A rivista anarchica nr 241 Dicembre 1997 Gennaio 1998 Quei 150.000 fascicoli “dimenticati” di Luciano Lanza

http://xoomer.virgilio.it/anarchivio/archivio%20testi/241/241_05.htm

Collaboratore della Commissione parlamentare sulle stragi del giudice Guido Salvini, Aldo Giannuli conosce come pochi le indagini relative alle stragi. E su Piazza Fontana dice che…

Il 4 ottobre 1996 fa una scoperta sensazionale: trova in un deposito della via Appia a Roma, circa 150 mila fascicoli del ministero dell’interno. Fascicoli che contengono una massa incredibile di informazioni e reperti sull’operato dei servizi segreti italiani. Per di più quei fascicoli non sono catalogati, in pratica sono segreti e li conoscono soltanto pochi uomini dei servizi. L’autore di questa scoperta è Aldo Giannuli, 45 anni, che lavora presso la cattedra di Storia dell’America, all’università di Bari. Ma che accanto a questa sua attività accademica abbina il lavoro di consulente per il giudice di Milano Guido Salvini e della Commissione stragi. E’ stato proprio durante un’indagine per conto del giudice che ha condotto una nuova inchiesta sul terrorismo di destra e sulla strage di piazza Fontana, che Giannuli arriva all’archivio segreto della via Appia. Un paziente lavoro di ricerca che si è trasfuso anche in alcuni libri: Lo stato parallelo(1997), Storie di intrighi e di processi (1991). Ma Giannuli non si è occupato solo di “intrighi”, tra le sue opere ci sono anche libri come Il Sessantotto. La stagione dei movimenti (1988) e Alle origini del movimento trotzkjista (1982). A-rivista anarchica lo ha intervistato.

Come sei arrivato al deposito della via Appia?

Quando iniziai a esaminare i documenti custoditi presso la Direzione della polizia di prevenzione, mi venne spiegato che parte di essi erano custoditi presso l’archivio corrente al Viminale, parte nell’archivio di deposito sulla via Appia. Sin qui nulla di strano. Le stranezze cominciarono dopo. Spesso i documenti portano in margine delle note che rinviano ad altro documento (“fare copia per fascicolo X” oppure “originale in Y”) che io immediatamente chiedevo di visionare. In molti casi questi fascicoli (la cui esistenza era attestata dagli stessi documenti del Viminale) risultavano inesistenti nello schedario. Segnalai questa e molte altre incongruenze ai responsabili della direzione che ordinarono un’ispezione nel grande deposito della via Appia e lì vennero fuori interi scaffali di materiale “non inventariato” e non protocollato. Da qui il seguito della storia culminato nel sequestro dell’intero deposito da parte della Procura di Roma. Particolare curioso e tutto italiano: a fare le spese di queste gravi irregolarità (commesse evidentemente anni addietro) sono stati proprio gli attuali dirigenti della polizia di prevenzione, che invece avevano agito correttamente. Paradossalmente, agli occhi dell’opinione pubblica i depistatori sono diventati proprio quelli che, pur dietro mia sollecitazione, avevano scoperto l’imbroglio.

Quali elementi importanti per la strage di piazza Fontana e le altre trame della strategia della tensione sono venuti fuori da quei fascicoli?

Più che sulla strage in sé, le notizie interessanti riguardano episodi di contorno assai rilevanti. Ad esempio, ho scoperto che l’allora Ufficio affari riservati custodiva presso di sé (dunque sottraendo illegittimamente alla magistratura) i reperti dell’esplosione sul treno Milano-Lecce, avvenuta la notte tra l’8 e il 9 agosto nella stazione di Pescara. Reperti che avrebbero potuto portare all’identificazione dei responsabili (risulteranno poi essere Franco Freda e Giovanni Ventura) molto tempo prima.

