Libertaria n1 ottobre-dicembre 1999 CIA e così SIA intervista a Guido Salvini di Luciano Lanza

I servizi segreti americani sono stati gli ispiratori e i coordinatori della «strategia della tensione» culminata con la strage di piazza Fontana il 12 dicembre 1969. In questa attività sono stati assistiti, con ruoli diversificati, da esponenti politici italiani, militari, vertici del Sid e dell’ Ufficio affari riservati. La manovalanza è stata assegnata ai militanti neonazisti. Questo è il quadro che emerge dall’inchiesta del giudice che ha indagato per otto anni sull’eversione nera in Italia

Con un’inchiesta condotta in quasi totale isolamento ha di fatto messo in discussione gli esiti di processi durati vent’anni: quelli legati agli attentati a Milano e a Roma del 12 dicembre 1969 e che hanno mandato assolti neonazisti come Franco Freda e Giovanni Ventura. E non solo quelli: ha individuato anche i responsabili, sempre gli stessi, degli attentati ai treni nell’estate 1969, e quelli di pochi mesi prima alla Fiera campionaria e alla stazione Centrale di Milano.Tutti attentati per cui vennero inizialmente accusati gli anarchici. Questo giudice si chiama Guido Salvini, ha 45 anni, e dal 1989 al 1997 ha condotto questa indagine. Libertaria lo ha intervistato

A che punto è la situazione processuale?

Il 27 settembre è iniziato il dibattimento, originato dalla mia istruttoria e da quella di Antonio Lombardi, oggi riunite. La mia inchiesta riguarda una serie di episodi e attentati commessi da militanti di Ordine nuovo e del gruppo la Fenice di Milano. Tutte azioni preparatorie di attentati più grandi, come, appunto, la strage di piazza Fontana a Milano.

Ed è durante questa inchiesta che è emerso il ruolo importante, mai individuato prima, del gruppo veneziano di Ordine nuovo guidato da Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi. Nell’istruttoria di Lombardi c’è il rinvio a giudizio di esponenti di Ordine nuovo che avrebbero preparato l’attentato davanti alla questura di Milano, compiuto materialmente dall’anarchico individualista Gianfranco Bertoli il 17 maggio 1973. Emergono anche due imputazioni per associazione sovversiva: con la prima vengono rinviati a giudizio agenti dei servizi segreti degli Stati Uniti che hanno condotto azioni illecite non contro il «nemico comunista» dei Paesi dell’Est, ma contro cittadini italiani, aiutando gli autori delle stragi, La seconda riguarda la cosiddetta «Internazionale nera» operante prima in Portogallo e poi in Spagna. Mi riferisco all’Aginter Presse guidata da Ralph Guerin Serac (pseudonimo di Yves Felix Marie Guillou). Questa organizzazione ispirava e coordinava la strategia eversiva in molti Paesi europei ed extraeuropei a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, Nei Paesi europei questa attività si traduceva in attentati; in Africa e nell’America Latina in tentativi di golpe e attività mercenarie sempre per combattere con metodi terroristici l’avanzata dei movimenti di liberazione e comunisti.

Per quanto riguarda l’Italia, i membri dell’Aginter Presse sono accusati di aver istruito militanti di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale a operare, cioè come fare attentati e opera di disinformazione. Ma non solo quello, perché l’attività dell’Aginter Presse era diversificata. Un esempio. Quando un certo numero di militanti dell’estrema destra ha dovuto rifugiarsi in Spagna per sfuggire agli arresti, Aginter Presse è intervenuta per facilitarne la latitanza, utilizzandoli per altre azioni contro i baschi, contro antifascisti spagnoli e così via.

