Libertaria n1 ottobre-dicembre 1999 PCI e Stragi La politica del silenzio di Aldo Giannuli

Quanto sapeva il Partito comunista della strage di piazza Fontana a Milano? E quanto degli altri attentati che l’anno preceduta e seguita?

Il periodo definito della «strategia della tensione» ha visto il Pci vittima dei complotti (che dovevano bloccare il suo ingresso nell’area di governo) oppure anche attento gestore di informazioni preziose non portate a conoscenza dell’opinione pubblica, ma utilizzate come merce di scambio con i responsabili della Democrazia cristiana e dei servizi segreti?

Interrogativi certamente importanti e ai quali ancor oggi non è possibile dare risposte definitive. Ma Aldo Giannuli, professore di storia all’università di Bari e autore, tra l’altro, con Paolo Cucchiarelli, del libro Lo Stato parallelo (1997), ricostruisce i momenti più rilevanti di quella intricata storia e fornisce i primi strumenti per una nuova interpretazione.

Sapeva molto, ma in tantissimi casi ha preferito tacere. Vediamo come e perché, nonostante le enormi difficoltà. Ricostruire, infatti, il ruolo del Pci negli anni della strategia della tensione è uno dei problemi storiografici più seri nell’analisi di quelle vicende. Per la «vulgata» corrente il Pci fu, insieme, vittima dei complotti e principale protagonista della mobilitazione a difesa della democrazia: uno schema che, pur contenendo elementi di verità, si limita ad analizzare solo gli aspetti più evidenti, senza indagare su quelli meno visibili: che cosa sapeva realmente il Pci sulle trame nere? E ragionevole supporre che il Pci non abbia cercato di penetrare l’area eversiva per prevederne i comportamenti? E i sovietici non hanno cercato di fare altrettanto, informandone, almeno parzialmente, i loro compagni italiani? In definitiva: se il gruppo dirigente comunista conosceva aspetti sin qui sconosciuti dello stragismo, perché non li ha denunciati pubblicamente?

Questi interrogativi ne fanno nascere altri: l’azione del Pci si è limitata all’azione pubblica o c’è stata anche una «diplomazia segreta» e a cosa è approdata? A cosa voleva alludere Paolo Emilio Taviani, quando, parlò di un Pci «partito d’ordine» dal 1973? C’è un nesso con la proposta del «compromesso storico»? Il timore di una guerra civile, ha comportato il prezzo di un silenzio che, ancora oggi, pesa?

La risposta a questi interrogativi potrebbe mutare sensibilmente il quadro che, faticosamente, in questi anni è andato definendosi. Ma l’importanza di questa indagine è pari alle difficoltà che la ostacolano: gli archivi del Sismi e del ministero dell’Interno sono depurati, ed ancor più lo sono quelli del Pci, i testimoni scarseggiano, soprattutto fra gli esponenti politici, sempre piuttosto avari nel fornire indicazioni. Quel che emerge è abbastanza per lasciar intuire qualcosa, ma troppo poco per una ricostruzione puntuale.

Pertanto, qui non tenteremo di colmare questa lacuna, ma, più modestamente, di ordinare i frammenti documentari emersi in proposito [1] e formulare qualche ipotesi per attirare l’attenzione sul problema. Insomma: discutiamone, e chissà che ciò non stimoli la memoria di qualcuno.

Le elezioni del 1968 segnarono l’insuccesso dell’unificazione socialista e una crescita di 800 mila voti del Pci accompagnata da un discreto successo del Psiup. La Dc restava stazionaria e le destre subivano una flessione. I risultati decretavano l’insuccesso del tentativo di isolare il Pci attraverso l’alleanza di centrosinistra e, per la prima volta, si prospettava, anche se non nell’immediato, un possibile inserimento del Pci nell’area dei partiti legittimati a governare. Anche la situazione internazionale subiva un’ evoluzione sfavorevole all’oltranzismo anticomunista: guerra in Vietnam, lotte di liberazione nel terzo mondo ostili al blocco occidentale, movimenti di protesta come quello degli studenti, dei neri americani, o prima ondata operaia dopo anni di tregua sociale.

