Politici, giù le mani dalla storia! La vicenda della commissione “stragi” di Aldo Giannuli

http://www.nuvole.it/arretrati/numero_18/pdf/13-Giannuli-Commissionestragi.pdf

L’8 marzo, ha chiuso i battenti la Commissione Stragi, come è noto, senza aver approvato alcuna relazione.

Nella seconda metà della legislatura, il Presidente Giovanni Pellegrino aveva puntato con decisione ad una relazione di ampia convergenza ispirata al progetto della “memoria condivisa”. Tale risultato è stato mancato e la responsabilità è stata scaricata sulla “relazione Bielli” (Ds), che riproponeva senza mediazioni lo schema della sinistra, fondato sulle categorie di strategia della tensione, strage di stato, sovranità limitata e doppio Stato. Ciò venne interpretato come un deliberato sabotaggio al tentativo pellegriniano e come l’inizio del declino del tentativo unitario e, dunque, dell’ipotesi stessa di una relazione finale.

In realtà, questo giudizio è fuorviante: la relazione dei Ds, presentava diversi aspetti criticabili (come la scarsa attenzione alle dinamiche internazionali, l’appiattimento sulle inchieste giudiziarie, la disinvolta assimilazione fra lo “schema Casson” e lo “schema Salvini”, l’acritica riproposizione della vulgata della sinistra) ma è del tutto pretestuoso farne la ragione della mancata intesa: l’Ufficio di presidenza aveva deciso che ciascun gruppo presentasse propri contributi, e, pertanto, la relazione Bielli non era una proposta di relazione finale, ma un contributo dichiaratamente di parte.

I problemi che hanno determinato lo stallo sono stati altri e possono essere riassunti in uno solo: la disponibilità di ciascuna forza politica ad confessare tutte le responsabilità altrui, ma non ad ammetterne della propria parte.

Grosso modo, lo spettro delle posizioni era il seguente:

a) area Ds-Rifondazione: le stragi – eseguite dalla manovalanza fascista – sono state atlantiche e di Stato, e vanno collocate all’interno della strategia della tensione, la mancata individuazione dei responsabili si è dovuta ai meccanismi della sovranità limitata ed alla conseguente fenomenologia del “Doppio Stato”; il Pci – vero obbiettivo della strategia della tensione – ha avuto il merito prevalente, se non esclusivo, di aver respinto l’attacco alla democrazia. Nel gruppo diessino, tuttavia, va considerata la rilevante eccezione del sen. Gualtieri, che è stato – sino alla sua morte, nel gennaio del 1999 – il più intransigente difensore degli Usa e della Nato.

b) Ppi e gruppi centristi: lo stragismo trae origine da pressioni esterne (imprecisate centrali

americane), ed ha trovato gli esecutori nell’estrema destra italiana. La Dc ha peccato per scarso coraggio nel denunciare pubblicamente quanto sapeva, ma è stata sempre estranea allo stragismo, avendolo sempre combattuto e, alla fine, ha sconfitto l’attacco alle istituzioni democratiche. Pur definendo la strategia della tensione come tentativo “esterno” di destabilizzare la democrazia italiana, è però da escludersi che si possa parlare di sovranità limitata, strage di Stato o atlantica ed, ancor più, di doppio Stato.

c) Forza Italia: le stragi sono state opera di gruppi di destra che hanno trovato delle complicità negli apparati dello Stato, ma questo non autorizza a parlare di stragi di Stato o atlantiche (Fi è stato il gruppo più impegnato nella difesa della Nato, anche per Ustica), o di strategia della tensione (perchè nulla dimostra l’unicità del disegno dei vari episodi eversivi) o di sovranità limitata (perchè l’Italia ha costantemente svolto una politica estera indipendente e persino frondista nei confronti degli Usa che non hanno mai esercitato pressioni men che legittime). Occorre invece adottare altre chiavi di lettura come “guerra civile a bassa intensità” e quella, conseguente, di “democrazia di guerra”: il Pci rappresentava il “nemico esterno” e disponeva di un apparato armato, clandestino ma forte di decine di migliaia di uomini: la Gladio rossa. Ciò motivava le anomalie della nostra democrazia. La mancata individuazione dei responsabili delle stragi si deve a questa situazione di “Democrazia di guerra”, non ad un mitico “Doppio Stato” che è solo un espediente propagandistico del Pci;

