Umanita Nova 22 gennaio 1972 Lo Stato italiano accusato di strage. Enrico Di Cola dalla Svezia sfida la magistratura a chiedere la sua estradizione

Umanita Nova 22 gennaio 1972

Lo Stato italiano accusato di strage.

Enrico Di Cola dalla Svezia sfida la magistratura a chiedere la sua estradizione

Umanità Nova 22 gennaio 1972

Il sottoscritto Enrico Di Cola espone quanto segue:

Il 12 dicembre 1969 a seguito degli attentati terroristici di chia­ro carattere fascista messi con­temporaneamente in atto a Milano e a Roma, durante i quali 16 persone perdevano la vita e 106 persone rimanevano ferite, venivo fermato nella mia qualità di militante anarchico dai cara­binieri della stazione di via Men­tana a Roma.

Nel corso dell’interrogatorio seguito al fermo, interrogatorio guidata tra gli altri dai marescialli Fabbri, Catello e Vasco, mi veniva chiesto di dichiarare che il gruppo anarchica romano «22 marzo» era il responsabile degli attentati. Si cercò fra l’altro di farmi dichiarare che ave­vo visto partire da Roma per Milano, l’anarchico Pietro Valpreda. Secondo i carabinieri che mi interrogavano, io avrei do­vuto affermare che nell’automo­bile di proprietà di Valpreda a­vevo visto una scatola di carto­ne, di quelle comunemente usa­te per contenere scarpe, ripiena dl esplosivo.

Al mio rifiuta di avallare tali falsi, venni sottoposto a pesanti minacce alternate ad allettanti promesse. Fra l’altro mi venne assicurato che se avessi dichiarato delle circostanze e dei fatti che permettessero di legare Valpreda alla strage di Milano, non avrei avuto alcuna preoccupazione economica per il resto della mia vita.

Mi si disse che avrebbero potuto uccidermi

Fra le tante minacce che mi vennero fatte, debbo precisare che  mi  si  disse  che  loro mi avrebbero potuto uccidere in qualsiasi istante senza che mai nessuno venisse a conoscere la verità  sui  motivi  che  avevano provocato la mia morte. Mi venne testualmente detto: «Noi possiamo ucciderti in questa stanza e contemporaneamente affermare che sei già stato rilasciato. Nessuno si sogna di mettere in dubbio la nostra parola. Il tuo cadavere verrà ritrovato in una strada e la tua morte verrà fatta risalire ad un incidente stradale».

In tale clima di minacce e di promesse, mi venne richiesto fra l’altro di firmare un verbale in bianco. I carabinieri, o chi per loro, avrebbero poi provveduto a debitamente riempirlo.

E’ importante precisare che nella notte dal 12 al 13 dicembre 1969 i carabinieri che mi interrogavano erano a conoscenza non solo della avvenuta partenza di Valpreda per Milano, ma bensì sapevano anche che tale partenza era avvenuta alla presenza dell’anarchico Emilio Borghese, particolare questo che poteva essere a conoscenza della polizia e dei carabinieri solamente nel caso che Valpreda fosse stato costantemente pedinato nei giorni che precedettero la strage di Milano. Infatti mentre Valpreda venne arrestato solamente il 15 dicembre ed interrogato per la prima volta il 15 dicembre sera, Emilio Borghese veniva fermato ed interrogato solamente il 16 dicembre (…).

I carabinieri e la polizia conoscevano quindi tutti i movimenti che Valpreda aveva effettuato prima, durante e dopo gli attentati terroristici del 12 dicembre 1969, ed appunto per tale motivo sapendo che Valpreda non aveva nulla a che fare con gli attentati, cercarono immediatamente di estorcere dalle persone che gli erano state vicine, delle dichiarazioni che potessero legarlo alla strage.

Non fui l’unico ad essere minacciato e ricattato

Dagli atti allegati alla sentenza istruttoria per la strage di Mi­lano risulta che un teste venne ricattato dalla polizia estorcen­dogli dichiarazioni contro Valpreda. Il ricatto venne portato a termine con l’aiuto di una si­garetta drogata.

