Umanità Nova 23 ottobre 1971 Si vuole a tutti i costi colpire gli anarchici Ancora una volta rinviato a nuovo ruolo il processo contro «Umanità Nova» (di il cronista giudiziario)

Il Tribunale, spalancando nuovissimi orizzonti alla scienza del diritto processuale, ha dichiarato la propria incompetenza con una ordinanza, mentre anche il più sprovveduto degli uscieri giudiziari sa che avrebbe dovuto farlo semmai con una sentenza

Umanità Nova 23 ottobre 1971   Con un provvedimento inusitato, un’ordinanza abnorme, cioè non prevista neppure dalle leggi in vigore, la IV Sez. del tribunale penale di Roma ha ancora una volta rinviato a nuovo ruolo il processo contro Umanità Nova che, nella persona del suo responsabile, compagno Alfonso Failla, era chiamato a rispondere del reato di pubblicazione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico.

Come abbiamo scritto in precedenti servizi di cronaca, la «falsità» era stata riscontrata dal P.M. dott. Occorsio in un manifesto pubblicato da questo giornale e nel quale si esprimevano la protesta e lo sdegno per la uccisione da parte della polizia di Milano dello studente Saltarelli, per il ferimento di alcuni cittadini, per gli arresti e i fermi di molti altri che il 12 dicembre ’70 avevano partecipato ad una manifestazione contro i grotteschi processi franchisti di Burgos.

«Era il 12 dicembre – stava scritto nel manifesto incriminato -, un anno esatto dalla strage dell’anno prima a Milano e la data doveva essere ricordata con nuovo sangue dalle stesse mascherate forze che stanno dietro alla bomba di piazza Fontana, anelli collegati di una stessa strage di Stato che ricerca – e trova – complicità ovunque: dalle sedi governative a quelle esecutive della polizia. Punto d’incontro: quello di un coagulo di forze della destra economica e fascista per sbarrare la via ad ogni progresso sociale». «Tutto denota – continuava il manifesto – che la criminale sparatoria di Milano è stata preordinata. La stampa assente per lo sciopero, l’opinione pubblica condizionata dalla esclusiva informazione poliziesca, maestra del falso come dimostrato dalle vergognose manipolazioni sull’assassinio dell’anarchico Pinelli e sull’orditura dell’istruttoria del tragico attentato di piazza Fontana». Più avanti, nello stesso manifesto, si accennava al pericolo delle libertà fondamentali dell’uomo, «poiché, come nel lontano 1922, allo squadrismo fascista, … si accompagna lo squadrismo della polizia».

Nel contenuto di questo documento il sostituto procuratore della repubblica dott. Occorsio non aveva intravisto altro che gli estremi del reato di cui all’art. 656 C.P. (pubblicazione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico). Ma evidentemente i vari cervelli che muovono l’ufficio della procura della repubblica di Roma non la pensano tutti alla stessa maniera, giacché il collega del dott. Occorsio, il sostituto procuratore dott. Amato, di turno all’udienza del 12 ottobre scorso, non solo ha riscontrato nel manifesto il reato delle notizie «false» ma anche quello più grave del vilipendio della polizia, del quale ha chiesto la contestazione, da lui precisata con la estrapolazione di alcune frasi dall’intero contenuto del manifesto, all’imputato.

Il tribunale; questa volta, malgrado l’opposizione della difesa, rappresentata dagli avvocati Gianzi e La Torre, che ha messo in evidenza l’assurdità della pretesa dell’accusa sotto il profilo logico e processuale, ha accolto la richiesta del dott. Amato e con un’ordinanza, che è un capolavoro di incongruenze giuridiche, ha dichiarato la propria incompetenza e rinviato gli atti al P.M., perché a sua volta li rimetta alla Corte d’Assise, competente per il reato di vilipendio.

Scriviamo «questa volta» perché come i nostri lettori ricorderanno, già in una precedente udienza, il P.M. aveva fatto un’identica richiesta e quella volta lo stesso tribunale, presieduto dallo stesso presidente dott. Testi, non aveva ritenuto di dover accogliere l’istanza del P.M. e con una ordinanza del 9 febbraio 1971 l’aveva rigettata.

