A rivista anarchica n 361 aprile 2011 Fino alla sera del 12 dicembre di Zelinda Carloni

Roma 1969. Una sedicenne si avvicina al movimento anarchico. Legge, incontra, si innamora, si entusiasma, “milita”, sogna. Poi…

 Vi racconto.

Roma, quaranta anni fa. Avevo sedici anni ben portati. Venivo da una famiglia di socialisti storici e comunisti dell’epoca dei padri. E pensai bene di essere comunista, diablo. Conobbi un ragazzo del mio liceo, e lo conobbi bene. “Stavamo insieme”, secondo l’espressione propria dell’epoca. Ma lui si diceva anarchico. Nessuno è perfetto, pensavo. E giù discussioni a morire, fino allo stremo, ma lui non demordeva. E io nemmeno. Tant’è che quando ci fu da andare alla manifestazione del 1° maggio (operai e studenti uniti nella lotta), io ostentai orgogliosamente la mia libertà di andarmene a comunisteggiare per conto mio, e giammai con gli anarchici. Solo che non avevo la più pallida idea di dove e con chi andare, con quale gruppo sfilare, come vestirmi. Optai per una gloriosa camicia rossa, che da Garibaldi in poi andava sempre bene, e prudenzialmente mi fornii di un paio di scarpe da ginnastica. Saggezza della gioventù. Giunta in un tratto qualunque di corteo mi infilai dentro le maglie rosse che scorrevano e, piena d’entusiasmo (era la prima manifestazione a cui prendevo parte: 1° maggio del ’69) ero pronta a scandire lo scandibile.

 Ma proprio qui cominciarono i problemi: non me ne garbava uno, neanche uno degli slogan che vibravano a destra e a manca. Tentavo di seguire, qui e là, qualcosa di dicibile, ma niente. Picche. Costoro urlavano forte “potere operaio”, ed io ero a disagio. Pensai: mi sono combinata male, in un gruppo che non fa al caso mio. E continuai a pensarlo fino alla carica della polizia (ove benedissi le mie sagge scarpe) e anche oltre, quando cioè tornai a casa. Malconcia ma intera. Si tratta, mi dissi, di andare a vedere i vari gruppi e capire dove meglio posso collocarmi. E decisi di farlo scientificamente: li avrei visitati tutti e poi avrei deciso. Intanto, aspettando la chiusura delle scuole, tentai di informarmi un po’ sul comunismo dalle fonti dirette, cioè dai libri. E a casa non mancavano. Attaccai così nientemeno che la “storia del partito comunista dell’Unione Sovietica”. Voi capite. Ma io avevo sedici anni e volevo fare tutto da me.

Un po’ smarrita

Malgrado le mie migliori intenzioni e la mia provata vis di lettrice di lungo corso, al terzo capitolo… capitolai. Va bene, non fa niente, troverò qualche altra cosa. Ma qualche seria perplessità stava facendo un forellino nella diga. Finisce la scuola. Finalmente posso andare “per sedi”. E comincio (vedevo le “insegne” passando con il tram) dalla sede dell’Unione dei Comunisti Italiani Marxisti Leninisti. Sì.

Vi racconto.

Si andava alla sede (che era un grande garage sotto un palazzo) scendendo, e lungo i muri laterali, che si facevano ovviamente sempre più alti, erano affissi decine di mega manifesti: tutti rossi, con tocchi di giallo, tutti uguali, tutti con Mao Tse Tung. Identici. Tantissimi. Essendo la fine di giugno e facendo molto caldo, intorno non c’era un’anima, e neanche incontrai nessuno lungo la rampa. Finalmente arrivai all’entrata, tappezzata integralmente di manifesti, tutti rossi (tocchino di giallo), tutti uguali, tutti con Mao. Ma quando entrai la scena mi parve davvero troppo. Pareva un baraccone da fiera. Tutto l’interno era tappezzato di manifesti, sempre tutti rossi e tutti uguali, ma stavolta rappresentavano anche una prospettiva con i cinque padri, nonché i singoli padri separatamente. Padri del marxismo leninismo, ovviamente. E c’era, in una notevole fuga prospettica, un lunghissimo bancone con materiale cartaceo (libri, opuscoli, volantini ecc.) su cui troneggiava una quantità cinese di libretti rossi. Mentre un po’ smarrita tentavo di chiedere qualcosa a qualcuno (c’erano un paio di ragazzi vagamente addetti al bancone) mi accorsi che tutta l’attenzione di costoro era rivolta a quanto stava accadendo nell’ala accanto. Questa era addobbata come il resto, ma aveva una specie di grande tavolo tappezzato in rosso dietro al quale erano seduti tre giudici. Sì, proprio giudici, perché nel frattempo, avevo inteso che lì si stava svolgendo un “processo proletario”, e il processato era un ragazzo che stava ritto di fronte ai giudici con aria contrita e colpevole. Stetti, per capire. E ascoltai, finché ce la feci.

Questo processo era una delle cose più orribili a cui mi sia capitato di assistere: i giudici continuavano ad accusare di colpe irraggiungibili dall’umana ragione questo poveraccio che, e questo era il peggio, pareva sentirsi davvero colpevole. E ne soffriva come Raskolnikoff. Resistetti quanto più potei, ma alla fine mi mancò l’aria, e come in un percorso escatologico, dovetti uscire di lì e salire, salire verso l’aria aperta, con un solo pensiero nella testa: andrò al Bakunin.

