Umanità Nova n22 7 giugno 2009 Lo stato ci vede doppio di Luciano Lanza

Un nuovo libro sulla strage del 12 dicembre 1969 avanza un’ipotesi che ha dell’incredibile: Pietro Valpreda ha portato veramente una bomba nella Banca nazionale dell’agricoltura. Ma credeva di fare solo un attentato dimostrativo. In realtà era teleguidato dai neonazisti. Ed era affiancato da un sosia che ha deposto nell’istituto di credito un’altra bomba.

«Sulla tomba di Pino Pinelli c’è proprio una poesia di quell’antologia che, un natale, il commissario Calabresi regalò all’anarchico». Siamo a pagina 621 de “Il segreto di Piazza Fontana” (Ponte alle grazie, Milano, 2009) scritto da Paolo Cucchiarelli, giornalista dell’agenzia di stampa Ansa. Un libro da non sottovalutare. Con ricostruzioni e indagini approfondite, ma capace di affiancare a queste indagini anche ipotesi senza fondamenti oggettivi, o svarioni… Uno di questi errori, irrilevante, certo, però indicativo di un modo di procedere, è proprio la frase riportata. Perché, come lo stesso Calabresi aveva dichiarato al processo contro Lotta continua, lui aveva regalato a Pinelli “Mille milioni di uomini” di Enrico Emanuelli e Pinelli, per non sentirsi in debito con un commissario di polizia, aveva contraccambiato con il suo libro preferito: Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

Ma questo, lo ripeto, è un dettaglio di poco conto. Quello che conta è la nuova tesi: alla Banca nazionale dell’agricoltura il pomeriggio del 12 dicembre non scoppiò una sola bomba, ma ne scoppiarono due. Una portata da Pietro Valpreda, anarchico, un’altra da Claudio Orsi, neonazista e sosia di Valpreda. E così la storia di quell’assurdo viaggio di Valpreda che prende un taxi in piazza Beccaria per farsi portare in via Santa Tecla, scendere dicendo al tassista di aspettarlo e poi farsi portare in via Albricci diventa il doppio di un altro viaggio, sempre in taxi, di Orsi. Con destinazione la Banca dell’agricoltura. Come ho già sottolineato nel mio libro “Bombe e segreti. Piazza Fontana: una strage senza colpevoli“, Valpreda avrebbe preso un taxi per risparmiarsi 135 metri di percorso (da piazza Beccaria alla banca) per farne 234 (da via Santa Tecla alla banca e ritorno). Con in più il concreto rischio di lasciare una traccia su un tassista a cui si chiede un tragitto così strano. Ma per Cucchiarelli questo non è di ostacolo: c’è un altro attentatore, Orsi, che prende un taxi per andare a deporre la seconda bomba alla Banca dell’agricoltura.

Il motivo? «In questo caso, quale doveva essere il ruolo da assegnare a un sosia di Valpreda? Solo un ruolo aveva un senso: doveva incastrare il ballerino. Ma se la prima cosa che può venire in mente è che il sosia avesse agito in suo luogo, ora tutti gli elementi che dimostrano la presenza di una doppia bomba a piazza Fontana ci indicano un’altra soluzione: il sosia doveva incastrarlo agendo in parallelo con lui, su un altro taxi. A questo punto è chiara la ragione di una così macchinosa messa in scena. Se due bombe parallele dovevano arrivare alla BNA, si doveva avere la certezza che sempre e comunque uno sarebbe risultato l’uomo incriminato. E due uomini diventano uno, se sono molto somiglianti» (p. 207).

Ma come poteva sapere il sosia che Valpreda avrebbe preso un taxi? E quali sono gli elementi per dire che Valpreda fosse quel giorno in piazza Fontana? Solo la testimonianza di Rolandi che già nei lunghi processi su piazza Fontana ha perso ogni credibilità.

Ma Cucchiarelli non si ferma di fronte a queste «banalità» e a pagina 315 scrive: «Quando lasciò Roma l’11 dicembre, Valpreda aveva una certezza, ferma, concreta: doveva collocare a Milano una borsa con un ordigno non destinato a uccidere, una bomba di protesta. Era un’operazione semplice, lineare: doveva andare a prendere la borsa in un certo posto, portarla alla banca e andarsene in fretta. Forse non stava molto bene e comunque non poteva rimanere troppo tempo in giro: doveva tornare a casa dalla zia. Doveva avere un alibi.

Quando aveva ritirato la borsa a Milano, attorno a lui c’erano volti che l’anarchico riteneva sicuri. Il timer aveva – apparentemente – due ore di corsa prima che il circuito si chiudesse (!) La vera corsa del temporizzatore invece era di un’ora. (!) Pietro non seppe, non vide o non capì. Il risultato fu identico: doveva essere solo un gesto esemplare; fu la strage».

Qui siamo al romanzo. Ma le inchieste devono basarsi sulla ricostruzione dei fatti, su fonti attendibili, su circostanze riscontrabili. In questo caso c’è solo un’ipotesi, fantasiosa certo, ma che non ha riscontri. Un’ipotesi che cerca di ridare dignità, in fondo, a quella maldestra messa in scena che quarant’anni fa cercava di coprire i veri responsabili e, soprattutto, i loro mandanti. Troppo facile inventare storie che in questa stagione di «revisionismo» i giornali sono pronti a rilanciare.

Luciano Lanza

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