Pietro Valpreda, testimonianza di un compagno – da Il silenzio di Stato, a cura di Padova Comitato di Documentazione antifascista, Sapere Edizioni

Pietro Valpreda

testimonianza di un compagno

Pietro Valpreda

Milano, marzo 1972.

(…) Io l’ho conosciuto nel ’61, a qualche assemblea anarchica, non ricordo esattamente in quali termini. Era forse l’unico anarchico giovane, (sì allora era giovane, dieci anni fa aveva una trentina d’anni) che girasse fra i vecchi anarchici. E’ difficile parlare di Valpreda, perche erano rari i periodi di una certa durata in cui si fermasse a Milano; in genere era in tournee in giro per l’Italia. Quando si fermava a Milano per qualche mese, allora lo vedevo con una certa frequenza e si fa­ceva attività politica, per quanto era possibile farne allora. E fino al ’65 l’attività politica era limitata; non avevamo neppure una sede, facevamo dei volantini, riunioni alle osterie o alla sede del Partito Repubblicano, prima in Via Meravigli e poi in P.za Castello. Attorno al ’65 ci si trovava proprio al Torchietto. Io I’ho conosciuto già anar­chico, e direi anarchico ortodosso (in antitesi con la definizione di neoanarchico che gli hanno dato). Non era neppure un contestatore del movimento anarchico tradizionale. Mi ricordo che al­lora aveva addirittura la tessera dell’U.S.I. (che è il sindacato anarchico), per la sez. Teatro. Dato il tipo di vita che faceva la sua attività politica era limitata e consisteva nel frequentare i circoli e le riunioni nelle città in cui si trovava a lavorare, nel raccogliere libri. Aveva una biblioteca fornitissima di libri anarchici. E aveva, ha forse anche adesso una delle biblioteche più ricche di vecchi testi anarchici, libri anche difficilmente trovabili. Era gelosissimo della sua biblioteca.

Libri, giornali, raccoglieva anche giornali, settimanali, periodici. Mi ricordo, un episodio di particolare rilevanza, che sottolineava come il fatto del Diana fosse stato di una gravità eccezionale per il movimento anarchico, come avesse segnato il suo declino in Italia nella prima metà del secolo. E più di una volta avevamo discusso sul terrorismo, sugli effetti nefasti che aveva avuto nel passato sul movimento anarchico. Proprio l’episodio del Diana era stato citato più volte quale esempio di come degli anarchici in buona fede, ma utilizzati da agenti provocatori della questura, avessero commesso una grossissima sciocchezza che aveva avuto effetti disastrosi sul mo­vimento. Tornando al ’61, formammo questo gruppo giovanile libertario, il primo a Milano dal dopoguerra, e lui fu per quei pochi mesi che rimase a Milano uno dei compagni di questo gruppo. Cercammo una sede; non riuscimmo a trovarne una sufficientemente a buon mercato. Ne discutemmo; poi Valpreda se ne andò per alcuni mesi, tornando negli anni successivi. Lo vedevo per un mese o due all’anno, fino al 1968. Mandava cartoline dovunque andasse, devo averne conservate ancora alcune. Erano tutte concepite allo stesso modo. Il testo era: «caro compagno, saluti fraterni, compagno Pietro Valpreda». Oppure: «caro compagno, saluti a te e ai compagni, com­pagno Pietro Valpreda». La parola compagno ricorreva tre o quattro volte sulla cartolina. Era una cosa molto imbarazzante per me che allora ero molto giovane e vivevo in una famiglia non rivoluzionaria.

