Umanità Nova 19 giugno 1971 La salma di Pinelli terrorizza i complici degli attentati di Il Comitato politico-giuridico di difesa

«Se uno ride in un tribunale il giudice togato lo caccia via, ma ridere di fronte a questa giustizia, piuttosto che dar di stomaco, è oggi segno di compostezza»

 Umanità Nova 19 giugno 1971

 Siamo alla nausea

 Dobbiamo attenderci ancora altri clamorosi e spudorati tentativi per salvare la «verità di Stato» sull’assassinio del compagno Pinelli, ma ne abbiamo ormai abbastanza, siamo stufi e nauseati  di questa sporca faccenda.

 Ieri 12 giugno a Milano, nel corso della manifestazione extraparlamentare per la casa, erano più di ventimila, forse trentamila a gridare: «Calabresi assassino». In diciotto mesi questo grido è  risuonato inconfondibile in tutte le piazze, in ogni assemblea, perfino nelle aule dei tribunali. Eppure nella «patria del diritto» non si è trovato un magistrato capace di far aprire quella  tomba, di condurre una indagine pulita che troncasse la sfacciata mobilitazione contro l’evidenza, contro la verità, di tutti gli organi dello Stato.

 «Si può immaginare una cosa più schifosa? No, una cosa più schifosa della “giustizia” borghese in generale e della “giustizia” sull’assassinio di Pinelli in particolare, non si può immaginare».  Così Luigi Pintor apre un articolo su Il Manifesto dell’11 giugno (del quale abbiamo ripreso anche l’occhiello che è in testa a queste note) e francamente potremmo troncare qui,  disinteressarci definitivamente delle vergognose capriole giuridiche che seguiranno se non fossimo convinti che i motivi che determinarono la morte dell’anarchico sono strettamente legati  agli attentati, compresi quelli del 12 dicembre 1969.

 Pinelli – non lo si dimentichi – ha pagato con la vita il rifiuto di collaborare per incastrare Valpreda e l’imprudente urlare, sul muso dei suoi aguzzini, di aver capito quale criminale macchinazione si stava ordendo contro gli anarchici.

Questa è la verità che si vuole a tutti i costi nascondere. Altrimenti non si spiegherebbero le reiterate violazioni di ogni diritto e della legge da parte di chi è preposto a fare rispettare e ad applicare la legge stessa.

 Dove si vuole arrivare?

 Il commissario Calabresi, è ormai chiaro, non intende mollare, non intende cioè fare la testa di turco, pagare per errori ed orrori non da lui o non da lui solo commessi.

Indubbiamente ci troviamo di fronte ad una unica colossale montatura poliziesca e Calabresi non è che una rotella dell’ingranaggio che si è messo in moto per abbattere sul Movimento anarchico i più pesanti magli della reazione.

La morte di Pinelli non era certamente in programma, è stato un «provvedimento» imprevisto e maldestro che si è dimostrato subito pericoloso; minaccia infatti sempre più seriamente di far crollare tutta la impalcatura.

Nel corso del processo a Braschi, Pulsinelli e compagni, accusati degli attentati fascisti del 25 aprile, 1969, si è rivelata, giorno per giorno sempre più chiara, la inattendibilità di falsi macroscopici, in aperta violazione dei diritti della difesa e calpestando ogni una istruttoria costruita su forma procedurale. Ebbene il magistrato responsabile di questo enorme cumulo di arbitri è Antonio Amati, lo stesso che il 12 dicembre indirizzò le ricerche della polizia sugli anarchici, che archiviò l’istruttoria sulla morte di Pinelli, che decise di non dar corso alla denuncia per diffamazione contro il questore Guida, e che fece arrestare Valpreda sulla porta del suo ufficio.

Perchè non sono state scaricate sulle spalle di un solo consigliere tutte queste pesanti incombenze, tutte palesemente collegate a avvenimenti che da circa due anni stanno suscitando seri e fondati dubbi sul comportamento di una certa polizia e di una certa magistratura? Perchè, dal momento che questi dubbi ingigantivano nella opinione pubblica fino a suscitare scalpore e gravissime e non certo larvate denunce di collusioni e complicità, gli organi superiori della magistratura, non sono intervenuti a porre fine allo scandalo? Ed infine, perchè si è affidata al consigliere Biotti la causa Baldelli-Calabresi quando era notorio che tra Biotti e lo avvocato Lener intercorrevano stretti rapporti di varia natura, oltre che di amicizia, tali da esporlo ad essere ricusato dalla difesa Baldelli?

Ma c’è di più e di peggio. Ora un gruppo di parlamentari comunisti chiede l’intervento del Consiglio superiore della Magistratura al quale vengono segnalati anche i «comportamenti arbitrari o addirittura oggettivamente delittuosi di funzionari e agenti di P.S.». Sennonché questo supremo organo di autogoverno della magistratura è chiamato esso stesso in causa nella persona di un suo ancora anonimo membro esplicitamente compromesso, stando alla versione di Lener, per avere tentato di corrompere il presidente del tribunale Biotti.

 Ma chi ci crede?

 Non si può dare alcun credito però alla versione di Lener perchè nella magistratura della repubblica italiana non si fa carriera in quel modo, perchè un magistrato qualificato e con tanti anni di esperienza’ giudiziaria sulle spalle non va a confidare certe cose proprio alla «parte lesa». Accettando quella versione dovremmo chiedere alla Corte di Appello, che l’ha convalidata, perchè non sono stati disposti accertamenti sul presunto tentativo di corruzione.

