A rivista anarchica nr 235 Aprile 1997 La madre di tutte le stragi di Luciano Lanza

http://xoomer.virgilio.it/anarchivio/archivio%20testi/235/235_07.htm

Esce in queste settimane per i tipi di Eleuthéra “Bombe e segreti”, un agile volume dedicato alla ricostruzione della strage di piazza Fontana a Milano (12 dicembre ’69), degli attentati, dei protagonisti, della repressione, dei processi, ecc. Ne pubblichiamo in anteprima due dei diciannove capitoli

La furia della bestia umana

“La macchina del terrore è saltata, ormai si tratta soltanto di raccoglierne le schegge. La bestia umana che ha fatto i quattordici morti di piazza Fontana e forse anche il morto, il suicida di via Fatebenefratelli, è stata presa, è inchiodata: la sua faccia è qui, su questa pagina di giornale, non la dimenticheremo mai, la bestia ci ha fatto piangere, ci ha fatto sentire fino in fondo l’amarissimo sapore del dolore e della rabbia. Ora si comincia a respirare, si comincia a tirare la somma della diabolica avventura. Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha trentasette anni, mai combinato niente nella vita; rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be bop, del rock, un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S’è dimenato sulle piste delle balere fuori porta o sotto le strade del centro. E’ approdato anche al palcoscenico della rivista musicale, faceva il boy, uno di quei tipi con le sopracciglia limate e ritoccate a matita grossa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette che scende o precipita da una scala crepitante di luci al neon: che mestiere corto, infelice, di pochi soldi a parte tutto. Di più questo refoulé si ammala, il sangue non gli circola più normale nelle arterie delle gambe, è il morbo di Burger una feroce morsa che blocca e che alla lunga può dare l’embolo e la morte. Un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda s’avvia a diventare la bestia”. Così comincia l’articolo, intitolato La furia della bestia umana, in prima pagina del “Corriere d’informazione” di mercoledì 17 dicembre 1969, firmato da Vittorio Notarnicola, direttore responsabile Giovanni Spadolini, che assomma questa carica a quella di numero uno del “Corriere della sera“. Sopra l’articolo campeggiano due grandi foto: quella del tassista Cornelio Rolandi e di Pietro Valpreda. In alto, titolo a caratteri cubitali: Valpreda è perduto.

Formalmente più asettici i giornali del mattino, pur con alcune sfumature, ma ovviamente la linea è chiara: accettazione senza riserve della colpevolezza di Valpreda. “Corriere della sera“: L’anarchico Valpreda arrestato per concorso nella strage di Milano. “La stampa“: Anarchico arrestato per concorso in strage. Inchiesta sul suicidio alla Questura di Milano. “Il giorno“: Incolpato di strage. “L’unità“: Un arresto per la strage. “Avanti“: Arrestato per concorso in strage. “Il resto del Carlino“: Un anarchico arrestato per la strage. “Il Messaggero“: Arrestati i criminali. “Il tempo“: L’assassino arrestato: è l’anarchico Pietro Valpreda. “Paese sera“: Denunciato per concorso in strage l’uomo riconosciuto dal tassista. “Il popolo“: Arrestato un anarchico per la strage di Milano. “L’avvenire“: Nella rete i dinamitardi. “Il secolo d’Italia“: Arrestato un comunista per la strage di Milano. “Il mattino“: Catturato il terrorista che ha compiuto la strage. “Roma“: Il mostro è un comunista anarchico ballerino di Canzonissima: arrestato. La televisione non è da meno. Il giornalista Bruno Vespa, in diretta dalla Questura di Roma, afferma: “Pietro è un colpevole, uno dei responsabili della strage di Milano e degli attentati di Roma”.

La partita sembra quindi chiusa: la polizia ha scovato in tempi da record i responsabili. Ma la testimonianza del tassista Cornelio Rolandi è l’unico puntello su cui si fonda l’accusa. Per di più è al limite del credibile.

