È lui Diario dalla galera 1969 1972 premessa di Pietro Valpreda

Sto rileggendo queste carte che mi hanno aiutato a vivere per tre anni in carcere, rimetto in ordine i quaderni passatimi dall’amministrazione carceraria. In essi ho descritto quello che è capitato a me personalmente, la parte che mi hanno affibbiato nella congiura di stato. Mi ripassano davanti agli occhi tre anni della mia giovinezza che sono stati anche tre anni drammatici della vita italiana. Rileggo questi quaderni e mi rendo conto ora di quanto ha agito, per quello che riguarda alcuni fatti che ho narrato qui, l’informazione e la deformazione della stampa. Il lettore scuserà il soggettivismo della mia esposizione; ma la mia verità è questa, è la sola verità che conosca, quello che ho confidato ai miei quaderni, e che in qualche punto sembrerà opaca, grigia, e incompleta a chi sia abituato al sensazionale e allo scandalismo della stampa. È curioso come tutto si restringa nella solitudine, nella mancanza di un riscontro, di comunicazione. Non si dimentichi che per 38 giorni sono stato isolato dal mondo cosiddetto civile. Non ho visto un giornale, né la televisione, non ho visto l’avvocato difensore, non ho ascoltato la radio, né una voce che non fosse inquisitiva e ostile. Le uniche mie discussioni le ho sostenute con i rappresentanti dell’accusa di stato.

L’isolamento è una vera e propria segregazione abbietta, il cui fine non è quello, come sostiene la legge, di impedire l’inquinamento delle prove, ma di distruggere il fisico e la psiche della persona segregata. Le bombe scoppiate a Milano e a Roma il 12 dicembre 1969, il sangue di quei poveri morti, la sventura di quel ragazzo innocente, voi le avete avute sotto gli occhi per settimane e settimane, avete partecipato a un clima creato artatamente per presentarmi ai vostri occhi come un mostro antisociale: televisione, radio, fotografie di rotocalchi, articoli di giornali, in un crescendo infame degno una regia staliniana hanno sfruttato e manipolato la vostra sensibilità, hanno frugato in fondo al vostro cuore e alle vostra viscere per farvi provare tutto l’orrore della strage e scaricarne tutta la responsabilità sul capro espiatorio precostituito: l’anarchico Pietro Valpreda. Giravate la manopola della televisione nel vostro salotto e frasi di raccapriccio invadevano le vostre serate, andavate dal barbiere e fotografie vi costringevano a tornare a quel terribile pomeriggio.

La strage di piazza Fontana diventava un bene di consumo della nostra società. Ebbene, Roberto Gargamelli, Roberto Mander, Emilio Bagnoli, Emilio Borghese ed io abbiamo vissuto queste stesse vicende, queste stesse emozioni dall’altra parte dello schermo. Eravamo noi, dicevano voci interessate, che avevamo suscitato tutto quell’orrore; noi nel nostro odio cieco e distruttore. Voi avevate la televisione, che vi teneva compagnia e vi suggeriva le emozioni che, a scopo politico, dovevate provare; a noi nella cella d’isolamento teneva compagnia il boiolo, l’indegno “vaso fecale” che continua a troneggiare nelle regie e repubblicane galere; voi avevate i giornali e le discussioni con gli amici; noi avevamo quattro mura grige e fetide di muffa, e subivamo interrogatori, confronti e pressioni fisiche e morali. Fuori c’era clamore strumentalizzato, sdegno ed emozione; dentro, avevamo intorno a noi solo silenzio, solitudine e angoscia.

Insomma, eravamo colpiti dallo stesso fatto in modi differenti: alla costernazione di fuori corrispondeva la rabbia dentro la cella di isolamento, una rabbia che si univa alla disperazione. La disperazione è una cattiva consigliera, «una fuga dalla realtà, una fuga dall’intollerabile sentimento di impotenza poiché mira alla rimozione di tutti gli oggetti con cui l’individuo deve mettersi a confronto. Quando ciò accade in misura rimarchevole il risultato è spesso la malattia fisica e talvolta il suicidio», come ha scritto Erich Fromm. I compagni ed io ci siamo trovati alle soglie di un simile processo psichico. Fortunatamente per noi fuori dal carcere lottavano per la nostra liberazione persone di buona volontà, finché intorno a loro non si è formato un vasto schieramento politico che ha fatto della nostra scarcerazione un tema di confronto fondamentale, un momento dello scontro di classe in atto nel nostro paese. Mander, Bagnoli, Gargamelli e Borghese erano dei ragazzi, Giuseppe Pinelli un povero morto, rapidamente divenuto troppo scomodo per il potere: io sono stato nominato il capro espiatorio n. 1. Io “dovevo” avere deposto quelle bombe, io “dovevo” aver ucciso sedici innocenti, io “dovevo” diventare il “mostro assetato di sangue”. Alla virtuosa indignazione del pubblico hanno gettato in pasto la mia professione, una mia presunta infermità, io ero il ballerino folle e asociale che l’umanità, di destra e di sinistra, doveva portar fuori di sé, rigettare come un corpo estraneo per sentirsi di riflesso pulita, buona, generosa, amante del prossimo (e dell’ordine). Ebbene, questo è il diario di un uomo come tanti, i miei amici sono ragazzi come tanti: questo libro vuole essere anche un modo per risarcire chi ha creduto in noi e non ha avuto esitazione nell’assumere la nostra difesa. Con esso si vorrebbe far conoscere una verità elementare: i mostri non esistono, esiste una società mostruosa che ha bisogno anche di una strage come quella della Banca dell’Agricoltura, per conservare divisioni e privilegi.

È questa la verità storica, che intendo, per la mia parte, contribuire a ristabilire. L’ho fatto con gli strumenti che avevo a disposizione, convinto che la verità non nasce mai dall’isterismo, dalla sopraffazione dall’odio. Le pagine che leggerete, io le ho vissute riga per riga nei tre anni che ho passato nel carcere del sistema. Sono il mio contributo, parziale ma sincero e sofferto, alla scoperta della verità, alla dialettica della liberazione, interiore e sociale, dell’individuo.

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