C’è poi un secondo processo. Inizierà nel febbraio 2000. Sono imputati Carlo Maria Maggi, capo di Ordine nuovo nel Veneto, Delfo Zorzi, capo del gruppo mestrino di On, Giancarlo Rognoni, capo della Fenice di Milano, e Carlo Digilio, principale collaboratore di giustizia in questa inchiesta, quali responsabili degli attentati del 12 dicembre 1969 a Milano e Roma. Elemento non secondario: l’imputazione di questi quattro non e alternativa a quella che era stata mossa a Giovanni Ventura e Franco Freda e altri neonazisti nei precedenti processi. Nel rinvio a giudizio si afferma, infatti, che i quattro, agendo con Freda e Ventura, hanno preparato la strage di Milano. Ma gli ultimi due non possono essere processati perche precedentemente assolti in via definitiva, sia pur con formula dubitativa. Quindi siamo di fronte al completamento dell’inchiesta partita nel 1971, quando il giudice trevisano Giancarlo Stiz imboccò la pista nera per piazza Fontana.

Quali sono i ruoli specifici di Maggi, Zorzi, Rognoni e Digilio?

In sintesi, Maggi, secondo l’accusa, aveva organizzalo la strategia criminale reclutando militanti e preparandoli agli attentati e alle altre attività eversive. Digilio era il tecnico degli esplosivi: preparava le bombe, ne controllava l’efficienza e addestrava gli uomini a usarle. Ed è quello che ha fatto anche per gli attentati del 12 dicembre. E anche per le bombe ai treni dell’agosto 1969 così come per quelle del 25 aprile alla stazione centrale e alla Fiera campionaria di Milano. Zorzi, con altri, avrebbe portato le bombe a Milano per gli attentati alla Banca nazionale dell’agricoltura e alla Banca commerciale. Rognoni è coinvolto quale referente milanese, quindi come colui che si era occupato dell’organizzazione logistica per aiutare i camerati veneti nel compiere gli attentati. Per gli attentati a Roma sempre del 12 dicembre, un gruppo di ordinovisti triestini si sarebbe spostato a Roma, ma solo come elemento di supporto ai militanti di Avanguardia nazionale che sarebbero stati gli esecutori materiali degli attentati all’Altare della patria e alla Banca nazionale del lavoro.

Ma anche il capo di Avanguardia nazionale di Roma, Stefano Delle Chiaie, non può essere processato perché definitivamente assolto nel 1991…

Certo, però la ricostruzione istruttoria porta ad alcune conclusioni. La strategia degli attentati viene da vertici militari italiani, ispirati da settori del mondo politico. L’operatività a Milano e a Roma è di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, il sostegno viene dato dai servizi segreti italiani per sviare le indagini e portarle sugli anarchici. Infine, c’è il ruolo dei servizi delle basi Nato nell’organizzare e promuovere quegli attentati.

In questo processo, però, sono imputati soltanto quattro neonazisti. Non ci sono i politici che hanno appoggiato questa strategia, non ci sono gli uomini dei servizi segreti italiani e nemmeno quelli americani. In fondo, stando all’aspetto formale del processo, sembra che le responsabilità siano solo dell’estrema destra. Non è un gran passo avanti.

