Paese Sera venerdì 9 gennaio 1970 – Fu Di Cola a orientare le indagini della polizia? (della serie: giornalisti e veline della Questura)

Paese Sera venerdì 9 gennaio 1970 (articolo non firmato)

Lo studente sarebbe un personaggio chiave nella vicenda degli attentati

Fu Di Cola a orientare le indagini della polizia?

Il giudice istruttore attribuisce al giovane latitante un ruolo di eccezionale importanza nell’istruttoria.

La zia di Valpreda insiste nell’innocenza del giovane. In un’intervista dichiara che il nipote non poteva vestire nel modo descritto da Rolandi.

Pietro Valpreda, il giorno 12 dicembre, era a letto con la febbre o in piazza con le bombe? Alcuni giornali ripropongono stamani l’interrogativo. Una persona, non appartenente al nucleo familiare dell’ex ballerino, sostiene di aver dato alla zia di Valpreda una bustina di chinino per curare il giovane. La signora Rachele Torri, zia del giovane, ha inoltre dichiarato che suo nipote era vestito in maniera completamente diversa da quella dichiarata dal tassista Rolandi, l’autista che avrebbe trasportato l’attentatore fino nei pressi di Piazza Fontana. Innanzitutto – ha detto la zia, senza diffondersi in troppi particolari, dato che il giudice istruttore gliel’ha vietato – il Valpreda il pomeriggio della strage era senz’altro a letto e quindi indossava un pigiama. Comunque, avendo sempre odiato cravatte e camicie, non poteva rispondere alla descrizione fatta dal tassista che aveva parlato di un uomo sui 35 anni, con soprabito, abito scuro, camicia bianca e cravatta. Il cappotto con cui il giovane venne arrestato (e che tuttora avrà in carcere) non appartiene all’ex ballerino, ma al padre. L’indomani Valpreda, come e’ noto, doveva recarsi dal giudice e la zia, a sera, dopo le 19, era andata dal vecchio Valpreda a farsi prestare il cappotto per il figlio: non certo un indumento grigio come ha dichiarato il Rolandi, ma sportivo, marrone, con cintura e fodera scozzese. Di più la donna non ha voluto né potuto dire.

Lungo colloquio, ieri al palazzo di giustizia, fra il giudice istruttore, il dott. Cudillo, e il dirigente dell’ufficio politico della questura, dottor Provenza, che era accompagnato dal commissario, dott. Improta. Secondo attendibili indiscrezioni, i due funzionari avrebbero consegnato al magistrato un rapporto riguardante alcune indagini svolte per incarico dello stesso giudice. Ci sarebbe, quindi, da presumere che l’istruttoria abbia acquisito nuovi elementi.

Nel pomeriggio il dott. Cudillo si è recato a Regina Coeli, per interrogare alcuni dei sei arrestati. Avrebbe raccolto a verbale le dichiarazioni di Pietro Valpreda e di Roberto Gargamelli. Il magistrato comunque, tornerà al carcere oggi per terminare gli interrogatori, ultimo indispensabile atto che dovrebbe preludere all’atteso deposito dei verbali a disposizione dei difensori.

La conclusione di questa prima fase dell’istruttoria, sembra comunque «condizionata» dalla importanza (si direbbe addirittura decisiva) che il giudice istruttore attribuisce al settimo imputato, Enrico Di Cola, latitante, contro il quale è stato emesso mandato di cattura anche se limitatamente all’accusa di associazione per delinquere.

