A Rivista Anarchica N10 febbraio 1972 Noi accusiamo

 Vincenzo Nardella, l’autore del libro “Noi accusiamo” (Ed. Jaca Book, novembre 1971), ha condotto una “contro-istruttoria” sulla strage di stato, leggendosi l’istruttoria di Occorsio, rilevandone le più grossolane inesattezze e contraddizioni e proponendo qualche sua interpretazione alternativa. Pur nei limiti di un lavoro fatto quasi completamente a tavolino e a parte talune inesattezze (che pare saranno eliminate nella seconda edizione), il libro di Nardella è di utile e “gustosa” lettura. I tre paragrafi che seguono sono ricavati da alcune pagine di “Noi accusiamo”.

Noi accusiamo     La bomba in transito

Nessuno ha mai capito perché sia l’istruttoria sulla strage che il processo a Valpreda e gli altri debbano avere come sede naturale Roma e non Milano, dal momento che il fatto più grave della catena di attentati e l’ultimo episodio (quello che secondo il codice definisce la “sede naturale”) sono avvenuti a Milano, cioè l’attentato alla banca dell’Agricoltura e quello, fallito, della Banca di piazza della Scala.

Il motivo vero, che non si deve dire, è che a Roma tutto è più facile da “gestire” essendo là la stanza dei bottoni e delle manovre. Il motivo giuridico è invece frutto di un’interessantissima e arguta trovata di Ernesto Cudillo. Come è noto la bomba di piazza della Scala fu rinvenuta tra le 18,30 e le 19 di venerdì 12 dicembre, e quindi costituisce inequivocabilmente “l’ultimo episodio” della catena. Cosa fa allora il diabolico Cudillo? Per avvalorare il trasferimento dell’inchiesta a Roma l’illustre magistrato afferma che esiste il sospetto che la bomba di piazza della Scala sia stata deposta non con l’intento di farla esplodere ma così, semplicemente deposta. Quindi, unica eccezione nelle cinque bombe del 12 dicembre, la bomba di piazza della Scala non è una bomba, ma solo esplosivo che passeggia per la città, senza la particolare autorizzazione. Non essendo una bomba ma semplice “esplosive in transito” non costituisce un episodio. E non fate i furbi, è proprio così.

L’artificiere sgradito

Il maresciallo di artiglieria Guido Bizzarri è l’uomo che da solo ha disinnescato 12.000 bombe al di sopra del quintale, e probabilmente il più abile artificiere nella zona di Milano.

Tutte le volte che, prima di piazza Fontana, un ordigno esplosivo era stato rinvenuto in città o negli immediati dintorni la polizia aveva provveduto ad inviare un automezzo per prelevare il maresciallo Bizzarri. Quando seppe del ritrovamento della bomba inesplosa alla Commerciale di Piazza della Scala, Bizzarri si mise a disposizione e attese. Quando, stanco di attendere si mise in viaggio con i propri mezzi, arrivò in piazza della Scala per constatare che il solito Teonesto Cerri l’aveva fatta scoppiare senza nemmeno tentare di disinnescarla. Con la bomba (ora “esplosivo in transito” vedi sopra) erano scoppiate prove, indizi ed impronte digitali.

Teonesto Cerri sostenne che la bomba era troppo pericolosa e non poteva essere disinnescata. Bizzarri dichiarerà: “farla saltare è stato un grosso sbaglio. Non si ha idea della potenza dell’esplosione e si fa saltare la bomba al centro della città. Aprirla per me sarebbe stato uno scherzo”. Teonesto Cerri, il perito del Tribunale di Milano specializzato in attentati anarchici, è dunque un incapace?

