9 marzo 1972 Il tassista Rolandi non ha detto la verità Sensazionale intervista con un testimone-chiave L’EUROPEO

Sensazionale intervista con un testimone-chiave

Il tassista Rolandi non ha detto la verità

di Enzo Macrì

Il professor Paolucci, che per primo raccolse il racconto del tassista Rolandi, registrò i fatti di cui fu protagonista su un nastro. Ora ci ha concesso di ascoltare quel documento e di trascriverlo. Ne risultano profonde e, forse, decisive discrepanze con la versione che Cornelio Rolandi sostenne poi in istruttoria

Corneli Rolandi «inventò» una sua verità sul caso Valpreda. Ed è su questa verità «inventata» dal tassista milanese che poggia tutto il processo che si sta celebrando a Roma. Questa dichiarazione, questa gravissima dichiarazione, viene da uno dei più importanti, forse dal più importante, testimonio vivente del processo Valpreda. Questo testimonio è Liliano Paolucci, il professionista milanese al quale, per primo, il tassista Cornelio Rolandi confidò di avere trasportato il presunto responsabile della strage di piazza Fontana.

Afferma Paolucci: Cornelio Rolandi aveva già in mente la parte politica alla quale attribuire l’attentato.

Afferma Paolucci: Cornelio Rolandi era stato probabilmente in questura lo stesso giorno dell’attentato in piazza Fontana.

Afferma, infine, Paolucci: Cornelio Rolandi negò, per giorni, di avermi incontrato perché temeva che io lo inchiodassi alla vera verità.

Dichiarazioni come queste, in un momento come questo, fatte da un teste come Paolucci, sono di una gravità, ma anche di una importanza, eccezionale. Liliano Paolucci non è una persona qualsiasi. Cinquanta anni, sposato con tre figli, a Milano è un’autorità: è direttore del patronato scolastico e, come lui stesso afferma, «dichiaratamente democristiano con responsabilità politiche». Perché Paolucci sta parlando adesso? La sua risposta è questa: «Perché le verità di oggi, messe a confronto con quelle che registrai dopo il mio incontro con Rolandi, non combaciano. Anzi, divergono notevolmente». Di che tipo di registrazione si tratta? Risponde Paolucci: «Per evitare travisamenti e anche per lasciare genuini e intatti, in caso di morte, avvenimenti, fatti e sensazioni di quel momento, cinque giorni dopo il mio incontro con Rolandi mi attaccai al magnetofono e registrai ogni cosa». Un testamento? Risponde: «Un memoriale».

Liliano Paolucci non ha mai parlato con nessuno di tutto questo. Dice che sono la prima persona alla quale l’ha confidato. E sarò anche la prima persona che sentirà questo memoriale dettato il 2l dicembre 1969. Liliano Paolucci mette a posto il registratore e, dopo una serie di fruscii, la sua voce ci parla. Eccone il testo.

ECCO IL DOCUMENTO

MEMORIALE DEL PROFESSOR LILIANO PAOLUCCI DETTATO DA LUI STESSO AL MAGNETOFONO ALLE 8 DEL MATTINO DI DOMENICA 21 DICEMBRE 1969

«Sono circa le otto del mattino di lunedì 15 dicembre 1969, quando Patrizia, mia figlia di quattordici anni, mi dice: “Papà, come vedi, stamattina non sono andata a scuola alle otto come avrei dovuto. Però c’è ginnastica, esco da una influenza e, quindi, ho preferito saltare l’ora di ginnastica e andare a scuola alle 9”. In effetti Patrizia usciva da una influenza, che aveva colpito anche me: sarebbe stato, quindi, giusto ritardare di un’ora e andare a scuola alle 9.

«Di solito noi prendiamo la macchina: accompagno Patrizia a scuola e, poi, mi reco in ufficio. Quella mattina ci accordammo, d’altra parte anche altre volte lo avevamo fatto, di prendere un tassì. I tassì, che di solito si chiamano da via Berna 11/4, dove noi abitiamo, sono tassì dei posteggi di piazza delle Bande Nere, di piazzale Siena, al massimo al massimo di piazza Frattini. Ma quella mattina, iniziando il richiamo del tassì alle otto e cinque minuti, otto e sei minuti, trovammo o i numeri dei posteggi occupati oppure liberi, ma non rispondeva nessuno. Tanto è vero che verso le otto e dieci, otto e dodici, avendo perduto ogni speranza di trovare un tassì, stavo già accostandomi all’idea di prendere la macchina anche quella mattina. Ma feci l’ultimo tentativo. Chiamai il posteggio di piazza Tirana, che dista un po’ di più degli altri posteggi, e fui fortunato perché mi rispose la voce del tassista al quale dissi: “Venga in via Berna 11/4”. Ci preparammo, scendemmo e, dopo sei, otto minuti, il tassì fu davanti alla nostra abitazione.

