A rivista anarchica n89 Febbraio 1981 Ritorna il mostro di Paolo Finzi

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Qualche anno fa sarebbe apparso subito semplicemente assurdo e tutta l’opinione pubblica democratica sarebbe insorta contro il tentativo di cancellare una verità storica ormai assodata. Oggi, invece, può tranquillamente accadere che un procuratore generale, un Porcelli qualsiasi, chieda la condanna all’ergastolo di Pietro Valpreda quale esecutore materiale della strage di piazza Fontana. La porcellesca richiesta è stata fatta a Catanzaro il 12 dicembre scorso, proprio nell’undicesimo anniversario di quella strage passata ormai alla storia come la strage di Stato per antonomasia. I mass-media sono stati costretti a parlarne, ma l’hanno fatto con evidente fastidio, dedicando alla notizia il minor spazio possibile: dopo uno o due giorni, blackout completo. Quegli stessi giornali che all’epoca della campagna sulla strage di Stato si erano impegnati sull’argomento, quegli stessi giornalisti democratici che all’epoca posero le solide basi di una brillante carriera (e magari pubblicarono anche libri e dossier contro la “verità” di Stato), questa volta hanno preferito tacere, o peggio. Sintomatico il caso de L’Espresso che dopo la richiesta di Porcelli è uscito con la foto di Valpreda in copertina e la scritta “Valpreda colpevole?” – contribuendo così a rimettere in discussione quell’innocenza di Valpreda che pur è lampante come la luce del sole.

Alla luce di questi fatti, anche l’infamia/boomerang lanciata da Indro Montanelli contro Pinelli, nel duplice tentativo di farlo apparire come un complice degli esecutori della strage ed anche come un confidente della polizia, ha assunto ai nostri occhi maggiore importanza. Già con Montanelli, infatti, iniziava quell’operazione dichiaratamente volta a rovesciare la verità sulla strage di Stato, per riportarla pari pari a combaciare con quella “verità” di Stato che attraverso le veline questurinesche e del S.I.D. era stata affermata dal potere e dai suoi mass-media all’indomani dell’attentato di piazza Fontana. In pratica, si trattava e si tratta di cancellare con il colpo di spugna della condanna di Valpreda i risultati politici e giudiziari raggiunti con la grande mobilitazione popolare dei primi anni ’70, culminata alla fine del ’72 proprio con la scarcerazione di Valpreda e degli altri anarchici del suo gruppo. A oltre undici anni da quel suo crimine, che più di ogni altro è stato compreso come tale dalla coscienza degli sfruttati e dall’opinione pubblica in generale, il Potere cerca ancora una volta di scaricarne la responsabilità su altri, approfittando del fatto che a ormai tanto tempo da quegli avvenimenti l’interesse ed anche la memoria si sono inevitabilmente affievoliti. La posta in gioco è grossa, e va ben al di là della vicenda giudiziaria in senso stretto.

Con la strage di piazza Fontana e soprattutto con l’immediata cattura degli anarchici lo Stato si proponeva infatti di ricacciare indietro la montante conflittualità sociale, colpendo non a caso quel movimento e quelle idee che maggiormente spingevano nella direzione della lotta e del rifiuto della mediazione riformista. Sfruttando una certa stupida oleografia che dipingeva gli anarchici quali “bombaroli”, sbattendo il “mostro” Valpreda in prima pagina e accreditando tutte le veline poliziesche, la “verità” di Stato trovò ospitalità dappertutto. La conferenza stampa da noi promossa presso il circolo “Ponte della Ghisolfa” all’indomani dell’assassinio di Pinelli fu conseguentemente giudicata dai giornali “una folle farneticazione”, solo perché – contro la “verità” di Stato – dichiarammo per primi che Valpreda (arrestato da appena 3 giorni) era innocente, che Pinelli era stato assassinato e che tutta la strage era opera dello Stato, dei suoi servizi segreti e dei fascisti, suoi strumenti.