Alle ore 16 Rolandi è in piazza Beccaria con la sua Seicento multipla. Sale un cliente che gli chiede di accompagnarlo all’incrocio con via Santa Tecla. Lì gli dice di aspettarlo. Scende con una borsa nera. Dopo pochi minuti ritorna e si fa lasciare in via Albricci. Per chi conosce il centro di Milano la cosa appare pazzesca. Il parcheggio di piazza Beccaria dista 135 metri dall’ingresso della Banca nazionale dell’agricoltura. Da via santa Tecla alla banca ci sono 117 metri. Quindi Valpreda, per risparmiarsi 135 metri, ne ha compiuti tra andata e ritorno al tassì 234. Con in più il rischio di farsi riconoscere da un tassista insospettito da un cliente che gli chiede una corsa così breve. Così Rolandi ha rievocato quel pomeriggio: “In piazza Beccaria sul mio tassì salì quel tipo con la borsetta, che aveva in mano una borsa nera. Lo guardai attraverso lo specchietto retrovisore e notai subito che aveva delle lunghe basette come si usano oggi. Mi disse di accompagnarlo in via Albricci passando per via Santa Tecla. Era un percorso piuttosto breve, ma in via Albricci ci sono molte compagnie aeree e pensai che fosse un viaggiatore in partenza. In via Santa Tecla, come mi aveva ordinato il cliente, mi fermai. Gli feci presente che la via Albricci non era molto distante, che avrebbe potuto andare a piedi. Mi disse di aspettarlo, che aveva fretta. Scese con la borsa. Ritornò poco dopo: la borsa nera non l’aveva più. Lo accompagnai in via Albricci: lui pagò l’importo della corsa, 600 lire, e quindi se ne andò”. (Franco Damerini, Intervista a Milano con il teste-chiave, “Corriere d’informazione” del 17 dicembre).

A parte il fatto che secondo le tariffe dell’epoca quel viaggio con la sosta doveva costare poco più della metà di quanto dichiarato da Rolandi, c’è una testimonianza che getta ombre su quella ricostruzione dei fatti. É di Liliano Paolucci, direttore del patronato scolastico di Milano. Paolucci con la figlia Patrizia prende il tassì 3444, quello di Rolandi, la mattina del 15 dicembre, si accorge che il tassista è strano, sbaglia continuamente le strade, poi, dopo che la figlia è scesa, Rolandi si confida con Paolucci. Ecco quanto Paolucci ha registrato al magnetofono domenica 21 dicembre affinché restasse traccia certa di quel suo strano incontro e che cosa gli ha detto il tassista: “Erano circa le 16 di venerdì 12 dicembre. Mi trovavo in piazza Beccaria, quando dalla galleria del Corso, vidi venire, verso piazza Beccaria, un uomo dall’apparente età di quarant’anni. Si avvicinò a me e mi disse: “Alla banca dell’agricoltura di piazza Fontana”. Parlava un italiano perfetto senza inflessioni dialettali. Io gli dissi: ‘Ma signore, la Banca dell’agricoltura è qui a due passi, a 50 metri. Fa prima a piedi. Egli non disse niente. Aprì lo sportello e si introdusse nel tassì, lo vidi bene: portava una valigia, una grossa borsa che mi sembrò molto pesante. Partimmo e arrivammo davanti alla Banca dell’agricoltura, cinque-sei minuti dopo. Egli scese dal tassì, entrò frettolosamente nella Banca dell’agricoltura, e uscì ancora frettolosamente. Saranno passati 40, 50 secondi, un minuto. Entrò di nuovo nel tassì e mi disse…”. A questo punto Paolucci interviene nel discorso e gli domanda perché quell’uomo veniva dalla galleria del Corso. La risposta di Rolandi è esemplare: “Ma lei non sa che alla galleria del Corso c’è un famoso covo?”. Affermazione che ripete per tre volte.

Ma fatto ancora più misterioso Rolandi negherà di aver trasportato Paolucci e di aver parlato con lui. E soprattutto polizia e magistratura non metteranno mai a confronto Rolandi e Paolucci per verificare le diverse versioni dei fatti. Ma questa non è l’unica stranezza come fa rilevare lo stesso Paolucci al giornalista Enzo Magrì che lo intervista per il settimanale “L’europeo” del 9 marzo 1972: “Lunedì mattina alle 9,15 io, un cittadino denuncio un fatto grave. … Racconto i fatti per filo e per segno. Ebbene la polizia come reagisce? Non mobilita due gazzelle, non viene subito da me, non mi tiene al telefono. Bisogna ricordare che Cornelio Rolandi non è ancora andato dai carabinieri di via Moscova, dove si recherà alle 11,35 di quel giorno. Quindi questo Rolandi può essere un pazzo, ma può anche dire la verità. E se dice la verità bisogna cercarlo prima che qualcuno lo possa eliminare … Ebbene a me che in quel momento sono l’unico a conoscere una verità sconvolgente, il telefonista della Questura, mezz’ora dopo la mia chiamata, dice :’Sono il poliziotto che ha preso la sua chiamata. Senta lei, per caso, non ha chiesto al tassista com’era vestito l’uomo che è stato accompagnato davanti alla Banca nazionale dell’agricoltura?’ “.