«Salimmo in tassì e diedi l’indicazione: “Via Corridoni”. Non notai niente di particolare in quel momento. Mi sembrava il solito tassista, con la solita cappottina di pelle. Lui fece la conversione di marcia, si fermò sulla strada grande, quella prospiciente all’ospedale militare di via Berna, e si diresse verso il semaforo di via Primaticcio. Non gli indicai la strada da fare. Infatti, è mio costume lasciare ai tassisti la libertà della scelta. Giunti al semaforo di via Primaticcio, mi misi a considerare quale direzione avrebbe preso: forse sarebbe andato diretto in piazza Giovanni delle Bande Nere; forse avrebbe girato a destra per andare in piazza Tripoli, sulla circonvallazione esterna. Invece, arrivati al semaforo, girò sulla sinistra. Tanto è vero che dissi a Patrizia: “Patrizia, questa mattina impareremo una strada nuova, forse una strada diversa e più breve di quella che, normalmente, noi facciamo”.

«Il tassista continuò la sua strada; arrivò al semaforo di via Forze Armate, non girò a destra, continuò verso piazzale Perrucchetti. In piazzale Perrucchetti un grosso camion con rimorchio stava girando sulla destra. Sulla destra avrebbe dovuto andare anche il mio tassista. Infatti, mise la freccia, e si accostò al camion. Ma, quando stava per imboccare quella direzione, tolse la freccia e continuò avanti. Sbucò in via Rembrandt, completamente fuori da qualsiasi indicazione, da qualsiasi direzione, verso via Corridoni. A questo punto, temendo di fare troppo tardi e, pensando di non aver dato una indicazione chiara al tassista, dissi: “Signore, forse non mi sono spiegato bene: noi dobbiamo andare in via Corridoni”. Lui mi guardò e in quel momento vidi un certo sguardo assente. Disse: “Mah, questa mattina sono un po’ così. Un po’ fuori di me. Non riesco a connettere bene. Mi scusi, signore. Sì, sì, vedrà che adesso andrà tutto bene”. Intanto, mentre il tassista faceva la sua strada, avevamo incominciato, Patrizia e io, un commento su quelli che erano stati gli avvenimenti di quello sciagurato venerdì: insomma, il disastro di piazza Fontana. Patrizia mi chiedeva come queste cose potevano avvenire; Patrizia voleva sollecitare da me un giudizio. Un giudizio morale, un giudizio politico, quasi un giudizio storico su questo avvenimento. Ma soprattutto si fermava sulle vittime innocenti e, in modo particolare, sul ragazzo di dodici anni, Pizzamiglio.

«Patrizia mi chiedeva se gli avevano tagliato la gamba; se avrebbe perduto anche l’altra gamba; e come avrebbe affrontato la vita. D’altra parte ci sembrava così ingiusto che fosse capitata una cosa simile al ragazzo, che era il più innocente di tutti. Il viaggio continuava, Patrizia parlava, io cercavo di dare quelle spiegazioni che, per una ragazzina di quattordici anni, è sempre difficile trovare per dare un giudizio sugli avvenimenti che capitano. Quando il tassista arrivò alla circonvallazione esterna, anche qui continuò una corsa strana, quasi una corsa allucinante. Girò ancora a destra, prese la prima a sinistra e ci trovammo in piazza Sicilia. In piazza Sicilia, io mi rivolsi ancora al tassista e dissi: “Signore, io penso che lei non stia troppo bene. Guardi, al primo posteggio si fermi. Prendiamo un altro tassì, anche perché Patrizia avrebbe dovuto essere alle nove a scuola”. Il tassista ripeté che non si sentiva bene, disse che quella mattina era come frastornato e che avrebbe finalmente tenuto la strada giusta. Al prossimo semaforo, che divide via Washington da via Costanza, girò a sinistra e io pensai che, veramente, in quel momento avesse scelto la strada giusta. Ma, invece di recarsi direttamente nella direzione di viale Papiniano andò a sbucare in via Foppa.

Ho visto l’uomo delle bombe

«A questo punto non è che persi la pazienza. Io cominciavo a considerare che quell’uomo poteva avere addosso una pena, forse una pena familiare, una pena di una disgrazia che gli era capitata. E allora dissi: “Guardi, signore, faccia in questo modo: le do io le indicazioni. Lei ora si dirige verso viale Papiniano. Poi fa corso Genova, prende via De Amicis, Francesco Sforza, Visconti di Modrone, via Mascagni…”. «Intervenne il tassista: “Poi via Conservatorio?…”. «E io: “Poi via Conservatorio e siamo arrivati in via Corridoni”. «Fu come se al tassista fosse capitato, veramente, qualcosa più forte di lui. Perché da questo istante seguì le indicazioni come un automa. Non sbagliò più. Continuò direttamente la sua strada. E, infatti, verso le nove meno dieci ci trovammo in via Corridoni, al 15, là dove c’è il liceo scientifico Da Vinci. Io salutai Patrizia, le dissi: “In bocca al lupo”: era una settimana che non andava più a scuola e temeva di essere interrogata in geografia, dove non aveva ancora avuto il voto. E nient’altro.