Con il passare delle settimane e dei mesi, la partecipazione alla campagna di contro-informazione e di lotta contro la “verità” di Stato si faceva sempre più vasta e diversificata. Gli slogan “farneticanti” da noi lanciati subito dopo la strage venivano ripresi da altre forze, dapprima limitatamente all’area “extraparlamentare”, quindi anche dai partiti di sinistra e dai sindacati. Se da una parte si andava inevitabilmente perdendo la connotazione sovversiva della campagna, d’altra parte costituiva un evidente successo l’aver trascinato un fronte così composito in una battaglia che comunque puntava allo scagionamento ed alla scarcerazione degli anarchici, contestando così la versione del Potere originariamente accettata da tutti. A mano a mano che si consolidava questo “fronte della verità” e conseguentemente si radicava nell’opinione pubblica la convinzione dell’innocenza di Valpreda e compagni, iniziavano e si sviluppavano le manovre politiche e le speculazioni di potere sull’affaire strage di Stato. Le menzogne governative ed anche la verità sulla strage, agitata minacciosamente dalle opposizioni, erano ormai oggetto di contrattazione politica ad alto livello. Sotto questa luce è possibile comprendere come mai anche il Corriere della sera salutasse la scarcerazione degli anarchici (permessa da una legge apposita, l’unica in tutta la nostra storia che porti paradossalmente il nome di un anarchico!) come un fatto positivo, come una vittoria della “verità”. A quel punto la grande campagna di contro-informazione e di lotta aveva davvero dato tutto quanto di sovversivo e di anti-istituzionale poteva esprimere e per noi anarchici era impensabile cercare di condizionare quella gestione riformista. Ecco perché in tutti gli anni successivi, pur seguendo sempre con attenzione le varie fasi del processo/farsa e tutti i segnali politici incentrati sulla strage di Stato, abbiamo esplicitamente rinunciato a “battere la grancassa” sull’argomento. Nella coscienza popolare non c’erano dubbi sui fatti del ’69 e sul loro significato: ripensando al clima di vero e proprio “linciaggio” al quale fummo sottoposti alla fine del ’69, c’era di che essere, tutto sommato, soddisfatti.

Le vicende successive non hanno fatto altro che radicare maggiormente la convinzione della gente nella colpevolezza delle istituzioni: il processo che non si voleva fare, con tutti i suoi rinvii e trasferimenti (Roma, Milano, Catanzaro); la sfilata di ministri, poliziotti, generali, uno più bugiardo dell’altro; la condanna in primo grado dei fascisti e l’assoluzione di Valpreda, seppur con l’inaccettabile formula dell'”insufficienza di prove”; ecc.. Ciononostante, contro tutte le evidenze anche processuali, senza addurre alcun elemento nuovo (nemmeno falso e prefabbricato), la pubblica accusa chiede oggi la condanna all’ergastolo di Valpreda e invita la sinistra ad ammainare la “bandiera” dell’innocenza di Valpreda, insinuando che proprio gli eventi terroristici degli ultimi anni avrebbero confermato la stretta connessione, anche operativa, tra gli “estremisti” di destra e di sinistra. Ecco dunque riesumata, in versione appena appena ritoccata, la consunta teoria degli opposti estremismi, tradizionale cavallo di battaglia della D.C.e delle forze reazionarie nella loro difesa ad oltranza dello Stato, anche su piazza Fontana.

Non è certo un caso che questa teoria, e con essa la richiesta della condanna di Valpreda, venga riproposta oggi, nel momento in cui non c’è una reale opposizione e in cui, pertanto, cresce l’impunità del Potere. Per tutta una serie di ragioni – che in questa sede possiamo solo accennare – la conflittualità politico-sociale è bassa e non accenna ad aumentare: nelle scuole e nelle università il vento del ’68, ed anche il venticello del ’77, sono il ricordo di un lontano passato; nelle fabbriche si parla di rivalutazione della professionalità, di aumento della produttività, di mobilità interna ed esterna, di rifiuto dell’egualitarismo; a livello giovanile si estende sempre più la diffusione delle droghe pesanti, dall’eroina al “nuovo” misticismo di stampo integralista cattolico o “alternativo” orientaleggiante. Anche a livello internazionale spira un’aria pesante, che riporta quasi ai tempi della guerra fredda. Di contestazione, di opposizione, di lotte incisive se ne vedono poche in giro ed il Potere può quindi permettersi quei “lussi” che qualche anno fa gli erano preclusi: come quello, appunto, di vendicarsi per lo smacco subito nel ’72 con la liberazione di Valpreda e l’implicito riconoscimento del proprio coinvolgimento nella strage di piazza Fontana.

