
  •         15 dicembre 1969: a Milano l’ anarchico Giuseppe Pinelli precipita da una finestra della Questura mentre viene interrogato. Lo stesso giorno e’ arrestato Pietro Valpreda.

I processi

 Il 23 febbraio 1972 si apre il primo dibattimento sulla Strage di Piazza Fontana avanti alla Corte di Assise di Roma

 Il 6 marzo 1972 la Corte d’Assise di Roma dichiarava la propria incompetenza territoriale ed ordinava la trasmissione degli atti alla Corte d’Assise di Milano

 Il 30 agosto 1972 il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano avanzava formale richiesta di rimessione del procedimento ad altra sede giudiziaria per motivi di ordine pubblico e legittimo sospetto ai sensi dell’art. 55 c.p.p.

 13 ottobre 1972 la Corte di Cassazione  accoglieva l’istanza, gli atti del procedimento venivano quindi trasmessi da Milano a Catanzaro (vengono unificati i due tronconi di Milano, ove si indagava sulla pista nera, e di Roma ove invece si indagava sulla pista anarchica)

18 gennaio 1977: inizia il processo di Catanzaro

23 febbraio 1979: Freda, Ventura e Guido Giannettini sono condannati all’ergastolo. Valpreda e Merlino a 4 anni e mezzo per associazione sovversiva; a due anni La Bruna e Maletti, ritenuti agenti dei servizi, per il favoreggiamento nei confronti di Giannettini (Sid)

20 marzo 1981: si conclude a Catanzaro il processo di secondo grado. La Corte assolve per insufficienza di prove Freda e Ventura per la Strage di Piazza Fontana. Conferma la condanna per Valpreda e Merlino per associazione sovversiva. Ridotte le pene per Maletti e La Bruna

14 ottobre 1981: la Procura di Catanzaro riapre l’inchiesta sulla Strage

10 giugno 1982: la Cassazione annulla la sentenza d’Appello di Catanzaro e rinvia il processo a Bari

1 agosto 1985: la Corte d’Assise d’Appello di Bari conferma l’assoluzione per Freda, Ventura, Giannettini, Valpreda e Merlino

27 gennaio 1987: la Cassazione conferma la sentenza emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Bari

27 marzo 1987: rinvio a giudizio per Stefano Delle Chiaie e Massimiliano Fachini (a seguito di istruttoria iniziata nel 1981)

  •         26 ottobre 1987: inizia a Catanzaro un altro processo per la Strage di piazza Fontana. Imputati Delle Chiaie e Fachini
  •         20 febbraio 1989: Delle Chiaie e Fachini vengono assolti dalla Corte di Assise di Catanzaro per non avere commesso il fatto
  •         5 luglio 1991: viene confermata la sentenza
  •         16 febbraio 2000: inizia a Milano in seconda sezione della Corte d’ Assise l’ultimo processo per la Strage di Piazza Fontana, con l’accusa di favoreggiamento nei confronti di Zorzi. ma la prima udienza dura solo 20 minuti per lo sciopero degli avvocati.
  •         24 febbraio 2000. Davanti ai giudici della seconda Corte d’assise di Milano inizia il processo.
  •         30 giugno 2001. I giudici della seconda Corte d’assise accolgono le conclusioni dell’accusa e condannano Zorzi, Maggi e Rognoni all’ergastolo. Tre anni a Tringali, prescritto Digilio.
  •         1 luglio 2001: la Corte di Assise di Milano condanna all’ ergastolo Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Prescrizione per Carlo Digilio, esperto d’armi e collaboratore della Cia: ha collaborato e la corte gli ha riconosciuto le attenuanti generiche.
  •         19 gennaio 2002. Depositate le motivazioni. I pentiti Digilio e Siciliano sono credibili.
  •         6 luglio 2002. Muore Pietro Valpreda, 69 anni, il ballerino anarchico che fu il primo accusato per la strage.
  •         16 ottobre 2003. A Milano comincia il processo presso la Corte d’assise d’appello.
  •         22 gennaio 2004. Al termine della requisitoria, il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale chiede la conferma della sentenza di primo grado e invita la Corte a trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica per accertare eventuali reati di falsa testimonianza in alcune deposizioni di testi a difesa.
  •         12 marzo 2004. La Corte d’assise d’appello di Milano assolve Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, i tre imputati principali della strage, per non aver commesso il fatto. Riducono invece da tre a un anno di reclusione la pena per Stefano Tringali, accusato di favoreggiamento.
  •         21 aprile 2005. Approda di nuovo in Cassazione la vicenda giudiziaria. La Suprema Corte deve esaminare il ricorso presentato dalla Procura generale milanese contro l’assoluzione disposta dalla Corte d’assise d’appello.