«Il tassista non pensava che io rimanessi nel tassì. E disse: “Lei, signore?”. “Ah”, dissi, “io ho bisogno di recarmi in banca, per fare un’operazione, brevemente. Mi faccia la cortesia di accompagnarmi in via Cesare Correnti”. Il tassista riprese stancamente la macchina, percorse molto lentamente il tratto che divide via Corridoni dal semaforo di largo Augusto e, quando fu al semaforo di largo Augusto, egli tirò un sospiro di sollievo, come se avesse avuto dentro qualcosa di non immaginabile. Io, allora, in quel momento, rivolgendomi a lui, dissi ancora: “Signore, guardi, lei, veramente, questa mattina si sente male. Qui ci sono dei tassì. Si fermi. Si fermi per cortesia”. Il tassista si fermò. Ma non per farmi scendere. Mi disse: “Signore, se lei sapesse che cosa mi è capitato!”. Io, pensando a una disgrazia di famiglia, dissi: “A tutti capitano cose veramente dolorose, cose, qualche volta, inimmaginabili”. Dissi: “Anche a me, qualche mese fa, è morto il padre. E, quindi, per me è inimmaginabile che mio padre potesse essermi rapito”.

«Il conducente mi disse: “No, no. Qualche cosa di più grosso”. E tutto di un fiato mi rivelò: “L’uomo che ha fatto saltare la Banca dell’Agricoltura l’ho accompagnato io”. Io rimasi sereno di fronte a questa ammissione. Perché in quel momento volevo creare le condizioni psicologiche adatte perché l’uomo si liberasse dal segreto e fosse indotto, poi, a riferirlo alla polizia. Non avendomi sorpreso, non vedendomi meravigliato, mi disse: “Ma non dice niente?”. Dico: “No. Non dico niente. Sono cose che capitano. Uno può avere paura, può aver timore”. E allora il tassista interviene: “Sì, veramente, è stato un grosso terrore. Io non lo so. Non so che cosa fare. Ho paura. Ho tanta paura. Ho un figlio di diciassette anni. Ho famiglia. Che cosa mi potrebbe capitare?”. Anch’io dissi: “Ho tre figli. Lei ha notato. Patrizia è la più grande: quattordici anni. Ma ne ho altri due: Gianni di dodici anni e Paola di sette. Però, per me, non c’è dubbio alcuno su quello che dovrei fare: andare subito, immediatamente, alla polizia e raccontare tutto, per filo e per segno, quello che mi è capitato”. Io non sapevo ancora che cosa fosse capitato in realtà al tassista. Il tassista, dopo queste parole, disse: “Mah, lei mi ispira fiducia. Guardi voglio dirle come…”.

«Ed ecco il racconto, il più fedele possibile, che il tassista mi ha fatto: “Erano circa le sedici di venerdì dodici dicembre. Mi trovavo in piazza Beccaria, quando, dalla galleria del Corso, vidi venire, verso piazza Beccaria, un uomo dall’apparente età di quarant’anni. Si avvicinò a me e mi disse: ‘Alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana’. Parlava un italiano perfetto, senza inflessioni dialettali. Io gli dissi: ‘Ma signore, la Banca dell’Agricoltura è qui a due passi, a cinquanta metri. Fa prima a piedi’. Egli non disse niente. Aprì lo sportello e si introdusse nel tassì. In quel momento, mentre saliva sul tassì, lo vidi bene: portava una valigia, una borsa, una grossa borsa che mi sembrò molto pesante. Partimmo e arrivammo davanti alla Banca dell’Agricoltura, cinque, sei minuti dopo. Egli scese dal tassì, entrò frettolosamente nella Banca dell’Agricoltura, e uscì ancora frettolosamente. Saranno passati quaranta, cinquanta secondi, un minuto. Entrò di nuovo nel tassi e mi disse…”.

«A questo punto intervenni io: “No, no, guardi, non voglio sapere dove lo ha condotto. Non mi interessa”. Anche perché io non sapevo che lui collegasse il fatto, come lo collegò dopo. Continuai ad ascoltare il tassista. Diceva: “Quest’uomo era molto scuro in volto. Aveva un volto scuro”. Il tassista me lo ripeté tre volte. Poi gli osservai: “Ma perché quest’uomo veniva dalla galleria del Corso?”. E lui: “Ma lei non sa che alla galleria del Corso c’è un famoso covo?”. Me lo ripeté due o tre volte: “il famoso covo della galleria del Corso”. Proseguendo nel racconto il tassista mi riferì: “Io continuai a fare il trasporto dei passeggeri, quando, dopo che il passeggero aveva lasciato il tassì da un quarto d’ora, venti minuti, seppi dell’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Allora mi venne in mente. Io collegai i fatti e mi ricordai che quando il passeggero era entrato nella Banca dell’Agricoltura aveva la valigetta nera e quando ne era uscito non l’aveva più”.

