Umanità Nova n8 4 marzo 2007 Calabresi, un altro assassino tra i cherubini di Massimo Ortalli

Un’aureola per il commissario “Finestra”

La prima reazione, naturalmente, è stata di sconcerto e incredulità. La seconda, altrettanto naturalmente, di sarcasmo. Un altro San Luigi! E protettore di che? Delle finestre, dei calzolai (ricordate le tre scarpe?), delle cinture nere di karaté? La terza reazione, però, non poteva essere che di indignazione e, se permettete il termine, di incazzatura.

La notizia è questa: un prete romano, tale Ennio Innocenti, confessore a suo tempo del commissario “finestra” Luigi Calabresi, non pago di aver dovuto fare chissà quali e quanti straordinari per “mondare dalle colpe” il responsabile della morte di Giuseppe Pinelli, ha deciso di avviare una pratica di beatificazione del suddetto, lodandone le radicate e incontestabili virtù cristiane che lo avevano reso famoso fra i compagni milanesi già prima di aver fallito il miracolo, una tragica sera del dicembre 1969, di far volare dal quarto piano della Questura quel nostro compagno ferroviere.

La Chiesa ufficiale, che non a caso ha alle spalle un patrimonio bimillenario di ipocrisie e doppiezze, e che conosce bene come vanno le cose mondane, non ha né smentito né confermato. Il cardinale Ruini, per bocca del suo portavoce, è entrato nel merito delle indiscrezioni del giornale dei vescovi “L’Avvenire”, che per primo aveva dato la notizia, limitandosi a dire che la cosa non è di sua competenza territoriale (certo che il loro mestiere i preti lo sanno fare!) perché Calabresi stava a Milano e non a Roma, ma che però, in linea di principio non aveva assolutamente nulla in contrario.

Tutto lascia dunque credere che la cosa andrà avanti e che quello che per il momento è solo il demenziale culto semiclandestino di una congrega di fanatici baciapile (la Sacra Fraternitas Aurigarum da tempo ha messo sul mercato una immaginetta di Calabresi con relativa preghierina di intercessione) non tarderà a diventare una nuova icona di quel processo di rimozione e revisione che da tempo, complici tutti ma proprio tutti i poteri costituiti, sta riscrivendo la storia sociale del secolo scorso, stravolgendone i contenuti.

Già da tempo, ormai, il “caso Calabresi” riaffiora periodicamente sulle pagine dei giornali, e non si può certo pensare che sia dovuto al caso. Per chi non ricorda, o per chi era allora troppo giovane o ancora non nato, giova richiamare alla memoria che l’assassinio di Pinelli e le responsabilità dirette di Calabresi e dei suoi uomini, non furono semplicemente un caso, anche se grave, di natura giudiziaria, ma rappresentarono un punto di svolta nella formazione della coscienza civile del paese e nella percezione che questo veniva ad avere del potere e dei suoi maneggi. Grazie anche al lavoro di famosi giornalisti che si affiancarono coraggiosamente al fondamentale lavoro di denuncia e controinformazione degli anarchici e della sinistra extraparlamentare di allora, la verità venne incontestabilmente a galla e nacque una consapevolezza “di massa” non più limitata a pochi individui superpoliticizzati.

Consapevolezza che non si limitava alla constatazione che Calabresi era il responsabile della morte di Pinelli ma che andava ben oltre: il potere, pur di difendere i propri interessi, è pronto a qualsiasi nefandezza, è pronto a stravolgere le proprie regole, è pronto a trasformare la menzogna nella verità “ufficiale”. Il trucco solitamente riesce, ma quella volta, come si diceva, la verità “ufficiale” non resse alla straordinaria controinformazione messasi in moto e la criminalità dello Stato apparve in tutta la sua tragicità.

E in tutta la sua nudità.

Insomma, fu per loro una sconfitta, che segnò un’epoca e che non mancò di incrinare quel necessario rapporto di fiducia di cui deve godere il potere per continuare a fare i suoi giochi. Quindi, anche se tardivamente (ma i tempi, è chiaro, sono da tempo più che maturi), si mise in moto un processo in direzione contraria, teso a coprire quell’oscena nudità, smontando la verità diffusa di quegli anni (e il processo Sofri rappresentò la feroce vendetta tardiva contro tutto un movimento) e riaffermando finalmente quella verità “ufficiale” allora ignominiosamente smascherata e la cui mancata affermazione impedì per troppo tempo che il buon cittadino potesse riconoscersi nelle caste e cristiane virtù delle sue istituzioni.

La storia ha tempi lunghi, non dovremmo mai dimenticarlo. E in effetti c’è chi si preoccupa, periodicamente, di ricordarcelo. E molto duramente! È chiaro che non può interessarci più di tanto se la chiesa ha un santo in più o in meno. Sono sue competenze e non sarà certo Calabresi il peggiore fra quanti sono assurti alla gloria degli altari. La nostra competenza, al contrario, è di non dimenticare, ricordando agli smemorati di comodo che “quella sera a Milano era caldo, ma che caldo, che caldo faceva, brigadiere apra un po’ la finestra, una spinta… e Pinelli cascò”.

Massimo Ortalli

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