Ma non ci sono soltanto le contraddizioni rilevate da Paolucci, c’è anche un altro testimone molto importante perché sostiene che Valpreda il 12 dicembre era a letto ammalato. Chi è? La prozia di Valpreda, Rachele Torri che abita a Milano. La prozia così ricorda quel pomeriggio: “Pietro era a letto con la febbre. Bisognava andare a prendere il cappotto che avrebbe usato l’indomani per andare in ordine dal giudice Amati. Bene ci andai io. Saranno state le 19-19,30 e ricordo che salendo sull’autobus E in piazza Giovanni dalle Bande nere una signora ha aperto “La notte” e ho visto a grossi caratteri qualcosa di morti; le chiesi se fosse stato un incidente e lei mi rispose che erano state le bombe. Sono scesa in piazza del Duomo e passando in via Dogana per prendere il tram 13 per andare in piazza Corvetto dai genitori di Pietro, mi sono fermata all’edicola e ho comprato “La notte“. Arrivata da mia nipote le ho detto che Pietro era arrivato, che stava male che perciò ero andata io a prendere il cappotto. La sorella di Pietro, la Nena, mi ha raccomandato di farlo mangiare, mi ha dato il cappotto e le scarpe. Allora sono tornata subito a casa, ho detto a Pietro che sua sorella gli raccomandava di mangiare, poi gli ho dato il giornale” (Intervista a Rachele Torri pubblicata su “A-rivista anarchica” del febbraio 1971)

Il giorno dopo Valpreda incontra l’avvocato Mariani, con lui va dal giudice Amati. Non lo trova, lascia un biglietto per informarlo che sarebbe tornato lunedì 15. Poi raggiunge la casa dei nonni, Olimpia Torri in Lovati e Paolo Lovati. E vi resta fino alla mattina del famoso 15 dicembre. Lo vanno a trovare la sorella Maddalena e un’amica d’infanzia, Elena Segre, 33 anni, impiegata come traduttrice, vive con la madre in zona Corvetto. Al terzo abitano i genitori di Valpreda. Segre passa a salutare l’amico Pietro la domenica 14 verso le ore 18. In un’intervista a Giampaolo Pansa sulla “Stampa” del 18 febbraio 1970, afferma: “Pietro era qui dai nonni. Ho suonato il campanello e mi hanno aperto. Quel ragazzo era lì, sul divano messo contro la parete di sinistra, indossava un pigiama forse azzurro, si è alzato dal sofà per venirmi incontro …”. Pansa la interrompe per ricordarle che è già stata sentita da Ernesto Cudillo, il giudice istruttore, e Vittorio Occorsio, pubblico ministero, per ricordarle che se mente la possono arrestare. Segre risponde: “Senta, domenica quel ragazzo era qui! Che cosa posso farci se l’ho visto? Mi ha salutato, era da molto tempo che non ci vedevamo. Si è seduto sul divano-letto, anch’io mi sono seduta, lui era alla mia destra, di fronte c’erano i due nonni. Abbiamo cominciato a parlare …”. A questo punto Valpreda ha alibi per i giorni che vanno dal 12 al 15 dicembre. Alibi che contraddicono la sua presenza in piazza Fontana e il suo incredibile tragitto in tassì. Ecco allora spuntare, ai primi del febbraio 1970, alcuni testimoni romani per i quali Valpreda era nella capitale nei giorni 13 e 14 dicembre. Se i familiari di Valpreda mentono per quei due giorni hanno mentito anche per il 12 dicembre e così si salverebbe la testimonianza del tassista Rolandi.