«Qui finisce il racconto del tassista. Eravamo arrivati al semaforo che divide via Cesare Correnti da via Circo. Gli dissi di fermarsi un attimo. Gli dissi che, maggiormente, ero convinto che lui dovesse compiere il proprio dovere. Mi ripeté che non sapeva che cosa fare. Mi disse che la sera precedente, e per tutta la notte, avevano tenuto consiglio di famiglia lui, la moglie, il figlio, e che non sapevano come agire in questa circostanza. La moglie lo aveva invitato a recarsi da un sacerdote a consigliarsi, a vederci chiaro. Io gli dissi che qualsiasi sacerdote, ma anche qualsiasi uomo che sentisse il dovere morale di difendere i cittadini del suo stesso paese, gli avrebbe dato l’unico consiglio possibile: andare subito, non fare trascorrere un istante di tempo, per raccontare tutto alla polizia. Al momento di pagare mi accorsi di avere diecimila lire. Lo pregai di attendere un attimo. E, nel timore che lui scappasse via, lasciai i libri sul sedile. Entrai in banca, cambiai diecimila lire, tornai precipitosamente da lui. Il tassametro segnava 1520 lire. Gli lasciai duemila lire. Gli dissi: “Adesso lei va in un bar, e si prende un bel grappino”

«La situazione tra noi si era ormai sgelata. Lui era diventato un chiacchierino. Come dicevo, gli dissi: “Si trovi un bar, si prenda un bel grappino e poi, subito, di corsa, senza mettere tempo in mezzo, vada alla polizia”. Lui mi guarda e dice: “Signore, sa che lei quasi mi ha convinto! Be’, guardi, devo pensarci ancora un momentino. Però, se andrò alla polizia, parleranno di me la televisione e i giornali”. Io attraversai ancora la strada. In quel momento ero il custode di un segreto veramente pesante. Volevo fare un’operazione di banca. Entrai in banca ma non feci quell’operazione. Chiamai un amico e gli dissi che avevo bisogno, urgentemente, di dirgli qualcosa. Volevo mettere subito al corrente qualcuno di questa cosa. Raccontando a quest’uomo, per filo e per segno, quanto mi era capitato, gli chiesi consiglio. E per la verità, proprio per la verità, il consiglio fu dei più convincenti. Mi disse che avrei avuto noie, che, forse, non era il caso, essendo io un funzionario statale, di fare questo; che, se proprio avessi voluto farlo, era meglio farlo da un telefono pubblico non dando il mio nome. Perché? Perché se avessi dato il mio nome, dopo cinque, dieci minuti sarebbero arrivate le “gazzelle” a sirene spiegate. Infine, mi disse: “Forse l’unica soluzione immediata sarebbe quella di prendere un tassì, andare in via Fatebenefratelli e raccontare tutto”.

«Io non avevo tempo da porre in mezzo. D’altra parte non potevo prendere un tassì per andare in via Fatebenefratelli perché dovevo preparare un consiglio d’amministrazione urgentissimo. Andare in via Fatebenefratelli avrebbe significato aspettare una, due, tre ore prima di essere ricevuto. Così, andai di corsa nel mio ufficio che dista pochissimo da via Cesare Correnti. La prima cosa che feci entrando in ufficio fu questa: dissi alla mia segretaria: “Signorina, venga qui, venga qui”. Ecco, io avevo ancora bisogno di mettere qualcuno al corrente della cosa. Cosi dico alla mia segretaria: “Venga qui e senta quello che dirò”. Faccio il 113 e al centralinista che mi risponde dico: “Ho una notizia importante in merito all’attentato alla Banca dell’Agricoltura. Ma prima di dirvi i particolari prendete questo numero: 3444”. Mi ero dimenticato di dire che, nello scendere dal tassì, avevo fotografato nella mia mente il numero dell’auto pubblica. Appunto il numero 3441. E continuando il discorso col centralinista della questura dico: “Rintracciate il tassì che porta questo numero. Perché il conducente di questo tassì ha, probabilmente, il segreto dell’attentato di piazza Fontana”.

Rolandi negò d’avermi visto

«Il centralinista del 113 mi passò immediatamente la Volante. Alla Volante faccio lo stesso racconto che ho registrato in questo memoriale. E ripetei che dovessero fare in fretta, in fretta. La mia preoccupazione era che a quell’uomo potesse capitare qualcosa, che l’uomo potesse scomparire; che l’uomo non avesse voluto assolutamente dire quel segreto che possedeva e che, probabilmente, rappresentava la chiave dei fatti di piazza Fontana.