E se invece tutto il losco intrico fosse stato concordato per evitare ad ogni costo di aprire la tomba di Pivelli e Biotti «facesse carriera» (magari in sordina come Guida) proprio per avere fornito a Calabresi la possibilità di mandare a monte il processo?

A questo punto ogni supposizione è legittima, visto che la bestia, ferita e braccata, sferra feroci colpi di coda persino contro membri della sua stessa specie pur di salvarsi. Non trascuriamo il fatto che Biotti era ritenuto un «moderato» e che tutto l’andamento del processo era stato caratterizzato da continue acquiescenze verso i poliziotti testimoni che mentivano sfacciatamente, erano reticenti o si contraddicevano, senza che fossero diffidati o almeno richiamati.

Ora Biotti si difende attaccando e quando rivela che la polizia lo pedinava e gli controllava il telefono (le stesse attenzioni erano riservate anche agli altri due giudici della corte), la polizia si ribella e lo accusa di falso. Ma noi sappiamo che centinaia di intercettazioni telefoniche sono state operate dalla polizia in questa losca faccenda, senza che appaiano depositate agli atti dei relativi procedimenti le debite autorizzazioni della magistratura. Valgano per tutte le intercettazioni telefoniche effettuate sull’apparecchio del Pinelli, delle quali è fatto cenno in un verbale del 13 gennaio ’70 di Allegra, ma che non risultano autorizzate da nessun magistrato.

In tutto questo bordello c’è un puzzo d’intrico che sta ammorbando il paese e dal quale nessun organo dello Stato può uscirne pulito. Si potrà sopportare, senza eccessivo clamore o danno, che un quotato magistrato come Biotti venga fatto fuori da un giorno all’altro e presentato all’opinione pubblica come uno stupido e un corrotto, ma non sarà possibile che 50 milioni di italiani accettino la patente di imbecilli.

Dovranno metterci le mani tutti in questo infido marasma, anche il parlamento. Potranno anche riuscire a non scoperchiare quella tomba o potranno lasciarla aprire quando ormai ogni accertamento sarà impossibile e potrebbero persino trovarla vuota, come già si sussurra su diversi giornali, ma «il nome di Giuseppe Pinelli sembra destinato a rimanere legato ad uno di quegli “affari di Stato” che segnano una data nella storia dei Paesi».

E’ quello che andiamo dicendo dal dicembre del 1969: un «delitto di Stato» per coprire i responsabili della «Strage di Stato». Soltanto che adesso a sostenerlo, sia pure, con circospezione, con le parole della frase precedente riportata tra virgolette, c’è anche Il Messaggero quotidiano notoriamente filogovernativo.

Cavilli ed astuzie per ingannare la giustizia.

La ricusazione del giudice Biotti, ha sollevato nel paese indignazione e scalpore. L’opinione pubblica è sconcertata e scandalizzata. La stampa ha stigmatizzato l’accaduto con irate e sdegnate invettive.

Tutto ciò servirà però a ben poco se una massiccia azione politica non interverrà per imporre lo scavalcamento di tutti i cavilli e le astuzie giuridiche messe in atto con il preciso intento di insabbiare la verità ed ingannare la giustizia.

Si è avuta una ondata di proteste, oltre ai comunisti anche deputati socialisti hanno presentato interrogazioni ed annunciato richieste per la istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sull’atteggiamento di tutti gli organi dello Stato sulla Strage di Milano, ma noi siamo assolutamente scettici sulla efficacia di simili iniziative che, allo stato dei fatti e dopo numerose esperienze del genere, tutte negative, ci appaiono come espedienti demagogici destinati piuttosto a sopire lo scandalo che ad ottenere una «giustizia» diversa da quella che lo Stato ci somministra ed impone.

Del resto richieste ed interrogazioni parlamentari del genere sono già state avanzate, sempre sullo stesso « affare di Stato» circa un anno fa, anche allora alla vigilia di elezioni, ma sono rimaste senza esito, senza risposta.

Pinelli è stato assassinato e non solo non si vuole colpire i suoi carnefici ma si tenta di ostacolare in ogni modo l’accertamento della verità sulla strage di Milano perchè quella verità è strettamente connessa con i motivi che decretarono la morte di Pino. Si sono così accumulate altre vittime al già pesante bilancio della strage.

Mentre si professa fiducia nella legalità repubblicana e nella fallimentare democrazia parlamentare e ci si affida a strumenti tradizionalmente inutili come le inchieste parlamentari, il corpo del compagno Pinelli avrà tutto il tempo di decomporsi e Gargamelli, Valpreda, Borghese, Mander, tutto il tempo di marcire in galera.

Tutto ciò è mostruoso e se non si troverà al più presto una soluzione che tronchi di netto gli ignobili disegni degli assassini, l’accusa di complicità investirà anche quegli uomini e quei partiti la cui inettitudine politica ha lasciato e seguita a lasciare al fascismo ed ai suoi alleati ogni libertà di manovre eversive e liberticide negli organi dello Stato, nel governo, nel parlamento, nel paese.

Questo non è più un caso giudiziario. Siamo in pieno clima di sovversione fascista. Si è sorpassata ogni misura, persa ogni dignità, calpestato ogni elementare sentimento umano, vilipeso il senso della giustizia.

L’ombra del Pinelli e le vittime della «strage di Stato» e di tutti gli orrori polizieschi e giudiziari di questi tempi hanno tramutato la «patria del diritto» in «patria del delitto».

Il Comitato politico-giuridico di difesa

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