Interessantissime, poi, le carte relative al coordinamento dei servizi di sicurezza (prenderà il nome di Club di Berna). Contrariamente a quanto sin qui si pensava, il coordinamento nasce nel 1968 non su ispirazione della Cia, ma al contrario contro la Cia, ad opera di un’altra cordata che trovava i suoi esponenti nell’Ufficio affari riservati italiano, nella Dst francese e nell’Fbi. Già, perché spesso facciamo un errore: diciamo “americani” e pensiamo Cia, ma il mondo è più complesso e nello stesso campo è possibile trovare diverse cordate concorrenti. Ripeto: sulla strage in quanto tale non sono emersi documenti sconvolgenti (per la verità neanche me li aspettavo), però sono emersi elementi fondamentali per rileggere la strategia della tensione nel suo complesso. Adesso si dispone di una bussola molto più affidabile per orientarsi e ricostruire la “logica” di quelle vicende. Una logica che sin qui era sfuggita. Ci sono episodi noti (si pensi alla “velina Serpieri”, quella con la quale il servizio segreto militare accusa, già cinque giorni dopo la strage di piazza Fontana, Ralph Guerin Serac, capo dell’Aginter Presse, di essere il mandante) che sin qui non si riuscivano a spiegare e che oggi acquistano un altro senso.

Uno di quei fascicoli riguarda l’informatore del commissario Luigi Calabresi e dell’Ufficio affari riservati: nome in codice Anna Bolena, per l’anagrafe Enrico Rovelli. Che cosa riferiva Rovelli alla polizia e al Viminale?

Già, Enrico Rovelli, Anna Bolena in codice. Uno dei personaggi chiave del “caso Pinelli”. E’ lui, infatti, a informare sistematicamente sulle attività del Ponte della Ghisolfa e, in qualche caso, ad aggiungere di suo. Ad esempio, il 30 dicembre 1969, interpellato da Silvano Russomanno, capo milanese dell’Ufficio affari riservati, sull’attendibilità dell’accusa a Pietro Valpreda, risponde che è possibilissimo che la strage l’abbia fatta lui. Rovelli, comunque, non si limita a fare l’informatore, ma fa anche l’agente provocatore, come nel 1971, quando compare in Italia uno strano personaggio che vende armi nell’ambiente dell’estrema sinistra e Rovelli viene incaricato dai servizi segreti di acquistare una pistola e alcuni candelotti di dinamite, evidentemente, per incastrare il trafficante.

Tu, come consulente della Commissione stragi, ti sarai certamente fatto una convinzione su quanto è successo alla fine degli anni Sessanta e negli anni successivi in Italia. Puoi riassumerla?

Io credo che le intuizioni della controinformazione sul carattere di “stato” delle stragi e dell’eversione fossero sostanzialmente esatte, ma che, insieme, fossero molto semplicistiche e parziali, d’altronde lavorando in simultaneità allo svolgersi dei fatti non avrebbe potuto essere diversamente: molte cose le si sono scoperte ad anni di distanza. Proverò ad indicare molto schematicamente alcune rilevanti novità nella lettura di quei fatti. Lo stragismo non coincide con la strategia della tensione, ma ne è solo la parte terminale: dal 1969 al 1974. Infatti la strategia della tensione dura ben 15 anni: dagli ultimi Cinquanta alla metà dei Settanta. La strategia della tensione non è stata un fenomeno solo italiano, ma una vicenda internazionale nella quale vanno inseriti anche i casi italiani. Non si capisce piazza Fontana senza tener presente la situazione greca, così come la strage di piazza della Loggia a Brescia va inserita in un contesto che vede, solo un mese prima, la caduta del fascismo portoghese e, conseguentemente, la scoperta della sede dell’Aginter Presse in rua de Praças. Per leggere i fatti di quegli anni occorre avere presente come elemento primario i continui e durissimi conflitti tra le varie cordate che si contrappongono all’interno dello stesso campo occidentale. E non alludo solo alle tensioni latenti fra gruppi fascisti e partiti governativi di centro, ma anche a quelle fra i diversi servizi segreti organizzati in cordate internazionali concorrenti. La dimensione “investigativa” non basta per inchieste di questa complessità: occorre riportare costantemente le varie acquisizioni al contesto storico in cui sono avvenute. Se non si vuole fare della cattiva letteratura gialla, occorre inserire quelle vicende in un contesto da studiare con le categorie della storia e della politologia.

L’inchiesta condotta dal giudice Guido Salvini ha sostanzialmente confermato sul piano giudiziario, una verità che politicamente una parte consistente della sinistra (in primo luogo gli anarchici) aveva già formulato: “la bomba di piazza Fontana è una strage di stato”. Che cosa succederà: è possibile che la magistratura, parte dello stato, metta sotto processo un’altra parte dello stato?