«Dopo circa mezz’ora la mia segretaria annunciò: “La Volante al telefono”. Era il centralinista della questura. Mi disse: “Sono io che ho raccolto mezz’ora fa la sua denuncia. Mi dica: lei ha chiesto al tassista com’era vestito il passeggero?”. Io dissi che il mio non era stato un interrogatorio; che la mia era stata una conversazione distesa per mettere il tassista in condizioni psicologiche adatte; che il tassista mi raccontò tutto quello che voleva raccontare e che, quindi, io non avevo chiesto come era vestito il passeggero. Erano circa le dieci di lunedì. A partire da quel momento io vissi momenti di trepidazione. Anche per me. Anche per la mia famiglia. Ma, soprattutto, mi preoccupava sapere se la polizia aveva rintracciato il tassista; sapere se il tassista, fortunatamente, fosse andato dalla polizia. Nulla durante tutta la giornata di lunedì. Nulla per tutta la mattinata del martedì. Col telegiornale dell’una e mezzo del martedì, io seppi che il tassista era stato rintracciato, che, forse, era andato dalla polizia e, quindi, fui liberato da quella pena di sapere come fosse andata la indicazione data alla polizia.

«Dopo le quattordici e trenta di quel martedì, poiché il tassista era stato rintracciato e io volevo dare i particolari affinché non cadesse in contraddizione e raccontasse tutto, mi misi in contatto col dottor Castellino della Notte. Dissi se poteva mandarmi un cronista al quale avrei raccontato qualcosa di molto intèressante in merito ai fatti di piazza Fontana. Mi disse che me lo avrebbe mandato verso le tre e mezzo. In questa attesa, io telefonai a un mio carissimo amico, veramente caro, l’avvocato Domenico Bellantoni. Volli che fosse presente al colloquio col cronista della Notte. Lo raccontai anche al mio presidente, l’avvocato Ogliari. Dissi che cosa mi era capitato. Non dissi niente prima, neppure in famiglia. Anzi, in famiglia lo racconterò, addirittura, martedì sera. Perché non volevo che eventuali indiscrezioni potessero intralciare il corso della giustizia.

«Al cronista della Notte raccontai quanto mi era capitato. E, preoccupato che il discorso fosse riferito il più obiettivamente possibile, d’accordo col mio avvocato, alla sera. convocammo i cronisti del Giorno. Alle 20,30 di quello stesso martedì, io diedi ai cronisti del Giorno quel racconto che, poi, apparve esattamente il mercoledì mattina. Intanto, alle 18 del lunedì sera (un particolare, questo, che mi era sfuggito), avendo una riunione alla Charitas Ambrosiana, in via Ludovico Ariosto, con monsignor Giuseppe Bicchierai e con l’assessore all’educazione, dottor Lino Montagna, a loro avevo accennato della mia avventura, e avevo accennato anche a come mi ero comportato. Avevo avuto il conforto e di monsignor Bicchierai e del dottor Lino Montagna, che avevo fatto bene perché quello era il mio dovere. La mattina del mercoledì lessi la versione che avevo dato al Giorno. Andai in ufficio dove mi telefonò un redattore dell’ANSA dicendomi che il tassista Rolandi (solo in quel momento seppi il nome) aveva negato di avermi trasportato e persino incontrato e di avere avuto un colloquio con me. Non capivo perché lo negasse. Quel giorno vennero di nuovo i giornalisti della Notte, i quali cominciarono a farmi fotografie su fotografie e, anche loro, mi riferirono che Rolandi negava di avermi incontrato. Poi mi telefonò anche un redattore della Stampa di Torino dicendomi che aveva incontrato Rolandi e che Rolandi negava di avermi visto. Volle anche lui un racconto di quel giorno. Racconto che ripetei, nel pomeriggio, a un inviato, Giampaolo Pansa, dello stesso giornale. Alla sera, verso le 23, mi cercarono i cronisti della radiotelevisione svizzera che vollero anche loro un racconto di quel lunedì.

«A tutti ripetei quanto ho riferito oggi, domenica 21 dicembre 1969, in questo microfono. Ed è la verità. La verità vera.

«Io credo d’essere riuscito a convincere l’uomo ad andare alla polizia. Perché quella mattina, come lui stesso ebbe a dichiarare, era uscito di casa con questa raccomandazione della moglie, che lui mi riferì e che adesso mi sovviene. La raccomandazione era questa: “Stai attento, perché non è possibile quello che tu pensi”.

«Ho voluto ricordare questo perché penso che potrà servire. Sono le otto e quaranta di domenica 21 dicembre 1969 “.

Un poscritto: «Mi è sfuggito un particolare: durante il racconto del tassista, egli ebbe a insistere sulla paura che aveva avuto nel ripensare che sul suo tassì c’era la valigetta nera con l’esplosivo. Lo ripeté due o tre volte e disse: “Se fosse scoppiata in macchina, che cosa sarebbe stato di me? Che cosa sarebbe capitato durante la corsa?”»