Dagli atti allegati alla senten­za istruttoria per la strage di Milano risulta che il cittadino tedesco Udo Werner Lemke, te­ste che scagionava Valpreda, ven­ne prima rinchiuso in un carce­re, poi trasferito in un manico­mio criminale, ed attualmente di lui non si sa più nulla. Nessuno è in grado di dire se egli è an­cora in vita o se invece è già morto.

Dagli atti allegati alla senten­za istruttoria per la strage di Milano risulta che una teste è stata ricattata dalla polizia per costringerla a deporre contro Pietro Valpreda.

Io non fui quindi l’unico ad es­sere minacciato e ricattato dalla polizia italiana.

Venni rilasciato, evidentemente per un errore di calcolo dei ca­rabinieri, il 13 dicembre sera. Nessuno poteva sospettare allora che sarei riuscito, dopo due anni, a raggiungere la Svezia. Avevo allora diciotto anni e la mia parola, nel clima politica creatosi in Italia dopo la strage di Milano, non sarebbe stata pre­sa in considerazione da nes­suno.

Il 16 dicembre appresi che lo anarchico Giuseppe Pinelli era stato suicidato nella questura di Milano e che l’anarchico Pietro Valpreda era stato arrestato. Io mi rendevo immediatamente ir­reperibile, e poche ore dopo i ca­rabinieri mi venivano a cercare.

«Lei rischia di non rivedere più vivo suo figlio…»

Nei giorni seguenti il commis­sario di polizia Umberto Im­prota venuto a cercarmi a casa, dichiarava a mia madre: «Signora, è meglio che lei ci dica dove suo figlio è nascosto, al­trimenti lei sa come queste cose vanno a finire. Noi organizzia­mo una battuta per rintracciar­lo, i poliziotti sono stanchi pos­sono sparare facilmente o possono picchiare un po’ troppo forte, e lei rischia di non rive­dere più suo figlio vivo».

Nel settembre del 1970 un’al­tra accusa veniva elevata a mio carico. Durante il 1969 mi ero procurato una pubblicazione regolarmente edita a cura della federazione giovanile di Livorno del PCI e regolarmente firmata dall’autore. In tale pubblicazio­ne erano elencate alcuni basi NATO stazionate in Italia. Era stata mia cura ricopiare in un quaderno tale elenco sequestrato dalla polizia durante una perqui­sizione a casa mia.

La polizia e la magistratura provvedevano ad aumentare i capi di accusa contro di me. Venivo infatti accusato di procacciamento di notizie delle quali è vietata la divulgazione.

E’ altamente istruttivo il modo con il quale la magistratura riuscì a montare tale accusa. Il magistrato che condusse l’inchiesta sulla strage di Milano avanza infatti l’umoristica ipotesi che l’opuscolo edito dalla federazione giovanile di Livorno del PCI sia stato scritto sulla base dei dati da me procacciati. Cioè un anarchico di diciassette anni sarebbe stato in grado di influenzare parte della politica editoriale del PCI. Va precisato che l’autore di tale opuscolo non è mai stato interrogato dal magistrato inquirente.

Bisogna ricordarsi infatti che subito dopo lo scoppio delle bombe di Milano e di Roma, mi ero rifiutato di deporre falso contro Valpreda. Inoltre, nessun indizio o prova esisteva contro di me. La polizia e la magistratura quindi sì trovarono costrette ad incolparmi di diversi possibili reati per avere la certezza di riuscire a farmi condannare, magari per un reato marginale. Tale condanna sarebbe poi stata interpretata dai mezzi di informazione, e quindi dall’opinione pubblica, come una indiretta dimostrazione della mia partecipazione agli attentati dinamitardi.

