17 marzo 1972 Perché gli anarchici? Controprocesso Valpreda (dal settimanale ABC)

Incompetenza per ragioni di Stato

di C.C.

C’erano due modi di rinviare il processo Valpreda a Milano: dichiarando nulla la sentenza istruttoria, oppure dichiarando la corte di Roma incompetente per un vizio di forma che non provocasse automaticamente l’annullamento dell’istruttoria. Non bisognava essere degli indovini per immaginare che il tribunale avrebbe scelto la seconda via. Nel primo caso oltre a buttare a mare Occorsio si sarebbe dovuto liberare Valpreda e gli altri coimputati. Così invece, rubricando come strage anche la bomba inesplosa alla Banca Commerciale milanese si sacrifica Occorsio ma gli imputati restano in galera (per legge ci possono stare ancora due anni) e il processo viene rinviato. Per quanto? Ufficialmente ciò dipende dalla buona volontà della giustizia, dalla sua (presunta) ansia che la verità venga alla luce, e al più presto. Ma noi sappiamo che, invece, ciò dipende dal potere politico: soprattutto in questo caso dato che siamo di fronte al più tipico dei processi politici.

E allora, se osserviamo la situazione da questa visuale, noi possiamo immaginare, senza difficoltà, quello che si cercherà di fare nel prossimo futuro. Si tenterà di procrastinare al massimo l’iscrizione a ruolo del processo al tribunale di Milano; Occorsio ricorrerà contro la sentenza della corte di Roma, non tanto per difendere la sua indifendibile istruttoria, quanto per far perdere altro tempo, conoscendo la lentezza della Cassazione che verrà chiamata a decidere sul ricorso; poi, quando inizierà finalmente il nuovo processo, ci sarà chi solleverà il problema della legittima suspicione; accolta la legittima suspicione, ci rivedremo nel ’74 a L’Aquila, o in qualche altro tribunale di provincia, con i sopravissuti se ci saranno e magari in una Italia molto diversa da quella attuale: ordinata e rispettosa come la sgualdrina di Sartre. Nel frattempo, o meglio, nel futuro immediato, le elezioni si svolgeranno come le vuole Andreotti: con i fascisti in galera a Treviso e gli anarchici a Roma, o a Milano. Insomma gli opposti estremismi messi ko e le opposizioni per bene (MSI e PCI) convenientemente intimorite. Questo è quanto si cercherà di fare. Ma non è detto che il piano riesca.

Anzitutto sarà molto difficile addormentare la opinione pubblica, cui erano bastate otto udienze per raggiungere la chiarezza e trarre le debite conclusioni. Quale che sia il motivo formale del trasferimento a Milano del processo, tutti hanno compreso che tale rinvio è comunque la prova della debolezza dell’istruttoria e del gioco poco pulito che essa sottintende. In secondo luogo non bisogna dimenticare quanto sta accadendo a Treviso. Se Roma tace, se il giudice Falco si è dichiarato incompetente per ragione di Stato, a Treviso il giudice Stiz continua a lavorare.

Tutto dipende da lui, ormai. Se riuscirà a dimostrare la colpevolezza di Ventura e soci e soprattutto se riuscirà a dichiararla apertamente riaffermando la sua indipendenza dal potere politico, allora il processo Valpreda, cacciato dalla porta, rientrerà inevitabilmente dalla finestra

Controprocesso Valpreda

Perché gli anarchici?

L’onorevole Stuani legge alla nostra tavola rotonda i documenti sul complotto fascista che sono stati respinti dalla Corte di Assise di Roma. Gli avvocati del gruppo «milanese» spiegano la loro linea difensiva

PARTECIPANTI

MICHELE ZUCCALA’ senatore, vice-presidente della commissione Giustizia al Senato

CLAUDIO CATTANEO movimento studentesco

ACHILLE STUANI ex-deputato comunista, amico di Vittorio Ambrosini

MICHELE PEPE avvocato

GIOVANNI CAPPELLI avvocato

FRANCESCO PISCOPO avvocato (difensore dell’imputato Emilio Bagnoli)

Dalla redazione milanese

 «ABC» – Senatore Zuccalà, ci dica il suo punto di vista sul processo Valpreda. Ci chiarisca come è nato, come si è formato e qual è il sistema che ha consentito che «certe» cose succedessero.

