Umanità Nova n40 11 dicembre 2005 La strategia del depistaggio. Da Milano a Bologna: il revisionismo sulle stragi di Anti

La decisione della Procura di Bologna di aprire una nuova indagine”contro ignoti” per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna sulla base di alcune presunte rivelazioni contenute nello screditato dossier Mitrokhin, da un lato appare come un atto giuridicamente dovuto; ma è altrettanto evidente che s’inserisce perfettamente in un sempre più spudorato revisionismo attorno alla terribile stagione delle stragi che vide tra il 1969 e il 1984, innanzi tutto, la collusione tra strutture statali, servizi segreti, poteri occulti e gruppi dell’estrema destra, le cui rispettive responsabilità sono state generalmente coperte per oltre un trentennio, grazie anche ad una mai sopita opera di sistematico depistaggio.

Secondo le informazioni, certo non nuove, saltate fuori dagli archivi della Stasi, il servizio segreto della ex-RDT, per scoprire gli esecutori della strage di Bologna bisognerebbe seguire una complessa pista libico-palestinese e lo scopo del massacro (85 morti e 200 feriti) sarebbe stato una rappresaglia contro il governo italiano per la detenzione in Italia di un militante della resistenza palestinese. Salta immediatamente agli occhi la sproporzione tra la ritorsione ed il fatto repressivo che l’avrebbe originata, così come appaiono inverosimili circostanze esposte quale quella che vorrebbero un terrorista alloggiare la notte precedente il massacro in un albergo di Bologna, dopo aver presentato regolare passaporto; ma tali incongruenze sono del tutto marginali, se lo scopo principale è inquinare e riscrivere quella pagina tragica di storia, come chiede anche l’allora capo del governo Cossiga, trasformando ciò che stato tenuto segreto in un indefinito mistero.

In tal modo, l’imbarazzante lapide che ricorda le vittime del “terrorismo fascista” potrebbe essere rimossa e le lancette dell’orologio della stazione potrebbe tornare a segnare il tempo, oggi fermo all’ora dell’eccidio.

D’altra parte sono tesi che puzzano di vecchio e di preconfezionato; tesi, già dimostratesi prive di fondamento, sostenute anni addietro proprio da Licio Gelli, il “gran maestro venerabile” della Loggia P2, indagato per la stessa strage e condannato in via definitiva per depistaggio.

La strage di Bologna, infatti, non è certo l’unica ad essere sottoposta a continue riletture miranti in modo palese ad allontanare la strategia delle stragi dagli ambiti reazionari in cui fu elaborata, preparata e messa in atto. E a tale scopo si scrivono libri, si elaborano dossier, si dedicano servizi speciali su riviste patinate legate alla destra, oggi governativa, ma che tra le proprie fila vede non pochi ex “soldati politici” del terrorismo nazifascista attivo in quegli anni.

Così, dopo le desolanti conclusioni processuali, si torna, grazie anche alle allusioni di un senatore come Andreotti, a ipotizzare la responsabilità degli anarchici nella strage di Piazza Fontana del 1969, riprendendo il teorema dell’onorevole di AN Enzo Fragalà, che nel 2004 con la toga di avvocato di Giancarlo Rognoni, il capo milanese di Ordine Nuovo imputato per la strage di Piazza Fontana, in cui sostenne la colpevolezza degli anarchici Valpreda e Pinelli, definendo la strategia della tensione “un’invenzione propagandistica di Mosca e di Enrico Berlinguer”.

Grazie alle “denunce” del medesimo indefesso Fragalà e di altri esponenti di AN (Mantica, Storace, Raisi…), si è giunti persino ad insinuare che la strage di Brescia del 1974 fu opera di una delle otto vittime, lavoratori che partecipavano ad una manifestazione antifascista; al tempo, un giornale fascista, avevano persino parlato di una vendetta “maturata negli ambienti omosessuali”. La strage del Rapido 904 del 1984, la cosiddetta “strage di natale”, sarebbe invece da ricondurre allo stesso gruppo di terroristi, manco a dirlo “legato a Stasi e Kgb”, che avevano messo la bomba nella stazione di Bologna quattro anni prima.

Il meccanismo è evidente: partire da una “verità” precostituita e quindi dimostrarla rintracciando o inventandosi delle prove e, se le prove non ci sono, degli indizi utili a rendere ancor più indecifrabile il tutto.

Se nel 1969 i capri espiatori vennero subito individuati tra gli anarchici e la sinistra rivoluzionaria, oggi torna comodo trovarli tra gli “islamici”; ma il procedimento di criminalizzazione è, sotto più di un punto di vista, del tutto analogo.

Salvo poi attribuire tutte le stragi agli anarchici. D’altronde, una decina d’anni fa, c’aveva già provato tale Franco Bandini, su un giornale di destra, autore di un incredibile “inserto” storico. In esso, tra l’altro, la prova della matrice anarchica nella strage di Bologna del 1980 (peraltro all’epoca ventilata anche sul settimanale Panorama) veniva indicata nel fatto che quell’anno ricorreva l’ottantesimo anniversario dell’attentato di Bresci contro Umberto I e che lo stesso regicida anarchico, in compagnia di una donna, nel luglio 1900 aveva passato tre notti all’Hotel Milano, situato proprio davanti alla stazione di Bologna. Seguendo lo stesso filo “storico”, sempre il solito acutissimo Bandini ricordò anche che in Piazza Fontana un tempo sorgeva il Palazzo di Giustizia dove erano stati processati molti anarchici, tra i quali anche Bresci, e che era stato oggetto di un attentato, senza vittime, da parte dell’anarchico individualista Bruno Filippi nel 1919!

Anti

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