Sapevo dov’era. Il mio ragazzo anarchico lo frequentava già da tempo e da tempo m’invitava ad andarci. Ma naturalmente volli andarci sola. Il “Bakunin” stava a via Baccina, centro storico di Roma. Io venivo dalla periferia e non mi capitava sovente di andare in centro, ma ci arrivai. Manco a dirlo ci arrivai in salita, e capii subito quale fosse la sede perché dalla strada vidi un ragazzo seduto sul vano della finestra al primo piano che non aveva l’aria di prenderci il fresco, ma stava ascoltando qualcosa che avveniva dentro. Intuii che la sede fosse a due piani, ed entrai nella porta d’accesso al piano terra. Stanza piccola, in fondo la scala per andare al primo piano, a sinistra un bancone con materiale “di propaganda”. Le pareti erano imbiancate e mi sentii sollevata che non ci fosse nessuna esibizione particolare di colore.

 Gli opuscoli de “La Fiaccola”

Dietro il bancone c’erano un ragazzo e una ragazza dall’aspetto “umano” (dopo l’esperienza precedente mi aspettavo di tutto) con i quali scambiai frasi di presentazione informale. Buttai un occhio alle pubblicazioni esposte: lettura di Bakunin, lettura di Kropotkin, lettura di Malatesta, altri minilibretti delle edizioni La Fiaccola, un giornale, Umanità Nova, alcuni volantini e manifesti. A parte i libretti de “La Fiaccola”, il resto del materiale era tutto ciclostilato, e i due ragazzi mi dissero che se volevo potevo prendere il materiale ciclostilato, caso mai con una piccola sottoscrizione. Lo feci. Quando spiegai le ragioni che mi portavano colà i due ragazzi, che si presentarono come Raniero e Maida, mi indirizzarono al piano superiore, ove era in corso una riunione degli studenti.

Salii le scale, strette e verticali, alla fine delle quali c’era una stanza gemella di quella al piano inferiore ma completamente vuota, ad eccezione di qualche sedia e qualche panca disposte lungo le pareti. Ed era piena di ragazzi, tutti maschi. Capii perché quel ragazzo che avevo visto dalla strada era seduto sulla finestra: non c’era altro posto. Entrai che parlavano animatamente, e praticamente non s’accorsero, o quasi, del mio ingresso. Me ne restai nei pressi della scala in piedi, dispostissima ad ascoltare. Parlava (i nomi li seppi mano a mano) Emilio, e mi piacque il suo andar di toscano. Durante il suo eloquio fui folgorata da una espressione che mi parve (ma già ero sul punto di innamorarmi di tutto quello che lì c’era) una cosa di straordinaria originalità all’interno di un gran ben parlare. Insieme con un eloquio condito da sfondoni vari (non ero ancora abituata), egli esibì un “porcoilbuondio” che mi parve pregevole. Bisogna esser toscani per cimentarsi con una cosa simile. Ma poi parlarono anche gli altri, quasi tutti. Uno di loro per la verità mi parve strano come studente: era decisamente più vecchio di noi, parlava milanese e si chiamava Pietro. Invece il ragazzo sulla finestra, che si chiamava Roberto, non parlò, al contrario di uno che si chiamava Mario che parlava parecchio.

Finché, un giorno, il mio ragazzo…

Fu amore a prima vista. Non so perché, non so come, ma mi parve di aver trovato qualcosa di già mio, qualcosa che mi apparteneva da prima, da sempre. Tornai a casa divorando sul tram le “Letture” di cui mi ero munita. Lessi tutto, tutto il pacco di materiali che avevo preso. Ed ogni parola era una conferma, un entusiasmo.

Tornai già il giorno dopo, e l’altro ancora, e così per settimane. Conobbi altri compagni, finalmente “vecchi”, Aldo e Anna. E loro mi davano una garanzia di continuità che mi ristorò: non stavamo inventando tutto noi, per fortuna.

Finché. Finché un giorno il mio ragazzo, che frequentava il Bakunin indipendentemente da me, mi disse che lui se ne andava dal gruppo, e confluiva in un altro gruppo che si formava chiamato “22 marzo”, insieme con altri fuoriusciti del Bakunin. L’invito implicito era di seguirlo. Divenni furiosa. Cos’era questa baggianata? Che diavolo gli saltava in mente? Perché? Seguirono giorni di furibonde litigate e alla fine ci trovammo, tanto per cambiare, su due sponde diverse. Tornai al Bakunin per sapere, e mi fece male prendere atto di quelli che mancavano. Ma tant’era. Per fortuna nel frattempo al Bakunin c’era un’altra ragazza, Bianca. E così eravamo in tre. Era simpatica Bianca, e lei, un po’ più grande di me, a me pareva gagliardissima. Una volta, uscendo insieme dalla sede, ci seguì e ci raggiunse un ragazzo, Andrea, che conoscevamo poco o niente. Era strano, perché aveva, unico tra tutti, i capelli tagliati corti. Ci raggiunse e, navigando nella nostra assoluta meraviglia, ci chiese di aiutarlo a guadagnare qualcosa vendendo alle nostre compagne di scuola … delle collane di perle! Con tanto di astuccio! Avete idea di come ci si decorava tra ragazze nel ’69? Bene, non con le perle. Rifiutammo garbatamente e ci allontanammo sghignazzando.

Io ero in uno stato di splendida esaltazione, a parte l’insanabile dissidio col mio ragazzo, e leggevo, leggevo tutto l’anarchismo possibile e raggiungibile. Nel frattempo militavo, gagliardamente e entusiasticamente, con i compagni del Bakunin. Tutto andava benissimo, e il sol dell’avvenire si annunciava ad ogni alba. Tutto andava benissimo.

Fino alla sera del 12 dicembre.

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