Umanità Nova n39 5 dicembre 1999 Dossier Strage di Stato: Oltre la memoria di Luciano Lanza

Attenzione. Stiamo entrando in una macchina del tempo. Torniamo al 12 dicembre 1969. Esattamente trent’anni fa. Sono le ore 16,37. Esplode una bomba. Precisiamo il luogo: Milano. Precisiamo ancora meglio: piazza Fontana, atrio della Banca nazionale dell’agricoltura. Risultato? Morti 16, feriti quasi un centinaio. Così comincia questa storia. Che è la storia di come politici italiani, agenti dei servizi segreti italiani ed esteri, funzionari, industriali, piduisti, con la manovalanza di estremisti di destra hanno fermato la “scalata al cielo”. Stiamo parlando, l’avete capito benissimo cari lettori di Umanità Nova, della “madre di tutte le stragi”: piazza Fontana, appunto.

C’è un misto di fastidio, di già visto, di insopportabile ritorno a un vissuto drammatico ed esaltante furore di rivincita che assale chi ha vissuto quel periodo, quei giorni, quelle notti, quelle riunioni, quelle manifestazioni, quella rabbia. Le bombe avevano ammazzato non solo sedici persone (anzi, diciassette con Giuseppe Pinelli, “volato” la mezzanotte del 15 dicembre da una finestra del quarto piano della questura) avevano ucciso una speranza. Fatto ancor più grave. La speranza di cambiare. Di farla finita con la politica dei partiti, dei “signori delle tessere” (i democristiani di sempre, nuovi o vecchi che siano, che non muoiono mai), con i sindacalisti avviluppati nelle compatibilità del sistema, con i dirigenti e dirigentelli del Pci, forza di governo e di opposizione (Massimo D’Alema, anche se giovanissimo, già studiava da presidente del consiglio). Insomma, cari lettori, stava succedendo qualcosa. Di importante. Di incredibile. Di assolutamente nuovo. E volete che Dc, Cia, Sid, Affari riservati, Aginter Presse, Mossad con gli immancabili Giuseppe Saragat, Mariano Rumor, Giulio Andreotti, Franco Restivo, Mauro Ferri, Mario Tanassi, Luigi Preti, non facessero nulla? Via non siate ingenui. Peggio, stupidi. Quella gente era pronta a sventare il “pericolo rosso”. Soprattutto per restare al potere. E ci sono riusciti. Per un altro quarto di secolo.

Pomeriggio di fuoco

Ricapitoliamo. Le bombe del 12 dicembre (ce n’era un’altra a Milano messa alla Banca commerciale italiana che non esplose, ma venne fatta brillare ore dopo dagli artificieri distruggendo prove importanti, e tre a Roma: una alla Banca nazionale del lavoro e due al monumento al milite ignoto, in tutto 18 feriti) sono precedute da altre esplosioni: il 25 aprile a Milano, alla Fiera campionaria, padiglione Fiat, e alla stazione Centrale. Nessun morto, ma decine di feriti. Nella notte tra l’8 e il 9 agosto su dieci treni del Nord e del Centro-Sud vengono collocate altrettante bombe: otto esplodono, ma provocano solo pochi feriti tra viaggiatori e ferrovieri.

In tutti questi fatti la polizia indirizza le ricerche tra gli anarchici. Per il 25 aprile vanno sotto processo quattro giovani anarchici (Tito Pulsinelli, Angelo Piero Della Savia, Paolo Braschi e Paolo Faccioli), ma alla fine del dibattimento vengono assolti. Anche se Braschi, Faccioli e Della Savia vengono condannati per altri reati minori. Le bombe sui treni non arriveranno ad alcun processo: il commissario Luigi Calabresi cerca di incastrare Pinelli, ma senza risultato.

Dove si gioca la partita grossa è evidentemente per piazza Fontana. Qui i morti ci sono stati. E la pista è sempre quella anarchica. Già nella sera del 12 dicembre (a poche ore dall’attentato) il prefetto di Milano, Libero Mazza, invia al presidente del consiglio, il democristiano Mariano Rumor, un fonogramma chiaramente orientato: “Ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza indagini verso gruppi anarcoidi aut comunque frange estremiste. Est già iniziata, previe intese autorità giudiziaria, vigorosa azione rivolta at identificazione et arresto responsabili”.