ZUCCALA’ – Solo risalendo a monte si spiega tutto quello che succede a valle. Qualsiasi tipo di processo – gravissimo come quello di strage o meno grave come quello di chi ruba un chilo di arance – ha sempre la stessa impostazione strutturale. Nasce cioè in assenza della difesa e continua con le «sacralità», per esempio la credibilità maggiore (rispetto alle altre) del pubblico ministero, del maresciallo dei carabinieri, del verbalizzante, ecc. In queste «sacralità» non interferisce nessuno, perché la difesa è assente. Per approdare alla verità bisogna demitizzare, smascherare tutto questo. Questo è il vecchio processo che consente a tutti gli autoritarismi di scegliere una via e di fare incamminare il processo su un certo binario. Cioè l’apparato, scelta questa via, la consolida attraverso tutte le connivenze che convergono: polizia, magistratura, verbalizzanti, ecc. Il processo Valpreda è tipica espressione di questo procedimento: si è scelta una via, tutte le «sacralità» convergono su quella via e si arriva al dibattimento su quell’unico binario. Bisogna assolutamente divellere quel binario – la difesa lo sta facendo egregiamente – per la ricerca della verità.

CAPPELLI – Non sono troppo d’accordo su questa impostazione che il processo Valpreda è uguale agli altri, come a quello di chi ruba le arance. E’ uguale solo dal punto di vista degli effetti sostanziali: in entrambi i processi, chi ci rimette è chi sta dalla parte dei poveracci. E’ sostanzialmente diverso in questo: nel processo Valpreda gli stessi oppressori hanno trovato nella forma un loro limite e l’hanno scavalcato senza nessun problema. In più, in questo caso specifico, c’era un sistema, «il sistema», che doveva difendersi dalla sua imputazione principale aver messo lui le bombe. E per difendersi, ha violato le sue stesse norme.

La riunione del dieci

STUANI – Stiamo discutendo del sistema e le conseguenze che ne derivano sono, direi, naturali al sistema stesso. Nel caso specifico, a complicare le cose e a portare certe valutazioni su un piano diverso esistono dei documenti, venuti fuori dopo che l’inchiesta era chiusa. Occorsio e Cudillo erano partiti verso un certo indirizzo, ma hanno visto questi documenti e non possono non tenerne conto, anche se io li ho mostrati solo alla morte di Ambrosini, come lui stesso mi aveva chiesto di fare. L’avvocato Ambrosini, mio amico di vecchia data, mi chiamò a Roma il 15 gennaio ’70, mi disse che il 10 dicembre 1969 aveva partecipato a una riunione (non mi disse il luogo) durante la quale si parlò di «andare a Milano a buttare tutto all’aria». Uno dei partecipanti mise sul tavolo tre pacchi di banconote da diecimila lire e, ma questo mi rimane un po’ confuso, un assegno in bianco. Alla riunione era presente il deputato missino Caradonna. Ambrosini mi chiese di consegnare una lettera al suo amico Restivo, ministro degli Interni.

La lettera a Restivo

Io mi recai dal ministro, ma non mi ricevette e lasciai la lettera al suo segretario. Ambrosini aveva già scritto a Restivo il 13 dicembre, ne faceva riferimento nella lettera che portai io. Oltre alla lettera per Restivo, Ambrosini mi dette altre due missive, indirizzate una a Caradonna e l’altra al Partito comunista italiano, precisamente all’on. Longo. Della lettera indirizzata a Restivo. io avevo una copia e la mostrai al dottor Cudillo quando mi interrogò. Allora Ambrosini era ancora vivo e Cudillo mi disse che il mio amico aveva detto che io avevo capito male, che insomma mi ero sbagliato. Quando invece l’avvocato Ambrosini morì, Cudillo disse chiaramente che Ambrosini non mi aveva mai detto niente, che praticamente io avevo inventato tutto. Ma io avevo tutti i documenti, che dovevo aprire solo in caso di morte di Ambrosini. E qui le cose cambiarono, perché io aprii il dossier. A questo punto entra in scena il dottor Sinagra, che aveva aperto un’inchiesta sulla ricostituzione del partito fascista.

«ABC» – L’apertura dell’inchiesta suscitò molte proteste da parte dei fascisti e il procuratore generale della Repubblica di Milano, Bianchi D’Espinosa, avocò a sé l’inchiesta. Poi però l’indagine fu sdoppiata: quella riguardante la ricostituzione del partito fascista fu affidata al dottor Bonelli; quella riguardante atti specifici fu affidata al dottor Corbetta. Quindi il dossier Ambrosini è in mano al dottor Corbetta, che l’ha inviato a Roma ma se lo è visto tornare al mittente.

STUANI – Esatto. A Roma di me e di Ambrosini non vogliono sentir parlare, perché sarebbe la débacle di tutto il loro lavoro. Ma questi documenti e queste lettere esistono e non so fino a quando potranno non tenerne conto.

