Corriere della Sera 27 Luglio 2010 Carla Fracci: «Non aiutai Valpreda dopo il suo arresto. Provo ancora rimorso» di Alessandro Cannavò

«Era il pomeriggio dell’11 dicembre 1969. Mi trovavo negli studi della Rai in via Teulada a Roma. In quei giorni registravamo lo show tv di Natale, “La notte della speranza”. Per me era il primo impegno di lavoro dopo il parto di mio figlio Francesco che era avvenuto il 6 ottobre. Il vero ritorno sulle scene sarebbe stato qualche mese dopo alla Scala con i balletti Pelleas et Melisande e Paquita, dove tutti mi aspettavamo per vedere se ero nuovamente in grado di sostenere la prova dei 32 fouettés… Quel pomeriggio negli studi comparve Pietro Valpreda. “Avete lavoro per me?”».

Carla Fracci non può certo non ricordare fin nei dettagli l’incontro che ebbe con l’uomo che qualche giorno dopo sarebbe stato accusato della strage di piazza Fontana, la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura che provocò 17 morti e 50 feriti. L’anarchico Valpreda, appartenente al gruppo Ponte della Ghisolfa, testa calda che aveva avuto già problemi con la giustizia, era un ballerino che sin dagli anni 50 rimediava impieghi nei corpi di ballo di riviste (aveva lavorato con Carlo Dapporto, Wanda Osiris e Walter Chiari), teatri lirici e programmi televisivi. In quel ’69 era apparso anche nella trasmissione, «Stasera con…» di Antonello Falqui, in una puntata dedicata a Patty Pravo e Gina Lollobrigida.« “Pietro, che peccato che ti presenti solo ora: ormai siamo alle fasi conclusive”, gli rispondemmo io, Carla e il coreografo dello spettacolo Loris Gai».

A proseguire il racconto è il regista Beppe Menegatti, compagno inseparabile della Fracci nella vita e nel lavoro. «Valpreda lo conoscevamo, eccome. Anche se era più familiare alla sorella di Carla, Marisa, che danzava proprio negli spettacoli tv». Il giorno dopo, Menegatti seppe di quanto era successo alla banca dell’Agricoltura di Milano appena dopo essere stato testimone di uno dei tre attentati (quello avvenuto all’Altare della Patria) che contemporaneamente si verificarono a Roma. Finita la registrazione e tornati a Milano, la Fracci, Menegatti e Loris Gai si imbatterono il 17 mattina nei titoloni dei giornali esposti alla libreria Feltrinelli di via Manzoni che annunciavano l’arresto di Valpreda per concorso nella strage.

Erano giornate drammatiche: ventiquattro ore prima le prime pagine riportavano il tragico volo di Pinelli alla Questura di Milano. «Accanto alla foto di Valpreda c’erano definizioni come mostro, bestia umana o, cosa che ci colpì particolarmente, ballerino disadattato – riprende la Fracci -. Ma com’era possibile? Un uomo che nemmeno 24 ore prima stava quasi per entrare a far parte in uno show televisivo a Roma, veniva accusato di essere stato l’esecutore di quell’orrendo fatto a Milano. Avevamo voglia di dire a qualcuno del nostro incontro, capire cosa fare». «Ci pensammo per alcune ore – è ancora Menegatti -. Poi decidemmo di telefonare a Giorgio Zicari, il cronista del Corriere che seguiva il caso. Era stato lui che bruciando tutti i colleghi aveva rivelato già sul Corriere di Informazione del 16 dicembre che Valpreda era imputato. Lo chiamai verso le 10 della sera. Lui ascoltò il racconto con molta calma e mi disse: “Risentiamoci più tardi”. Di colloqui ce ne furono quattro. All’ultimo, si era intorno alle 2 e mezzo della notte, Zicari mi disse: “Senta Menegatti, dica a Carla che per la sua reputazione una dichiarazione del genere può essere rischiosa. E poi avete un bambino piccolo… dovete stare attenti. Meglio non entrare in questa vicenda”. Quell’ultima frase ci impietrì».

Che cosa voleva dire Zicari, che qualche anno più tardi sarebbe stato sospeso per un periodo dall’Ordine dei giornalisti dopo che si seppe che aveva collaborato con i servizi segreti? Un avvertimento benevolo? O un’ambigua minaccia? «Noi abbiamo pensato al rischio di un rapimento da parte di gruppi neofascisti protetti da forze occulte – spiega la Fracci -. Oggi sembrerebbero pure ossessioni ma bisogna ricordarsi il clima di violenza di quel ’69. Gli attentati erano cominciati già in primavera. Insomma, a quel punto decidemmo di non parlare con nessun altro di quell’incontro. Una scelta che si tramutò ben presto in grande rimorso. Non rivelammo la storia neppure alla nostra amica Camilla Cederna o a Giorgio Bocca che presto cominciarono una campagna a difesa di Valpreda».

Un po’ di anni dopo, Menegatti ricevette un avviso di comparizione per testimoniare al processo di Catanzaro. Il suo nome era stato trovato in un quaderno di appunti di Zicari che riportava la sintesi delle loro telefonate. «A Catanzaro ci andai tre volte: l’ultima, al ritorno, feci il viaggio in treno con l’avvocato di Valpreda, Guido Calvi. Un uomo splendido, che mi disse: “Se questa vostra testimonianza fosse arrivata prima, chissà, forse avrebbe aiutato a evitare la costruzione di Valpreda come mostro”. Un rimprovero espresso con mestizia e gentilezza, senza toni polemici, che ci mise di fronte alla vigliaccheria del nostro atto. Quel giorno avremmo dovuto rivelare un semplice incontro, spendere una parola a favore di un accusato, insomma fare il nostro dovere di cittadini. E invece prevalse la paura, la voglia di quieto vivere».

Carla Fracci e Beppe Menegatti incontrarono più volte Valpreda a Milano dopo l’assoluzione definitiva, quando l’ex ballerino anarchico vendeva libri e aveva aperto un bar. «Ma furono sempre incontri generici, lui non tirò mai in ballo quell’episodio, né noi ci sentimmo di fare ammenda del nostro comportamento. Da quando è arrivato il secondo nipotino, Ariele, che ha due anni, pensiamo spesso a quegli ipotetici rischi che avrebbe potuto correre, se avessimo parlato, nostro figlio Francesco nel clima di tensione del ’69. Ma quel dubbio non alleggerisce il macigno che abbiamo sulla coscienza».

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