Come si vede  non solo in seno alla procura della repubblica di Roma esistono i contrasti, ma anche nel bel mezzo del tribunale e, cosa ancora più strana, in seno alla stessa IV Sez., la quale affronta e risolve lo stesso problema a seconda delle stagioni dell’anno, affermando che è nero in autunno ciò che aveva detto essere bianco nell’inverno precedente.

Non è questa la sede per evidenziare l’abnormità dell’ordinanza del tribunale nell’ultima udienza del 12 ottobre scorso, che la difesa ha già fatto sapere di volere denunciare in cassazione. Soltanto ci limitiamo a sottolineare che il tribunale, spalancando nuovissimi orizzonti alla scienza del diritto processuale penale; ha dichiarato la propria incompetenza a giudicare il delitto di vilipendio con una ordinanza, mentre anche il più sprovveduto degli uscieri giudiziari sa che avrebbe dovuto farlo semmai con una sentenza, che è l’unico provvedimento con il quale un giudice può spogliarsi di un giudizio; che il P.M., a norma di legge, non essendo risultato alcun fatto nuovo al dibattimento non poteva chiedere la nuova contestazione; che il tribunale non avrebbe potato contestare il vilipendio neppure sotto il profilo del reato concorrente (e difatti non lo ha contestato!), trattandosi di diritto di competenza superiore; e non potendolo contestare e non avendolo contestato doveva procedere oltre nel dibattimento e limitarsi all’esame del solo diritto di cui all’art. 656 C.P. (pubblicazione di notizie false), per il quale esclusivamente era stato investito.

La verità è sempre la stessa. Si vuole a tutti i costi colpire gli anarchici. Essendo ormai apparso chiaro anche per l’abbondante documentazione esibita dalla difesa, che non si poteva condannare per il reato di pubblicazione di notizie false (un reato, fra l’altro, palesemente incostituzionale), e per la notorietà «lipsis et tonsoribus» che Saltarelli è stato veramente ucciso dalla polizia, si tenta di aggirar l’ostacolo con altra contestazione di altro reato più grave, il vilipendio, anche esso incostituzionale, e anch’esso insussistente nel manifesto incriminato.

Secondo il P.M. la polizia sarebbe stata vilipesa laddove nel manifesto la si definisce «maestra del falso» e laddove si parla di squadrismo, «squadrismo della polizia».

Si vede che c’è qualcuno alla procura della repubblica di Roma che legge poco i giornali, anche quelli della reazione, che sono i più, e che nulla sa di quello che è successo a Milano e sta ancora succedendo a proposito «delle vergognose manipolazioni – sono le parole del manifesto sotto accusa – sull’assassinio dell’anarchico Pinelli e sull’orditura della istruttoria sul tragico attentato di piazza Fontana».

Gli atti del processo contro Umanità Nova sono stati, dunque, trasmessi al P.M., perché a sua volta li rimetta in Corte d’Assise.

A questo punto sorge spontanea una domanda: poichè il P.M. è un ufficio e non una determinata persona fisica e poiché nell’ufficio del P.M. che si è occupato del processo contro Umanità Nova è il dott. Occorsio, il quale, si noti bene, per ben due volte ha chiesto il giudizio al tribunale solo per reato di pubblicazione di notizie false e non anche del vilipendio, malgrado la denunzia anche per tale delitto da parte di più uffici di polizia (quelli di Roma, di Bologna, di Ancona, di Livorno ecc.), cosa succederà se gli atti capiteranno per la terza volta nelle sue mani? Si adeguerà all’opinione del suo collega di udienza, smentendo se stesso, e ubbidirà alla strana ordinanza del tribunale, oppure, dimostrandosi coerente con se stesso, rispedirà gli atti al tribunale con la solita imputazione?

Confessiamo che la domanda è puramente retorica ed è l’effetto di un attimo di ingenuità giacché siamo convinti che gli atti saranno afferrati dal dott. Amato, o da altro collega che la pensa come lui, e che ci rivedremo in Corte d’Assise.

E non sarà male se in quella sede si potrà cominciare finalmente un discorso, come si deve, sul ruolo della polizia e la funzione repressiva dello Stato.

Il cronista giudiziario

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