Non sono d’accordo. Questa istruttoria indica chiaramente responsabili, con nomi e cognomi. Chi ha agito come manovalanza sono militanti dell’estrema destra, ma questi, prima e dopo i vari fatti criminali, sono sempre stati aiutati: ci sono tanti episodi che lo dimostrano. In effetti non si è potuto andare oltre il livello operativo e di collusione dei servizi segreti per mancanza di testimoni «eccellenti». La strategia politica sottostante e rimasta nell’ombra perche nessun esponente politico ha ritenuto di parlare. Però Gianadelio Maletti, allora capo dell’ufficio D del Sid, è stato rinviato a giudizio per aver nascosto e distrutto prove. Fra l’altro i nastri con conversazioni e confessioni sui tentativi di golpe di Junio Valerio Borghese e della Rosa dei venti. Infine, un altro esempio di depistaggio: l’ufficio affari riservati del ministero dell’interno, con a capo Federico Umberto D’Amato, aveva perfino occultato parti di ordigni utilizzati per gli attentati ai treni nell’agosto 1969. Insomma bastano questi pochi esempi (molti altri se ne possono fare) per poter affermare che la collusione servizi-neonazisti era continua. L’individuazione degli agenti americani è più difficile perché si tratta di ufficiali che agivano spesso con nomi di copertura. Ma ci sono riscontri di continui contatti operativi tra neonazisti e agenti delle basi americane. Alcuni di questi agenti sono stati individuati, ad esempio David Carrett e Theodore Richards. E per ammissione di estremisti di destra arrestati nel 1966 (perchè in possesso di molte armi, anche di origine israeliana), si è scoperto che ad aver fornito parte di quelle armi era stato proprio Richards. Grazie all’immunità dei membri delle basi Nato, però, la giustizia italiana non l’ha nemmeno incriminato. Richards venne trasferito per qualche anno, salvo poi tornare in Italia dal 1974 al 1978, Particolare interessante: il fascicolo di quel procedimento scomparve dal tribunale di Verona ed e stato ricostruito fortunosamente tramite qualche copia di atti rimasta nella questura della città veneta. Va poi ricordata l’inchiesta in corso a Brescia per la strage di piazza della Loggia nel 1974. Ebbene, anche in quel procedimento stanno emergendo le responsabilità di elementi di Ordine nuovo collegati ai servizi segreti. Un attentato che ha però una logica diversa dai precedenti: in quel caso si tratta di un colpo di coda, perche fu subito chiaro che la strage non poteva essere addebitata alla sinistra. In questo senso è un attentato che obbedisce a una logica in parte diversa. Forse fu un tentativo disperato, contando ancora nella possibilità del colpo di Stato.

Sì, emergono responsabilità dei servizi segreti, ma, secondo la tesi che va per la maggiore, si sarebbe trattato di «spezzoni deviati dei servizi». È una tesi condivisibile?

Dire«servizi deviati» è inesatto. Negli anni Sessanta esisteva una strategia geo-politica generale e uno dei suoi punti chiave vedeva nell’Italia un Paese di confine. In questa ottica lo spostamento a sinistra dell’Italia avrebbe determinato un «effetto domino» mettendo in crisi l’intero sistema di difesa occidentale. Bisognava, quindi, che venisse conservato il regime politico vigente basato sulla Democrazia cristiana e sui suoi alleati di centro. Per questo motivo tutti gli sforzi dei servizi italiani e americani erano finalizzali al mantenimento dello status quo: ogni scivolamento a sinistra, anche modesto, veniva considerato pericolosissimo. Questo spiega anche l’alleanza Cia-ordinovisti. Entrambi consideravano il comunismo come il «male assoluto», nonostante si fossero combattuti durante la seconda guerra mondiale. E’ chiaro allora che parlare di «servizi deviati» è assolutamente improprio: le cosiddette deviazioni non sono opera di qualche ufficiale di medio livello, ma sono i vertici che danno direttive in questo senso, Se a dare gli ordini sono D’Amato, Vito Miceli, capo del Sid, e il suo vice Maletti dobbiamo dire che si tratta di iniziative organiche, strategiche e non «deviate». Un esempio: il maggiore Giuseppe Bottallo del Sid di Padova (un ufficiale intermedio) quando nel 1975 venne a sapere molti particolari dell’attività che avevano svolto Freda e Ventura, venne bloccato dai vertici del Sid affinché non giungesse alcuna notizia ai giudici. E non si trattava di un’informazione generica perche veniva direttamente da un militante della cellula neonazista padovana: Gianni Casalini, nome in codice «Turco», che voleva scaricarsi la coscienza. Insomma, se le «deviazioni» vengono dall’alto verso il basso e non viceversa, come si può parlare di deviazioni?

