Umanità Nova 3 luglio 1971 Omertà di Stato (articolo non firmato)

Umanità Nova 3 luglio 1971   Non siamo riusciti a conoscere il testo integrale della motivazione del provvedimento, con il quale il Tribunale di Milano, presieduto dal suo capo dott. Usai, il 18 giugno ha deciso di rinviare ad ottobre l’esame dell’incidente di esecuzione sollevato dalla difesa del commissario Calabresi in seguito alla pronunzia della «maledetta» ordinanza, di nuova perizia e di esumazione della salma del compagno Pinelli, da parte del collegio presieduto dal «ricusato» dott. Biotti. Crediamo, però, di aver capito, attraverso la lettura di quanto pubblicato in proposito da alcuni quotidiani, che il Tribunale di Milano ha rinviato la decisione circa la revoca o la convalida o la modifica del «provvedimento incriminato» perché essendo ancora pendente il giudizio di ricusazione del dott. Biotti e non definitivo, per il ricorso da questi proposto in Cassazione avverso la decisione della corte d’appello di Milano che aveva dato ragione all’avv.Lener, non era opportuno riesaminare un atto formulato da un magistrato, che, ove la Corte suprema avesse ritenute valide le ragioni da lui opposte a quelle della difesa di Calabresi, avrebbe, almeno in teoria, potuto avere la possibilità di risalire nuovamente sullo scanno di presidente del processo «Lotta Continua – Calabresi».

Tralasciando di elencare ai nostri lettori, che presumiamo digiuni di «cose di legge», le numerose perplessità di ordine giuridico che una cosiffatta motivazione fa nascere, non possiamo fare a meno di affermare che questa ulteriore sospensione di giudizio, col conseguente rinvio della ripresa del processo (che ormai si dimostra in tutte le maniere di non volersi fare), non può interpretarsi che come la volontà di non prendere con le proprie mani una patata bollente, in considerazione anche di ciò che sta succedendo nell’opinione pubblica in questa incipiente stagione estiva, e come il desiderio di rinviarne un possibile contatto ad altra epoca, quando cioè, aiutando le fresche brezze autunnali e il tanto proverbiale oblio degli italiani, sarà più facile evitare una scottatura.

Non c’è dubbio, quindi, che i disegni del commissario Calabresi e di coloro che stanno dietro e molto più in alto di lui e dei quali è strumento, continuano a procedere per il verso da loro desiderato e tracciato e che è quello, come tutti sanno, dell’affossamento di una verità, che a tutti i costi si vuole dal sistema negare, perché si tratta di una verità equivalente ad una denunzia del sistema stesso.

Senonché, come più sopra si diceva, qualcosa di nuovo sta succedendo nell’opinione pubblica, se è vero che stiamo assistendo ad una sollevazione morale da parte di molti, di moltissimi cittadini, i quali, nauseati per tutto quello che fino ad oggi si è improvvisamente mostrato dietro la ricusazione del presidente Biotti e convinti che l’espediente del «suicidio di Stato» è un volgare pretesto per nascondere un crimine del sistema, hanno a loro volta pronunziato la loro «ricusazione di coscienza» nei confronti di un gruppo di noti personaggi, ritenuti i soli (erroneamente diciamo noi) responsabili dell’affossamento della verità, oltre che dell’affossamento (e qui fuori di ogni metafora), del compagno Pinelli.

Le sottoscrizioni della dichiarazione di un gruppo di uomini di cultura, pubblicata sull’«Espresso», sono diverse centinaia e aumentano di ora in ora (particolare interessante: le firme delle donne superano quelle degli uomini); lettere di adesione di uomini politici che, con diverse motivazioni, affermano di aderire alla dichiarazione di ricusazione morale vengono pubblicate tutti i giorni e a queste si aggiungono dichiarazioni di gruppi e di collettivi. Si chiede un’inchiesta parlamentare, si evoca il caso Dreyfus. In conclusione: una vera e propria sollevazione morale.

Bene. Noi anarchici, che in tutto l’affare – (che, come dovrebbe essere noto, non comprende soltanto la defenestrazione di Pinelli e il processo «Lotta Continua» – Calabresi, ma tutta la strage di Stato) – siamo interessati in prima persona, non possiamo che prenderne atto e giudicarla un fatto positivo.

Però abbiamo il dovere di precisare che non abbiamo alcuna fiducia in alcuna inchiesta parlamentare, la quale, oltre che rimandare alle calende greche una risposta per noi urgente e improrogabile, non potrebbe che concludersi nel modo in cui si sono concluse tutte le inchieste parlamentari. Nel modo, cioè, rispecchiante gli interessi, i giuochi, gli appetiti, gli equilibri, i compromessi, le ipocrisie, la «bassa politica» dei partiti che costellano il parlamento e dei governi in carica. Il tutto a prescindere dai dubbi sulla buona fede, che non saremmo disposti a riconoscere a tutti i componenti la eventuale costituenda commissione; e a prescindere dagli ostacoli di varia natura che sarebbero frapposti tra il funzionamento e l’operato della stessa e la verità da scoprire, a cominciare dai famigerati «segreti di Stato», delle zone d’ombra da non tentare di illuminare, da territori per legge inesplorabili.

E’ da anni che andiamo affermando che siamo convinti che in seno ai governi e forse anche nei meandri di qualche segreteria di qualche partito di opposizione c’è chi sa e conosce tutta la verità e che luride ragioni di Stato o più luride mire di potere ne impongono il silenzio. Non potranno essere, quindi, le inchieste di commissioni parlamentari, espletate e composte da uomini legati ai governi e ai partiti, soggetti ai compromessi e ai ricatti, a rivelare ciò che dall’alto si vuole che rimanga nascosto.

Non resta allora che scegliere l’altra via, quella della protesta totale, della denunzia pubblica, del contrattacco consistente nello sforzo di fare comprendere a tutti che la verità sulla morte di Pinelli non riguarda soltanto i personaggi della vicenda giudiziaria, allo stesso modo che la verità sulla strage di Milano non può essere ricercata e trovata soltanto fra le pieghe di una montagna di carte processuali. Si tratta di fatti politici, che come tali debbono essere affrontati e da tutti. Gli «addetti ai lavori» non sono soltanto i giudici, gli avvocati, i pubblici ministeri, i cancellieri, gli ufficiali giudiziari, gli uscieri, ma tutti, tutti i cittadini. E soprattutto i lavoratori, i cosiddetti proletari, i quali – malgrado quello che inesattamente è stato scritto nella dichiarazione del collettivo politico di difesa di Roma, pubblicata nel numero scorso di questo giornale e che non può essere condivisa nella sua integrità – sono i grandi assenti (così presi come sono dalle rivendicazioni settoriali e così cloroformizzati dai sindacati e dai cosiddetti partiti di sinistra), nel coro di protesta per le sopraffazioni politiche e giudiziarie nei confronti degli anarchici e degli altri gruppi extraparlamentari, definiti dai loro mandarini come «lupi mannari» affetti da infantilismo politico.

 

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