3 maggio 2005. La Cassazione chiude definitivamente la vicenda giudiziaria confermando le assoluzioni di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni.

articolo originale di www.democrazialegalita.it Se lo volete utilizzare, citate con evidenza la fonte e l’autore o meglio linkate direttamente questa pagina o la home del nostro periodico on line

per approfondimenti:

http://www.informagiovani.it/Terrorismo/piazzafontana/default.htm

www.archivio900.it/cronologia/piazzaFontana.htm

http://www.clarence.com/contents/societa/speciali/010702piazzafontana/storia.html

http://www.repubblica.it/online/fatti/fontana/fontana/fontana.html

http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/politica/piazzafontana1/assoluconfe/assoluconfe.html

http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/piazza.html

http://www.cronologia.it/storia/a1969f.htm

A rivista anarchica N 274 estate 2001 Cinque anarchici del sud

1 dicembre 2009

A rivista anarchica N 274 estate 2001

Cinque anarchici del sud

Massimo Ortalli

Cuzzola Fabio, Cinque anarchici del sud. Una storia negata, Edizioni Città del Sole, p. 128, L. 12.000

Capita, a volte, che proprio dall’esterno dell’ambiente anarchico ci giungano inaspettate testimonianze di come la storia del nostro movimento si sia intersecata, indissolubilmente, con quella di un paese tormentato e difficile come l’Italia. Oggi è un giovane giornalista reggino, Fabio Cuzzola, obiettore di coscienza, attivo esponente dello scoutismo cattolico che è riuscito a ricostruire con una dedizione commossa una delle vicende più tragiche e misconosciute della storia recente dell’anarchismo (Fabio Cuzzola, Cinque anarchici del sud. Una storia negata, 2001, Città del Sole Edizioni, pagg. 126, 12.000 lire, Via Ravagnese Superiore 60, 89067 Ravagnese, meserv@libero.it).

Proponendosi di far riemergere una cronaca altrimenti destinata ad essere dimenticata, l’autore ha anche voluto raccontare i momenti della breve vita e della drammatica morte di cinque compagni, dei cinque anarchici che nei “lontanissimi” anni settanta furono fra le vittime di una ragion di stato criminale, che contrastava con stragi efferate e micidiali attentati il procedere di una stagione di lotte, e di sogni, ormai irripetibile. Grazie al suo paziente lavoro di ricerca di documenti ignorati o sepolti, Cuzzola è riuscito a rendere drammaticamente decifrabile una vicenda dai contorni enigmatici, e al tempo stesso a restituire la specificità di vite vissute che furono, nella loro dimensione collettiva, il tratto di un’intera generazione di ribelli.

La sera del 26 settembre 1970 cinque giovani anarchici, Gianni Aricò, Angelo Casile e Franco Scordo di Reggio Calabria, Luigi Lo Celso di Cosenza ed Annalise Borth, la giovanissima moglie tedesca di Aricò, trovano la morte in un drammatico incidente nel tratto autostradale fra Ferentino ed Anagni, alle porte di Roma. Come risulterà dalle indagini della polizia, l’incidente è causato dall’improvvisa manovra di un camion che taglia la strada alla Mini Minor dei compagni in corsia di sorpasso, manovra che nella sua dinamica non riesce a trovare alcuna logica spiegazione. Nonostante le evidenti stranezze e incongruenze subito rilevate dalla Stradale e la drammaticità di un incidente che vede morire sul colpo ben quattro persone (“Muki” Borth morirà in un ospedale romano dopo venti giorni di coma profondo), le indagini vengono prontamente insabbiate per poi essere archiviate nella comoda casella della tragica fatalità. Il camion è guidato da due dipendenti del principe nero Junio Valerio Borghese, il fascista al centro di tutte le trame nere di quegli anni.