Al Pci, si prospettava l’occasione di una sua piena legittimazione favorita anche dal suo lento ma graduale distacco dall’Urss. Infatti, l’invasione della Cecoslovacchia offriva al Pci il destro per una prima condanna della politica estera sovietica. Che trovò osservatori attenti anche nella Democrazia cristiana.

Il pieno inserimento del Pci nel sistema diventava, per il suo gruppo dirigente, l’obiettivo strategico cui flettere ogni altra considerazione. Ciò non comportava necessariamente un immediato ingresso al governo, ma una serie di passi graduali che portassero il Pci prima dalla posizione di partito percepito come «antisistema» a quella di partito di «semi-accettazione del sistema», quindi il riconoscimento di un ruolo preferenziale, ed infine il vero e proprio ingresso nell’area governativa.

Questo spiega perché, pur non sussistendo un immediato «pericolo» di partecipazione comunista al governo, la destra (Msi, Pli, Psdi e destra Dc) scrutasse con apprensione ogni segno di distensione fra Dc e Pci. Molti aspetti della strategia della tensione trovano la loro ragioni proprio in queste dinamiche del sistema politico.

In qualche misura, il Pci ottenne quanto si riprometteva già prima della «solidarietà nazionale» (1975-1979): la riforma dei regolamenti parlamentari (1971), la designazione di un membro della Corte costituzionale (1970) e di alcuni membri laici del Consiglio superiore della magistratura, e, cosa più rilevante, un processo di unità sindacale nel quale la Cgil era egemone. E l’offensiva diplomatica del Pci non si limitava ai socialisti e neppure alla sinistra Dc, ma si spingeva sino a esponenti della destra del partito come Giulio Andreotti. Tuttavia, questa manovra di «agganciamento» doveva misurarsi con difficoltà interne: lunghi anni di contrapposizione frontale alla Dc non rendevano facile mantenere unita la base del partito in una manovra così complessa. E i lunghi anni di consuetudine filosovietica non potevano svanire senza lasciare traccia. Infatti, il gruppo filosovietico di Pietro Secchia era ancora attivo e la sua azione si intrecciava con quella dell’Urss, che, oltre alla solidarietà di vecchi esponenti ormai emarginati (come lo stesso Secchia, Edoardo D’Onofrio, Ambrogio Donini), poteva contare sulla simpatia di dirigenti più giovani e sulla cresta dell’onda (Armando Cossutta, Gianni Cervetti, Paolo Bufalini). Lo stesso Giorgio Amendola (fautore della politica di inserimento) non era disposto a spingere il processo di autonomizzazione da Mosca sino alla rottura [2]. Inoltre, l’azione dell’Urss era ancora in grado di colpire gli esponenti dell’ala «autonomista», come Carlo Galluzzi, responsabile della commissione Esteri della Direzione, destituito dal suo incarico nel 1970 [3]. E, nella base gli umori erano ancor più favorevoli all’Urss [4]. Né il dissenso di sinistra si esauriva solo all’ala filo sovietica: il gruppo di punta della corrente ingraiana, nel giugno 1969, dava vita alla rivista il Manifesto apertamente dissenziente. Il Manifesto auspicava la rottura con l’Urss ma si opponeva a ogni strategia di inserimento nel sistema [5].

La radiazione del gruppo il Manifesto causò la scissione di alcune migliaia di iscritti e di cinque parlamentari, provocando non pochi grattacapi al Pci: a differenza del passato, i dissidenti di sinistra non atterravano nel vuoto di un limbo minoritario (come era capitato a bordighisti e trotzkjisti), ma si incontrava con l’area della sinistra extraparlamentare che, pur frammentata, contava su decine di migliaia di studenti, operai, intellettuali.

Il Pci vedeva, per la prima volta, farsi concreto il rischio di un partito alla propria sinistra. Per un partito che aveva sempre cercato l’egenronia incontrastata su tutta la sinistra, questa sfida appariva insopportabile. La direzione del Pci, dunque, doveva fare i conti con un doppio ordine di difficoltà: da un lato, la destra anticomunista coglieva ogni occasione per sostenere che il distacco dall’Urss e gli atteggiamenti moderati del Pci erano più simulati che reali. Dall’altro, il complesso groviglio alla sua sinistra che opponeva resistenze tanto alla politica moderata dell’inserimento (ingraiani, sinistra sindacale ed extraparlamentari), quanto al distacco dall’Urss («stalinisti» e filosovietici vari).