Chi sono questi testimoni? Ermanna Ughetto, in arte Ermanna River, Enrico Natali, Gianni Sampieri, Armando Gaggeggi e sua moglie, Benito Bianchi tutti personaggi dell’ambiente dell’avanspettacolo che spesso si esibiscono al teatro Ambra-Jovinelli di Roma. Ma nei confronti che Valpreda ha con alcuni di questi, il 6 marzo, si assiste alla contrapposizione di due ricostruzioni dei fatti. I testi romani affermano di aver incontrato il 13 o il 14 Valpreda a Roma, Valpreda sostiene che quegli incontri si sono svolti circa dieci giorni prima. E cioè poco tempo dopo che Valpreda è uscito, il 25 novembre, dal carcere di Regina Coeli. Valpreda è stato infatti arrestato il 19 dopo una rissa con alcuni fascisti nel quartiere Trastevere. Altro particolare: alla visita medica prima di entrare in carcere, Valpreda presenta un’ecchimosi all’occhio sinistro. Livido che non ha più quando viene fermato il 15 dicembre. Alcuni testimoni ricordano quel livido quando sostengono di aver incontrato Valpreda dopo la strage di piazza Fontana. É un’altra contraddizione che non crea dubbi in Cudillo e Occorsio che incrimineranno per falsa testimonianza i parenti di Valpreda.

E a aumentare i capi d’accusa Beniamino Zagari, della Questura di Milano, il 7 febbraio dichiara che nella borsa in cui c’era la bomba inesplosa alla Banca commerciale italiana, è stato trovato anche un vetrino colorato simile a quelli che Valpreda usava per fabbricare lampade liberty. Una imperdonabile distrazione dell’anarchico attentatore. La scoperta di quella prova risale alle ore 14 del 14 dicembre. Però fino a febbraio nessuno l’ha visto. Così il difensore di Valpreda, Guido Calvi, può con facilità mettere in dubbio quel “provvidenziale” ritrovamento.

Per i giudici Valpreda è arrivato a Milano il 12 dicembre con la sua Cinquecento. Alle 16 ha preso un tassì per andare a depositare la bomba in piazza Fontana. La mattina del 14 va con l’avvocato Mariani dal giudice Amati. Non lo trova e lascia un biglietto per informarlo che tornerà il 15 dicembre. Poi parte, sempre con la sua scassatissima Cinquecento, per Roma. Incontra in serata la ballerina Ughetto e va a cena con lei. Domenica 14 gira ancora per i bar vicino all’Ambra-Jovinelli si fa vedere da altri che potranno smentire il suo alibi. Alle ore 21 è ancora a Roma. Alle otto del mattino successivo è già dal suo avvocato milanese. Tecnicamente, forse con un’altra macchina, è possibile. Ma non si capisce perché Valpreda fornisca un alibi così fasullo, che molti possono smentire. Neppure si capisce perché i parenti di Valpreda e l’amica Segre, con i quali non ha parlato dal momento del suo arresto, confermino quanto Valpreda ha dichiarato. Per Cudillo e Occorsio la verità è un’altra: Valpreda è colpevole. Mente. E mentono i suoi parenti. Soprattutto dice la verità Rolandi che così potrà incassare la taglia di 50 milioni del ministero dell’interno. Una verità che il 2 luglio 1970 Cudillo e Occorsio provvederanno a registrare in un interrogatorio “a futura memoria”, forse prevedendo che Rolandi morirà il 16 luglio 1971.

Vi giuro: non l’abbiamo ucciso noi

L’interrogatorio è arrivato a una fase cruciale oppure si svolge secondo la consueta routine? E’ concitato o disteso? L’alibi del fermato è caduto oppure regge? C’è calma in quella stanza o c’è violenza? La finestra è chiusa, socchiusa o spalancata? A queste domande contrastanti non è possibile dare risposte certe, perché i testimoni si sono contraddetti più volte. Tra loro e con se stessi. Le ultime ore di vita di Giuseppe Pinelli sono infatti racchiuse nei racconti dei poliziotti che lo interrogavano. Di coloro che gran parte dell’opinione pubblica ha indicato come i responsabili della sua morte. La verità è sepolta con Pinelli nel cimitero di Musocco a Milano e poi di Carrara.

Il commissario Luigi Calabresi e i suoi poliziotti Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Pietro Mucilli e il tenente dei carabinieri Savino Lograno quella notte al quarto piano della Questura interrogavano Pinelli. Poi il ferroviere anarchico è volato dalla finestra.

