Umanità Nova n39 5 dicembre 1999 Dossier Strage di Stato: Così ricordo Pinelli di Paolo Finzi

Trent’anni dopo l’assassinio di Pino, il ricordo di un (allora) giovane anarchico

Sempre più sfuocato. Inevitabilmente sfuocato, ogni anno con i contorni meno netti. Così si presenta alla memoria, con il passare del tempo, il volto di una persona cara, morta ormai tanti, tanti anni fa’. C’è poco da fare, così – prima o poi – funziona, o meglio non funziona, la memoria umana. Con qualche eccezione.

Quando, per ragioni particolari, una persona ha inciso particolarmente nella tua vita, e la sua memoria fin dall’inizio ha evocato tutta un’epoca, tutta una rete di relazioni umane, allora questa progressiva disgregazione dei ricordi rallenta, a volte scompare. E un volto, quel volto, ti si ripresenta vivido, netto, preciso.

E’ quanto succede a me con il ricordo di Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico che conobbi per meno di due anni – tra la primavera del ’68 (quando lo incontrai ad una conferenza pubblica alla Casa della Cultura di Milano, mentre volantinava) ed il tardo autunno dell’anno successivo (quando ci ritrovammo in questura, nell’ambito della retata antianarchica subito dopo la strage di piazza Fontana). Eppure quei 21 mesi, incastonati tra la primavera libertaria che sarebbe poi esplosa nel maggio ’68 e la strage di stato che ne é stata – dopo l’autunno caldo – la risposta istituzionale, hanno segnato la mia vita. E la figura di Pino, quel suo volto allegro, con la barbetta, quella sua disponibilità alla chiacchierata, la precisione nell’organizzare il servizio-libreria del circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”, sintetizzano ai miei occhi, nella mia memoria, meglio di qualunque altro volto o cosa, il mio passaggio da curioso simpatizzante delle idee anarchiche a convinto militante del movimento.

Giovane staffetta partigiana durante la Resistenza, anarchico da sempre, sindacalista libertario promotore del rilancio a Milano dell’Unione Sindacale Italiana, esperantista, tra i fondatori della Croce Nera Anarchica per aiutare gli anarchici detenuti, anticlericale, attivo e ben conosciuto nella sinistra milanese, Pinelli era – con Cesare Vurchio, tuttora attivo nel movimento milanese – il più vecchio (era nato alla fine degli anni ’20) tra i giovani anarchici che dall’inizio degli anni ’60 avevano rilanciato la presenza libertaria nel capoluogo lombardo. Ma, per il suo carattere e per il suo entusiasmo, era al contempo uno dei più “giovani”.

Era sempre pronto a darti retta, a proporti un libro in lettura, a coinvolgerti nei suoi interessi: la sua presenza si sentiva. Approfittando del privilegio, proprio dei ferrovieri, di spostarsi gratis (in treno, appunto), era lui a tenere i contatti con i compagni di fuori Milano, in particolare con i “vecchi” militanti – Umberto Marzocchi a Savona, Alfonso Failla a Carrara, Pio Turroni a Cesena, ecc…

L’ho rivisto l’ultima volta nelle stanze dell’ufficio politico della questura milanese, quella notte del 12 dicembre ’69, quando in tanti (certo più di un centinaio) ci ritrovammo là “fermati”, più o meno “sospettati” dell’attentato alla banca dell’Agricoltura. Come quasi tutti i fermati, fui rilasciato la sera successiva.

Pino no.

Paolo Finzi

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