Sistematicamente, me ne mandava sette od otto all’anno di queste cartoline. Basta, non c’è più molto da dire di lui, tranne che non era certo un esagitato; per essere un anarchico era anzi eccessivamente portato più alla lettura e alla discussione che non all’azione e all’attività politica. Non c’è molto da dire perchè erano anni in cui l’attivita politica extraparlamentare a Mi­lano quasi non esisteva, e quella degli anarchici era praticamente nulla. Eravamo poche unità. C’era stato un certo aumento di afflusso nel 1962/1963, più precisamente alla fine del 1962, in occasione del rapimento del viceconsole spagnolo a Milano, avvenimento che aveva prodotto una certa agitazione. Però è sintomatico che allora gli estremisti oltre agli anarchici fossero i giovani della F.G.C. Anche se gli anarchici non si definiscono extraparlamentari. E mi ricordo che per le agitazioni antifranchiste, le agitazioni di piazza e per la mobilitazione che avevamo cercato di organizzare i contatti avvenivano a livello di federazioni giovanili di partito. In piaz­za in effetti venivano i giovani simpatizzanti dei partiti di sinistra, dai repubblicani ai comunisti. E allora la nostra attività era ridottissima; non ave­vamo una sede, ci si trovava nelle osterie, noi gio­vani: i vecchi anarchici si trovavano al Torchietto, al Partito Repubblicano. Facevamo alcuni volanti­ni, li distribuivamo, li attaccavamo ai muri. A ciò partecipava Valpreda quando era a Milano, e ripeto, non era a Milano più di un mese o due all’anno. E quando era in giro per l’Italia la sua attività a quanto mi risulta consisteva nell’andare a trovare tutti i vecchi compagni, a parlare, a cercar di racimolare vecchi libri, giornali, a tenere i con­tatti. Lavorava con compagnie di avanspettacolo, fino al ’68 credo. Nel ’68 invece era riuscito a farsi ingaggiare dal teatro comunale di Bologna, e lì faceva del balletto classico. Era entusiasta. Poi l’hanno cacciato quando hanno saputo che era anarchico, che faceva anche propaganda po­litica. Mi ricordo che doveva andare anche a Praga. L’hanno buttato fuori perchè faceva propa­ganda anarchica anche all’interno della compagnia. Un’attività del genere Valpreda l’aveva svolta anche l’anno prima, cercando di realizzare in modo libertario una compagnia dopo che l’impresa era fallita. Aveva proposto compensi eguali per tutti, dal macchinista alla prima ballerina. Non era riuscito a farla funzionare. Non avevano accettato i suoi compagni di compagnia: non aveva­no accettato il principio egualitario (quelli che guadagnavano di più, naturalmente), e agli altri sembrava una cosa troppo strana, non avevano sufficiente energia per accettarla. Tornando al teatro stabile di Bologna, era stato licenziato perchè era anarchico e faceva propaganda anarchica, questo nell’estate o nell’autunno del ’68. Deve esser stato prima del congresso, precisamente nell’estate ’68. Per Roma è partito nell’aprile ’69, dopo che era stato fermato per gli attentati del 25 aprile. Partì per motivi personali e professionali anche, perchè a Milano non trovava lavoro, e a Roma infatti si procurò degli ingaggi. Si allontanò anche perchè la polizia durante gli interroga­tori lo aveva scopertamente minacciato, gli aveva promesso che non avrebbe piu trovato lavoro, che gli avrebbero bruciato la terra intorno, che per lui la carriera di ballerino era finita. Non so se an­che questo sia stato determinante nel suo trasferimento a Roma; penso di sì, perlomeno a livello psicologico.

Io l’ultima volta che ho visto Valpreda è stato nell’aprile ’69. Poi non l’ho più visto.

I rapporti che intercorrevano fra me e lui erano ormai nel ’69 più personali che politici, in quanto lui svolgeva un certo tipo di attività politica ed io un’altro diverso, pur nell’ambito della comune scelta anarchica.

Eravamo due dei pochissimi anarchici di vecchia data tra i giovani. Han detto tutti che era un estroverso, un milanesone estroverso, socievolissimo. Fino all’ultimo era rimasto legato a schemi di rap­porti con i compagni a contenuto più umano che politico, perchè era diventato anarchico ed era stato anarchico per lunghi anni quando il movimento di attività politica non ne svolgeva, tranne che fare uscire un settimanale e il suo mensile. Quando fra i compagni sparsi e isolati i rapporti erano piu personali e umani che di collaborazione e attività politica.

