L’Europeo 13 aprile 1972 La mia fuga dall’Italia Enrico Di Cola Il primo cittadino italiano che ha ottenuto «asilo politico» in Svezia – di Sandro Ottolenghi

L’Europeo 13 aprile 1972

Il primo  cittadino italiano che ha ottenuto «asilo politico» in Svezia

La mia fuga dall’Italia

l'Europeo 13 aprile 1972 Enrico Di Cola La mia fuga dall'Italia

Enrico Di Cola, imputato al processo per la strage di piazza Fontana e amico di Valpreda, ci spiega come ha potuto ottenere ospitalità in Svezia e sfuggire ai misteriosi emissari che lo pedinavano e lo minacciavano di morte.

Sandro Ottolenghi

STOCCOLMA, aprile

Un ragazzo di vent’anni è il primo italiano a cui la Svezia abbia concesso «asilo politico».  Si chiama Enrico Di Cola. E’ uno degli imputati del processo Valpreda per la strage di piazza  Fontana e per le altre bombe del dicembre ’69. Sfuggito alla cattura, irreperibile per due anni, ufficialmente latitante all’inizio del processo di Roma, Enrico Di Cola ha trovato asilo in Svezia «per motivi umanitari». Amici svedesi mi dicono che non soltanto è il primo italiano a godere di un simile trattamento, ma è anche l’unico che non provenga dall’Est o da paesi a regimi totalitario. E non è neppure uno dei mille giovani che hanno disertato dall’esercito degli Stati Uniti e che la Svezia ha accolto fin dall’inizio del conflitto nel Vietnam.

Arrivare a Enrico Di Cola per avere questa intervista, non è stato facile. Con Gianfranco Moroldo ho dovuto superare il muro di sospettosa diffidenza che lo protegge da contatti con italiani «sconosciuti». Chi ce l’ha fatto, alla fine e dopo una lunga trattativa, incontrare, afferma che già due volte dei falsi giornalisti venuti dall’Italia hanno cercato un contatto e sono stati smascherati da questo volontario «servizio di sicurezza» costituito da un gruppo di italiani che, oltre ad avere dato ospitalità a Di Cola e ad aver appoggiato in ogni modo la sua richiesta di asilo politico, ha anche creato un centro di contro-informazione che opera a livello di giornali e di radio-televisione.

Dimostrando di non essere carabinieri, agenti della squadra politica, uomini del SID o della CIA, abbiamo potuto incontrare Enrico Di Cola recandoci ad un appuntamento che è rimasto incerto fino all’ultimo. Un simile apparato di precauzioni, lodevolissime, non poteva che provocare, una volta di fronte al ragazzo in camicia kaki e aspetto da Bakunin giovane, una domanda prioritaria. Questa.

Di chi, di che cosa hai paura? E perché vivi in questo modo, se non proprio nascondendoti, certo cercando di farti vedere in meno possibile?

Sì, ho paura. Sono due anni che ho paura. Da quando, una notte, uno strano emissario mi ha minacciato di morte, mi ha detto che sarei rimasto vittima di un «incidente stradale» e ho capito che quello che lui diceva sarebbe potuto proprio avvenire. Ho paura di essere ucciso, o di morire «di malattia» come quella decina di persone più o meno implicate nella vicenda Valpreda. Tu non ci crederai, ma almeno fino a quando sono rimasto in Italia, fino a qualche mese fa, in ogni momento avevo la sensazione, la certezza di essere condannato a morte. E questa sensazione me la porto dietro ancora, qui in Svezia, dove pure dovrei sentirmi tranquillo, protetto, difeso. Ecco, la paura è questa. Nascondermi no, non mi nascondo; ma vivo in un certo ambiente e ho certi amici, devo anche studiare lo svedese. Ecco perché non mi vedono in giro.

Ma chi vorrebbe ucciderti?

Te l’ho già detto, qualcuno al quale la mia morte farebbe comodo. A parecchia gente, credo, farebbe piacere, prima, interrogarmi e poi farmi sparire. Vedi, io sono stato coinvolto nella faccenda delle bombe quando avevo diciassette anni, e a diciassette anni ho avuto le mie prime noie.  Non è un ricordo piacevole, e non è una bella esperienza. Ho sentito minacce e ricatti, e lo stesso trattamento è stato riservato ai miei familiari. Ma è un po’ tutta la mia storia che è interessante, indicativa, istruttiva.

