Umanità Nova 16 ottobre 1971 Procedimento legale e procedimento reale di Antonio Cardella

Occorre trascinar fuori dal palazzo di giustizia ogni singolo processo che ci riguarda, gestirne uno parallelo, in modo che la sfera dell’arbitrio e della violenza trovi un contraltare efficiente nella sfera entro la quale i diritti dell’uomo muovano effettivamente le fila di una società pazientemente e continuamente inventata a sua misura

C’è una costante nel comportamento dei poveri e dei rivoluzionari che non ha mai cessato di sorprendermi ed è la fiducia di fondo che essi nutrono nel senso comune (o comune consenso) al quale finiscono inevitabilmente con il rinviare la soluzione di questioni anche spinose patite sulla propria pelle.

Probabilmente ciò è dovuto a quella quota di ottimismo così necessaria ai poveri per sopportare la povertà ed ai rivoluzionari per far fronte con dignità alla loro condizione di uomini persistentemente sconfitti nella lotta per la vita quotidiana; o forse ancora a quella inguaribile fiducia nella fondamentale onestà nell’uomo occultata – a parere dei contestatori di ogni sistema costituito – dalle molte sovrastrutture che appunto ogni sistema crea per garantirsi la sopravvivenza.

Tutto ciò è molto bello ed edificante e non vi è dubbio che un comportamento commisurato alle condizioni ad esso ipotizzate costituisca spesso l’ulteriore fattore debilitante delle strutture comunque repressive. Tuttavia vi sono limiti che occorre non superare se non si vuol vedere vanificata la somma di sacrifici che l’essere presenti in un certo modo nella società istituzionalizzata comporta. Quando – ad esempio – si mostra di credere che l’essere opinione comune (intendo: della grande maggioranza dei cittadini), che un fatto, una circostanza si siano svolti in un certo modo garantisca di per sè la loro ratifica legale con bollo e timbro, si finisce con l’eccedere tanto in ottimismo da mutar disegno ed asse reale.

Del resto, è proprio il perenne squilibrio tra il diritto codificato e la vita reale dell’uomo che dà la misura della natura oppressiva di ogni organizzazione statale, talchè solo l’ingenuità – e per di più operante nella sfera della fantasia – può ipotizzare la saldatura tra i due mondi.

Tale preambolo mi appariva necessario per sottolineare la fiducia -mai apertamente dichiarata ma chiaramente serpeggiante anche tra noi – sulla sorte dei nostri compagni ancora in galera e sui quali pendono processi per reati mai commessi. Mi sembra, cioè, che si voglia far leva oltre misura sulla pressione dell’opinione pubblica, la quale ha certamente una influenza nell’amministrazione della giustizia, alla sola condizione però che non siano in gioco le strutture dello Stato di cui appunto la «giustizia» è uno dei pilastri.

A questo punto, che è poi quello che nel caso specifico interessa, la voce dell’uomo qualunque, dell’intellettuale impegnato, del politico progressista perde di tono, sino a giungere flebile e neppure molesta alle orecchie dei sacri tutori dell’ordine costituito, e, nelle aule dei tribunali si finisce con il combattere una lotta senza incognite tra le vittime predestinate e gli aguzzini di turno.

Se tutto ciò è vero – ed è vero – occorre armarsi di altre armi: occorre per prima cosa rivedere con urgenza i canali cui affidare non solo i termini della nostra protesta, ma grazie ai quali vanificare, con la corrosiva pratica dell’ironia, l’uomo carnefice e l’inquisitorio regime che lo delega alla esecuzione. Occorre, più precisamente, trascinar fuori dal palazzo di giustizia ogni singolo processo che ci riguarda, gestirne uno parallelo, in modo che finalmente la sfera dell’arbitrio e della violenza trovi un contraltare efficiente nella sfera entro la quale i diritti dell’uomo muovano effettivamente le fila di una società pazientemente e continuamente inventata a sua misura.

Quello che viviamo è -a mio giudizio – un momento importante per avviare a definire il confine lungo il quale si fronteggiano due logiche conciliantisi neppure all’infinito: l’una tutta tesa a dare contenuto pseudo morale e regolamentazione di convivenza al privilegio, allo sfruttamento, al costume deteriore dell’egoismo più ottuso, comunque motivato; l’altra – per autonoma scelta -strumento di indagine per recepire ed ordinare le legittimamente mutevoli esigenze dell’individuo nel suo duplice aspetto di essere coscientemente autonomo e tuttavia chiamato ad esplicare in tutta libertà i propri rapporti sociali.

Adesso, mentre la prima logica ha nell’ambito della prassi i suoi gendarmi e i suoi complici la seconda è assolutamente inerme. Riconoscersi come alternativa reale, significa per noi prendere coscienza anche delle esigenze di questo settore di intervento; dal quale, però e quindi, debbono essere banditi direi per definizione i sostanzialmente sterili veicoli tradizionali di comunicazione.

E’ inutile aggiungere che occorre fare in fretta. Il processo contro Valpreda e gli altri compagni può essere più vicino di quanto non si creda. Che esso ci trovi preparati sul piano dibattimentale; che una parte dell’opinione pubblica si schieri a favore degli imputati, sono senza dubbio fatti da non trascurare. Ma potrebbero non bastare,. (Ed il condizionale del verbo ausiliario è anche esso segno di inguaribile ottimismo di cui – e non soltanto per coerenza – mi pento e mi dolgo).

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