Lo studente, arrestato il giorno successivo alla strage di Milano e agli attentati di Roma, fu rilasciato dalla polizia dopo 24 ore. Secondo alcune voci – che ovviamente riferiamo a puro titolo di cronaca – nei confronti del Di Cola la polizia avrebbe usato, per così dire, un trattamento di favore. Ma perche? Anche lui faceva parte dei componenti del circolo «XXII marzo» e il suo rilascio, in una simile prospettiva, apparve piuttosto singolare. Qualcuno, addirittura, sostiene che proprio dopo l’interrogatorio di Enrico Di Cola, la questura romana fu in grado di trasmettere a Milano l’ordine di arrestare Pietro Valpreda. Un particolare (che, se vero, dovrebbe quantomeno ritenersi «strano») spiegherebbe perché il P.M., Vittorio Occorsio, in contrasto con la polizia, ritenne che lo studente non poteva essere considerato un testimone (sia pure «importante») ma un imputato. Nei verbali contenuti nel rapporto che la questura inviò al magistrato dell’interrogatorio di Enrico Di Cola ci sarebbero soltanto degli «stralci», e questo costituirebbe, in certo qual modo, la dimostrazione che lo studente potrebbe avere avuto nella vicenda un ruolo diverso da quello di un teste qualsiasi. Tantopiù la sua provata appartenenza al circolo «22 marzo» legittimava, secondo il PM, l’estensione a suo carico dell’accusa di associazione per delinquere contestata a tutti gli altri arrestati. Il giudice istruttore condivise il parere del dott. Occorsio e il 2 gennaio ordinò l’arresto del Di Cola, che però si era già reso irreperibile.

Ora, polizia e carabinieri lo stanno attivamente ricercando e anzi, stando a talune voci che circolavano ieri sera con una certa insistenza, sarebbero riusciti ad individuare il «rifugio» dello studente.

La necessità (per il giudice «inderogabile») di rintracciare Enrico Di Cola sarebbe strettamente legata, quindi, all’oggettiva esigenza di controllare le «basi» dell’accusa contri i sei arrestati.

E’ certo, comunque, che la istruttoria – forse anche per quanto è stato scritto in questi giorni da parecchi organi  di stampa – sta accelerando i tempi, e che al massimo entro la metà della settimana prossima, depositati gli interrogatori, il giudice concederà finalmente agli avvocati difensori la possibilità di prendere finalmente contatto con i propri assistiti.

Giornata di intenso lavoro, ieri, anche da parte della magistratura di Milano. Si è appreso, infatti, che nella città lombarda il sostituto procuratore della Repubblica, dott. Caizzi, ha interrogato lungamente, nel pomeriggio, Rosa Malacarne e Licia Rognini, cioè la madre e la vedova dell’anarchico «suicida» Giuseppe Pinelli, che tre giorni dopo la strage di piazza Fontana morì (in circostanze ancora tutt’altro che chiare) cadendo da una finestra della questura. Le due donne sono state ascoltate separatamente dal magistrato, e gli interrogatori si sono protratti per più di quattro ore. E’ noto che Rosa Malacarne e Licia Rognini hanno presentato una denunzia- querela contro il questore di Milano, dott. Guida, per diffamazione aggravata e per rivelazione di segreti d’ufficio, in relazione alle dichiarazioni che l’alto funzionario rilasciò alla stampa dopo la tragica fine di Giuseppe Pinelli.

Sempre nella giornata di ieri il magistrato milanese ha anche interrogato Cornelio Rolandi, il tassista che riconobbe in Pietro Valpreda l’uomo che nel pomeriggio del 12 dicembre si fece condurre in taxi da piazza Beccaria a via Santa Tecla, presso la sede della banca nazionale dell’agricoltura dove poi si verificò l’esplosione che causò 16 morti e 80 feriti. Il tassista, comunque, è stato sentito solo in relazione ad alcune lettere minatorie che gli sarebbero state inviate nei giorni scorsi.

A Milano è atteso, intanto, nella prossima settimana, il giudice istruttore, dott. Cudillo, per l’annunciato sopralluogo (con relativo controllo dei «tempi» riguardanti la testimonianza-Rolandi) al quale parteciperanno anche il P.M. dott. Occorsio e alcuni degli avvocati difensori.

Annunci

Tag: , , , ,

Una Risposta to “Paese Sera venerdì 9 gennaio 1970 – Fu Di Cola a orientare le indagini della polizia? (della serie: giornalisti e veline della Questura)”

  1. indice generale « 12 dicembre 1969 – Strage di Stato Says:

    […] Paese Sera venerdì 9 gennaio 1970 – Fu Di Cola a orientare le indagini della polizia? (della seri… […]

    Mi piace

I commenti sono chiusi.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: