Ciao 2001 n.43 del 19 novembre 1969 – Intervista/Documento collettivo prodotto dal circolo 22 marzo

Ciao 2001 n 43 del 19 novembre 1969

Intervista al circolo 22 marzo

“Né dio, né stato, né servi, né padroni” questo il programma degli anarchici aderenti al gruppo “22 Marzo”. Sono giovani che di solito sfuggono l’obiettivo dei fotografi e che non si lasciano mai intervistare per non correre il rischio di essere male interpretati. A “Ciao 2001” sono venuti volentieri perché hanno capito che siamo un giornale indipendente, pronto ad ospitare qualsiasi idea, basta che venga dai giovani.

foto circolo 22 marzo (interno locale via Governo Vecchi 22)

foto membri del futuro circolo "22 marzo" (scattata nei locali del circolo "Bakunin", di via Baccina 35)

Continuando la serie di servizi sui gruppi giovanili del dissenso italiano, vi proponiamo questa settimana gli Anarchici aderenti al “22 Marzo”. Partendo dalle istanze di Proudon e Bakunin, confortate dalle esperienze delle odierne lotte, questi giovani propongono una rivoluzione sociale che determini nell’uomo la formazione di una coscienza individuale e collettiva regolata dalla più assoluta libertà. In queste ultime settimane degli anarchici si è parlato molto, sia per lo sciopero della fame attuato a Roma, davanti al Palazzo di Giustizia, sia per alcuni attentati che sono stati a loro attribuiti. Per questo motivo, nell’intento di fare un po’ di luce sull’argomento, abiamo radunato in redazione alcuni di loro.

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Roma, novembre

E’ vero che voi avete nei vostri magazzini armi ed esplosivo per portare a termine atti terroristici contro le istituzioni?

No. Il nostro gruppo non ha mai avuto né sedi né depositi. La nostra azione si è svolta e si svolge solo ed esclusivamente in piazza e tra il popolo.

Quali sono le vostre idee?

Noi vogliamo abolire la dominazione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, vogliamo che gli uomini, uniti da una solidarietà cosciente e voluta, cooperino tutti volontariamente al benessere comune; vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani il massimo benessere possibile, il massimo sviluppo morale e materiale; la massima felicità individuale e immaginativa.

Vogliamo per tutti pane, libertà, amore e scienza. Ci battiamo per una società veramente senza classi, che integri il lavoro manuale con quello intellettuale.

Per il raggiungimento di questi scopi, sentiamo l’esigenza di una rivoluzione sociale che miri alla formazione nell’uomo, d’una coscienza individuale e collettiva, cioè determini l’autogestione della società da parte del popolo, mediante il rovesciamento di ogni forma di potere e autorità. Né dio, né stato, né servi, né padroni. Per questo ci battiamo.

Quando è nato il gruppo 22 marzo?

Prima di costituirci in gruppo operavamo già individualmente come rivoluzionari militanti e come anarchici inseriti nei vari movimenti di contestazione giovanile. La nostra matrice ideologica si rifà all’anarchismo, da Proudon a Bakunin; è necessario però un aggiornamento per comprendere la società odierna e il nemico che bisogna combattere. Bisogna tenere presente le ultime lotte che hanno investito i paesi a capitalismo avanzato, per comprendere la realtà che ci circonda, e bisogna considerare i metodi che hanno contraddistinto queste lotte: metodi spesso, anzi sempre, spregiudicati, «sleali»; per tutti potrebbe essere valida la definizione di «azione esemplare», azione cioè che, anche partendo da un limitato gruppo di individui, riesce a coinvolgere il massimo numero di persone, e che, nello stesso momento in cui viene fatta, da se stessa è superata, perché indica a tutti quelli che vi hanno preso parte un altro obiettivo da colpire, un’altra azione esemplare da compiere che riesca a coinvolgere un numero sempre maggiore d’individui. In questo senso nasce e si sviluppa il «22 Marzo»; accettando la prassi degli «arrabbiati» di Nanterre.

Da dove derivate le vostre teorie?