Seguito ad accumulare reati

Inoltre l’esistenza di una seconda denuncia aggravava la prima denuncia presentata ufficialmente contro di me il 5 febbraio 1970, tanto è vero che dal momento nel quale l’istruttoria per la strage di Milano veniva depositata, cioè dal marzo 1971, nessun giudice era più in grado di concedermi la libertà provvisoria, di revocare cioè il mandato di cattura spiccato contro di me il 5 gennaio, appunto perché al primo reato si era aggiunta l’aggravante del secondo reato del quale ero stato incolpato a partire dal settembre dello  stesso  anno.

L’8 ottobre del 1970 avrei dovuto rispondere alla prima chiamata di obbligo per il servizio militare di leva.

Indipendentemente dalle mie idee politiche, indipendentemente quindi dalle mie valutazioni sul servizio militare, se avessi ottemperato a tale chiamata, sarei stato  immediatamente  trasferito in carcere per i reati a me addebitati.

Non presentandomi alla chiamata sarebbe stata elevata contro di  me una terza accusa, quella di renitenza al servizio militare. Nel  giro di due anni senza che io nulla avessi commesso, la magistratura italiana è così riuscita ad accusarmi di tre precisi e distinti reati (..)

Ma…non vengo arrestato

Durante il periodo nel quale mi mantenni latitante in Italia, venni a più riprese avvicinato da elementi fascisti e della polizia.  In breve  risultò  evidente che la polizia italiana era a perfetta conoscenza dei miei occasionali nascondigli. Malgrado questo (…) nessuno tentò di arrestarmi. A tale modo di agire, si poteva trovare una sola spiegazione: la polizia cercava di mettere in atto contro di me una provocazione, cercava cioè di aggiungere un quarto reato, «possibilmente reale», ai tre reati  inesistenti  dei  quali ero già stato accusato. Resomi conto di quanto si andava preparando, decisi di lasciare clandestinamente l’Italia.

I particolari della fuga dall’Italia

Dagli atti della polizia svede­se della stazione di Lidingo in data 20 dicembre 1971, protocollo 274-A-2182-71, risulta che io sono entrato in Svezia l’8 no­vembre 1971 servendomi di un passaporto falso.

Tengo a precisare che non avevo a disposizione altro mez­zo per riuscire a scappare dall’Italia, ma pongo l’attenzione delle così dette competenti autorità italiane sulla circostanza che compiendo ciò che ho fatto, mi sono reso responsabile di almeno due precisi reati:

1) espatrio clandestino

2) procacciamento di docu­mento falso

Un terzo reato può eventual­mente essermi addebitato: falsi­ficazione in proprio di un documento ufficiale dello stato, il passaporto. Credo di avere elencato in modo chiaro e pre­ciso tutti i reati dei quali in que­sto momento io dovrei risponde­re di fronte alla magistratura italiana.

Divulgherò la verità

A tali reati, altri reati vanno però aggiunti.

Non va infatti nè dimenticato nè sottovalutato che nella presente lettera io accuso sia i ca­rabinieri di Roma che i magi­strati italiani inquirenti sulla strage del 12 dicembre 1969, di avere volutamente falsificato le indagini e di avere quindi, per dei precisi motivi politici, arre­stato ed accusato un innocente.

Tale reato viene aggravato per ogni giorno di mia permanenza all’estero poiché io farò quanto è nelle mie possibilità affinché i falsi della polizia e della magistratura italiana vengano portati a conoscenza di tutti quei cittadini stranieri con i quali verrò occasionalmente a contatto. Quindi a tale reato deve potersi riconoscere l’aggravante di una precisa offesa ad un generico onore nazionale che tali magistrati  e  poliziotti  dovrebbero rappresentare.

Non va inoltre dimenticato che parlando della morte di Giuseppe Pinelli, non ho detto «Pinelli  si  è  suicidato»,  ma  « Pinelli è stato suicidato», il che equivale ad affermare che Pinelli è stato assassinato.  Di tale assassinio accuso quei poliziotti italiani, e tale mia affermazione comporta automaticamente un reato in quanto i poliziotti italiani, secondo quanto specifica il codice fascista italiano, non sono degli assassini (…).