Ascoltiamola

Cominciamo dal fatto che io sono uno di quelli del circolo «22 marzo». E che sono un amico, probabilmente il più intimo amico, di Pietro Valpreda. La partenza è questa. Le bombe, come sai, sono del 12 dicembre 1969, e la sera stessa di quel giorno la polizia mi prende e comincia a interrogarmi. Ero uscito dal carcere da venti giorni, avevo fatto un settimana per una rissa in Trastevere con dei fascisti .

Mi interrogano, dunque, perché sanno che sono amico di Valpreda. Vorrebbero sapere se è vero che Valpreda era partito da Roma per Milano con una scatola da scarpe contenente dell’esplosivo e che, per un certo tratto di strada, era accompagnato da Emilio Borghese. Io non ne sapevo niente e il giorno dopo, il 13 dicembre, mi lasciano andare. Il giorno 15 me ne vado io, mi rendo irreperibile. E faccio appena in  tempo. Difatti i carabinieri arrivano a casa mia con un  mandato di cattura per associazione a delinquere. Ero, secondo l’accusa, direttamente coinvolto nella faccenda delle bombe, con Valpreda, ma restavo un elemento secondario di contorno. Cioè: il fatto di appartenere al «22 marzo» mi procurava la qualifica di «associato» a delinquere, ma nello stesso tempo non c’erano le prove, o i sospetti, per addossarmi imputazioni più gravi. Per due anni sono vissuto spostandomi, in Italia, un po’ dovunque. Bene: da qualunque parte mi trovassi, c’era sempre qualcuno che mi teneva d’occhio, che mi seguiva, che sorvegliava il mio rifugio. Erano della polizia? Sarebbe stato assurdo: c’era per me un mandato di cattura, e invece di sorvegliarmi gli bastava arrestarmi. Quindi si trattava di qualcun altro: qualcuno che aveva interesse a sorvegliarmi ma non a rivelare alla polizia il mio nascondiglio. E’ così: mi stavano alle costole, cercavano di prendermi in castagna, di farmi passare guai grossi. Era un’ossessione. Ed ero terrorizzato, lo confesso. Immaginati la situazione di un ragazzo della mia età sottoposto a una prova del genere: c’è da uscirne con le ossa rotte.

Avevi paura, d’accordo. Ti stavano addosso. Ma non hai mai pensato di costituirti? Di presentarti, come gli altri, al processo?

Si, nel primo anno di fuga  ho pensato spesso di costituirmi. Anzi, aspettavo il momento opportuno per farlo, e per questo non mi allontanavo troppo da Roma. La sorveglianza di questi strani tipi, però continuava e io mi rendevo conto che quello di cui ero stato minacciato poteva veramente diventare realtà. Ma c’erano altre considerazioni: avevo la chiamata alle armi e, a parte ogni mia idea sul servizio militare, presentarmi significava finire immediatamente in carcere, e restarci chissà quanto, in attesa del processo. Avevo paura che, da un’incriminazione mia, si potesse passare all’incriminazione di altri che mi avevano aiutato nella fuga. E poi, nel settembre del 1970, mi hanno affibbiato un’altra accusa. Sono andati a casa mia e hanno trovato un quaderno sul quale avevo ricopiato i dati pubblicati su un opuscolo edito dalla federazione giovanile comunista di Livorno. Erano i dati sulle installazioni NATO in Italia, li avevo annotati perché stavo effettuando una ricerca sulla presenza americana nel nostro paese. Bene, non ci crederai ma, nonostante l’opuscolo di Livorno fosse stato pubblicato prima e fosse in libera vendita dappertutto a cento lire, mi hanno incriminato anche per questo. Allora ho deciso di andarmene.

Così sei venuto in Svezia. Come e quando puoi dirmelo? E perché proprio in Svezia?

Sono entrato in questo paese l’8 novembre dell’anno scorso, in aereo. Avevo dei documenti falsi, non posso dirti come me li ero procurati e che cosa ne ho fatto. Per un mese, o anche più, sono rimasto del tutto nascosto, senza fare nulla: volevo che si perdessero le mie tracce e che, almeno per il momento, soltanto pochi sapessero dove mi ero cacciato. Ho ottenuto questo scopo: sapevo che in Italia mi cercavano, che facevano pressioni su mia madre, poi ho capito che le acque si erano calmate. Allora ho chiesto asilo politico, allegando alla richiesta una gran massa di documenti. Ho spiegato come sono stato invischiato nel caso Valpreda; ho enunciato tutti i reati che avevo commesso durante la fuga in Italia e arrivando in Svezia: i mandati di cattura, l’espatrio clandestino, i documenti falsi, la falsificazione dei documenti stessi. C’era un solo pericolo: che dall’Italia chiedessero la mia estradizione. Ma ero quasi certo che non l’avrebbero fatto.

