Umanità Nova n39 5 dicembre 1999 Dossier Strage di Stato: Dall’autunno caldo alle stragi di Cosimo Scarinzi

“La fine di un ordine genera possibilità. Vi è un momento, non troppo lungo, in cui fra la fine di un modo di produzione e il consolidarsi di un altro, appare l’infinita possibilità di altri mondi e modi di produzione… In questo caso la libertà non è assenza di regole ma moltiplicazione di mondi, di ordini, di regola. É il potere corrosivo dell’eresia ben più potente dell’agnostico ritirarsi di fronte all’assoluto. Ma solo in quell’attimo è dato di vedere il nuovo. Dopo, i frammenti si ricompongono e la macchina sociale ricomincia a lavorare… E spesso l’alba ha gli stessi colori del tramonto.”

Franco Lattanzi

“Le lotte operaie del 1969, culminate nei rinnovi contrattuali del cosiddetto ‘autunno caldo’ (espressione usata forse per la prima volta dal quotidiano ‘Il Sole 24 ore’ del 10 agosto di quell’anno), sono state uno dei più consistenti fenomeni di mobilitazione collettiva mai avvenuti. Furono perse complessivamente più di 300 milioni di ore di sciopero, di cui oltre 230 milioni nell’industria. Secondo lo storico inglese Robert Lumley, si trattò del terzo movimento della storia quanto a numero di ore di lavoro perdute (dopo lo sciopero generale del maggio ’68 in Francia e quello generale del 1926 in Gran Bretagna)”

Dall’introduzione di “La Fiat in mano agli operai – L’autunno caldo del 1969” di Diego Giachetti e Marco Scavino, Edizioni BFS 1999

A trent’anni di distanza dalla strage di Piazza Fontana e dai fatti che la precedettero e seguono sul versante politico e giudiziario, che ad oggi la partita è aperta da questo punto di vista, è necessario avere ben chiaro il quadro sociale dentro cui i fatti si svolsero, quadro che solo ne permette la comprensione.

La restaurazione dell’ordine sociale dopo il “maggio rampante” italiano che si chiude solo alla fine degli anni ’70 porta con se o l’azzeramento della memoria o la sua rielaborazione subalterne alla luce degli esiti di quella vicenda e degli interessi dei vincitori.

Oggi l'”autunno caldo” o è rimosso o è criminalizzato o, nelle interpretazioni più benevole, è presentato come un momento di conflitto sindacale particolarmente vivace le cui ragioni sono state superate dallo sviluppo economico e dal superamento dell’anomalia italiana rispetto alle democrazie industriali dell’occidente.

Una lettura non subalterna dei fatti che allora si diedero non può prescindere dal fatto che l’ordine e le gerarchie sociali furono messe in crisi in maniera assolutamente evidente: un movimento di scioperi di quelle dimensioni portava la contraddizione di classe al centro della scena e costringeva tutte le forze politiche, sociali e culturali a schierarsi, a ridefinirsi, a subire crisi e mutazioni.

Le premesse dell’autunno caldo sono note e possono, in questa sede, essere ricordate solo parzialmente e sommariamente:

– lo sviluppo impetuoso della grande industria nei decenni precedenti ed il formarsi di un numeroso proletariato industriale di tipo nuovo e, in particolare, di una figura operaia legata alla produzione fordista, il cosiddetto operaio massa, un lavoratore non qualificato e legato ad un lavoro ripetitivo sulla catena di montaggio;

– l’emigrazione di milioni di proletari dalle campagne verso la città, dal sud verso il nord con i conseguenti problemi di accettazione del dispotismo industriale, della disciplina fordista del lavoro, di integrazione in una struttura urbana inadeguata per offerta abitativa e per servizi sociali, di vita quotidiana degradata nelle periferie urbane;

– la dequalificazione tendenziale ma evidente dello stesso lavoro tecnico ed impiegatizio nel settore privato ed in quello pubblico con l’effetto di una vera e propria proletarizzazione di settori che tradizionalmente potevano percepirsi come ceto medio e dell’apparire di lotte dei tecnici e di impiegati di grande interesse come era già avvenuto in Francia nel maggio 1968;

– l’incapacità dei partiti di massa tradizionali, dei sindacati ad essi legati, delle grandi organizzazioni sociali istituzionali come la chiesa di inquadrare i movimenti emergenti e, sovente, persino di comprenderne la natura e la radicalità ed il sorgere di nuovi soggetti sociali, culturali, politici in rottura con le vecchie organizzazioni;

– l’apparizione di un vivace movimento degli studenti, esso stesso favorito dallo sviluppo di una scolarizzazione più ampia che in passato e dal modificarsi conseguente della composizione di classe del mondo studentesco, che metteva in discussione la gerarchia scolastica e la cultura tradizionale e favoriva lo sviluppo di nuove aggregazioni di estrema sinistra;

– lo sviluppo di lotte operaie importanti su scala internazionale, all’est come all’ovest, la compresenza di movimenti studenteschi e di rivolte urbane, l’opposizione alla politica imperiale degli USA e dell’URSS che fornivano alle lotte sociali che si davano in Italia un quadro di riferimento internazionale e favorivano una percezione della situazione come aperta e ricca di sviluppi possibili se non proprio rivoluzionaria. E che molti la sentissero, con speranza o timore, come rivoluzionaria è innegabile ed è ridicolo il vergognarsene come fanno sin troppi esponenti del potere attuale e loro imitatori.