d) An: sino alla fine del 1996, An aveva manifestato disponibilità a rivedere le sue posizioni, sino a spingersi ad ammettere che gli esecutori delle stragi fossero militanti dell’estrema destra, per quanto strumentalizzati dai servizi ed in funzione anche anti Msi: in proposito si veda la relazione conclusiva dell’XI legislatura, votata anche dal missino Giulio Maceratini. A partire dalla fine del 1997, An tornava alle posizioni che furono del Msi di Almirante: non ci sono state stragi di Stato, ma stragi contro lo Stato: Piazza Fontana fu eseguita da Valpreda su ispirazione di Feltrinelli, agente sovietico, ma forse agente doppio russo-inglese.

An è stato il gruppo più prolifico: 14 relazioni, per oltre 700 pagine, sugli argomenti più diversi (da Piazza Fontana ai collegamenti internazionali del terrorismo italiano, al caso Sifar); in realtà, si tratta di lavori zeppi di errori, che non reggono al minimo esame metodologico, ma questo non è rilevante, perchè gli obbiettivi politici erano ben altri che quelli di una ineccepibile ricostruzione storiografica. Lo sforzo tendeva a dimostrare che:

a) dopo trenta anni, la verità sulle stragi non è venuta fuori e, dunque, non esiste una possibile memoria condivisa, ma esistono tante verità. Pertanto le “trame nere” sono una di queste verità, così come lo sono quelle proposte da An sul ruolo di Valpreda, Feltrinelli ecc.

b) strategia della tensione, doppio stato, strage di stato e sovranità limitata, ma soprattutto le “trame nere” sono categorie che hanno senso solo all’interno del discorso della sinistra e, come tali vanno respinte,

c) siccome la verità sin qui non è venuta fuori, bisogna tentare una strada diversa, quella del modello sudafricano: una commissione, composta da personalità al di sopra delle parti, che abbia il compito di ricevere le confessioni di quanti decidano di collaborare, ricevendo in cambio l’impunità.

Fatte queste premesse, le maggioranze possibili erano le seguenti:

a) Bianco-Rossa (Ds, Prc, Ppi, Verdi ed altri gruppi minori dell’Ulivo)

b) Rosso-Nera (Ds, Prc, Verdi, An e minori)

c) Rosso-azzurra ( Ds, Prc, Verdi, Fi)

d) Bianco-azzurro-nera (Ppi, Fi, An e minori)

e) Arcobaleno (tutti uniti appassionatamente)

Verso la soluzione bianco-rossa si orientava la prima relazione presentata da Pellegrino nel 1995 – sul finire della XII legislatura – che, appunto, conteneva alcune vistose concessioni all’istanza assolutoria della Dc (vedi in proposito le acrobazie di p. 367).

Sempre in questa direzione andava l’incarico affidato – nel 1998 – dall’Ufficio di Presidenza, al sen. Follieri di redigere una proposta di relazione finale.

Follieri presentava un testo che – pur rimaneggiato più volte – risultava invotabile per le sinistre, essendosi spinto troppo avanti sulla strada della beatificazione del ceto politico democristiano. In particolare, in questa ottica si rendeva necessario attaccare pesantemente l’istruttoria Salvini – nel frattempo diventata la trincea delle sinistre – perchè da essa era emerso il ruolo, attribuito a Rumor dai testimoni di destra (Di Gilio e Vinciguerra), relativamente alla promessa – non mantenuta – di proclamare lo stato di emergenza dopo la strage di Piazza Fontana. A ciò si accompagnava una orgogliosa rivendicazione della scelta atlantica, che precludeva ogni discorso sulla sovranità limitata. L’unica concessione era l’ammissione che le stragi le avevano fatte i fascisti con imprecisate coperture internazionali: un po’ poco per giustificare qualsiasi intesa e la coperta bianco-rossa si rivelava troppo corta.