Benito Bianchi ha perso il treno che non c’è

Benito Bianchi entra nella scena dell’inchiesta, dichiarando di aver incontrato Valpreda a Roma il 14 dicembre, al bar Jovinelli dopo aver assistito alla partita Lazio-Inter. Quando il Bianchi arriva davanti al magistrato Ernesto Cudillo, ha fatto in tempo a sapere che la partita era stata giocata a fine novembre, e quindi egli descrive al magistrato le movimentate sequenze della partita Fiorentina-Roma, partita alla quale il Bianchi avrebbe assistito come spettatore pur essendo un patito tifoso non della Roma ma della Lazio. Il Bianchi non fa in tempo ad uscire dal palazzo di giustizia e viene a sapere che la compagnia teatrale presso la quale lavorava si sciolse alla fine di novembre.

Nuova trafelata corsa del teste Benito Bianchi davanti al magistrato inquirente Ernesto Cudillo. Ed il Bianchi, “riconfermando tutto come da precedente deposizione”, dichiara che andò a Firenze a vedersi la partita Fiorentina-Roma non perché era rimasto senza lavoro, ma perché si stava annoiando a Chioggia con la fidanzata, ed allora mandò la fidanzata a quel paese, prese il treno, si fermò a Firenze, si guardò la partita e finalmente arrivò a Roma.

Il particolare che non torna nella versione corretta di Benito Bianchi, è chi egli non ha assistito a nessuna partita Fiorentina-Roma. Il Bianchi infatti, nella sua deposizione riveduta e corretta, afferma di essere arrivato a Roma alle 20,30-20,45 e di essersi trovato allo Jovinelli verso le 21. E difatti dalla stazione termini al bar Jovinelli, la distanza a piedi è di circa 20 minuti. Ma verso le 20,30-20,45 del 14 dicembre 1969, non arrivò nessun treno da Firenze nella stazione di Roma Termini. L’unico treno che arrivò a Roma Termini in un’ora imprecisata racchiusa tra le 20,30 e le 21,30 e proveniente da Firenze, era il treno straordinario riservato ai tifosi della Roma al seguito della propria squadra, treno che il Bianchi non poteva prendere perché privo del biglietto speciale per tale treno. Il Bianchi infatti, non partì da Roma per raggiungere Firenze non si munì di un biglietto di andata e ritorno valido per il treno speciale che doveva trasportare i tifosi della Roma a Firenze. Il Bianchi partì da Venezia con un biglietto regolare e secondo la sua versione si fermò a Firenze e se voleva essere presente al bar Jovinelli per poter testimoniare contro Valpreda il percorso Firenze-Roma il 14 dicembre 1969 avrebbe dovuto compierlo in taxi.

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Anarchici e questori: le radici storiche della provocazione poliziesca in Italia

anarchici e questori    “Primieramente fu tosto inteso dalli dipendenti che a venire od a crescere in estimazione presso i superiori o, soprattutto, ad ingraziarseli, era mestiere zelare di continuo la delazione politica, tracciare sospetti, discoprire trame e macchinazioni… Di lì ad inventarle di sana pianta non fu gran passo e non guastò che anzi il festiere si fe’ profittevole”.

(L. Zini, Dei criteri e dei metodi di governo nel regno d’Italia, Bologna, Zanichelli, 1876, p.69).

“… Organizzare attentati, provocarli oltreché attribuirli agli “elementi sovversivi” e specialmente agli anarchici, fa parte di una triste, antica tradizione.

Sono espedienti che, come tali, appartengono alla cronaca, non alla storia. Il falso, spesso perfetto sul piano della cronaca e su quello giudiziario, difficilmente passa alla storia. A distanza di anni, non di rado, la montatura cade e mostra tutta la turpitudine dell’abuso cinico del potere, tutto l’orrore della calunnia e dell’ingiustizia subita dai calunniati. Una metodologia sempre usata perché sempre fruttuosa, struttura portante di un certo tipo di politica nazionale preservatasi intatta attraverso periodi storici per altri versi tra loro assai differenti. 1870-1970: da questo punto di vista ben poco è cambiato: quel tipo di provocazione reazionaria giunge fino a noi attraverso schemi resi ormai consueti, anche se un po’ meno efficaci, dalle periodiche sperimentazioni…”

(A. Coletti, Anarchici e questori, Marsilio Ed.).

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