L’ambasciata italiana ha il dovere di denunciarmi

Faccio  quindi presente all’ambasciata d’Italia, in Svezia, che è suo dovere, per tutelare la facciata di rispettabilità delle istituzioni italiane presso la opinione pubblica  svedese, ed inoltre per suo preciso obbligo amministrativo, burocratico e persino giuridico, obblighi tutti sanciti da uno stipendio, comunicare immediatamente alle così dette competenti autorità italiane quanto segue:

1) che Enrico Di  Cola contro il quale è stato emesso il 5 gennaio 1970 un mandato di cattura per associazione a delinquere avendo preso parte alla organizzazione che secondo la magistratura italiana ha portato a termine gli attentati dinamitardi di Milano e di Roma del 12 dicembre 1969, si trova attualmente in Svezia.

2) che il nominato Enrico Di Cola è uscito dall’Italia clandestinamente

3) che dagli atti della polizia svedese risulta che Enrico Di Cola, per uscire dall’Italia, si è servito di un passaporto falso.

4) che è presumibile, o quanto meno pensabile, che tale documento sia stato falsificato dallo stesso Enrico Di Cola

5) che giunto in Svezia, Enrico Di Cola ha chiesto al  governo svedese il diritto a godere dell’asilo politico

6) che chiedendo l’asilo politico, il su nominato Enrico Di Cola implicitamente afferma che in Italia la libertà è una barzelletta, e l’amministrazione della giustizia una tragica pagliacciata

7) che giunto in Svezia, Enrico Di Cola ha accusato un corpo di polizia italiana, i carabinieri, di aver tentato di estorcergli false confessioni facendo ricorso a minacce fisiche e morali

8) che giunto in Svezia il su citato Enrico Di Cola ha dichiarato che un commissario della polizia italiana si è vantato che i poliziotti italiani possono avere il grilletto facile

9) che giunto in Svezia, Enrico Di Cola ha dichiarato che la polizia italiana era a conoscenza con notevole anticipo, dell’indirizzo che sarebbe stato dato alle indagini  per  la  ricerca  dei responsabili della strage di Milano.

10) che giunto in Svezia il menzionato Enrico Di Cola ha dichiarato che sia la polizia che la magistratura italiane debbono oggettivamente ritenersi complici di coloro che hanno attuato la strage di Milano.

11) che giunto in Svezia, Enrico Di Cola ha dichiarato che l’anarchico Giuseppe Pinelli non è caduto dalla finestra, ma è stato assassinato  dalla  polizia italiana.

La magistratura italiana avrebbe il dovere di chiedere la mia estradizione.

Le così dette competenti autorità italiane, debitamente avvertite dall’ambasciata d’Italia in Svezia, hanno a loro volta il dovere di comunicare alla magistratura italiana il rapporto ricevuto  dall’ambasciata d’Italia in Svezia.

A questo punto la magistratura italiana può scegliere tra due differenti modi di agire: attenersi ad un principio morale e giuridico affermato fra l’altro dal pubblico ministero nella inchiesta per la strage, principio che testualmente dice: «la magistratura  italiana non  è  ne’ schiava ne’ serva di nessuno», e  per  tanto  attenendosi  alla prassi giuridica internazionale, convalida i motivi che hanno deciso la mia incriminazione e richiede la mia estradizione. Per far questo però, deve presentare al competente tribunale svedese gli atti del processo istruttorio per la strage.

Come si sa, è prassi internazionale che il tribunale della nazione alla quale la estradizione viene richiesta esamini la fondatezza delle accuse in base alle quali la richiesta di estradizione si basa.

Purtroppo, una tale prassi non può venire seguita dalla magistratura italiana. Gli atti del processo istruttorio per la strage di Milano dimostrano in modo inequivocabile che tutta l’accusa contro gli attuali accusati si basa su falsi coscientemente costruiti.

Permettere ad un tribunale svedese di prendere atto dei falsi contenuti in tale  istruttoria, equivarrebbe mettere in condizioni il tribunale di un altro stato di emettere una sentenza giuridica,  politica  e  morale  sul comportamento di certi uomini che in Italia si fregiano del titolo di magistrati.

