Umanità Nova n40 12 dicembre 2004 Terrore di Stato 12 dicembre 1969 – 12 dicembre 2004: la criminalità del potere di M.V.

Manifestare e mobilitarsi per un avvenimento che è ormai storia: che senso ha? potrebbe obiettare qualcuno. Ma è proprio l’interesse e la partecipazione delle giovani generazioni, di quanti allora non erano nemmeno nati, a dare la misura dell’importanza di queste date (il 12 e 15 dicembre) e di questo periodo per la storia sociale italiana. Date che hanno segnato in modo indelebile intere generazioni tanto da proiettare su quelle successive il bisogno di capire, di essere presenti, nel ricordo e nella denuncia, in ideale collegamento con le vittime coscienti ed incoscienti, della strategia del terrore di Stato.

Furono anni quelli di intensa conflittualità sociale, di messa in discussione dei valori dominanti, di profonde trasformazioni della vita quotidiana, fatti questi che attraversarono la vita di centinaia di migliaia di individui con il loro bisogno di libertà e di giustizia sociale. Individui “giovani, lavoratori, studenti, donne” che dalla seconda metà degli anni ‘60, e per circa un ventennio, hanno scavato fino alle fondamenta i pilastri apparentemente immutabili della società italiana. Dopo di allora nulla è rimasto come prima. Per ridimensionare tutto questo, questa grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, ci sono volute l’alleanza di tutto il sistema dei partiti, l’uso di tutti i corpi militari e repressivi, una modifica radicale del cosiddetto “stato di diritto” – fino alle carceri speciali, all’isolamento, alla tortura – la subordinazione della magistratura al potere politico, il supporto di tutti i mezzi di informazione.

Ci sono volute soprattutto le bombe e le stragi: da P.zza Fontana alla Stazione di Bologna. Ci sono voluti centinaia tra morti e feriti, 40.000 denunciati, 15.000 incarcerati, 4000 condannati.

Il terrorismo è sempre uso della violenza indiscriminata al fine di diffondere la paura tra la popolazione al fine di raggiungere dei fini politici. Oggi esso è presentato come una pratica diffusa, un elemento del nostro quotidiano: dai kamikaze alle auto-bomba, dai sequestri di bambini alla barbara eliminazione di ostaggi. Parallelamente alla pratica del terrorismo si affianca l’uso del terrorismo da parte dei media che, appiattiti sulle politiche governative, amplificano questo strumento di morte per sostenerle. Così oggi gruppi armati, clandestini e mascherati, appaiono come gli unici dispensatori del terrore ed il terrorismo come il vero nemico da battere. In realtà il terrorismo è semplicemente un mezzo per ottenere un fine e come tale è sempre stato praticato da soggetti diversi su scale di varie dimensioni. Metabolizzato e santificato quando è vincente; esorcizzato e criminalizzato quando è perdente. Denunciare il terrorismo dei gruppi armati e occultare il terrorismo dell’ordine statale (dalle carneficine belliche alla barbarie dello schiavismo e del colonialismo, all’oppressione di classe) è prassi comune per chi detiene le leve del potere.

La storia degli Stati moderni è strettamente connessa con il terrorismo e l’uso calcolato del terrore di massa è sempre una conseguenza diretta della volontà degli Stati di prevalere sia sulle proprie popolazioni che su altri paesi. La storia di questo secondo dopoguerra italiano non fa eccezione.

Ricordare oggi la strage di Piazza Fontana “la madre di tutte le stragi” e l’assassinio avvenuto nei locali della Questura di Milano del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli vuol dire non solo compiere una doverosa commemorazione delle vittime della criminalità del potere e denunciare la continua manipolazione di un’intera fase storica, ma soprattutto contribuire a fare chiarezza sui reali dispensatori del terrore: la memoria di quegli anni, la denuncia della violenza di Stato, devono essere di sprone per le lotte che ci sono e per quelle che verranno.

M.V.

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