Umanità Nova 27 novembre 1971 L’imputato Enrico Di Cola spiega i motivi della sua latitanza e accusa per la strage l’apparato statale

Umanità Nova 27 novembre 1971

L’imputato Enrico Di Cola spiega i motivi della sua latitanza e accusa per la strage l’apparato statale

Umanità Nova 27 novembre 1971

Umanità Nova 27 novembre 1971

Riceviamo dal compagno Enrico Di Cola, con la richiesta di renderla pubblica, la seguente lettera.

Il compagno Di Cola è coimputato con Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese nel processo per la strage di Stato.

Egli è tuttora latitante e ci fa sapere che non intende assolutamente mettersi a disposizione del meccanismo poliziesco e giudiziario che ha ucciso Pinelli e che tenta di strangolare la vita dei compagni in carcere.

Enrico Di Cola, come tutti i compagni imputati, è completamente estraneo ai criminali attentati del 12 dicembre 1969.

Nessun indizio contro di lui risulta agli atti del processo. Ciò non impedisce al sistema di perseguitarlo con un mandato di cattura che, se eseguito lo costringerebbe ad una detenzione preventiva a tempo indeterminato, aggravata ora dalla renitenza militare.

Fotocopia di questa sua lettera è stata da noi inviata ad agenzie di stampa ed a redazioni di diversi giornali.

Il Comitato Politico-Giuridico di difesa

Cari compagni,

chi siano i veri responsabili ed i complici della strage di Stato non è molto difficile capirlo: basta leggere i verbali dell’istruttoria per vedere che, ogni volta che si arriva a qualche fascista (Delle Chiaie, Sottosanti, Zanetov, Karanastassis, ecc.) l’esimio G.I. – come prima di lui la P.S. e il P.M. – volta pagina e dimentica tutto!

Il sistema ci vuole colpevoli e interpreta quindi a nostro carico tutti gli atti istruttori. I partiti di «sinistra» hanno immediatamente avallato la tesi della nostra colpevolezza, compiacendosi del fatto che, secondo loro, noi eravamo fascisti. Noi non siamo fascisti, siamo anarchici (anche se per i comunisti che ci massacrarono in Russia, Spagna, Cuba etc. è la stessa cosa). Però Merlino era fascista e Andrea era un poliziotto. Ma noi, lo ripeto, siamo anarchici, anche se all’epoca dei fatti molti di noi erano giovanissimi e certe nostre immaturità ed ingenuità hanno consentito di costruire su di noi la montatura della strage attraverso le informazioni fornite dalle spie di fascisti, servizi segreti e polizia che si erano infiltrate tra di noi.

Mi associo quindi ai compagni coimputati detenuti: Valpreda, Gargamelli, Emilio Borghese, nello scindere nettamente la futura impostazione del processo rispetto alla posizione che dovrà assumere il fascista-spia Merlino da quella nostra di anarchici. E mi associo con loro nel chiedere che venga istruito al più presto questo processo-farsa affinché i compagni tutti possano efficacemente smascherare la strage di Stato ed il suo effettivo scopo, affinché dopo due anni di galera degli innocenti, colpevoli solo di essere anarchici, possano ritornare a quella libertà vigilata che è la vita all’interno di un certo tipo di istituzioni chiaramente fasciste.

In questa situazione l’inerzia processuale e l’ambiguità politica di certi atteggiamenti devono essere denunciate come gravi colpe. Definire quella del giudice Cudillo «una sentenza onesta» significa non valutare tutta la criminalità che il potere ha esplicato proprio attraverso le sue strutture: governo, polizia, magistratura che hanno, ciascuna per la sua parte, non solo consentito ma favorito e coperto i mandanti e gli esecutori della strage del 12 dicembre.

Il processo quindi non potrà e non dovrà essere fatto dalla difesa solo per dimostrare la nostra innocenza ma anche e soprattutto per smascherare, dentro e fuori dell’aula, le evidenti responsabilità – e non solo politiche – dell’apparato attraverso i suoi strumenti: fascisti, agenti dei colonnelli greci, CIA, SID, polizia, magistratura e forze politiche con essi complici direttamente o per passività.

Per quanta mi riguarda. ritengo di dover spiegare le ragioni della mia latitanza.

Fui fermato la sera del 12 dicembre 1969 e interrogato dai carabinieri di via Mentana e precisamente dai marescialli FABRI QUIRINO, ULIANO CATELLO e VASCO VINCENZO i quali volevano a tutti i costi farmi dichiarare che Valpreda (e si badi bene che eravamo al 13 dicembre 1969) era partito per Milano con una bomba.

Al mio rifiuto «a collaborare» mi furono fatte delle precise minacce di morte. Fui rilasciato dopo uno snervante interrogatorio la sera del 13 dicembre.

Il 16 dicembre appresi che nella questura di Milano era stato ucciso il compagno Pinelli. Mi resi allora conto della concretezza delle minacce fattemi.

Più tardi fui incriminato anche per «procacciamento di notizie di cui è vietata la divulgazione» per aver copiato in un quaderno da un opuscolo in libera circolazione all’inizio del ’69, edito dal comitato anti NATO della Federazione Giovanile Comunista Italiana di Livorno, l’elenco di alcune notissime basi NATO in Italia.

Oggi a queste accuse si aggiunge anche la renitenza alla leva. In questa situazione se prima non volevo fare la fine di Pinelli adesso non voglio neanche fare quella di Valpreda!

Su di me sono state dette molte cose false. Fra queste, che avrei rilasciato un’intervista al giornalista Cesare Tocci del foglio fascista Il Giornale d’Italia. Smentisco decisamente di aver mai rilasciato interviste e di aver mai incontrato questo Tocci.

Concludo questa mia , con un appello ai compagni, detenuti e no, affinché facciano di questo processo un momento di lotta contro il fascismo e lo Stato, veri colpevoli della strage.

Ritengo che sia utile che pubblichiate questa lettera perché si conosca la mia posizione nei riguardi del processo, la mia solidarietà verso i compagni detenuti, ed i motivi della mia latitanza.

Saluti anarchici

ENRICO DI COLA

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