É la mezzanotte del 15 dicembre, il cronista dell'”Unità“, Aldo Palumbo, ha lasciato la sala stampa della Questura. É nel cortile quando sente un tonfo seguito da altri due. Qualcosa che sbatte contro i cornicioni dei vari piani. Accorre, vede un uomo per terra nell’aiuola. Corre a chiamare agenti e colleghi. É mezzanotte? Manca ancora qualche minuto? É già iniziato il 16 dicembre? Altro quesito irrisolto. L’ora esatta della caduta di Pinelli diventerà un altro tormentone in questa storia tormentata. Dalla Questura è partita una richiesta di ambulanza prima che Pinelli cadesse o dopo? Mistero. Che risolve Gerardo D’Ambrosio con la sua famosa sentenza del 27 ottobre 1975, quella del “malore attivo” che manda tutti assolti o perché non hanno commesso il fatto o perché il reato è estinto essendo intervenuta un’amnistia (detenzione illegale di Pinelli a carico di Antonino Allegra), ma riabilita pienamente Pinelli e dichiara che non si era suicidato perché corresponsabile della strage, ma caduto dalla finestra per un malore attivo. Scrive D’ambrosio: “Pinelli accende la sigaretta che gli offre Mainardi. L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto”. Tutto qui.

E le precedenti dichiarazioni? Pinelli che grida: “É la fine dell’anarchia”. I poliziotti che accorrono per fermarlo, scossi dal suo grido? Panessa che riesce ad afferrare Pinelli e rimane con una scarpa in mano? E i giornalisti accorsi vicino al moribondo che lo vedono con tutte e due le scarpe ai piedi? Il fatto che Pinelli non presentasse ferite sulle mani e sulle braccia che in caso di caduta vengono istintivamente portate a difesa della testa? La mancanza di lesioni esterne, perdite di sangue dal naso, dalla bocca che si registrano in questi casi? Contraddizioni che per il giudice D’Ambrosio non hanno rilevanza.

Pinelli viene fermato al Circolo Scaldasole con Ardau alle 19 del 12 dicembre. Segue i poliziotti in Questura con il suo motorino. A mezzanotte viene interrogato per la prima volta. Gli chiedono notizie su quel “pazzo di Valpreda”. Sabato 13 Ardau viene trasferito al carcere di San Vittore, mentre Pinelli resta all’ufficio politico. La mattina di domenica 14 un agente telefona alla moglie di Pinelli: “Signora dica in ferrovia che suo marito è malato e non andrà a lavorare”. Il tono è amichevole: inutile creare complicazioni sul lavoro. Alle 9,30 di lunedì 15 l’anarchico riceve la visita della madre, Rosa Malacarne, che lo trova tranquillo, sorridente e sereno. Verso le 14,30 la moglie Licia riceve una telefonata dall’ufficio politico: “Signora telefoni alle ferrovie e dica che suo marito è fermato in attesa di accertamenti. Ha capito? Deve dire che è fermato”. Niente più fair play: Pinelli deve capire che rischia il posto di lavoro. Alle 22 un’altra telefonata, questa volta è lo stesso Calabresi: “Signora cerchi il libretto chilometrico di suo marito”. Cioè il documento personale di ogni ferroviere dove vengono annotati i viaggi. Dopo dieci minuti Licia Pinelli telefona in Questura: ha trovato il libretto. Alle 23 arriva un agente a ritirarlo. Calabresi sta giocando un’altra carta contro Pinelli: gli fa nuovamente balenare la possibilità di coinvolgerlo come uno dei responsabili dei sette attentati sui treni nella notte tra l’8 e il 9 agosto di quell’anno (aveva cercato di farlo tempo addietro anche Allegra). L’ultimo interrogatorio di Pinelli si svolge nella stanza di Calabresi, che sostiene di essere uscito poco prima di mezzanotte per informare dell’andamento dei colloqui i suoi superiori. Pinelli vola dalla finestra. Poco dopo l’una del 16 dicembre alcuni giornalisti bussano alla porta di casa dei Pinelli, la moglie viene informata che suo marito è caduto dalla finestra. Lei telefona a Calabresi: “Perché non mi avete avvertito?”. Risposta del commissario: “Non avevamo il tempo, abbiamo molte altre cose da fare…”. Nel frattempo il corpo di Pinelli è stato trasportato al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli. Lì è arrivata la giornalista Camilla Cederna con i colleghi Corrado Stajano e Giampaolo Pansa. Cederna riesce a parlare con il medico di turno, Nazzareno Fiorenzano: “Niente più attività cardiaca apprezzabile, polso assente, lesioni addominali paurose, una serie di tagli alla testa. Abbiamo tentato di tutto, ma non c’è niente da fare, durerà poco”. Fiorenzano verrà interrogato dal sostituto procuratore Giuseppe Caizzi soltanto quattro mesi dopo: il 7 aprile 1970. Caizzi chiuderà l’inchiesta sulla morte di Pinelli il 21 maggio 1970. Risultato? Nessun responsabile, Pinelli è morto per “un fatto del tutto accidentale”. Trasmette il fascicolo al capo dei giudici istruttori, Antonio Amato, che deposita il decreto di archiviazione il 3 luglio. Poi il 17 luglio, a tribunale praticamente chiuso per ferie, Caizzi deposita un’altra richiesta di archiviazione: quella relativa alla denuncia della moglie e della madre di Pinelli contro il questore Guida.