La teoria nasce dall’azione e non viceversa; dalla dinamica quotidiana della lotta del popolo, che vive e si organizza da sé, giorno per giorno, nasce l’unica valida teoria rivoluzionaria, accettata da tutti perché elaborata da tutti.

E questa è una teoria che esclude il «teorico da tavolino», il dirigente con «la linea politica in tasca», il «sincero rivoluzionario» reso invincibile dal pensiero e dall’azione di altri; che esclude qualsiasi autorità, dottrina, dogma, che smaschera in continuazione tutte le tendenze borghesi, autoritarie e chiesastiche in chiunque (noi compresi).

Come agite?

Il nostro gruppo si è mosso come base e mai autodefinendosi «avanguardia rivoluzionaria» sia nelle fabbriche, stimolando la libera discussione tra gli operai (solo in questo modo possono sorgere strutture capaci di contrapporsi efficacemente  ai padroni), sia tra gli studenti, portando il discorso dei comitati di lotta, capaci di superare nelle loro azioni e discussioni la divisione tra studenti ed operai; sia nei comitati di quartiere sia nei comitati-inquilini per estendere la lotta, gestita dal popolo stesso, nell’ambito cittadino.

Tutto questo, tenendo presente la reale volontà d’autogestirsi delle masse, in una visione dinamica del socialismo libertario, volontà che ha avuto le sue valide esperienze storiche, boicottate o distrutte dalla reazione autoritaria di destra o di sedicente sinistra: dalla Comune di Parigi ai consigli operai del 1919-1920 in Italia, dai Soviet in Russia alla socializzazione della Catalogna nel 1936, dalla comune dei cittadini e dei marinai di Kronstad al movimento ucraino della macknovicina, alle libere comuni agricole dell’Andalusia, fino alla autogestione in Francia di alcune fabbriche e quartieri durante il periodo Maggio-Giugno 1968.

Qual è la vostra organizzazione?

Ogni gruppo deve avere la più ampia libertà d’azione e di pensiero in seno al movimento rivoluzionario, pur tenendo presente una comune tematica.

I gruppi di affinità, di intervento, di studio e di lavoro, si uniscono alla base tra di loro, per poi formare, in uno stadio più avanzato, le federazioni locali o provinciali ecc. Questo, beninteso, avviene per un semplice scambio di informazioni e con la massima «deburocratizzazione»  possibile. Per quanto riguarda la vera organizzazione rivoluzionaria, potremmo descrivere il modello e il funzionamento nei minimi dettagli solo nel momento in cui le masse l’avranno realizzata.  Purché non leda la libertà e il lavoro degli altri, il gruppo può svolgere la sua attività nella più completa autonomia.

Nessun ordine o direttiva può venire dall’alto mistificandosi dietro la volontà del popolo: niente strutture verticali; è solo la base e i singoli individui che sulle proprie esperienze, decidono il campo di intervento.

Nessuno subisce il volere ed il potere della maggioranza; le minoranze o i singoli gruppi possono esprimersi in piena autonomia e libertà scegliendosi la propria linea di condotta.

Solo così ogni individuo e gruppo esprime autenticamente se stesso in una dinamica che va dal tema economico al tema sessuale, senza paura da parte di sedicenti funzionari partitici che intendono sempre interpretare, parlare ed agire in nome degli altri.

Pensate che una società libertaria possa portare al conseguimento della felicità da parte dell’uomo?

In senso libertario, il concetto di felicità presuppone la fine dell’alienazione e dell’angoscia esistenziale, ciò che in termini di struttura socio-economica equivale alla fine del potere dell’uomo sull’uomo.

Non bisogna d’altra parte pensare che la felicità possa essere un’acquisizione di tipo meramente biologico e naturistico, poiché in tal caso non di felicità si tratterebbe, bensì di evasione nella sfera degli istinti e della natura semplicemente animale dell’uomo. In altri termini, un concetto moderno di felicità, non può eludere l’altro concetto, quello di coscienza, di coscienza della felicità. Si tratta cioè di rimanere, per modificarlo profondamente e strutturalmente, nell’ambito della civiltà e della cultura scientifica della specie umana.