Per il momento però ai padroni del vapore fa comodo non prenderne visione, non allegarli al processo Valpreda. Loro hanno interesse che questa faccenda vada avanti così, perché non vogliono la verità.

La zappa sui piedi

Pensate che quando al giudice istruttore ho detto che Ambrosini faceva continui riferimenti a un certo D’Auria, Cudillo mi rispose che non poteva verbalizzare questo particolare, perché io non ero in grado di dirgli se D’Auria fosse il nome di battesimo o il cognome. Io questo D’Auria non so chi sia. E’ forse il sosia di Valpreda?

«ABC» – Sì e no; o meglio, è il secondo sosia di Valpreda. Quello principale, di primo rilievo, è Sottosanti. D’Auria era quello di ricambio, pronto a entrare in scena se l’affare Sottosanti non funzionava. D’Auria infatti, quel pomeriggio del 12 dicembre, era da un callista di via Albricci, al quale disse ripetutamente che era affetto dal morbo di Burger.

PISCOPO – Sappiamo bene chi è D’Auria. Fu Merlino a portarlo al «22 Marzo». Per il giorno della strage, ha un alibi di ferro: era a letto malato, e lo testimonia il medico che lo visitò. Però non bisogna dimenticare che D’Auria era amico di Delle Chiaie e aveva aderito all’Avanguardia Nazionale fondata appunto da Delle Chiaie. Il discorso è sempre lo stesso: tutto era stato premeditato a puntino, anche se poi qualcosa non ha funzionato. Praticamente la borghesia. con i suoi errori, si è data la zappa sui piedi.

CATTANEO – Il processo Valpreda, si è detto, è l’attacco che la borghesia portava avanti e continua a portare avanti con la tesi degli opposti estremismi. Si è detto anche che per Valpreda, il quale rappresenta qualcosa che va al di là della sua persona, tutti i democratici devono allearsi e devono fare le loro scelte per arginare la svolta reazionaria. Importantissimo è capire l’innocenza di Valpreda e la colpevolezza della borghesia: questa è la verità. La tesi della borghesia – combattere gli opposti estremismi – è solo falsità.

«ABC» – Diamo un nome alla borghesia, o per lo meno facciamo in modo di arrivare a capire chi è.

ZUCCALA’ – La diagnosi, nei punti focali, può essere giusta, ma ci sono dei punti da chiarire. Che la soluzione possa essere la pressione delle masse per ottenere un risultato positivo del processo Valpreda non è il solo risultato che bisogna ottenere. La mobilitazione delle masse è importante, ma si deve accompagnare a un processo riformatore del sistema. Mandare il processo a Milano scardinerebbe tutta l’impostazione del processo, al punto che non vogliono quegli atti che Corbetta ha spedito.

PISCOPO – Tutto è stato organizzato in modo che, a pagare, fossero gli anarchici. Non a caso la polizia di Milano. Nel suo rapporto del 22 gennaio 1970, parla di «unico disegno criminoso». riferendosi alle bombe del 25 aprile ’69 alla Fiera, alle bombe dell’8-9 agosto ’69 sui treni, alle bombe del l2 dicembre ’69 a Milano e a Roma. Gli anarchici però sono stati assolti per le bombe del 25 aprile e per quelle sui treni.

Perché il potassio

In questo momento, con i vari Corbetta e Stiz, tanto per fare due nomi, tornano attuali anche gli attentati alla Fiera e ai treni. Vediamo di ricapitolare le cose. Il 13 aprile ’69 Faccioli e Della Savia a Milano comprano del potassio. Questo fatto viene contestato da Allegra nel rapporto del 9 maggio, riguardante il processo delle bombe alla Fiera. Siccome il 13 aprile comprano potassio, secondo Allegra le bombe del 25 aprile sono costruite a base di potassio. Il 24 aprile Faccioli e Della Savia vanno a Milano e il giorno dopo, il 25, scoppiano le bombe. La polizia prende subito gli anarchici e contesta loro le prove che ha, cioè che il 13 aprile hanno comprato potassio, che il 24 aprile sono andati a Milano, che il 25 aprile erano a Milano dove scoppiavano le bombe che sono a base di potassio e che in tasca Faccioli ha il famoso schema (parola definitiva delle bombe che la polizia gli ha messo in tasca). Questo trova riscontro nel famoso rapporto greco, che dice che non era stato possibile «agire» prima perché Faccioli e Della Savia non erano arrivati a Milano prima del 24. E la stessa cosa avviene per Braschi, che il 2 gennaio si muove da Livorno per venire a Milano e la notte del 2 gennaio c’è l’attentato a Camp Derby. La notte dell’8-9 agosto Pinelli va a Roma e ci sono gli attentati ai treni. Parliamo di Ivo Della Savia, a questo punto. Della Savia è quello che chiama Pinelli a Roma, è quello che accuserà il fratello delle più varie cose; ma una delle cose che non viene fuori è che lo accusa anche delle bombe del 25 aprile. La realtà è che Della Savia è nelle mani della polizia ed è quello che si porta dietro Andrea, l’agente di pubblica sicurezza che doveva spiare gli anarchici. Andrea (Ippolito) entra al «22 Marzo» attraverso Della Savia. Ora, Ivo Della Savia è fuori, latitante.  Il fratello invece lo prendono subito. Un terzo fratello muore addirittura, misteriosamente. E’ chiaro il piano: l’obiettivo sono gli anarchici e ogni cosa viene organizzata secondo i loro spostamenti. Se uno va a Roma, bomba a Roma. Se uno viaggia in treno, bomba sul treno.