Perché questa denuncia? Bisogna tornare alla famosa notte tra il 15 e il 16 dicembre. Ufficio del questore Guida, che nel 1942 era direttore del confino di Ventotene, con lui ci sono Allegra, Calabresi e Lo Grano. É circa l’una del 16 dicembre. Vengono fatti entrare i giornalisti e Guida dichiara: “Era fortemente indiziato di concorso in strage … era un anarchico individualista … il suo alibi era crollato … non posso dire altro … si è visto perduto … è stato un gesto disperato … una specie di autoaccusa, insomma”. “Il suo era un fermo prorogato dall’autorità”. Queste le frasi che Cederna registra sul suo taccuino. La parola passa ad Allegra: negli ultimi tempi il suo giudizio su Pinelli era cambiato, perché certe notizie avevano messo l’anarchico in una luce diversa, poteva essere implicato in una storia come quella di piazza Fontana, annota Renata Bottarelli cronista di “L’unità“. Sempre Bottarelli registra l’intervento di Calabresi: “Innanzitutto ci disse che al momento della caduta lui era da un’altra parte; era appena uscito per andare nell’ufficio di Allegra per informarlo del decisivo passo avanti fatto, a suo parere, durante le contestazioni. Gli aveva, infatti, contestato i suoi rapporti con una terza persona, che non poteva ovviamente nominare, lasciandogli credere di sapere molto di più di quanto non sapesse; aveva visto Pinelli trasalire, turbarsi. Aveva sospeso l’interrogatorio, che però non era un vero e proprio interrogatorio, per riferire ad Allegra questo trasalimento”.

Calabresi cambierà poi versione dei fatti. Mentre Guida la stessa mattina del 16 dicembre farà una dichiarazione a dir poco sconcertante: “Vi giuro che non l’abbiamo ucciso noi! Quel poveretto ha agito coerentemente con le proprie idee. Quando si è accorto che lo Stato, che lui combatte, lo stava per incastrare ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico”. Ma va ricordato che l’alibi di Pinelli non era affatto caduto: Mario Pozzi era stato interrogato e aveva confermato che quel pomeriggio del 12 dicembre Pinelli aveva giocato a carte con lui. E Pinelli sorridendo lo aveva ringraziato.

Calabresi quasi un mese dopo, l’8 gennaio 1970, dichiara ai giornalisti: “Fummo sorpresi del gesto, proprio perché non ritenevamo che la sua posizione fosse grave. Pinelli per noi continuava a essere una brava persona probabilmente il giorno dopo sarebbe tornato a casa … posso dire anche che per noi non era un teste chiave, ma soltanto una persona da ascoltare”. Una persona da ascoltare che però veniva trattenuta illegalmente: il fermo di polizia era scaduto dalla sera del 14 dicembre e il giudice incaricato delle indagini, il sostituto procuratore Ugo Paolillo, non sapeva nulla di questo fermato. Così come non sapeva niente del trasferimento a Roma di Valpreda. Paolillo infatti era già stato espropriato della sua inchiesta. Tutto veniva ormai deciso nella Questura di Milano e nel tribunale di Roma.

 

Luciano Lanza (Milano, 1945), giornalista, è stato nel 1971 tra i fondatori e per dieci anni un redattore del mensile “A-rivista anarchica”. Dal 1980 è responsabile del trimestrale teorico “Volontà”.

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