A rivista anarchica nr 1 Febbraio 1971 La zia Rachele Intervista con la principale testimone dell’alibi di Valpreda di Antonella Schroeder

http://xoomer.virgilio.it/anarchivio/archivio%20testi/001/1_08.htm

Non si dimentica facilmente un colloquio con la signora Rachele Torri, prozia di Pietro Valpreda, tale è il senso di ammirazione e di rispetto che si prova nei suoi confronti, nei confronti di una donna di più di settant’anni, fiera e battagliera come una leonessa, sincera e precisa fino al puntiglio. In lei non si scorgono tentennamenti né mezze misure, le parole hanno un senso preciso e difatti una giusta collocazione. I capelli bianchi e gli occhi cerulei di persona anziana non mitigano la sua forza e la sua decisione. Mi riceve come al solito sorridendo, in casa sua, contenta di parlare di tutto quello che è successo con una persona amica, lei sempre sola.

“Chi le ha comunicato che Piero era stato fermato?”

“Da mia sorella, la nonna di Piero, angosciata e furiosa, ho saputo che degli uomini al Palazzo di Giustizia le avevano portato via Piero sotto gli occhi, senza qualificarsi né dare spiegazioni. Ho saputo in seguito che era stato fermato, da tre poliziotti, quelli che sono venuti a fare la perquisizione a casa mia la sera stessa”.

“Come si è comportata la polizia con lei?”

“Hanno detto che erano i rappresentanti della giustizia e che facevano il loro dovere; si figuri! Allora ho chiesto subito di vedere Piero, perché l’avevano portato via che era ammalato. Quello che sembrava il capo di quei poliziotti dapprima mi ha risposto negativamente, poi mi ha detto che in me c’era qualcosa di commovente e perciò di andare l’indomani in questura. Difatti il martedì pomeriggio mi sono subito recata in questura con un legale, ma lì, in un caos indescrivibile, abbiamo saputo che Piero era stato portato a Roma”.

“Ha avuto altri contatti con la polizia?”

“Sì, quando sono venuti a fare il sequestro di indumenti. Erano in quattro, hanno portato via tutta la roba di Piero ed io ero molto angosciata, si può immaginare: mi sembrava che me lo portassero via un’altra volta. Ricordo che uno di loro, Mainardi mi sembra, mi ha chiesto il permesso di scrivere al mio tavolino; al mio consenso, ha spiegato sul tavolo un giornale (per non rovinare il tavolo, disse lui) e questo giornale era “La Notte” (quotidiano parafascista milanese – n.d.r.), che a caratteri di scatola riportava qualcosa come “Pietro Valpreda, indiziato n.1”. Scoppiai a piangere e Mainardi, con fare ironico, mi chiese che cosa mai avessi. Queste sono cattiverie che non posso dimenticare. Era la seconda volta che “La Notte” entrava in casa mia; la prima volta fu quando la comprai in via Dogana per portarla a Piero, la sera che sono andata a prendere il famoso paltò…”.

“Ci può raccontare qualche cosa di preciso di quella famosa tragica sera del venerdì 12 dicembre 1969?”

“Sì, sì, il ricordo è sempre vivo in me e mi ossessiona. Piero era a letto malato con la febbre, bisognava andare a prendere il cappotto che avrebbe usato l’indomani per andare dal giudice Amati in ordine. (Valpreda, com’è noto, era venuto a Milano per essere interrogato da Amati su una faccenda di “stampa clandestina”; l’interrogatorio doveva svolgersi la mattina di sabato 13 dicembre, ma fu rinviato a lunedì 15, per l’assenza del giudice Amati – n.d.r.). Sa a queste cose io ci tenevo… Bene, ci andai io. Saranno state le 19-19.30 e ricordo che salendo sull’autobus “E” in piazza Giovanni dalle Bande Nere una signora ha aperto “La Notte” e ho visto a grossi caratteri qualcosa di morti… morti; le chiesi se fosse stato un incidente e lei mi rispose che erano state le bombe. Sono scesa in Piazza del Duomo, e passando in via Dogana per prendere il tram “13” e per andare in piazza Corvetto dai genitori di Piero, mi sono fermata alla edicola ed ho comprato “La Notte“. Arrivata da mia nipote (la signora Ele Lovati Valpreda, madre di Valpreda – n.d.r.) le ho detto che Piero era arrivato, che stava male che perciò ero andata io a prendere il cappotto. La sorella di Piero, la Nena, mi ha raccomandato di farlo mangiare, mi ha dato il cappotto e le scarpe.

Allora sono tornata subito a casa, ho detto a Piero che sua sorella gli raccomandava di mangiare, poi gli ho dato il giornale. Vorrei ricordare un altro particolare di quella sera, di cui si è parlato e che è stato molto travisato: lo straccio sul motore della sua automobile. Prima che io andassi dei suoi genitori per il cappotto, Pietro mi disse di coprire il motore con uno straccio, altrimenti la macchina (la famosa “500” con cui Valpreda avrebbe compiuto nel giro di poche ore il tragitto Roma-Milano-Roma-Milano – n.d.r.) non sarebbe più partita per il freddo. Così infatti feci, ma siccome per prendere lo straccio dovevo aprire la porta-finestra che c’era in camera sua per andare sul balcone, gli ho raccomandato di stare sotto le coperte ed ho socchiuso la finestra il meno possibile”.

“È per aver detto questo, per aver testimoniato quello che ha appena finito di ripetere, che l’hanno incriminata per falsa testimonianza?”

“Sì, perché ho detto la verità, perché ho detto che il Piero era a letto malato, quel pomeriggio, e quindi non poteva essere in piazza Fontana come dicono loro.”

“Qual è stata la reazione della gente nei suoi confronti?”