Si parlava di questioni politiche, di storia del movimento anarchico, di problematiche rivoluzionarie, della Spagna, Russia, Italia. Rarissimamente ci si lasciava andare a frammenti di discorsi personali, quindi non so moltissimo sulla sua vita privata di allora, e su quella antecedente, so soltanto di aver passato una parte dell’infanzia gomito a gomito, lui abitava nel cortile adiacente il mio, a S. Siro, e lui faceva parte di una banda di ragazzi con cui la banda di cui facevo parte io si era scontrata a sassate un paio di volte. Ma lui era piu anziano di me di 7-8 anni, noi eravamo i ragazzini e loro i ragazzacci, quindi ci mettevano in fuga. Abbiamo scoperto di avere queste cose in comune.

Un altro aneddoto che mi viene in mente: quando faceva l’avanspettacolo come ballerino e talvolta come comparsa negli sketch, riferiva di aver usato sul palcoscenico Umanità Nova come giornale durante gli sketch. C’era una scena in cui lui stava seduto a simulare di leggere il giornale davanti al pubblico e lui usava Umanità Nova. Era molto orgoglioso di questa forma di propaganda. Ci raccontava un po’ delle varie città, questo gruppo fa questo, quest’altro fa quello… Poi veniva al circolo, frequentava per quel mese o due che era qui e poi riscompariva. Arrivavano le cartoline ogni tanto. Lui ha cominciato a fare atti­vità politica più regolare nel ’68, da quando ave­va preso a frequentare il circolo del Ponte della Ghisolfa, ha svolto attività politica in quanto, attraversando un lungo periodo di disoccupazione, ha potuto fermarsi per un po’ in un posto. Valpreda è un asociale? Ma no, era anzi un dicitore di barzellette, uno che nelle osterie cantava l’internazionale e canzoni partigiane.

Ricordo come fosse molto legato all’ordine e alla pulizia del circolo, imbestialendosi con quei com­pagni che creavano disordine e sporcizia. Aveva riordinato la libreria, parte dell’archivio. Mi ricordo che una volta spolverò tutte le sedie del circo­lo, imprecando ad ogni sedia. Come persona era tutt’altro che sporco, ben pulito nell’abbigliamento e ordinato.

Leggermente stravagante, da artista. Le famose lampade: s’era messo a farle, ma non credo ne abbia mai fatte. So che s’era messo a imparare il mestiere insieme all’Ivo Delia Savia, però non credo fosse mai arrivato a confezionarne una da sè. E a proposito dell’armatura interna delle lam­pade, per quanto ne so io le lampade vengono modellate su creta. C’è uno stampo di creta concavo all’interno del quale si pongono i vetrini. Non c’è armatura ma un supporto. Per saldare i vetrini avevano bisogno non di stagno, ma di una lega speciale che era prodotta, questo almeno nelle conoscenze di Ivo e degli altri, soltanto da una dittarella qui vicina a Milano. Tant’e vero che Della Savia, che pure era indebitato con questa ditta, non potendosi più rivolgere a questa direttamente era passato attraverso Pinelli. Io non so neanche come si chiama questa ditta, se ne era occupato il Pino, io l’avevo sconsigliato dicendo che rischiava grosso per i suoi quattrini, che non avrebbe piu rivisti. In effetti credo che non glieli abbia più restituiti. (…)