Torniamo al processo su piazza Fontana che, come detto, inizierà nel 2000. Ebbene, abbiamo assistito a vent’anni di processi (dal 1972 al 1991), la verità nelle aule dei tribunali non è venuta affatto fuori, anzi molti magistrati hanno dato l’impressione di voler «occultare» più che rendere chiaro quanto era successo. Perché adesso non dovremmo assistere per l’ennesima volta a un processo che all’inizio sembra far scoprire «molti scheletri negli armadi», ma che alla fine lascerà tutto come prima, salvo, forse, condannare solo quattro neonazisti?

Qualche precisazione. Oggi abbiamo elementi molto più solidi di quanto si avessero anni fa, Dovuti anche a un fenomeno nuovo: la collaborazione di alcuni elementi dell’estrema destra. E qualche volta aperture anche a livello istituzionale, come è il caso dell’ex capitano del Sid Antonio Labruna che ha consegnato le copie dei nastri occultati da Maletti. Per la prima volta, grazie all’affievolirsi dei controlli dopo la caduta del muro di Berlino, qualcuno ha cominciato ad ammettere responsabilità proprie e altrui. Certo, i dibattimenti hanno tempi lunghi, c’è il pericolo di uno «sfarinamento» anche di questi processi. L’obiettivo è che si arrivi, non tanto all’incarcerazione di qualche sessantenne o settantenne (non è questa, almeno per me, la cosa importante), ma all’affermazione sul piano giudiziario che quel gruppo è il responsabile della strage. E che in questa opera è stato aiutato da chi, invece, come compito istituzionale avrebbe dovuto fermarli. Non sarebbe poco.

Ma dopo oltre trent’anni dalla strage dire chi sono i responsabili materiali ha ancora rilevanza politica e sociale?

E ovvio che un rinvio a giudizio, con queste nuove prove, nei primi anni Settanta avrebbe avuto ben altri effetti. Ma, sia pur con così tanto ritardo, ritengo importante che venga affermata, anche in tribunale, una verità sinora occultata. Alla fine del processo, se ci sarà una condanna, sarà posto un punto fermo a una realtà non più misteriosa, non più discutibile. E sarà anche definitivamente sancito che gli anarchici allora coinvolti sono completamente innocenti. Non mi sembra poco. Poi ognuno potrà dare in sede storica le valutazioni politiche che vorrà. Affermato che piazza Fontana e gli altri attentati della strategia della tensione sono stati opera dell’estremismo di destra, di settori dello Stato italiano e di servizi segreti esteri si sarà scritta una pagina della nostra storia. Si potranno leggere le motivazioni ideologiche che hanno insanguinato il confronto politico. Di come la l’estrema destra fosse disposta a tutto pur di impedire la vittoria del comunismo che, secondo i neonazisti, avrebbe portato alla guerra civile. Un evento che poteva costare un milione di morti. Quindi per scongiurare questa eventualità, il prezzo di qualche centinaio di vittime in attentati era per loro ragionevole. Una logica aberrante, ma che aveva un suo fondamento. Dettato da motivazioni ideologiche, non certo per fini di lucro. Discorso analogo, anche se speculare per il terrorismo di sinistra: se lo Stato consente, anzi promuove, la violenza contro i suoi cittadini e legittima l’insurrezione in armi contro lo Stato. E infatti dopo piazza Fontana assistiamo al passaggio dalla politica radicale al terrorismo.

Questo vuol dire il terrorismo di sinistra nasce come risposta alla violenza dell’estrema destra e dello Stato che la sorreggeva e la guidava?

Il terrorismo di sinistra ha ragioni proprie di carattere politico-sociali, legate anche alla situazione italiana arretrata e bloccata. E’ indubbio, però, che gli attentati del 1969 hanno provocato un salto di prospettiva: molti giovani hanno visto che chi avrebbe dovuto impedire le stragi spesso colludeva con gli attentatori. E questo non è rimasto senza conseguenze. Infatti se si esaminano le biografie di tanti terroristi di sinistra si vede che oltre a motivazioni «strutturali», c’è anche il venir meno per tale ragione della remora ad usare la violenza. Sintetizzando: «se lo Stato usa violenza, anch’io sono legittimato ad usarla».