Una precisazione: «Il tassì fu chiamato da via Berna 11/4 verso le otto e quindici minuti, otto e sedici di lunedì 15 dicembre. Ho chiamato il 113 alle nove e un quarto. Alle nove e quarantacinque il 113 mi chiamava chiedendomi alcuni particolari. Aggiungo che al 113 ho detto: “Qui parla Paolucci, direttore del patronato scolastico di Milano, che abita in via Berna 11/4 e il cui numero di telefono di casa è questo e che ha l’ufficio in via del Don numero 6, con telefono diretto numero… eccetera eccetera”.

«Questo è tutto».

L’INTERVISTA

COLLOQUIO COL PROFESSOR LILIANO PAOLUCCI REGISTRATO LA SERA DI DOMENICA 27 FEBBRAIO 72 NELLA SUA ABITAZIONE DI VIA BERNA, A MILANO

Professor Paolucci, per quale ragione, cinque giorni dopo il suo incontro con il tassista Cornelio Rolandi, lei decide di dettare al magnetofono questa sua memoria, questa specie di testamento?

Perché sono un pignolo. E, proprio perché sono un pignolo, mi accorsi, in quei giorni, che le «verità» su quell’incontro con Cornelio Rolandi stavano diventando tante: anzi troppe, con troppi elementi interpolati oppure taciuti. Elementi, badi bene, tali da modificare sostanzialmente la realtà dei fatti. Di quei fatti che erano avvenuti la mattina del 15 dicembre 1969.

Quali sono questi elementi?

Nel memoriale che ha sentito ce ne sono almeno tre.

Elenchiamoli, a uno a uno: il primo.

Il primo: Cornelio Rolandi, in quella settimana, ripeté parecchie volte di non avermi né visto e neppure trasportato.

Il secondo elemento.

Cornelio Rolandi diede ai carabinieri di via Moscova, dove si presentò oltre due ore dopo il mio incontro, una versione dei fatti del venerdì precedente assolutamente diversa da quella che aveva dato a me.

E il terzo elemento?

Il terzo elemento consiste nel fatto che Cornelio Rolandi, la mattina del 15 dicembre 1969 alla mia domanda: «Ma perché quell’uomo avrebbe dovuto saltare fuori proprio dalla galleria del Corso?», risponde: «Ma come, lei non sa che alla galleria del Corso c’è un famoso covo?».

Professor Paolucci, lei, dice, ed, è vero, che Cornelio Rolandi, negò dapprima di averla incontrata. Per quale motivo avrebbe dovuto negare quell’incontro con lei che, poi, fu fondamentale ai fini della determinazione del tassista di raccontare tutto ai carabinieri?

Perché ha inizialmente negato, lei si domanda. E me lo sono chiesto anch’io. E la spiegazione è evidente se lei tiene conto del secondo elemento: la diversità del racconto. A me, Rolandi, dice una cosa, dai carabinieri ne emerge un’altra. Cornelio Rolandi disse a me quella mattina: «Ho caricato quell’uomo in piazza Beccaria e l’ho portato davanti alla Banca dell’Agricoltura. Poi l’ho aspettato per quaranta, cinquanta secondi. Soltanto venti minuti dopo, quando ho saputo dell’esplosione avvenuta dentro la Banca Nazionale dell’Agricoltura, mi sono ricordato che quell’uomo era sceso con una valigetta in mano, valigetta che non aveva quando è rientrato nel tassì» . Racconta, invece, alla polizia: «Ho portato quell’uomo in via Santa Tecla, l’ho aspettato per quattro o cinque minuti, l’ho visto nello specchietto retrovisore. È sceso con la valigetta ed è tornato senza valigetta sbattendo forte la porta». Perché Rolandi nega di avermi visto? Perché, anzi, dice a qualcuno che il giorno di lunedì non aveva neppure lavorato? Perché si rende conto che ci sono due verità che non combaciano e che, nei due racconti, ci sono delle differenze sostanziali. Una cosa è aver portato quell’uomo davanti alla Banca dell’Agricoltura il giorno di venerdì, quando c’è una ressa notevole e qualcuno, bene o male, avrebbe potuto ricordare quell’episodio, e un’altra cosa è l’avere accompagnato quell’uomo in via Santa Tecla, in un posto deserto, o quasi, dove quel passeggero e quel tassì che aspetta per quattro, cinque minuti non vengono assolutamente notati da nessuno. Io, ai fini della verità, ho sempre chiesto il confronto con Cornelio Rolandi. Questo confronto non è stato mai fatto. Non solo. Ma fui interrogato soltanto un mese dopo il fatto.

Professor Paolucci, lei afferma che Cornelio Rolandi quella mattina le parlò di covo. Che tipo di covo?

