libertaria anno 11 n 4 2009 Due del 22 marzo Parlano Roberto Gargamelli e Roberto Mander. Nel 1969 erano militanti del circolo romano di via del Governo vecchio – di Giulio D’Errico, Martino Iniziato, Fabio Vercilli e Matteo Villa

libertaria anno 11 n 4  2009

Due del 22 marzo

di Giulio D’Errico,Martino Iniziato,Fabio Vercilli e Matteo Villa


Parlano Roberto Gargamelli, 59 anni, che si occupa di fotografia e grafica scientifica all’università La Sapienza di Roma, e Roberto Mander, 57 anni, psicologo. Nel 1969 erano militanti del circolo romano di via del Governo vecchio

Come sei diventato anarchico?

Roberto Mander. Durante il ‘68, intorno a «vecchi» anarchici come Aldo Rossi e la moglie Anna, che gestivano il settimanale Umanità Nova, iniziammo a radunarci noi ragazzi (all’epoca ero minorenne), sempre nella sede di via Baccina dove c’era anche la Fagi. Eravamo spinti da un grande fermento, una voglia di fare, di cambiare, di aiutare. Sono gli anni dell’immigrazione dal Meridione, e tra i primi interventi ci sono quelli a sostegno degli edili (aumentati in maniera vertiginosa all’ombra dei palazzinari romani, vivevano in pessime condizioni) e l’organizzazione di un doposcuola per i ragazzini. Dopo un po’ di tempo, andai a Reggio Calabria con Emilio Borghese (anche lui inquisito per la strage) a incontrare Luigi Casile e Gianni Aricò, due compagni che stavano facendo un prezioso lavoro in quella lontana città, e che poi moriranno in quello strano incidente stradale nel settembre 1970, mentre venivano a Roma a consegnare il risultato delle indagini sulle commistioni tra fascisti, ‘ndrangheta e politica durante la rivolta dei «boia chi molla».

Roberto Gargamelli. Frequentavo ancora le scuole superiori quando, insieme ad alcuni amici, andai a una manifestazione. C’era una vitalità impressionante, si parlava con tutti. Tra le centinaia di bandiere rosse scorgiamo un gruppo di bandiere nere. Ci incuriosiamo, ci avviciniamo e chiediamo chi fossero gli anarchici, cosa facevano; iniziamo così a leggere i testi fondamentali dell’anarchia e a frequentare la sede di via Baccina, dove si facevano sempre riunioni (ma non solo lì, ovviamente) e si discuteva di tutti i sogni, le speranze di ognuno.

Com’era il clima politico e sociale nell’anno della strage?

Mander. Il ’69 è un anno particolare. C’è una situazione molto mobile, tante cose in ballo, vogliamo intervenire come giovani in quello che succede, specialmente nel sociale, ed essere «protagonisti» del cambiamento. Il ‘69 è anche l’anno dell’arrivo di Pietro Valpreda a Roma.

Intorno a lui si coagulano nuove persone, tra Fai, Fagi e il laboratorio di via del Boschetto (quello dove costruiva le lampade liberty che renderanno possibile la montatura dei vetrini colorati trovati nella borsa rinvenuta alla Comit). Io non aderisco al 22 marzo, ma il nostro era un ambiente più che contiguo e ci si conosceva tutti. Resta comunque il ricordo di un entusiasmo, di un andarivieni di persone, di idee che non ho mai più incontrato. Pensa: un entusiasmo e un’apertura tali da permettere a un ex fascista (o meglio, questo è ciò che dichiarava) come Mario Merlino di entrare a far parte del Circolo 22 marzo.

Gargamelli. Si viveva davvero in modo aperto, affrontando tutto nell’ottica del miglioramento. Addirittura, c’era anche collaborazione tra noi e i vecchi militanti del Pci, in particolare con quelli della sede di Alberone, che aveva le porte aperte a tutti, ma nell’estate del ‘69 arriva la decisione del Pci di “chiusura” ai movimenti. Tra l’altro c’erano degli screzi con i vecchi anarchici della Fai: noi volevamo fare lavoro sul territorio, nelle scuole, nei quartieri, coinvolgere le persone, parlare di idee, sogni da realizzare, vedevamo un momento di apertura. Però ci scontriamo sempre più con i vecchi che non vogliono muoversi, vogliono restare al di fuori di certi interventi, vogliono partecipare solo alle manifestazioni più grandi, mentre noi siamo anche in quelle più piccole. Tutto finisce con una rottura insanabile. Perciò ci trovammo a dover ricominciare tutto da capo: nacque così il Circolo 22 marzo.

