Umanità Nova n19 29 maggio 2005 Il revisionismo anni ’70: Cossiga passa il testimone a Pisanu. L’ombra del passato si allunga sul nostro presente di Massimo Ortalli

Credevamo, con buoni motivi, che dopo le affermazioni di Andreotti sul cappotto di Valpreda e il tassista Rolandi (vd. “Umanità Nova” n. 16) si fosse raggiunto il fondo: l’ultimo strato della melma in cui sguazza amabilmente il “divo Giulio”. Credevamo… e invece no! Infatti, a dimostrarci che dai democristiani d’annata possiamo aspettarci di tutto, ecco arrivare le dichiarazioni di Cossiga, l’uomo che la partitocrazia premiò per come gestì l’ordine pubblico negli anni settanta, eleggendolo presidente della Repubblica.

Come molti lettori ricorderanno, nel maggio del 1977, durante una manifestazione promossa a Roma dai radicali, fu uccisa Giorgiana Masi. Responsabili, come subito dimostrarono le foto che ritraevano agenti travestiti da autonomi intenti a sparare sui manifestanti, gli uomini dei reparti speciali della polizia. Anche se, naturalmente, non si arrivò mai a una soluzione giudiziaria di quel delitto (si è mai visto uno Stato condannare se stesso?), fu a tutti evidente che la responsabilità degli incidenti era solo della polizia, che fece degenerare nell’ennesimo scontro di piazza una pacifica manifestazione per poi procedere nella criminalizzazione dei movimenti che non si riconoscevano nella lotta armata. Questa è la storia, e mai la si era messa seriamente in discussione.

Ebbene, oggi Cossiga, con gli abituali modi da ricattatore, conferma la sua poco lusinghiera nomea (della quale è del resto orgoglioso) dichiarando che Giorgiana Masi non fu colpita dalle pallottole degli agenti, ma da “fuoco amico”, ossia da colpi partiti dai dimostranti. E, a corollario di questa colossale menzogna, si fa intervistare, pochi giorni dopo, da alcuni quotidiani, per aggiungere, mescolando nuove menzogne a vecchie verità e indecenti rivendicazioni, altri tasselli a quella strategia revisionista che, da destra come da sinistra, vuole riscrivere, capovolgendole, le vicende dei movimenti e dei compagni che agirono fra gli anni sessanta e gli anni ottanta. Strategia nella quale ex(?)fascisti, democristiani e comunisti, sono tutti impegnati a portare argomenti per giustificare gli errori e le porcherie di cui furono protagonisti in passato.

Eccolo, dunque, Cossiga affermare che il Pci, in prima linea nella lotta contro l’autonomia e i movimenti, faceva la spia e picchiava i compagni (vero, ma perché ridirlo oggi?), che l’omicidio Biagi è nato nell’entourage di Cofferati (chi è il vero destinatario di questo equivoco messaggio trasversale?) e che, per far fronte alla Autonomia, erano pronti a intervenire, alla faccia della Costituzione, i parà del Tuscania a cui diede “l’ordine di indossare il basco rosso cremisi”. E tutto questo non solo non vergognandosi, ma rivendicando addirittura il proprio ruolo di oscuro e torbido mestatore.

La beatificazione del “commissario finestra”

Ha ripreso vigore, con l’uscita del libro di un esaltato di cui ci sfugge il nome, l’opera di beatificazione del commissario Calabresi, il commissario “finestra” come gli piaceva farsi chiamare, colui che dirigeva le indagini in quella notte del 15 dicembre 1969 che vide Giuseppe Pinelli precipitare dalle finestre del quarto piano della questura milanese. Oggi, sfidando il ridicolo, gli si vuole appiccicare l’immagine del “santo”, del poliziotto pio e devoto, a messa tutte le domeniche, amante dei deboli, umano con chiunque. Anche coi fermati sotto interrogatorio. Anche con Pinelli.

Pur convenendo che non c’è contraddizione fra l’essere un “buon” cristiano e un infame aguzzino – la storia gronda di devoti praticanti al tempo stesso perfetti criminali, come gli ustascia croati e il loro santo Stepinac, che prima di cavare gli occhi ai prigionieri serbi per donarli alla madonna assistevano compunti e ispirati alla santa messa – è evidente che ciò che si vuole, non è tanto creare una icona di Calabresi, quanto riscrivere la storia di quegli anni, per assolvere lo stato e scaricarne le colpe sulle vittime. Infatti, dato che la complessa operazione di riscrittura di quel periodo storico non può avere come unico obiettivo il “risarcimento” di un qualche protagonista di allora, è chiaro che lo stato utilizza i suoi più sfacciati servitori e le loro affermazioni che non stanno né in cielo né in terra e che cozzano contro ogni parvenza di verità, perché sa che per poter tornare a “peccare”, deve prima mondarsi delle vecchie colpe.

Teoremi repressivi tra ieri e oggi

Le recenti iniziative poliziesche contro compagni pugliesi, sardi e bolognesi, indecentemente pretestuose e traballanti nei loro presupposti giuridici, trovano legittimità in questa reiterata capacità del potere di autoassolversi. Fatte passare in cavalleria le colpe passate rispetto a un’opinione pubblica che potrebbe, se di buona memoria, porsi degli interrogativi – ma si sa, la memoria è corta, e inganna oggi, mistifica domani, qualcosa resterà – si può riprendere a fare le porcherie di sempre. Ed ecco allora, per tornare all’intervista di Cossiga, il senso vero delle sue dichiarazioni. E delle sue rivendicazioni. In pratica la trasmissione del testimone, in questa miserabile staffetta giocata dal potere, all’amico Pisanu, vecchio biancofiore di sinistra e “sinceramente democratico”, ma pronto, prontissimo a mettere in galera con pesanti accuse i nemici del momento. Intanto li sbattiamo dentro o peggio, poi ci sarà sempre qualcuno pronto a dimostrare, un domani, che responsabili erano le vittime e innocenti gli aguzzini.

Il solito vecchio e sporco gioco del potere. Però, per certi aspetti, quanta fatica sprecata! Non credo, infatti, che per fare bene il suo lavoro, Pisanu abbia bisogno di insegnamenti. Neanche da un maestro come Cossiga!

Massimo Ortalli

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