Qualche mese prima, il 22 luglio dello stesso anno, nei pressi della stazione di Gioia Tauro, la Freccia del Sud deraglia causando sei morti e più di un centinaio di feriti. Anche in questo caso le indagini arrivano a una rapida conclusione: il disastro è avvenuto a causa della colposa negligenza dei macchinisti del treno. È da poco più di una settimana che nella vicina Reggio Calabria è scoppiata la rivolta, ampiamente strumentalizzata dai settori più reazionari della società, che rivendica il ruolo di Reggio come capoluogo. Saranno mesi contrassegnati da continue violenze di piazza, che vedono tutte le componenti del neofascismo italiano impegnate a soffiare sul fuoco di questa improvvisa jacquerie, dove le giuste istanze di un proletariato meridionale sempre più emarginato si saldano con le finalità eversive di ampi settori dello stato.

È all’interno di questi due drammi che si svolge la storia dei nostri compagni. Infatti Aricò, Casile e Scordo, assidui militanti del gruppo anarchico reggino, subito dopo il deragliamento si attivano in un’attività di controinformazione – come si usava definire allora il lavoro di indagine sulle verità nascoste dal potere – che li porta ben presto a raccogliere prove consistenti sulla diretta responsabilità nell’incidente del neofascismo locale. Che quindi non è più un incidente, ma uno dei numerosi attentati di marca stragista che stanno insanguinando l’intero paese. Ed è per portare queste prove, che non verranno mai più ritrovate, che partono per Roma, dove hanno appuntamento con i compagni di “Umanità Nova” e con l’avvocato De Giovanni. Un appuntamento al quale non riusciranno mai ad arrivare.

Sono anni eccezionali quelli, e formidabili, come li ha definiti, non credo a torto, uno dei più celebrati protagonisti dell’epoca. Sono anni tremendi e meravigliosi, anni nei quali un movimento di massa torna a dare l’assalto al cielo portando dentro di sé i possibili germi della liberazione collettiva, anni nei quali lo scontro sociale assume sempre più i caratteri di una vera e propria guerra di classe. Ma sono anche gli anni delle stragi e delle trame di stato, gli anni in cui il potere, inferocito e incarognito dall’attacco di un movimento di massa che nelle fabbriche, nelle campagne e nelle scuole ne mette in discussione i postulati, reagisce con gli strumenti del terrore e dell’omicidio pur di salvaguardare la propria esistenza. Sordide trame di stato manovrate dai servizi segreti, generali vigliacchi e felloni affiancati da una massa di manovra fascista che è riduttivo definire come semplice manovalanza: questi sono gli strumenti con i quali un potere assediato cerca di contrastare la gioiosa vitalità di un’intera generazione.