Rolandi non specificò il tipo di covo. Ma questo termine, «covo», rimase impresso nella mia mente. Ho sempre riflettuto su questo particolare. Ripeto, ancora, che avevo fatto una domanda precisa. Questa: «Ma, scusi, perché quest’uomo che lei ha caricato in macchina in piazza Beccaria doveva venire dalla galleria del Corso?». E lui, stia attento, dice: «Ma lei non sa che li c’è un covo? Un famoso covo?» E io ora, alla luce degli avvenimenti, dico: «Ma se tu, Cornelio Rolandi, pensi al covo, sai già che quella persona appartiene a un dato covo. Quindi, tu Cornelio Rolandi, quella mattina del 15 dicembre 1969, hai già la prefigurazione di chi sia quell’uomo che hai caricato. Dunque, a un certo momento ti sei ficcato in testa che quella persona appartiene a una determinata categoria, a un determinato settore della vita politica e di quella sociale. Perché mi parli di covo e mi metti in relazione le bombe alla Banca Nazionale dell’Agricoltura con quest’uomo che esce dalla galleria del Corso? Perché alla galleria dei Corso, come sostieni tu, tu Cornelio Rolandi, c’è un covo, un famoso covo. Chi te lo ha detto? Chi ti fa fare, a te tassista, questa relazione tra il covo e le bombe?». È una illazione, quella che fa Rolandi, di una gravità eccezionale perché egli ha già prefigurato di definire questa persona come appartenente al covo.

Il tassista ascolta e sbaglia strada

Professor Paolucci, finora abbiamo parlato di fatti. Adesso entriamo in quel terreno pericoloso che sono le illazioni. Ma secondo lei per quale ragione un uomo onesto come Rolandi avrebbe dovuto tirare queste conclusioni? Lei è un docente, ha studiato psicologia, ha conosciuto Rolandi. Perché, ripeto, Rolandi avrebbe dovuto comportarsi in questo modo?

Perché non è escluso che Rolandi fosse andato alla polizia la sera stessa di venerdì, il giorno delle bombe.

Che cosa vuole dire con questo?

Niente di offensivo per nessuno. Neppure per Rolandi. Anche l’illazione che Rolandi fosse andato alla polizia quel venerdì poggia su un dato di fatto. Deve sapere che mercoledì 17 dicembre 1969, quando uscì la mia intervista sul Giorno, mi telefonò un giornalista di un quotidiano che mi disse: «La tua intervista mi ha fatto passare uno dei momenti professionali più brutti della mia vita». Chiesi il perché e mi rispose: «Perché io avevo saputo da fonte primaria che Io stesso giorno di venerdì, dopo l’attentato, un tassista si era presentato in questura. Purtroppo non tenni conto di questo». Dunque, premesso questo e ammesso, solo per ipotesi, che Rolandi si sia recato in questura, io ho cercato di trarre una deduzione di carattere psicologico.

Che tipo di meccanismo sarebbe potuto scattare in Rolandi?

Dunque, Rolandi va alla polizia. Viene ascoltato? Non viene ascoltato? Non lo so. Sta di fatto che lui da quel momento comincia a meditare la costruzione della verità. Trovata questa verità, ha bisogno di presentarla alla verifica. E trova questa verifica in un passeggero che durante la corsa comincia a discutere con sua figlia in tono placido degli avvenimenti di piazza Fontana, un passeggero abbastanza comprensivo davanti a quel disastro, un uomo che cerca di trovare le cause per questa umanità che era stata sconvolta. E, infatti, Cornelio Rolandi era attentissimo al colloquio che avveniva tra me e mia figlia. Era per questo che cominciava a sbagliare le strade. Sbagliava le strade perché era più impegnato ad ascoltare la conversazione che a seguire la rotta. Dunque, se Rolandi aveva accompagnato quel passeggero, se veramente l’aveva detto alla polizia, se la polizia non gli aveva creduto subito, Rolandi ha bisogno di provare in qualcun altro che quello che lui aveva detto era vero.

Ma poteva Rolandi, un tassista con la terza media, elaborare un processo mentale così perfetto?

Rolandi aveva la terza media ma possedeva anche la classica intelligenza del contadino e, secondo me, una sorta di visione utilitaristica di certi avvenimenti. Certo non sapeva che c’era una taglia. Ma ci poteva essere la notorietà.

Allora, secondo. lei, Rolandi, si mise in mezzo a questo pasticcio anche per amore di notorietà?