“La gente con me non è stata sgarbata, nessuno mi ha voltato le spalle o detto qualche cosa di cattivo, anzi le vorrei fare notare che alcune persone, che non mi avevano mai parlato, mi hanno avvicinato proprio in questa occasione. Ho avuto però delle lettere anonime molto cattive soprattutto nei miei confronti, lettere che sostenevano per esempio che ero un rifiuto dell’umanità, perché difendevo un assassino: è proprio questo che mi fa pensare che non può averle scritte la gente del popolo, ma altri, per chissà quale scopo…”

“Intimidatorio?” le chiedo. Diplomaticamente la zia allarga le braccia sospirando.

“Non saprei ripetere le esatte parole delle lettere anche perché le confesso sinceramente che disprezzo talmente le lettere anonime e chi le scrive, che non le leggevo neanche per intero, perché mi facevano schifo. Si immagini che la prima lettera che ho ricevuto era su carta listata a lutto ed io credevo si trattasse di qualche annuncio funebre; quando ho cominciato a leggerla, però, ho capito, dalle insolenze che mi erano rivolte, di cosa si trattasse e l’ho stracciata.”

“Quanti interrogatori ha subito e da parte di chi?”

“Dalla polizia non ho subito interrogatori, né ho subiti invece quattro dalla magistratura. Il primo a Milano dal dottor Paolillo, poi a Roma dal giudice Cudillo e dal dottor Occorsio ed infine di nuovo a Milano dal giudice Amati.

La prima volta, quando sono andata dal dottor Paolillo, sono entrata completamente sprovveduta, impreparata ad un interrogatorio; fortunatamente mi hanno accompagnata Boneschi e Mariani, i miei avvocati, e sono loro che mi hanno detto di stare calma, di non preoccuparmi e soprattutto di dire la verità. Questa frase mi è rimasta impressa, non l’ho mai dimenticata: dovevo dire la verità e loro lo sapevano, mi credevano. Ricordo che quando sono uscita, dopo aver parlato con Paolillo, ero proprio felice, sì, felice sollevata per aver parlato con un giudice, per aver detto la verità ed essere stata creduta. Ne sono sicura. Con il giudice Cudillo a Roma è stata una cosa diversa, perché lui è un altro tipo, più freddo e distaccato, direi impenetrabile: il suo interrogatorio è stato più lungo e minuzioso, ma non faticoso. Con Occorsio, poi, l’ultima volta, è stato molto diverso: mi pareva di avere di fronte un nemico, che cercava di farmi confondere con un’infinità di domande su particolari sottilissimi e marginali; nonostante questo non mi sono mai confusa né contraddetta, dal momento che ho sempre detto la verità.”

“È una domanda spiacevole, signora, ma come pensa che finirà il processo?”

“Sarò forse ingenua, ma non potranno mai condannare Piero… è così logico. Come fanno a condannare un innocente? Aggiungerebbero un’altra vittima a tutti quei morti di piazza Fontana, al povero Pinelli… non ho dubbi perché i dubbi nascono a chi è in colpa ed io non ho altra colpa che quella di sostenere l’innocenza di un innocente.”

“Lei approva le idee di suo nipote?”

“Non ero prevenuta nei confronti degli anarchici, semplicemente questo. Non ero neanche di nessun partito in particolare. Sapevo che Pietro era anarchico, perché me ne parlava sempre quando eravamo assieme ed io sulle sue idee non ho mai avuto niente da ridire, anzi, i sentimenti di Pietro non sono comuni: peccato che di persone come Valpreda ce ne siano poche in Italia! Guardi che glielo dice una cattolica credente e praticante. Il mio “povero Pisacane”, come lo chiamavo affettuosamente, mi diceva cose che io non avevo mai sentito in settant’anni, pur frequentando ambienti cattolici.

Proprio ragionando su questo ed immaginando che i suoi compagni fossero come lui, mi sono fatta accompagnare da Pietro al Ponte della Ghisolfa, il circolo anarchico: devo dire sinceramente che mi sono quasi commossa, perché ho visto tanti ragazzi, seri ed al tempo stesso allegri, uniti da qualche cosa di particolare, oltre all’amicizia; uno parlava, uno rideva, ricordo anche Pinelli che scriveva a macchina…

Ho avuto l’impressione di vedere tanti fratelli, come una famiglia di quelle di una volta, che ora non ci sono più”.

“Da quanto tempo suo nipote è anarchico?”

“Piero è anarchico da sempre, i suoi sentimenti di ieri sono quelli di oggi; ha sempre odiato i soprusi, le ingiustizie, le divise: fare il servizio militare per lui è stato un vero calvario. È sempre stato generoso, altruista: mi ha sempre portato a casa gente che non aveva da mangiare, cercava di aiutare chi era in difficoltà. Spesso chiacchierando con me, Pietro diceva che se fosse morto avrebbe voluto sulla bara la bandiera anarchica e che tutti i suoi libri fossero lasciati ai compagni. Mi faceva anche promettere che se avessi vinto alla lotteria, gli avrei dato metà della vincita a favore dei compagni, per le colonie dei bambini”.

“Si è mai vergognata di avere il nipote in carcere?”

“Se avessi come nipote un fascista fuori di galera sarei molto meno orgogliosa che di avere il mio Pietro, onesto, purtroppo dentro”.

“Potrebbe in qualche modo ritrattare quello che ha detto ai giudici?”

“Che nessuno osi farmi una domanda del genere. Alla Corte d’Assise non so come mi comporterei se me lo domandassero. Chiedetelo al tassista, non alla zia di Valpreda! Io ho chiesto di avere un confronto con Rolandi, ma mi è stato rifiutato. Chissà perché…”

Antonella Schroeder

 

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