Ed è di quegli anni, di quei sogni e di quelle lotte, non solo della tragica morte dei cinque giovani, che ci parla questo libro. Per chi ha vissuto quel periodo è chiaro come l’autore allora non fosse ancora nato e come tutte le fonti a cui ha attinto siano documenti d’archivio o testimonianze e racconti indiretti. Eppure il suo bisogno di comprendere, per ricostruirlo, l’ambiente nel quale si muovevano i nostri protagonisti, è riuscito a concretizzarsi in un affresco di rara sensibilità. Pur nelle inesattezze che qua e là affiorano, soprattutto quando vengono affrontate alcune specificità del movimento anarchico – ininfluenti del resto rispetto al quadro complessivo con cui viene descritta la quotidianità di quegli anni – penso che il merito maggiore dell’opera di Cuzzola sia quello di essere riuscito a illustrare come, finanche l’attività di un gruppetto di giovanissimi anarchici di una città tutto sommato periferica, potesse interagire con i maggiori avvenimenti nazionali, inserendosi perfettamente all’interno di un insieme di fatti ed azioni che riguardavano il destino dell’intero paese. Del resto questa capacità di comunicazione, che oggi può sembrare impossibile, era allora patrimonio di un’intera generazione di giovani, anarchici, marxisti, capelloni, beatniks, contestatori, comunisti, operai massa, cinesi e quant’altro che, partendo dalle capitali del nord industriale per arrivare alle più piccole realtà dell’enorme provincia italiana, riscrivevano le regole di una società ingessata e paralizzata da trent’anni di dominio clericale e conservatore. Tutto il paese era un’immensa periferia che circondava il nord industriale e i centri del potere, un’immensa periferia che apportava, con la vivacità e la freschezza tipiche delle periferie, il proprio contributo essenziale nell’attacco al cielo partito dalle grandi metropoli.

Ma quelli sono anche gli anni del terrorismo nero, delle stragi di stato, dei servizi deviati e delle mene di un potere arroccato su posizioni di pura reazione. Un potere che, con la complicità di uno schieramento politico di cui i fascisti sono solo la punta, cerca a tutti i costi di bloccare gli assalti cui è sottoposto. E proprio Reggio Calabria, la città di Aricò, Casile e Scordo, diventa il principale laboratorio dell’eversione. È una rivolta popolare che scandisce con i suoi tempi e le sue vergogne l’intera estate del 1970 e che vede gli anarchici e gli extraparlamentari del luogo cercare di sottrarre alle sirene del fascismo la rabbia di una città tradita ed espropriata.

Le pagine di Cuzzola raccontano quanto fosse dura la vita quotidiana di questi compagni in un ambiente così inquinato, e come fosse coraggioso il loro modo di vivere, di provocare, di contestare le convenzioni e lottare in una città già difficile di suo e ora in preda ai furori di una rivolta egemonizzata dagli scherani di Ciccio Franco. Ma le loro conquiste personali, le loro rotture con l’ambiente, le loro scoperte, i viaggi, le amicizie profonde, la rimozione di un vissuto soffocante e conservatore, li avevano portati su una strada dalla quale era impensabile fare dietro-front. E che hanno percorso, per dirla con le belle parole della prefazione di Tonino Perna, con la determinazione “di chi, malgrado le minacce, le intimidazioni, è andato avanti, senza paura, perché credeva nel valore supremo del solo tribunale esistente: la propria coscienza. Di chi credeva che la coerenza non sia solo una virtù, ma la prova del fuoco della validità, concretezza e serietà di un ideale”.

Ho sentito da poco Placido La Torre di Messina, il compagno avvocato che tante volte si trovò ad assistere gratuitamente i giovani meridionali, anarchici ma non solo, che regolarmente cadevano sotto le grinfie della “legge”. Conobbe e frequentò a lungo i giovani reggini, e ancora oggi dopo tanti anni si commuove al ricordo di quelle giovani vite così prematuramente perse. Anche lui, con calore e affetto immutato mi ha ricordato il loro entusiasmo, la loro voglia di lottare contro tutte le ingiustizie, la loro determinazione nel far coincidere l’impegno politico con le convinzioni morali. Sono passati più di trent’anni da quella notte in autostrada, ma il loro ricordo – grazie soprattutto a questo libro – non sbiadirà più.

Angelo Casile Gianni Aricò Luigi Lo Celso Annelise Borth Francesco Scordo

P.S. Alcuni anni fa, nel 1993, nel corso di un processo in Calabria, un pentito di mafia ha raccontato che il deragliamento della Freccia del Sud non fu un incidente ma un attentato commesso da affiliati della ‘ndrangheta e commissionato dal “Comitato d’azione per il Capoluogo”. In seguito a queste dichiarazioni, suffragate da numerosi riscontri, oggi è in corso un processo a Reggio Calabria


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