La crescita, allora, di militanti e raggruppamenti che si volevano rivoluzionari sulla base di comportamenti sociali sovversivi diffusi non fu, dunque, il frutto di un abbaglio ma la presa d’atto di una possibilità che non era meno reale solo perché, poi, sconfitta.

Al ciclo di lotte operaie dell’autunno caldo, preceduto ed accompagnato da rivolte urbane come quella del 3 luglio 1969 in Corso Traiano a Torino, dalla mobilitazione nei quartieri, da scioperi studenteschi, i vecchi apparati di potere risposerò, come sempre, sia con tentativi di autoriforma che con la repressione aperta dei comportamenti socialmente “inaccettabili”.

Dal primo punto di vista, basta pensare alla crisi ma anche all’adattamento dei sindacati istituzionali che, con l’accettazione e, poi, l’integrazione nell’apparato dei delegati di reparto, la costituzione dei consigli dei delegati, il tentativo di dar vita all’unificazione fra i tre sindacati, l’assunzione di rivendicazioni egualitarie che sino a qualche tempo addietro avevano considerato inaccettabili e demagogiche, riuscirono, con qualche fatica, a riassorbire gran parte dei militanti di base formatisi nelle lotte ed a riprendere, sostanzialmente, il controllo della situazione. Questa tenuta del sindacato istituzionale venne indubbiamente favorita dal fatto che, sia nel governo che nella Confindustria, i settori più avveduti della classe dominante compresero la necessità di riassorbire le tensioni accumulatesi, di abbandonare la tradizionale politica antisindacale, di assumere CGIL-CISL-UIL come interlocutori necessari all’ordinato andamento della produzione e della società. E, considerando, il peso del PCI nel movimento operaio, la scelta del dialogo con i sindacati favoriva e, per certi versi, rendeva inevitabile quella del confronto con lo stesso PCI, quel confronto che avrebbe portato, qualche anno dopo, al compromesso storico.

D’altro canto, la macchina statale e padronale non si limitava a cercare di integrare il conflitto con delle concessioni economiche e normative, circa 14.000 lavoratori furono denunciati nel corso del 1969 per fatti avvenuti durante le lotte così come fioccarono licenziamenti ed altre sanzioni.

Basta, poi, pensare alla violenza degli scontri di piazza, allo squadrismo fascista, all’aperta collaborazione della polizia con gli squadristi, alla presenza nell’apparato statale di rottami del precedente regime posti in posizioni di responsabilità per comprendere come, anche nel campo padronale e statale, le risposte erano diversificate ed intrecciate: integrazione e repressione del conflitto erano a volte linee d’azione divergenti e a volte due facce della stessa politica consistente nel separare i buoni dai cattivi per integrare i primi e mettere ai margini della scena sociale i secondi.

Le stragi si collocano in questo scenario storico, come elevamento dei termini dello scontro sociale e, per certi versi, come scontro di linee all’interno dei gruppi dominanti a livello nazionale e internazionale, visto il peso sulla scena politica italiana dei vari padrini esteri.

Le stragi, e in primo luogo, quella di Piazza Fontana, posero l’opposizione sociale in una situazione drammatica: la violenza cieca che si manifestava con il terrore indiscriminato, la percezione del ruolo dei servizi segreti, percezione, ovviamente, non sempre rigorosamente documentata ed argomentata ma, nella sostanza, corretta, posero, meglio di mille manuali, l’opposizione sociale stessa di fronte al carattere criminale del potere ed alla necessità di affrontarlo anche su questo piano mentre ancora i movimenti non avevano maturato la radicalità necessaria e sufficiente a questo livello dello scontro.

Le vicende degli anni ’70, le culture politiche della sinistra di opposizione, lo stesso terrorismo di sinistra non sono comprensibili senza tenere conto di questo momento centrale. Ma questo è argomento diverso da quello trattato in questo articolo.

In estrema sintesi, la strage di Piazza Fontana non arriva a piegare i movimenti sociali ma favorisce la ripresa del controllo sulla situazione da parte delle istituzioni statale e di quelle partitiche e sindacali. Quali che fossero i fini perseguiti dagli esecutori materiali, i manovali nazisti i cui nomi oggi ci sono resi noti, essi operavano in questa prospettiva.

Resta aperta, alla memoria ed alla riflessione, la consapevolezza che l’autunno caldo del 1969 apriva prospettive ed indicava sviluppi possibili diversi da quelli che si sono dati, prospettive e sviluppi che vanno rivendicati nella loro radicalità e legati all’azione di oggi. Se, infatti, il dominio statale e capitalistico vennero messi in crisi dall’irrompere sulla scena delle classi subalterne in una fase di sviluppo economico e di crescita delle retribuzioni e dell’occupazione, a maggior ragione in una fase di attacco alle passate conquiste dei lavoratori dobbiamo tenere aperta la prospettiva di una rottura radicale con l’esistente.

Cosimo Scarinzi

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