Ho visto Valpreda per l’ultima volta nell’aprile ’69. So che era venuto a Milano due o tre giorni. nell’autunno, per lo sciopero della fame. Avevamo incominciato lo sciopero nel settembre, a seguito di un picchettaggio a S. Vittore. Poi ci siamo trasferiti al Palazzo di Giustizia. C’era Camiolo, Valitutti, e altri tre o quattro che s’erano messi a fare lo sciopero della fame. Poi era rimasto solo Camiolo. Valpreda ci credeva come forma di agitazione e propaganda allo scio­pero della fame. Forma di agitazione non-violenta, non pacifista. La non-violenza è una delle tecniche di resistenza passiva all’autorita, tecnica usata da anarchici e non anarchici. Gli anarchici hanno usato tecniche violente e non violente, mentre per i gruppi pacifisti la non-violenza è una ideologia. Per gli anarchici la non-violenza è una del­le tecniche di propaganda, utile in certi casi e dannosa in altre. Nel momento in cui non era possibile fare un’agitazione politica di massa, come nel ’69… Servì a far parlare i giornali del Corradini, del Braschi, del Pulsinelli quando nessuno aveva intenzione di parlarne. Venne fatto prima a Milano lo sciopero della fame, e poi a Roma, per imitazione. E a Roma lo organizzarono Valpreda e altri, che poi avrebbero fatto parte del 22 Marzo. Il gruppo ortodosso del movimento anarchico romano interverrà marginalmente, facendo propaganda, cioè preparando volantini, ciclostilando, distribuendoli. Fin dal settembre avevano inten­zione di promuovere un’agitazione sul tema degli attentati provocatori, della detenzione illeggittima degli anarchici, scelta che era stata motivata da una analisi che identifica questi primi attentati, arresti, calunnie, in un piano ben più vasto, che sarebbe finito in una strage. Elemento importante, Valpreda e gli altri del 22 Marzo in settembre agivano in modo tale da lasciar legittimamente supporre che accettassero tutta questa nostra analisi e quindi comprendessero la manovra provocatoria che si stava costruendo in Italia. I loro volantini esprimevano lo stesso contenuto che esprimevano i nostri manifesti, manifestazioni, e cioè che gli attentati non erano stati fatti dagli anarchci ma da provocatori fascisti per coinvolgere il movimento anarchico prima e tutta la sinistra extra-parlamentare poi in un colossale disegno repressivo che aveva come obiettivo quello di contenere le rinascenti spinte egualitarie e rivoluzionarie della classe operaia. Tutta quella analisi che è stata fatta fino alla nausea per due anni successivi alle bombe, dal dicembre ’69 in poi, era già stata abbozzata chiaramente dalla Croce Nera di Milano e concretizzata in questa campagna di agitazione da altri gruppi anarchici in Italia, tra cui quello che stava attorno a Valpreda.

A proposito di mani e piedi ipertrofiche a parte il periodo in cui aveva avuto un attacco della sua malattia, ed era stato ricoverato in ospedale, a parte quel periodo in cui del resto non frequentò i circoli e noi sapemmo solo a posteriori che era stato operate, non notammo mai minimamente limitazioni alle sue capacità motorie. Anzi, il 31 dicembre 1968, per Capodanno, ballò per tutta la notte prima in un locale da ballo, poi in casa di un compagno con delle compagne. Ballò anche con mia moglie. Se lo contendevano tutte perchè era l’unico che sapesse ballare, tra gli uomini. Tutti noialtri eravamo seduti al tavolo a discutere di  politica. Il  locale era in fondo al Giambellino. non ricordo come si chiamasse. Le mani erano normalissime.

Era agilissimo. Era molto orgoglioso di essere passato al balletto classico. Sappiamo che era abbastanza attaccato al suo lavoro, e soprattutto che ci aveva messo molto impegno da quando aveva incommunicado a fare il ballerino classico.  Frequentava regolarmente corsi e lezioni di ballo. Contava di passare definitivamente al ballo classico, di non far più l’avanspettacolo. Il licenziamento dal Teatro Comunale di Bologna gli procurò una delusione cocente; e gli fece saltare probabilmente anche il lavoro al Festival di Losanna, perche mi pare fosse una tournee del Comunale stesso. Prima doveva andare in Cecoslovacchia, e questo era saltato per i noti fatti di Praga. Ma da buon anarchico vecchia maniera, non si era eccessivamente stupito del licenziamento, non si aspettava di meglio dai burocrati del P.C.I.. I due anni di cercere più che fiaccarne il fisico ne hanno particolarmente compromesso la combattività a livello psicologico. Però dobbiamo dire che il suo atteggiamento pubblico è stato più energico di quanto credevamo dalle sue ultime lettere. Forse il fatto di poter essere finalmente processato gli ha ridato energia.

Tratto da: Il silenzio di Stato, a cura di Padova Comitato di Documentazione antifascista, Sapere Edizioni

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