La felicità è soprattutto la conquista dell’autonomia di tale coscienza: autonomia critica, etica, esistenziale. Eliminando gli ostacoli che si frappongono alla conquista dell’autocoscienza, l’individuo ritrova nel proprio simile, non più il despota o l’oggetto di sfruttamento, bensì un partner con cui istituire un’area di colloquio e di comunicazione umana, non più distorta e mistificata dalla persuasione occulta delle convenzioni e dei mass media, ma congeniale e libera per gli individui e la comunità.

La felicità non può essere un dono elargito alle masse, come certuni pretendono; non può essere una conquista cieca e mitica, dietro i simboli del nuovo autoritarismo o di un diverso ma sostanzialmente antico fideismo. Non basta infatti sostituire i simboli della «felicità» della società dei consumi, con i simboli della «felicità» futura promessa dal Maotsetungpensiero, non basta una bandiera o un credo assoluto per realizzare in terra quella felicità, quel paradiso, che altre religioni trasferiscono nelle sfere celesti.

Tuttavia, la felicità non è nemmeno l’affermazione egoistica della biologia, istintuale tensione verso il piacere. La felicità nasce da una gestazione e da una presa di coscienza e può essere una felicità dolorosa, e cioè profondamente umana. Noi non respingiamo il dolore che proviene dall’accertamento della verità; non respingiamo la dialettica, per limitarci ai dogmi e alle inutili «certezze» di coloro che sanno già tutto e ritengono di essere felici, di poter così elargire tale felicità dottrinaria al popolo diseredato.

La felicità è riconquista della natura umana, sottratta all’ambiguità e all’astuzia intellettuale, alla corruzione etica e colta; è libertà dei rapporti umani e sociali, al di là non solo delle convenzioni ma anche come responsabilità nei confronti della specie. Non è l’accettazione supina del costume delle classi in decadenza, ma la costruzione di un modo di essere diverso, che non sia compiacimento cerebrale verso il piacere, ma senso nuovo che si rivela all’uomo e di cui prende coscienza assieme agli altri problemi.

La morale borghese collega il problema della felicità al problema del potere e del successo: si è felici se si può esserlo; l’anarchismo capovolge i termini del problema: la questione della felicità umana non è più qualcosa che presupponga necessariamente vinti e vincitori, vittime e carnefici, oppressi e despoti, non è più qualcosa che riguardi il potere e la ricchezza, bensì la libertà diventa autocoscienza, per la quale i rapporti individuali (tra uomo e donna, per esempio) divengono realmente nuovi, basati su ciò che è di reciproco interesse, e non sono più basati sulla disuguaglianza, sulla forza, sul denaro.

Per concludere, il concetto libertario di felicità è un concetto aperto, disponibile cioè all’evoluzione dei rapporti umani, sulla base delle reali esigenze dell’uomo storico che non è il cavernicolo dell’età della pietra o il felice autoctono dell’Amazzonia ma l’essere che conosciamo e che si è formato nel corso della storia della civiltà e della cultura: un tipo di felicità, dunque, che è a un tempo biologica, culturale e scientifica.

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3 Risposte to “Ciao 2001 n.43 del 19 novembre 1969 – Intervista/Documento collettivo prodotto dal circolo 22 marzo”

  1. mino Says:

    Cosa dire? Un pensiero così,racchiuso in un intervista datata 40 anni.saluti libertari.

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  2. indice generale « 12 dicembre 1969 – Strage di Stato Says:

    […] Ciao 2001 n.43 del 19 novembre 1969 – Intervista/Documento collettivo prodotto dal circolo 22 mar… […]

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  3. Persino l’intervista a Ciao 2001 era parte della trappola… secondo Cucchiarelli « 12 dicembre 1969 – Strage di Stato Says:

    […] a Ciao 2001 che abbiamo già pubblicato integralmente sul blog (Ciao 2001 n.43 del 19 novembre 1969 – Intervista/Documento collettivo prodotto dal circolo 22 marz…) in effetti non porta firma. Essendo un articolo non firmato la “fonte qualificata” […]

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