Lo “svacco” che ha colpito in varia misura tutti i settori d’opposizione, spesso l’esplicito rifiuto della “militanza” intesa come impegno costante sul terreno sociale, si pagano oggi anche in questi termini, costretti come siamo a riprendere le fila di quella campagna di contro-informazione che credevamo e speravamo esaurita con la scarcerazione dei nostri compagni. E siamo costretti a farlo in un contesto ancora più difficile di quello di dieci anni fa, con un’opinione pubblica ancor più distratta e manipolata, sempre meno abituata a “fare” politica e sempre più abituata a “consumare” notizie e prodotti preconfezionati in alto loco.

A questa situazione di sempre maggiore alienazione ed estraneità della gente, e soprattutto degli sfruttati che maggiormente ne pagano le conseguenze, non è certamente estraneo il ruolo giocato dalle Brigate Rosse e dalle altre organizzazioni di lotta armata e, più in generale, dalla guerra spettacolare tra lottarmatisti e apparato repressivo statale. Giocata ormai tutta sullo scenario dei mass-media, favorita dal convergente interesse dello Stato e dei lottarmatisti a “gonfiarne” la portata, la lotta armata fa parte da tempo dello spettacolo ufficiale del regime, che vi trova continui motivi di ulteriore legittimazione. Tutto ciò favorisce il processo di “totalitarizzazione” indolore dello Stato, il quale può così contare più facilmente sul consenso di gran parte dell’opinione pubblica, artatamente terrorizzata.

Dalla difficile situazione generale non dobbiamo trarre motivi di sconforto e di esasperato pessimismo, nemmeno per quanto concerne la necessaria ripresa della mobilitazione anti-istituzionale per riaffermare nella coscienza popolare il significato profondo della verità – quella vera – in contrasto con la “verità” di Stato. Sarebbe profondamente errato giudicare questa battaglia un fatto di retroguardia, da reduci del ’69 o giù di lì: la posta in gioco è ben più grande che la pur significativa verità su di un episodio di terrorismo di Stato, vecchio di 11 anni. È in gioco la capacità del movimento d’opposizione di inchiodare il Potere alle sue responsabilità, quali il Potere era stato costretto implicitamente ad ammettere otto/nove anni fa: non dimentichiamoci infatti che con la scarcerazione di Valpreda il regime toccò il più alto livello di discredito. Il Potere, da parte sua, non se l’è dimenticato.

Se è vero che il “caso Valpreda” è solo uno dei tanti processi politici che si celebrano oggi in Italia contro militanti di sinistra, sarebbe errato non coglierne la specificità rispetto a tutte le altre vicende repressive di questi anni. Più di ogni altra vicenda politico-giudiziaria, l’affaire strage di Stato è un dito puntato sulla piaga della criminalità e dei perversi meccanismi di funzionamento del potere. Parimenti, l’assassinio di Pinelli, pur seguito da decine di assassinii da parte delle forze dell’ordine, conserva un suo valore simbolico tutto particolare – per la riconosciuta figura morale della vittima, per il luogo e le circostanze dell’assassinio, per le indecenti e contraddittorie menzogne propalate dal Potere sul suo conto.

Le decine di manifestazioni pubbliche (spesso caratterizzate dalla presenza di Valpreda) che si stanno tenendo in tutta Italia in queste settimane confermano che ancora una volta, su una battaglia importante per tutto il movimento rivoluzionario, sono gli anarchici a muoversi per primi e con decisione. Quasi tutte le numerose organizzazioni marxiste che dieci anni fa parteciparono alla campagna contro la strage di Stato, oggi sono scomparse o – peggio ancora – sono rifluite intorno alle istituzioni. Altre organizzazioni verbalmente “ultrarivoluzionarie” sono state spazzate via, prima ancora che dalla repressione statale, dalla loro inconsistenza. In questo contesto, la mobilitazione di cui il movimento anarchico si è fatto promotore assume un notevole significato, soprattutto per la sua estensione e capillarità. Da Alessandria a Trieste, da Forlì a Cosenza, nei piccoli centri come nelle metropoli è l’iniziativa cosciente e coordinata degli anarchici a denunciare la criminalità del Potere, a richiamare centinaia di persone in ogni località alla discussione e all’impegno di lotta, a riaffermare l’esigenza di una ripresa decisa dell’attività rivoluzionaria in campo sociale.

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