Permettere ad un tribunale straniero di prendere atto delle testimonianze di Cornelio Rolandi,  di  Paolo  Zanetov,  di  Carlo Melega, di Benito Bianchi, di Benito Nobili,  di  Bonaventura Provenza, di Luigi Calabresi, di Umberto Improta, di Antonino Allegra, vuol dire permettere ai tribunali di tutto il mondo libero di assolvere Valpreda in prima istanza, senza possibilità di appello per tutta la classe politica dirigente italiana, magistratura compresa.

L’autorità italiana non avrà il coraggio di agire contro di me

Quindi la magistratura Italiana, malgrado gli alti principii morali ai quali afferma di attenersi, non può chiedere la mia estradizione, e seguirà la seconda strada, l’unica possibilità che in realtà le si offre: ignorare che il ricercato Enrico Di Cola si trova in Svezia. Tale tattica si appoggia ad una prassi ormai collaudata.

Quando un ricercato chiede il diritto  di  asilo  politico, avanzando tale richiesta egli crea due precise situazioni:

a) la nazione che ha emesso il mandato di cattura evita di fare del chiasso sul ricercato per fare in modo che attorno alla sua figura non si crei un alone di notorietà che favorisca proprio ciò che non si desidera venga concesso: l’asilo politico.

Così agendo implicitamente invita la nazione alla quale la domanda di asilo è stata avanzata a seguire la stessa tattica, il silenzio, e nel silenzio permettere che la cosa venga messa a tacere. Dato che il diritto alla concessione a godere dell’asilo politico è una facoltà discrezionale riaffermante però l’assoluta indipendenza di giudizio di una nazione (il suo diritto politico ad esistere) meno interferenze vengono fatte, maggiormente tale diritto viene tacitamente riaffermato, e maggiori sono le probabilità che appunto per la mancanza di interferenze esterne lo asilo richiesto venga negato

Un precedente significativo

Proprio in Svezia, si è verificato il precedente dell’anarchico Sergio Ardau il quale nell’estate del 1970 aveva chiesto il diritto di asilo politico al governo svedese. Sei mesi dopo aver avanzato tale richiesta, gli anarchici italiani pretesero che Sergio Ardau ritornasse in Italia per deporre durante il processo che investigava sulle  cause  della morte di Giuseppe Pinelli.

Per screditare Sergio Ardau agli occhi del governo e del popolo svedese, la polizia e la magistratura italiane riuscirono a non accorgersi che Sergio Ardau si trattenne in Italia per il lungo periodo di sette giorni.

La tattica del silenzio era stata portata in tale caso alle sue estreme conseguenze, perche il magistrato che indagava sulla strage di Milano, alcuni mesi prima aveva fatto ricercare dalla  polizia,  proprio  l’anarchico Sergio Ardau;

b) la nazione che deve a sua volta concedere l’asilo, si trova quasi sempre nella tragica situazione di dover decidere senza avere  in  mano  gli  opportuni strumenti per poter valutare in pieno i fatti che hanno determinato la richiesta avanzata.

Nel caso in esame, per le istanze svedesi competenti, il ricercato Enrico Di Cola è un illustre sconosciuto.

Mi rendo conto per tanto, che poche speranze esistono teoricamente perché la richiesta da me avanzata venga accolta

Da un lato la magistratura italiana farà  il possibile per ignorare la mia presenza in Svezia, dall’altro lato il mio nome non dice nulla agli svedesi

Ma la mia richiesta di asilo non è mai stata la risultante di un caso strettamente personale. Io corro è vero il pericolo reale,  avallato  e  legalizzato da un mandato di cattura emesso dalla magistratura italiana di venire immediatamente incarcerato qualora venissi trasferito in Italia, ma malgrado questo il mio caso è soltanto la conseguenza di una situazione politica che opprime e colpisce non soltanto me, ma tutti indistintamente i cittadini italiani.