Parallelamente al declino dell’ipotesi bianco-rossa, fra il 1996 ed il 1998, rimergeva l’ipotesi di una soluzione rosso-nera: si trattava – mutatis mutandis – della riedizione dell’intesa tattica sperimentata in Commissione Antimafia, al tempo della presidenza Violante, che aveva permesso l’isolamento del gruppo Dc.

Ovviamente, l’intesa presupponeva che il Msi fosse estraneo ed anzi vittima delle macchinazioni della strategia della tensione, voluta dai servizi segreti per colpire alternativamente le opposizioni di sinistra e di destra e stabilizzare il regime Dc. Gli esecutori erano stati solo strumenti nelle mani dei servizi.

Questa soluzione trovava resistenze interne alla stessa sinistra e presentava l’inconveniente di dirigere tutto il fuoco sulla Dc, determinando una prevedibile crisi nei rapporti con i popolari: un rischio che ben pochi erano disposti a correre per un tema ritenuto di scarso rilievo politico.

Per di più An, come abbiamo detto, mutava posizione a partire dal convegno sulla strategia della tensione del novembre 1997, ispirato da Alleanza Cattolica, il gruppo integralista che si assumeva il compito di far da tramite fra gli ex di On (molti dei quali sono oggi suoi simpatizzanti o militanti) ed An, nella quale gode dei favori di autorevoli dirigenti come Mantovano.

La scelta, della relazione Ds di attaccare Giulio Maceratini per il suo passato ordinovista (nonostante una precedente entente cordiale in senso contrario), seppelliva anche questa ipotesi.

Le ipotesi rosso-azzurra e bianco-nero-azzurra non hanno mai preso realmente corpo perchè scontavano una rottura dei poli che né Fi né il Ppi erano disposti a rischiare per un argomento per il quale nè l’una ne l’altro nutrivano alcun particolare interesse.

Restava l’ultima ipotesi, quella arcobaleno, perseguita da Pellegrino, che, ovviamente, evitava lo scoglio delle rotture interne ai poli, ma richiedeva la disponibilità di ciascun gruppo a rinunciare ad un pezzo delle proprie ragioni per convergere su quelle degli altri. Quel che Pellegrino si riprometteva di ottenere facendo alla destra alcune concessioni. Ma, in questo tentativo, finiva, da un lato, per concedere molto più di quel che la sinistra era disposta ad accettare (Gladio rossa, guerra civile, commissione Sud Africa, rimozione di categorie come Doppio Stato e Sovranità limitata ecc.), dall’altro ciò era meno di quanto la destra chiedeva. Le sfumate ammissioni di Pellegrino, i suoi mezzi toni e le volute ambiguità non bastavano ad una destra che, ormai, persuasa dell’impossibilità di una relazione di maggioranza per l’indisponibilità del Ppi, puntava ad una chiusura senza conclusioni, perchè questo avrebbe lasciato le mani libere al prossimo Parlamento che si prevedeva a maggioranza di destra.

Per evitare questo risultato, il sen. De Luca (Verdi) presentava una sua bozza di relazione, che cercava una larga maggioranza attraverso il ribaltamento della logica sin lì seguita: lasciare agli storici il compito – improprio per una Commissione Parlamentare – di scrivere la storia, limitare la narrazione a pochi cenni riassuntivi basati sui documenti già votati all’unanimità, e concentrare l’attenzione su due punti:

a) rispondere al quesito della legge istitutiva che non chiedeva di stabilire la verità sulle stragi, ma il perché non fosse stato possibile raggiungere tale verità in sede giudiziaria

b) proporre le misure politiche e legislative conseguenti a tale analisi (riforma dei servizi di informazione, delle norme sul segreto di Stato, istituzione del reato di depistaggio ecc.)

Questa era l’unica relazione a contenere elementi propositivi sui quali, peraltro, si registravano disponibilità tanto di Ds e Rifondazione, quanto di An, Fi e gruppi minori.