ZUCCALA’ – La polizia fino a che punto è complice o consapevole?

PISCOPO – La prova è evidente: il 15 dicembre ’69 Allegra contesta a Pinelli gli attentati sui treni chiedendogli: «Chi è I’unico ferroviere anarchico?». Pinelli dice: «Sono io». Allegra risponde: «Allora tu sei l’attentatore e te lo dimostrerò». Non è una battuta, ma una precisa contestazione perché risulta dai verbali e dal rapporto. Non solo, ma agli atti del 25 aprile esiste tutto un rapporto in cui Pinelli viene accusato di essere l’autore degli attentati sui treni e si dice anche che il suo telefono è sotto controllo e che lui è stato regolarmente seguito. Ma quello che rivela la complicità della polizia è il fatto che il 20 agosto Calabresi si reca in carcere e contesta gli stessi reati (attentati sui treni) a Pulsinelli. Interrogato, Calabresi prima nega, ma di fronte all’evidenza dei fatti deve ammettere che lui contesta a Pulsinelli gli attentati sui treni. C’è qualcosa di più: Pulsinelli sa di essere seguito dalla polizia e non è arrestato

L’uso del potere

ZUCCALA’ – Ricercato dalla polizia.

PISCOPO – Questa è una supposizione, ma probabilmente, per l’attentato sui treni, si arresta Pulsinelli perché uno ci vuole subito, anche se poi si accorgono che il predestinato era Pinelli. La prova della perfetta connivenza è questa: al processo del 25 aprile viene chiesto a Calabresi come faceva il 15 dicembre il dottor Allegra a contestare a Pinelli di essere l’autore dell’attentato sui treni. Cioè gli chiediamo: «Ci dica subito se c’è un informatore del dottor Allegra, e in tal caso se può o non può rispondere». Calabresi ci risponde che non si tratta di un informatore del dottor Allegra, ma di un amico. Tiriamone le conseguenze: questo amico del dottor Allegra due cose ha potuto fare; o ha messo sulla falsa pista il dottor Allegra, oppure, al solito, era tutto preordinato, male, ma così.

CAPPELLI – Hanno il potere in mano e lo usano, scopertamente, fino in fondo.

PISCOPO – E quando lo scontro diventa più duro, in novembre e dicembre, ricorrono agli estremi strumenti.

«ABC» – Per ritornare a Valpreda, l’eccezione di incompetenza territoriale è stata dunque una scelta politica, non solo tecnica.

PISCOPO – Bisogna chiarire che l’eccezione di incompetenza, così come l’ha formulata Spazzali e così come è stata messa a verbale, è strettamente legata, a nostro avviso, alla nullità della sentenza istruttoria.

 *****

Protagonisti in toga

UGO PAOLILLO

 

Anche se non è presente alle udienze, indubbiamente il sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Ugo Paolillo, è uno dei protagonisti in toga del processo Valpreda.

Paolillo era il vero e unico titolare dell’istruttoria che gli fu rapita. Tra gli atti processuali esistono appunti di Paolillo che ha confermato per iscritto al presidente Falco che la polizia milanese gli celò – a suo tempo – il fermo di Valpreda e la testimonianza del tassista Rolandi.

Insomma Ugo Paolillo era un sostituto rigoroso e non disposto ad accettare tutto quello che la polizia gli porgeva sul classico piatto d’argento.

Oggi la complessa vicenda nella quale, suo malgrado, è restato coinvolto lo fa entrare come protagonista nel processo.

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