Umanità Nova n40 11 dicembre 2005 Lo stato in piazza Milano: a 36 anni dalla strage di piazza Fontana di m.v.

Nonostante la concomitanza con la manifestazione nazionale antirazzista di Roma, nonostante la nevicata che con pochi centimetri di neve ha praticamente bloccato il sistema del trasporto pubblico di superficie della Milano città europea, l’incontro-dibattito di sabato scorso ha realizzato l’obiettivo che si era posto registrando (ma non avevamo dubbi) una buona qualità nelle relazioni presentate ed una buona partecipazione di presenti. 70, 80 persone, in una sala della Libreria ospitante, hanno infatti seguito con attenzione i numerosi intervenuti che si sono alternati al microfono e che ringraziamo per l’impegno profuso.

Dopo l’intervento iniziale del compagno della FAM che ha illustrato il senso dell’iniziativa, decisa nell’ambito delle iniziative organizzate dalla FAI per ricordare il 60° anniversario del suo primo congresso nazionale dopo la dittatura fascista, e tenuta, non a caso, nell’anno della chiusura definitiva del processo per la strage di Piazza Fontana, hanno preso la parola i vari relatori.

Luciano Lanza nel ricordare il clima, anteriore e posteriore, di quel 12 dicembre 1969, e nel ripercorrere le varie tappe della vicenda, ha colto un parallelismo tra la situazione di allora e quella attuale, che, se non è simile per le potenzialità di trasformazione sociale, è sicuramente simile per l’uso disinvolto della provocazione che, tra le bellicose dichiarazione di Pisanu e soci ed il ritrovamento di petardoni e plichi esplosivi, sembra prefigurare un atmosfera funzionale, oggi come allora, ai disegni autoritari del potere reale.

Paolo Finzi ha ricordato invece Franco Serantini e le manovre messe in atto per occultarne le vere cause della morte, dovute al brutale e vile pestaggio cui fu sottoposto; manovre che si infransero contro le proteste di piazza ed il coraggio civile di quei pochi che, dentro e fuori le istituzioni, non accettarono di farsi complici dell’occultamento di un assassinio. A tale proposito è stato messo giustamente in rilievo l’importanza di libri come “Il sovversivo” di Corrado Stajano che, al pari di “Pinelli, una finestra sulla strage” di Camilla Cederna, hanno grandemente contribuito a sollevare la pesante coltre della menzogna di Stato.

Mirko Mazzali ha incentrato il suo intervento su alcuni, significativi, casi di repressione, poliziesca e giudiziaria, di questi ultimi anni. Dalle cariche di Napoli, ordinate dal governo di centrosinistra a quelle di Genova, ordinate dal governo di centrodestra, sempre nel 2001, la repressione dimostra di non avere colore. Così pure l’andamento dei vari processi, seguiti da Mazzali, si muove in sintonia con il classico orientamento di fondo che è quello dell’alleggerimento delle responsabilità poliziesche, probabilmente per arrivare ad un proscioglimento degli agenti accusati di violenza. Anche il processo in corso a Milano per i fatti dell’ospedale San Paolo, immediatamente successivi all’assassinio di Dax, non pare distogliersi dal solito copione.

A questo punto ha portato un breve e toccante saluto Rosa Piro, la mamma di Davide Cesari, Dax, che ha ricordato a tutti il senso ed il significato che deve avere la memoria, che non è semplice commemorazione, ma un farsi carico, anche e soprattutto nelle vicende più tragiche, di un senso di profonda solidarietà che è condivisione di umanità e di volontà di giustizia sociale.

Marco Rossi ha richiamato l’attenzione sul clima generale di intolleranza, di razzismo e di sessismo che da tempo si va respirando e che fa da brodo di cultura per gli odierni squadristi, in azione ed in pectore; i quali non fanno altro che mettere in pratica quello che a livello istituzionale e sulla stampa è ormai luogo comune, frutto di quella sindrome sicuritaria che individua nel “diverso” il responsabile di ogni male e che sta contagiando anche città governate dal centrosinistra. L’antifascismo deve tornare ad intrecciarsi con la critica radicale dell’esistente, all’interno di una prospettiva rivoluzionaria liberatrice, se non vuole ridursi a mera testimonianza, lasciando così il campo al ribellismo antisistema della destra.

Renato Sarti, forte della sua esperienza di uomo di teatro che sta elaborando e rappresentando lavori imperniati sulla storia recente, nel ricollegarsi agli interventi precedenti ha messo in rilievo come proprio il concetto stesso di “straniero”, e quindi di “frontiera”, sia all’origine dei processi di emarginazione e di criminalizzazione dei migranti. Richiamando il suo ultimo lavoro dedicato alle foibe del dopoguerra carsico ha inoltre sottolineato l’importanza della memoria e della sua trasmissione alle nuove generazioni, troppo spesso in balia di fiction televisive manipolatorie e strumentali.

Tobia Imperato, impossibilitato a muoversi da casa ove si trova agli arresti domiciliari, era invece presente in video per raccontare sia le menzogne del potere nel caso di Baleno e di Sole, i compagni indotti al suicidio da una montatura giudiziaria agli albori delle mobilitazioni valsusine anti TAV, sia il pesante clima di intimidazione e di repressione che avvolge Torino in vista delle prossime Olimpiadi e che è la causa dell’incarcerazione sua e degli altri compagni, accusati incredibilmente di saccheggio e devastazione, solo perché presenti ad una manifestazione antifascista caricata brutalmente dalla polizia e durante la quale una vetrina e dei tavolini da bar furono danneggiati.

Anche Massimiliano Supporta, arrestato nel corso della stessa manifestazione mentre soccorreva una compagna caduta durante le cariche e rimasto in carcere per alcune settimane, ha ricostruito con ampi dettagli il trattamento cui è stato sottoposto e il tentativo di addossargli responsabilità inesistenti: la repressione non si smentisce mai.

Simone Bisacca ha indagato il rapporto esistente tra sindrome sicuritaria ed il concetto stesso di guerra permanente. La guerra ha sempre rappresentato un’eccezionalità nel rapporto tra poteri e nell’esercizio della politica, ma oggi è diventata quotidianità con una legislazione sempre in opera che si sviluppa secondo i desideri del potente di turno, al di là di ogni garantismo e di ogni certezza giuridica. Le lotte rappresentano oggi quindi la sola possibilità di rottura di un quadro sempre più asfissiante e ad esse vanno dedicate tutte le nostre attenzioni.

Maria Matteo ha relazionato sulle lotte in corso in Val di Susa per la difesa del territorio contro la devastazione ambientale, ricostruendo il percorso che ha portato un’intera valle a riconoscersi, al di là delle appartenenze politiche e sociali, su un comune obiettivo e ad ingaggiare un braccio di ferro con una controparte che dalla destra alla sinistra si presenta unita nel sostenere una arretratissima concezione di progresso. In uno scenario sicuramente non esaltante la lotta dei valsusini porta una ventata di speranza e di necessario ottimismo, che occorre sostenere e, se possibile, generalizzare.

In conclusione questo incontro si è dimostrato un’ottima iniziativa che, allargando la visuale dalla mera, se pur necessaria, commemorazione alle necessità dell’oggi ha saputo riannodare i fili di una memoria e di un sapere disperso, mettendo a disposizione dei presenti un’insieme di riflessioni che cercheremo di sviluppare in un prossimo ciclo di incontri.

m.v.

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