Non dimentichi quello che ho registrato. Cornelio Rolandi, durante quella corsa in tassì, è turbato. Poi mi raccontò, ancora terrorizzato, l’avventura che aveva corso quel venerdì con tutte le implicazioni psicologiche del dopo: «la bomba poteva scoppiare in auto»; «che cosa sarebbe potuto accadere». Ci sono anche le implicazioni psicologiche del momento. Rolandi ha paura di parlare: pensa a sua moglie e a suo figlio. Questo terrore dura fino a quando non si accomiata da me. E, infatti, al momento di salutarmi, si trasforma. Sorride, sorride perché ha trovato un individuo che confortava la sua tesi? Non lo so. Sta di fatto che sorride e sorridendo mi dice: «Quasi quasi lei mi ha convinto ad andare alla polizia. Ma se andrò alla polizia parleranno di me i giornali e anche la televisione». Ora io dico: un uomo terrorizzato, veramente terrorizzato come appariva Rolandi prima del racconto di quell’avventura, fa altre considerazioni. Dice: «Speriamo che non mi capiti niente e speriamo che la polizia tenga il segreto. Per la mia sicurezza».

Be’, certo che questo mutamento di umore in Rolandi è ben strano. Però…

Di cose strane, quel lunedì mattina, lunedì 15 dicembre 1969, ce ne furono altre.

Quali altre cose strane ci furono?

Ha sentito la registrazione del mio memoriale. Ha sentito che ho telefonato alla polizia, ha sentito che cosa ha risposto la polizia mezz’ora dopo? Si ricorda?

Sì, ricordo che, secondo il suo memoriale, la polizia le chiedeva se…

Mi chiedeva se avevo chiesto al tassista com’era vestito l’uomo che questo tassista aveva accompagnato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Dunque faccia mente locale a quel giorno. Eravamo tutti nazionalmente angosciati, turbati, da quello che era accaduto in quel terribile venerdì dodici di dicembre. Lunedì mattina alle nove e un quarto io, un cittadino, denuncio un fatto grave. Dico: «Prenda nota. Sono Paolucci, direttore del patronato scolastico di Milano che abita in via Berna 11/4 e il cui numero di telefono di casa è questo, e che ha l’ufficio in via del Don 6 con telefono diretto numero tale». Questo di primo acchito. Poi racconto i fatti per filo e per segno. Ebbene, la polizia come reagisce? Non mobilita due «gazzelle», non viene subito da me, non mi tiene al telefono. Bisogna ricordare che Cornelio Rolandi non è ancora andato dai carabinieri di via Moscova, dove si recherà alle 11,35 di quel giorno. Quindi questo Rolandi può essere un pazzo ma può anche dire la verità. E se dice la verità bisogna cercarlo. Bisogna cercarlo prima che qualcuno lo possa eliminare, bisogna cercarlo, soprattutto, prima che questo tassista, rientrato psicologicamente nel terrore, possa nascondersi, andar via. E, in quel momento, alle 9,15 di quel lunedì, io soltanto rappresento l’unico legame con quest’uomo. Ebbene, a me che in quel momento sono l’unico a conoscere una verità sconvolgente, il telefonista della questura, mezz’ora dopo la mia chiamata, dice: «Sono il poliziotto che ha preso la sua chiamata. Senta, lei, per caso, non ha chiesto al tassista com’era vestito l’uomo che è stato accompagnato davanti alla Banca Nazionale dell’Agricoltura?». E se io in quel momento avessi detto che sì, avevo chiesto, e che il tassista mi aveva risposto che quell’uomo aveva la giacca rossa, le scarpe gialle e la cravatta viola?

Perché Rolandi diede due versioni. Perché dalla questura volevano sapere com’era vestito l’uomo che Rolandi aveva accompagnato davanti alla Banca dell’Agricoltura?

Sono un testimone del processo di Roma. È meglio che io tenga dentro di me questa illazione.

Professor Paolucci, la chiave di tutto il processo che si sta celebrando a Roma sta in Rolandi. Ma Rolandi è morto, anche se ha lasciato una «memoria futura», un’ultima, estrema, testimonianza che accusa una certa persona. Lei crede che un uomo, un uomo sul letto di morte, possa scherzare con la vita dei vivi, possa accusare una persona senza pensare che potrebbe rendere conto di questo a Qualcuno?

Attenzione. Io non dico che Cornelio Rolandi era un bugiardo. Sono convinto che lui non ha pensato al fatto grosso, alle complicazioni. Non ha pensato che si trattava di un fatto storico, di una rilevanza eccezionale. E, siccome io lo ritengo una persona onesta, sono certo che oggi sarebbe arrivato alla conclusione che si era sbagliato. Non alla conclusione. Alla convinzione che si era sbagliato. Oggi, io avrei inchiodato Cornelio Rolandi alla verità vera. Avremmo avuto delle spiegazioni. Perché a me ha raccontato una versione? Perché ai carabinieri ne riferì un’altra? È probabile che queste spiegazioni ci sarebbero state. E queste spiegazioni sarebbero servite a trovare la verità.

Se ho capito bene, lei, dice che oggi Rolandi, messo a confronto con Lei, avrebbe ritrattato.

Questo è un termine giudiziario. Io le dico che, oggi, Rolandi, messo di fronte a una realtà da accertare, sarebbe stato disposto a dire qualsiasi altra verità.

Quale?

Una verità diversa da quella che, inizialmente, lui credeva

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