A rivista anarchica nr 259 Dicembre 1999 Gennaio 2000 Ti ricordi piazza Fontana? di Luciano Lanza

Sembra una storia vecchia e sepolta, magari assieme alle sue vittime. Eppure la strage a Milano del 12 dicembre 1969 non è soltanto una pagina della criminalità del potere in Italia. È qualcosa di più importante. E perfino attuale. 

Ecco perché

La domanda del titolo non è retorica. Sono passati trent’anni da quel pomeriggio del 12 dicembre 1969 quando una bomba nella Banca nazionale dell’agricoltura provocò 16 morti e quasi un centinaio di feriti. Trent’anni… E chi si ricorda bene che cosa si stava vivendo allora? In quegli anni molti giovani volevano dare “la scalata al cielo” per cambiare la situazione sociale, molti operai contestavano le condizioni di vita nelle fabbriche. Tanti mettevano in discussione le gerarchie sociali e politiche, l’autorità. Insomma c’era fermento, si ponevano domande nuove perché le risposte tradizionali non soddisfacevano più. Adesso, ovviamente, tutto è cambiato come sono cambiati i “quattro amici al bar” della canzone di Gino Paoli. Non c’è da stupirsi. Ma domandarsi perché ci sono stati tanti morti (pensiamo alle stragi che sono seguite a piazza Fontana) è forse ancora utile. Dopo tutto si tratta di capire perché oggi viviamo in un certo modo piuttosto che in un altro. Particolare non irrilevante.

Bisogna, quindi, ricordare che trent’anni fa c’era in ballo un “gioco grosso”: l’Italia si stava spostando “a sinistra” e il monopolio politico della Democrazia cristiana rischiava di spezzarsi. Un’eventualità che gli Stati Uniti non potevano assolutamente permettersi proprio nel momento in cui stavano combattendo in Estremo Oriente, in America Latina e in Africa l’avanzata del comunismo.

Ed è per questa ragione che un Paese irrilevante nel contesto internazionale è divenuto luogo di scontro. Insomma l’Italietta degli anni Sessanta e Settanta è diventata di colpo una pedina fondamentale nella scacchiera disegnata dalla Casa Bianca e dal Pentagono. E il gioco si è fatto duro.

La Cia ha orchestrato, i servizi segreti italiani hanno obbedito, sia aiutando i neonazisti che mettevano le bombe, sia indicando gli anarchici come autori degli attentati. E i politici al potere hanno utilizzato manovrando e ispirando questa strategia. Ecco in sintesi il gioco duro. Poi al terrorismo di destra ha fatto da contraltare il terrorismo di sinistra e di lotte sociali per cambiare la situazione non se n’è più parlato. Insomma, la strategia della tensione ha funzionato. Eccome! Perché quelle bombe hanno scritto la storia.

Semplificando, ma non travisando, si può dire che per un quarto di secolo hanno mantenuto l’egemonia democristiana. E che poi quel sistema politico bloccato sia naufragato nel sistema di corruzione tangentizia è un altro discorso. A quel punto, primi anni Novanta, si era già dissolto il grande nemico degli Stati Uniti: “l’impero del male” aveva pensato bene di suicidarsi. Quindi anche l’Italia non necessitava più di una tutela tanto rigida: oggi può anche avere come presidente del consiglio un ex comunista, dopo tutto non dice cose di sinistra, come lamentava Nanni Moretti. Ora sul piano storico è chiaro (soltanto pochi stupidi o tanti in malafede possono sostenere il contrario) che la strage di piazza Fontana, ma non solo quella, è una strage di Stato perché chi comandava vi è coinvolto. E non ha pagato, anzi. È altrettanto chiaro che la società italiana ha imboccato un percorso obbligato, così come è evidente che la “frattura” provocata dalle bombe ha modificato il modo di percepire il confronto politico. Ed è proprio da queste constatazioni che dobbiamo partire per mettere in evidenza l’attualità (sembra incredibile) di un fatto accaduto trent’anni fa.

Piazza Fontana non è un accidente storico, non è qualcosa di anomalo e irripetibile (anche se nulla si ripete mai allo stesso modo). Anzi è il luogo nascosto, ma fondante, del cosiddetto patto sociale. Ogni Stato nel suo momento costitutivo mette in campo la violenza: conquista di territori, imposizione di regole non accettate liberamente dai “cittadini”, determinazione delle sanzioni e così via. Lo Stato moderno non si sottrae a questa logica. Quando gli “interessi vitali della nazione” sono messi seriamente in discussione prevale la “ragion di Stato”. Questa può manifestarsi con la forma tradizionale della violenza o assumere connotati meno vistosi, ma non meno produttivi di risultati: coercizione spacciata per aiuto, condizionamento psicologico, esaltazione di consumi inutili, ricatto economico, esclusione.

La lista potrebbe continuare. Le bombe sono, dunque, soltanto uno degli strumenti che il potere può usare per ottenere il consenso e l’obbedienza. Qui siamo al nocciolo del problema: i due termini (obbedienza e consenso) costituiscono l’elemento necessario perché ogni potere possa manifestarsi e svilupparsi. E per ottenerlo, se è necessario, si ricorre anche alle bombe e ai morti.

Trent’anni fa in Italia si sono usate le bombe, domani potrà essere messo in campo qualche altro strumento, ma il fine sarà sempre lo stesso: obbedienza e consenso. Perché ciò che più teme il potere è il famoso e sempre in agguato “mi rivolto, dunque siamo” di Albert Camus.

Per tutti questi attentati la polizia ha seguito la pista anarchica. Per l’attentato più grave, quello del 12 dicembre, viene arrestato e accusato l’anarchico Pietro Valpreda.

Mentre Giuseppe Pinelli, altro anarchico fermato, “vola” dalla finestra del quarto piano della Questura di Milano, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre.

Ecco sintetizzato il momento più alto della strategia della tensione. Altre bombe seguiranno.

Le più “famose”: piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio 1974 (otto morti e un centinaio di feriti); stazione di Bologna il 2 agosto 1980 (85 morti e decine di feriti).

Per piazza Fontana si assiste a un’incredibile inchiesta condotta a senso unico dai magistrati Vittorio Occorsio ed Ernesto Cudillo e a una sequenza di processi dal 1972 al 1991. Risultato? Né gli anarchici inizialmente accusati, né i neonazisti (soprattutto Franco Freda e Giovanni Ventura) successivamente incriminati verranno condannati. Tutti assolti per insufficienza di prove.

Neppure alcuni dirigenti del Sid accusati di favoreggiamento e depistaggio, e condannati, finiranno in prigione. Mentre i politici coinvolti hanno potuto tranquillamente continuare la loro attività. Nel febbraio 2000 inizierà un nuovo processo contro quattro neonazisti ritenuti responsabili (oltre a Freda e Ventura, non più processabili) degli attentati del 12 dicembre: Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Digilio.

Luciano Lanza

(da Libertaria n. 1/99)

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