Grande uomo il prefetto Mazza! Aveva capito tutto e subito. Peccato che i fatti poi, ma purtroppo molti anni dopo, lo smentiranno clamorosamente. Ma nell’immediato la strategia è chiara: colpire a sinistra, colpire gli anarchici. E così il commissario dell’ufficio politico, Calabresi, con l’appoggio del suo capo Antonino Allegra e del questore Marcello Guida (nel 1942 era direttore del confino di Ventotene), si butta sulla pista anarchica. Verso sera va al circolo anarchico Scaldasole trova l’anarchico Sergio Ardau e quando arriva anche Pinelli invita tutti e due in questura. Pinelli uscirà dalla sede della polizia dalla finestra, mentre lo interrogavano. Le accuse che Guida lancia contro Pinelli come complice della strage, durante una conferenza stampa, cadranno perché inconsistenti. E per la morte di Pinelli non ci sarà alcun colpevole.

Ma è con l’arresto dell’anarchico Pietro Valpreda che la montatura reggerà per più tempo.Fermato al palazzo di giustizia di Milano (era venuto per essere interrogato dal giudice Antonio Amati), Valpreda viene subito portato in questura e dopo un interrogatorio e la permanenza di alcune ore viene trasferito a Roma. Il gioco è fatto. Per i poliziotti e per i magistrati Ernesto Cudillo e Vittorio Occorsio, Valpreda è il colpevole, è “la furia della bestia umana” come scrive il Corriere d’informazione. Unica prova a carico? La testimonianza del tassista Cornelio Rolandi: riconosce in Valpreda il cliente che il pomeriggio del 12 dicembre si è fatto trasportare per poco più di 130 metri. Ed è logico che un terrorista prenda il taxi per andare a mettere una bomba e per un tragitto così breve da insospettire anche un deficiente.

E infatti perfino i grandi giornali, dopo aver passato per alcuni mesi le veline della polizia, cominceranno a mostrare dubbi su un’indagine così a senso unico. Dubbi che cominciano a essere chiariti dalle indagini del giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz.Questi in poco tempo risale una pista completamente opposta a quella dei romani Occorsio e Cudillo: i responsabili della strage del 12 dicembre e degli attentati che l’hanno preceduta, sono due neonazisti veneti Franco Freda e Giovanni Ventura.

Tanti processi per nulla

Ma quando si arriva al primo processo, a Roma il 23 febbraio 1972, Freda e Ventura non sono tra gli imputati. Ci sono, ovviamente gli anarchici del gruppo 22 marzo di Roma (Valpreda e gli altri), i familiari di Valpreda, con un’aggiunta: il nazi-fascista Stefano Delle Chiaie (ma solo per falsa testimonianza). Il processo salta: nemmeno il pubblico ministero se la sente di sostenere il suo ruolo senza cadere nel ridicolo.

La patata bollente passa a Milano. Che la rifiuta. Motivo? Milano è in mano agli estremisti di sinistra, quindi il processo non si svolgerebbe con la necessaria serenità . E allora arriva la grande idea: trasferire il tutto a Catanzaro. Passano altri anni. Il 27 gennaio 1975 iniziano le udienze. Ci vorranno ben otto processi e due interventi della Cassazione per arrivare alla conclusione il 5 luglio 1991 (processo a Delle Chiaie). Cioè 20 anni e mezzo dopo la strage. Risultato tutti assolti: anarchici e nazisti. Quelle bombe non le ha messe nessuno. Misteri d’Italia.

Tra pochi mesi nel febbraio 2000 partirà un altro processo scaturito dall’inchiesta del giudice istruttore Guido Salvini. Un’inchiesta partita nel 1989 e terminata nel 1987. Le carte processuali confermano quanto già era stato detto sul piano politico nei mesi immediatamente successivi alla strage: la strategia della tensione aveva visto come manovalanza nazisti e fascisti, ma chi coordinava e ispirava la loro azione erano i vertici politici, militari, i servizi segreti, l’ufficio affari riservati del ministero dell’Interno guidato da Federico Umberto D’Amato. Il tutto sotto l’accorta regia dei servizi segreti americani di CIA e Nato.

Ma anche in questo caso verranno processati soltanto quattro nazisti: Delfo Zorzi, capo di Ordine Nuovo a Mestre, Carlo Maria Maggi, capo di Ordine Nuovo nel Triveneto, Giancarlo Rognoni, capo del gruppo neonazista La Fenice di Milano e Carlo Digilio, l’artificiere di Ordine nuovo e informatore dei servizi segreti americani delle basi Nato di Verona e Vicenza. Invece Freda, Ventura e Delle Chiaie, pur indicati come colpevoli, non potranno essere giudicati perché assolti in via definitiva.

Così tutto si riduce a Zorzi che portò le bombe a Milano, Rognoni che fornì la base logistica milanese, Maggi che diresse l’operazione e Digilio che preparò l’esplosivo. E i mandanti? In aula non ci saranno. Non vorrete forse che lo Stato processi se stesso? E dove si è mai visto un fatto simile?

Luciano Lanza

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