In questa indagine sembra che una parte rilevante venga occupata dalle dichiarazioni dei pentiti. Ora la parola di un pentito non è una prova: sono molte le motivazioni che inducono un «collaboratore di giustizia» a fare rivelazioni. E non è affatto sicuro che quelle siano proprio rivelazioni e non «astute fantasie» per ottenere favori. Cosa c’è oltre le dichiarazioni dei pentiti?

Intanto ci sono molte dichiarazioni di testimoni, che non sono certo dei pentiti, La testimonianza più importante è quella di Tullio Fabris, l’elettricista di Freda, Una testimonianza che in un certo senso suscita rabbia: se fosse stata raccolta nel 1972 e non nel 1995, la storia dei processi di piazza Fontana sarebbe cambiata radicalmente. Nel caso di Fabris siamo di fronte a un artigiano che faceva alcuni lavori nello studio di Freda, non certo a un militante pentito di Ordine nuovo. Una persona normale a cui pero i magistrati milanesi all’epoca non diedero fiducia: lo ascoltarono poche volte, senza capire l’importanza fondamentale di questo teste.

E che cosa ha raccontato, solo pochi anni fa, Fabris di così clamoroso?

Freda e Ventura non solo lo avevano incaricato di comprare una partita di timer, ma si sono fatti spiegare come avveniva l’innesco con prove pratiche nello studio di Freda. Quindi, a parte le responsabilità di Fabris che forse ha fatto finta di non capire, c’è la prova che Freda e Ventura erano alla ricerca di  un esperto che facesse capire loro come preparare le bombe a orologeria, Ma vi è di più: i giorni in cui avvengono queste «lezioni» sono successivi alla data in cui Freda afferma di aver già consegnato i timer al fantomatico colonnello Hamid dei servizi segreti algerini. Un fatto incredibile, ma che venne ritenuto possibile dai giudici di Appello di Catanzaro, Bene, se Fabris fosse stato interrogato con più attenzione, probabilmente avrebbe detto nel 1972 quello che ha poi rivelato ben 23 anni dopo. Altro elemento di rilievo. Digilio confessa: Ventura all’epoca gli disse che aveva finalmente trovato l’elettricista per risolvere il problema degli inneschi. E Fabris e Digilio non si conoscevano. Quest’ultima circostanza dà credibilità ai due racconti, perché si tratta di dichiarazioni fatte in modo indipendente.

Qui però sorge un interrogativo: se il gruppo degli ordinovisti veneziani poteva contare su un esperto di esplosivi come Digilio a che cosa gli serviva la consulenza dell’elettricista Fabris?

Perche Digilio non era abbastanza esperto di inneschi. Era soprattutto un esperto di armi, sapeva come conservare e maneggiare gli esplosivi, ma non aveva una preparazione sufficiente per inneschi elettrici. E infatti se rileggiamo la storia di questo gruppo e dei suoi attentati vediamo che avevano sempre lo stesso problema: come fare un innesco efficiente e sicuro. E non è un caso che dei 17 attentati che precedono piazza Fontana 12 falliscono. Per esempio negli attentati ai treni nell’agosto 1969, molte bombe non sono esplose. Così dopo ogni insuccesso cercavano di migliorare la tecnica.

Certo ci sono molti riscontri, però quello che Digilio indica come suo superiore nella struttura degli informatori della Nato, Sergio Minetto, ha sempre negato ogni sua attività di spionaggio e ha anche negato di conoscere Digilio.

Certo, ma ci sono le prove fotografiche che Digilio e Minetto hanno partecipato al matrimonio di un terzo componente della struttura veneta Giovanni Bandoli. E quello era una cerimonia con soli venti invitati, tutti amici fra loro. E un altro teste, Gastone Novella, racconta di aver accompagnato Minetto e Digilio insieme su una macchina dopo una riunione a Verona. Insomma ci sono molti riscontri: non ci sono solo le parole dei pentiti, ma molte testimonianze e documenti trovati negli archivi.

