6 Luglio 2011 9 anni oggi dalla morte del Piero di Roberto Gargamelli

 La morte del Piero, come lo chiamavo da sempre, è tuttora un dolore acuto per me, i compagni e tutti coloro che lo hanno conosciuto.

Chi era Pietro Valpreda ormai è noto a tutti, anche se oggi la confusione dovuta alla disinformazione strategica perpetrata per anni da uno Stato organizzatore di quella prima tremenda strage, ha permesso la rinascita del dubbio sulla sua e nostra assoluta estraneità in quella tragedia, basilare per comprendere l’evolversi della storia degli ultimi 40 anni di vita nel nostro paese.

Ha permesso a personaggi squallidi nella loro deficienza intellettuale di arrogarsi il diritto di scrivere pagine di una mostruosità e falsità che avrebbe dell’incredibile agli occhi di chi fosse appena informato sui fatti, e quindi la conseguente repulsione immediata e scherno per tali sedicenti “storici”, ma noi stiamo tentando con successo di far riemergere la verità storica, altrimenti stravolta per sempre dall’ennesimo tentativo di uno Stato che tenta di ricostruirsi una verginità perduta da decenni.

Pietro era il simbolo vivente dell’indegnità assoluta dei nostri governanti, esseri che ci vuole veramente del coraggio ad assimilare al genere umano.

Col passare degli anni, con l’età che sempre più s’avvicina alla sua mi riesce più facile comprendere la drammaticità della sua e nostra avventura di una vita trascorsa nell’ombra mai dissipata di un’accusa, di una trama ordita ai nostri come ai danni di quanti semplicemente tentavano di dare vita ai sogni di una esistenza dignitosa tra esseri umani finalmente coscienti della meraviglia di essere liberi tra uguali.

Quell’ombra che ci ha accompagnato sempre, nel corso dei tanti anni di peregrinazioni dietro ai continui spostamenti del nostro processo e alle macchinazioni “ingegnose”, ma regolarmente da noi previste e smascherate come tali, ordite dai soliti personaggi che hanno fatto delle Stragi di Stato le basi dell’attuale ordinamento democratico giunto al suo apogeo con questo governo assassino soprattutto della nostra memoria, della nostra umanità dei nostri sogni.

Voglio ricordare le nuotate al mare in quel lontano ’73 che furono il momento di presa di coscienza di essere di nuovo proprietari della nostra vita, la libertà tangibile nel contatto col più libero degli elementi, rimettere caparbiamente insieme i pezzi in quell’immensa meraviglia liquida nella quale avrebbero tanto semplicemente potuto dissolversi.

Quanti oggi riescono a capire, a comprendere pienamente la rabbia e il dolore immensi che si accumulavano nelle celle dove noi, capri espiatori assolutamente estranei, percorrevamo chilometri furiosi avanti e indietro nei pochi metri concessi, le frasi che racchiudevano le analisi della situazione, la voglia di lottare mai venuta meno, le bestemmie e le centinaia di improperi lanciati al cielo, i milioni di chilometri fatti col pensiero a cavallo dell’Utopia.

Uscire da un incubo per ripiombare in un altro ancor più terribile, vite in pezzi ma immediatamente tutte intere pronte alla nuova battaglia.

Le carceri sono ancora oggi e sicuramente più di allora l’arma totale di un sistema sociale criminale.

Ancora un abbraccio al compagno e fratello Piero, per l’Anarchia!

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