In Italia il fascismo è oggi una realtà

Nell’Italia attuale, il fascismo non è un possibile pericolo da paventare nel futuro. In Italia il fascismo è una realtà , oggi.

Lo dimostrano:

a) lo strapotere della polizia. Oltre duecentomila uomini in armi, pronti a soffocare, in qualsiasi  istante, con qualsiasi mezzo, uccidendo a colpi di mitra o scaraventando dalla finestra, ogni movimento di opinione. Operai, studenti, cattolici del dissenso, vengono giornalmente bastonati e privati del loro diritto costituzionale, politico ed umano non solo di dimostrare pacificamente  ma  persino di pensare liberamente;

b) l’esistenza, a ventisei anni dalla caduta dal fascismo di un codice di leggi creato dal fascismo, voluto dal  fascismo per permettere alla dittatura fascista di sovrapporsi al volere della popolazione. Contro l’abbattimento del codice di leggi fasciste, si sono ufficialmente dichiarati magistrati e persino la maggioranza del parlamento;

c) l’inesistenza di ogni legge o norma sociale che tuteli il lavoratore. Oltre dieci lavoratori muoiano giornalmente in Italia sui loro posti di lavoro, senza che nessuno si sia ancora azzardato a porre un fine a tali  assassini  legalizzati;

d) l’esistenza ufficiale e legalizzata di un partito fascista, il m.s.i.  che siede persino   in parlamento, partito con il cui appoggio, anche se non ufficialmente, è stato eletto l’ultimo presidente della repubblica italiana, l’uomo che dovrebbe rappresentare l’Italia nata dalla lotta antifascista;

e) la connivenza esistente a tutti i livelli, fra organizzazioni fasciste, magistrati poliziotti, e potere politico;

f) le dichiarazioni di alti ufficiali  dell’esercito, dichiarazioni con le quali si faceva sapere che se l’asse politico italiano dovesse spostarsi a sinistra, lo esercito si schiererebbe  a  destra.

La maggior parte di tali dati, sono documentati negli atti del processo istruttorio per la strage di Milano. E’ per tale motivo che io ho richiesto l’asilo politico in Svezia, per permettere cioè alla magistratura svedese e alla opinione pubblica svedese di documentarsi senza possibilità di errori sulla reale consistenza del fascismo italiano degli anni 70.

Il potere della magistratura

La magistratura italiana ha oggi il potere di far morire in carcere un innocente:  Pietro

Valpreda.

La magistratura italiana ha oggi il poter di rifiutarsi di ricercare i reali responsabili della strage di Milano.  La magistratura italiana ha oggi quindi anche il potere di ignorare la richiesta di asilo da me avanzata e di rifiutarsi quindi di richiedere la mia estradizione.

Ma la magistratura italiana ha il diritto di sapere che è mio dovere politico fare in modo che al di  fuori  dell’Italia  vengono conosciuti tutti i falsi, tutti i soprusi,  tutte  le violenze alle quali la magistratura e la polizia italiane hanno fatto ricorso per coprire i reali mandanti  della strage di Milano. Se la magistratura italiana non richiederà la mia estradizione, io personalmente, a mie spese, pubblicherò in Svezia gli atti del processo istruttorie per la strage di Milano.

Tengo a dichiarare che un gruppo di persone si è messo a disposizione per tradurre in svedese tutti gli atti di tale processo.

Stoccolma 10 gennaio 1972

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2 Risposte to “Umanita Nova 22 gennaio 1972 Lo Stato italiano accusato di strage. Enrico Di Cola dalla Svezia sfida la magistratura a chiedere la sua estradizione”

  1. Marco Pacifici Says:

    vedi sul forum della lettera di Enrico al Ponte della Ghisolfa i miei pensieri ciao.Marco.

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  2. indice generale « 12 dicembre 1969 – Strage di Stato Says:

    […] Umanita Nova 22 gennaio 1972 Lo Stato italiano accusato di strage. Enrico Di Cola dalla Svezia sfida… […]

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