Dopo otto anni di inchiesta ne sappiamo molto di più che nel passato. Soprattutto Salvini ha dato un contributo decisivo nello strappare molti veli. Debbo dire, però, che se il quadro politico inizia a chiarirsi e, insieme, si è vicini all’identificazione degli esecutori materiali e dei loro mandanti vicini, le nebbie sono ancora abbastanza fitte man mano che si sale verso i “mandanti dei mandanti”. Quale è stato il ruolo del presidente del consiglio Mariano Rumor? Perché si sarebbe rifiutato di decretare, dopo piazza Fontana, lo stato di pericolo pubblico (come dice Carlo Digilio, informatore della Cia e infiltrato nel gruppo di Ordine nuovo di Venezia, guidato da Delfo Zorzi, accusato di essere l’esecutore materiale della strage)? E sino a che punto l’amministrazione americana era coinvolta nella vicenda? Tutte questioni di cui percepiamo alcuni elementi, ma i cui contorni sono assai sfuocati. Questo, però, più che mestiere della magistratura è compito della Commissione stragi e degli storici. La Commissione stragi vi si sta dedicando, sia pure tra molte difficoltà, gli storici, invece, brillano per la latitanza. E questo è tanto più grave se si pensa che l’alibi della mancanza di documenti non regge più. In fondo, proprio ora, per le smagliature nel blocco di potere, qualche velo dell’omertà di stato inizia a essere strappato. Tangentopoli docet.

Un momento, qui non si tratta di processare politici coinvolti in un giro di bustarelle e di grandi corruzioni, si è di fronte a un problema ancora più grande: una strategia fatta di bombe e morti, di repressione contro la sinistra extraparlamentare, contro gli anarchici, per conservare il potere della Democrazia cristiana e dei suoi alleati. Non è logico pensare che alla fine l’inchiesta di Salvini venga ridimensionata con un tipico gioco all’italiana?

Sì, hai ragione, qui non si tratta di mandare sotto processo qualche politico ladro, ma di ben altro. Peraltro posso dirti che ti sbagli quando pensi che vi saranno tentativi per bloccare le inchieste (quella di Salvini in particolare) e di disinnescarle. Questi tentativi non ci saranno: sono già in corso da almeno due anni. In altri tempi, magistrati e capitani dei carabinieri troppo curiosi avrebbero ricevuto, e da tempo, un sontuoso funerale di stato. Oggi le cose sono più complicate e le tecniche di depistaggio devono farsi più raffinate. A questo punto bloccare le cose non è così semplice, ormai in 25 anni di inchieste giornalistiche, giudiziarie e parlamentari, si è accumulata una tale massa di conoscenze che i normali depistaggi servono a poco e il “suicidio” di un investigatore troppo intraprendente attirerebbe un’eccessiva attenzione, producendo più danni che rimedi per i depistatori. E’ probabile che le cose seguano un corso diverso: i mass media metteranno la sordina ai processi (roba vecchia, che sa di muffa, non fa notizia), il sistema politico si limiterà a dare la colpa di tutto alla storia, i processi andranno per le lunghe e data l’età degli imputati chissà se finiranno (in fondo, qualche imputato malandato di suo già c’è). Qui spetta alle forze politiche della sinistra impedire che questo accada, formare l’opinione pubblica, promuovere una campagna adeguata e così via. Ma se guardo al panorama attuale della sinistra italiana non sono affatto tranquillo sulla sua capacità di cogliere (o di voler cogliere) l’attualità politica della questione. Temo che anche la maggioranza della sinistra ritenga tutto questo archeologia e non politica.

Un’ultima domanda. Che cosa sapevano i dirigenti del Pci sulla strage di piazza Fontana?

Sicuramente molto di più di quello che veniva raccontato sull’Unità: il Pci aveva i suoi informatori nella destra e nelle istituzioni, seguiva con comprensibile apprensione questi fatti e il servizio segreto russo (che non ha mancato di fare le sue indagini in proposito) avrà passato più di una notizia ai “compagni italiani”. Ma è difficile dire sino a che punto il Pci abbia saputo e in quale momento. Così come non è chiaro quale sia stato l’uso di queste conoscenze. Per rispondere alla tua domanda ci vorrebbe un’altra via Appia.

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