E perché?

Perché chiedere l’estradizione significava, in base alla prassi internazionale, fare sì che un tribunale svedese esaminasse la fondatezza delle accuse su cui la richiesta di estradizione era formulata. In altre parole voleva dire dover mandare a un tribunale svedese tutti gli atti istruttori contro di me, con la possibilità che i magistrati svedesi emettessero un giudizio su questa istruttoria, in base alla documentazione che ho presentato, mi hanno dato questo «permesso di soggiorno» per motivi umanitari, che corrisponde in pratica all’asilo politico, visto che quest’ultimo, come tale, in Svezia non esiste. Penso che mi daranno anche un permesso di lavoro, una casa e uno stipendio. Probabilmente riprenderò a studiare, non appena saprò bene lo svedese.

Vorrei tornare su un argomento di prima, il circolo «22 marzo», il perno di tutta l’inchiesta che ha portato all’incriminazione di Valpreda e di tutti voi. Tu che ci hai vissuto, puoi dirmi che cos’era in realtà questo circolo?

In realtà il «22 marzo», quando sono scoppiate le bombe, non era neppure nato, o quasi. Stavamo ancora pulendo la cantina che avevamo affittato, a Roma, quando è successo quel che è successo.  Comunque, lì ci riunivamo per discussioni. Sì, discutevamo di bombe: ma non sul fatto di metterle o no, ma soltanto in linea teorica sulla validità o meno di azioni di questo genere.

E Valpreda?

Era il mio migliore amico. Era molto attivo, ma non un leader, come tutti hanno scritto. No, solo aveva una grande esperienza, e questa esperienza gli dava influenza sugli altri. E di lui debbo dire una cosa: non ha mai compromesso nessuno, non ha fatto i nomi che si volevano da lui. Come candidato del Manifesto lo condanno, è chiaro. Ma capisco che la sua è una candidatura di disperazione, non una candidatura politica.

Si è sentito dire che Feltrinelli dava o aveva dato dei soldi al «22 marzo». Tu puoi saperne qualcosa.

Ti posso garantire che di soldi avevamo bisogno, ma che da Feltrinelli non abbiamo mai avuto una lira. No, non che ci abbia negato un aiuto. Non ci sono mai stati contatti tra il «22 marzo» e Feltrinelli, non li abbiamo cercati noi e non si è fatto avanti lui. E poi, senti, nei nostri ambienti circolava la voce che Feltrinelli fosse molto tirchio e non quel «benefattore» che qualcuno ha voluto descrivere.

A proposito di soldi, come tiri avanti qui?

Te l’ho detto. C’è il sussidio del governo, ci sono gli amici, e presto avrò un permesso di lavoro che mi permetterà di fare qualcosa. Ma di soldi ce ne vorrebbero molti, per il lavoro che stiamo facendo per stampare opuscoli e manifestini, per fare gli abbonamenti o acquistare i giornali italiani. E poi mantengo i contatti con mia madre, con i miei giù a Roma.

E tua madre, questa storia dell’esilio come l’ha presa?

Sai, le madri sono sempre madri. Comunque mi ha sempre aiutato: prima lo faceva solo per un figlio che pensava si fosse messo nei guai per via dei suoi diciassette anni. Adesso no, adesso anche mia madre si è convinta della mia innocenza.

***

Queste sono le dichiarazioni di Enrico Di Cola, il primo italiano che ha ottenuto asilo politico in Svezia. Non so quali siano le sue colpe, se ha colpe, e quali siano le sue vere responsabilità nella brutta storia di Valpreda e del processo. Posso però dire che ancora oggi Di Cola è veramente terrorizzato. Uno dei suoi amici, al momento di andarsene, mi ha detto: «Sono sicuro che, se non fosse riuscito ad arrivare fin qui, si sarebbe ucciso, piuttosto che continuare la vita che stava facendo.» Ma chi sono gli oscuri emissari che l’hanno sorvegliato per tanto tempo e per mano dei quali, ancora oggi, egli teme di dover morire?

Sandro Ottolenghi

Fotografie di Gianfranco Moroldo

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