Tuttavia, il Presidente – forse ritenendo troppo limitativa questa impostazione – non portava la proposta in discussione, e pertanto anche questo tentativo decadeva e la Commissione chiudeva i battenti senza risultato alcuno.

In questo modo, restava solo una relazione “ufficiosa”, per quanto irrituale ed insolita: il librointervista del Presidente Giovanni Pellegrino che ha riscosso consensi critici sia sulla sua destra (Ernesto Galli della Loggia) che sulla sua sinistra (Eugenio Scalfari).

Dunque, il tentativo di scrivere una storia condivisa, uscito dalla porta della Commissione Stragi, rientrava dalla finestra della Einaudi, ma solo apparentemente, perchè la destra si è limitata ad incassare le concessioni, senza farne alcuna e sempre con la riserva mentale di una nuova commissione a maggioranza di destra, che completi l’opera “revisionistica” in materia di stragi.

Per quanto involontariamente, il libro di Pellegrino contiene almeno due elementi assai discutibili che assecondano questo disegno: l’assenso alla “Commissione Sudafrica” e la categoria di “guerra civile a bassa intensità”. Perchè si possa parlare di “guerra civile”, per quanto a bassa intensità, occorre, prima di tutto che sia guerra e non aggressione unilaterale. Se, per dimostrare che vi fu azione armata della sinistra, ci si riferisce al terrorismo, ricordiamo che:

a) esso è posteriore allo stragismo e, in qualche modo ne costituisce la reazione sfasata nel tempo

b) la lotta armata, negli anni settanta, fu la scelta di un settore estremamente minoritario della sinistra

c) l’area armatista non ebbe mai un peso politico-militare comparabile a quello degli apparati dello Stato, per cui non fu mai in grado di determinare una rottura del monopolio statale della forza. Pertanto, appare più persuasiva la definizione che ne ha dato Gabriele Ranzato: “progetto di guerra civile”.

Ma, forse, Pellegrino – che, su questo punto, è influenzato dal più autorevole consulente della destra, Virgilio Ilari – usa il termine “guerra civile” in senso lato, per indicare uno stato di inimicizia totale fra le forze politiche che genera tensioni simili a quelle di una guerra civile, pur non passando la parola alle armi. In questo caso, sarebbe stato più appropriato parlare di “guerra civile latente”, o, meglio ancora, di “guerra civile fredda”. Di guerra civile a bassa intensità si può parlare in riferimento al numero dei morti causata dalla violenza politica (4-5.000 dal 1946 al 1993), ma il termine appare inappropriato per il resto e si presta equivocamente ad aprire la strada ad una categoria inaccettabile come quella di “Democrazia di Guerra”, che, di fatto, riassorbe e giustifica le deviazioni del caso italiano in nome di uno “stato di necessità” determinato, appunto, dalla guerra.

Peraltro, la guerra civile guerreggiata e non solo virtuale o fredda (per quanto a bassa intensità) diventa funzionale a fondare lo sbocco della “Commissione Sudafrica” che, appunto, è l’esito di guerre civili come in Sudafrica, Cambogia, Filippine, Argentina. Viceversa, non sembra che in Italia ricorrano i presupposti per un simile esito. Se, poi, l’idea è quella di ottenere per questa strada la verità che sinora non è emersa, non è difficile prevedere che la prospettiva più probabile sia quella di una grande autoamnistia, finalizzato solo a bloccare una volta per tutte le fastidiose inchieste giudiziarie in tema, anche a costo di spericolate violazioni costituzionali. Il risultato finale non sarebbe quello di verità in cambio di perdono, ma di perdono in cambio di oblio.

Morale: il compito di una Commissione parlamentare è quello di indicare misure politiche e legislative da adottare; per il resto, può aiutare a far luce, fornire agli storici gli strumenti per ricostruire la memoria del paese, ma non può e non deve scrivere in prima persona questa storia, perchè la storia non si scrive mercanteggiando per mettere insieme una maggioranza. E, d’altra parte, cosa c’è di peggio di una “storia ufficiale” con tanto di timbro del Parlamento?

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