Un’inchiesta che però nel palazzo di giustizia, come risulta da molti segnali, non è stata molto gradita. E anche lei è stato a lungo isolato. Come mai?

Vi è stata una fase storica in cui si diceva che queste indagini non si potevano fare perche c’erano i servizi segreti «deviati», perché il potere politico non voleva, perche polizia e carabinieri portavano le indagini dove volevano loro e così via. Questo è anche in parte vero. Pero bisogna anche avere il coraggio di dire che in questi ultimi dieci anni la magistratura, anche quella che gode di maggior credito, non ha brillato in questo tipo di indagini. E anche il mio lavoro e stato a lungo ostacolato. Mi è parso chiaro dall’inizio degli anni Novanta che queste indagini non fossero più considerate «paganti». Ho indagato praticamente da solo, con l’eccezione dei colleghi di Brescia. E mentre il lavoro si ampliava, perchè per la prima volta testimoni importanti cominciavano a collaborare sulla destra eversiva, mi venivano assegnati moltissimi altri processi. Tanto che correvo il rischio di perdere occasioni irripetibili. L’indagine sulle stragi era del tutto ignorata dai capi dell’ufficio. Insomma, ho avuto la netta sensazione che per qualcuno fosse preferibile lasciar morire l’indagine.

La magistratura di Milano non era interessata alle indagini sul terrorismo?

No, al contrario, soprattutto negli anni Ottanta, si erano dedicate, e spesso giustamente, moltissime energie nelle indagini sul terrorismo di sinistra, compreso il caso Sofri che non era certo legato all’attualità e all’emergenza.

Vuole dire che le indagini sulla strategia della tensione vengono considerate non più paganti perché è mutato il quadro politico generale?

Effettivamente chi negli anni Settanta e Ottanta, insomma fino al caso Gladio, aveva un interesse, anche politicamente negoziabile, ad arrivare alla verità sulla strategia della tensione, si trova ora in una posizione politica diversa: non più all’opposizione, ma al governo. Forse anche per questo il coinvolgimento dei servizi segreti americani, di agenti della Nato negli attentati ha suscitato pochissime reazioni della sinistra e dei suoi organi di stampa. Penso soprattutto all’Unità. Forse perchè non c’è un guadagno politico per nessuno, né per la sinistra, né tantomeno, come è ovvio, per la destra che in qualche modo si sente coinvolta, almeno per i suoi trascorsi storici. Il fatto che gli alleati americani abbiano controllato e condizionato l’Italia, che abbiano permesso, aiutato e spinto perché venissero compiuti attentati con morti e feriti non ha nemmeno suscitato un piccolo dibattito in parlamento: la sovranità limitata dell’Italia non scandalizza nessun rappresentante di questo Paese.

Comunque gli ostacoli di cui lei parla non le hanno impedito di portare a termine le indagini…

Sì, ma non è stato facile, Se solo non fossi stato aiutato da alcun collega o dai capi dell’ufficio, sarebbe stato ancora il problema minore. Purtroppo dal 1996 sono stati attivati dalla procura generale della Cassazione procedimenti disciplinari nei miei confronti che hanno comportato rallentamenti nelle indagini proprio nei momenti più delicati. Quando ci si deve difendere, ovviamente, non ci si può occupare a tempo pieno delle inchieste. Se ciò fosse accaduto vent’anni fa, buona parte della magistratura avrebbe tuonato contro i «tentativi di insabbiamento» e invece non è successo niente. Ora questi procedimenti, almeno per quanto riguarda i fatti importanti, sono caduti davanti al Consiglio superiore della magistratura, ma ciò non toglie che ho perso tre anni per difendermi da accuse assurde. Insomma, o indifferenza oppure ostacoli. È veramente curioso.

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