Dov’eri il 12 dicembre? Cosa ricordi di quel giorno?

Mander. Beh, quel giorno lo ricordo bene. Attorno all’ora delle bombe (tra le 16,30 e le 17,30) ero proprio al 22 marzo, in una saletta di non più di 30 metri quadri, con vicino un certo Andrea. Personaggio che ci farà un brutto scherzo: era in realtà un agente di pubblica sicurezza infiltratosi tra noi, testimone diretto della nostra completa estraneità alle bombe romane e a qualsiasi progetto terrorista. Ma la sua mancata testimonianza a nostro favore converge con la nostra tesi, che ci fosse cioè un progetto predeterminato, costruito a tavolino, per far compiere a noi un determinato percorso al termine del quale sarebbe stato facile additarci come responsabili.

Gargamelli. Io invece stavo riparando la Vespa di un mio amico in piazza Re di Roma, molto lontana dalla Banca nazionale del lavoro e dall’Altare della patria. L’avevo rotta io, la Vespa, e mentre ero in questa piazza con metà dei pezzi sparsi per terra, mi accorgo di un elicottero dell’aeronautica militare che è costretto a fare ben tre giri sopra la piazza, prima di poter proseguire. Durante l’istruttoria cercai di far valere questa questione. Furono interrogati i tre comandanti di elicottero che quel giorno avevano sorvolato Roma. Due avevano orari incompatibili, il terzo invece affermò proprio di avere dovuto fare tre giri sulla piazza poiché aveva incontrato un vuoto d’aria e allora aveva dovuto aspettare prima di poter proseguire in linea retta. Ma questa testimonianza sparì materialmente dal rinvio a giudizio del sostituto procuratore Ernesto Cudillo… Inoltre, vengo accusato di avere materialmente deposto la valigia con l’ordigno nel sottopassaggio della Bnl. Perché? Mio padre lavora in quella banca, e io ero quindi il colpevole perfetto. Lui dichiarò la mia estraneità, ma ci fu poco da fare. Un altro episodio è significativo: anch’io, come Valpreda, vengo posto a confronto per permettere il riconoscimento da parte di un supertestimone. Nel mio caso, questi era un giovanissimo impiegato della Bnl che, vedendomi con indosso i vestiti del carcere tra quattro poliziotti con la cravatta, fiutò subito la trappola in cui stava per cadere e dichiarò che colui che pensava di aver visto in banca non era tra quei cinque soggetti. Altrimenti Valpreda sarebbe stato il mostro di Milano e io il mostro di Roma.

Oggi, a quarant’anni da piazza Fontana, che senso ha ricordare e continuare a studiare una pagina della nostra storia iniziata il 12 dicembre 1969?

Mander. Credo che dobbiamo impegnarci per impedire che certe notizie false vengano diffuse ancora oggi. Non si sono fatti i conti con quella pagina così ancora oggi dobbiamo parlare di elicotteri e infiltrati, quando la verità si sarebbe potuta trovare molto tempo prima. Per questo è importante studiarla: per evitare che tutta quella vicenda venga sepolta nell’oblio e nell’indeterminatezza.

Gargamelli. Sicuramente è importante ricordare, tenendo presente che l’attuale governo è legato a doppio filo a quel periodo, alla strategia delle stragi, sia perché frutto di quel periodo così cupo e devastane della nostra storia recente sia perché varie figure-chiave di questa legislatura sono state esponenti del «no alla libertà, sì al colpo di stato».

Ha ancora senso pensare a un’ennesima riapertura delle indagini, o a una sorta di «commissione di riconciliazione» che tenti di ricostruire le responsabilità storico-politiche?

Mander. Penso che ancora oggi sussista un infido gioco di ricatti e complicità. A quarant’anni dai fatti, parliamone in termini politici. Ognuno dica quello che sa, perché mi sembra che ci siano sempre dei «non detti». In Italia non si riesce a chiudere quella stagione, Come non si chiuse il periodo fascista in maniera definitiva dopo il 1945. Basta con la dietrologia che non fa altro che confondere. Raccontiamo e parliamo tutti.

Gargamelli. Secondo me bisogna lavorare su un piano di verità storico-politica, non giudiziaria. Processualmente ritengo la vicenda chiusa, ma si potrebbe fare molto per scoprire l’area grigia in cui si è sviluppata la vicenda.

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