Far fronte alla campagna anticomunista avrebbe imposto un rapido allontanamento dall’Urss e un accentuato moderatismo politico e sindacale. Ma, portare oltre un certo limite questa tendenza, avrebbe prodotto l’aperta costituzione di una corrente filosovietica nel partito (e, in prospettiva, una scissione) e il rafforzamento della sinistra extraparlamentare. Entrambe le cose minacciavano di portare alla nascita di un forte partito alla sinistra del Pci che (inglobando il Psiup) avrebbe potuto raggiungere l’8 o il 10 per cento dei voti e un considerevole peso nel sindacato. Le conseguenze sul piano politico sarebbero state ancora maggiori di quelle elettorali, perché la presenza di un polo di attrazione alla sua sinistra, avrebbe riproposto al Pci lo stesso dilemma e in condizioni peggiori: rallentare la spinta alla politica dell’inserimento, o regalare altre quote di consensi ai propri concorrenti di sinistra. Una scissione avrebbe, forse [6], accelerato l’inserimento del Pci nell’area della legittimazione, ma avrebbe portato il Pci al tavolo delle trattative con un peso contrattuale assai diminuito e ciò avrebbe posto le premesse per una partecipazione subalterna a un eventuale governo. Per di più, la costituzione di un partito filosovietico avrebbe messo in dubbio anche la prosecuzione dei finanziamenti russi, dei quali il Pci non era ancora in grado di fare a meno [7]. Di qui l’esigenza di proseguire nella svolta moderata e nell’autonomizzazione dall’Urss, ma facendo in modo che tutto ciò apparisse alla base come il naturale sviluppo dell’ispirazione politica di sempre. Distaccarsi da Mosca senza che Mosca se ne risentisse troppo; contenere la spinta rivendicativa del sindacato senza che questo mettesse in causa l’egemonia comunista sulla Cgil e della Cgil sul movimento sindacale. Il tutto si traduceva in ossimori quali «partito rivoluzionario e conservatore», «di lotta e di governo».

GLADIO ROSSA O «LAVORO RISERVATO»?

La scoperta di Gladio ebbe un effetto boomerang: la riscoperta di un antico motivo di propaganda anticomunista, quello dell’apparato militare clandestino del Pci. L’esistenza di Gladio venne giustificata (oltre che con il rischio di una invasione) con l’esistenza di una speculare struttura clandestina del Pci, battezzata «Gladio Rossa». Nonostante l’inchiesta giudiziaria che ne seguì (affidata al sostituto procuratore Luigi De Ficchy) si sia conclusa con l’archiviazione, il tema di tanto in tanto riaffiora. Recentemente, proprio un documento trovato fra le carte dell’inchiesta (un rapporto del Sifar del 28 febbraio 1950, che descrive il presunto apparato paramilitare del Pci e le sue gerarchie parallele) ha riproposto la questione con un volume curato da Giampaolo Pellizzaro [8] la cui tesi è così riassunta nel retro di copertina:

«Questo libro traccia, attraverso documenti inediti e ufficiali, l’identikit della Gladio Rossa: cioè della più grande struttura armata clandestina esistita in Europa Occidentale. L’Apparato era una rete paramilitare occulta, capace di mobilitare sino a 250 mila uomini. I suoi vertici erano rigidamente collegati con il Kgb e le centrali di spionaggio sovietiche in Italia».

Pellizzaro, nella sua approfondita introduzione, aggiunge :

«La Gladio Rossa ha rappresentato il modello primigenio al quale si sono ispirate quasi tutte le frange dell’estremismo di sinistra (Brigate Rosse in testa) durante la lunga e sanguinosa stagione del partito armato» [9].

Pellizzaro non dice quando sarebbe finita la cosiddetta Gladio Rossa, ma lascia intendere che sia sopravvissuta quantomeno sino ai primi anni Settanta. Pur apprezzando il buon lavoro, non condivido questa interpretazione. Pellizzaro assume il documento del Sifar come un rapporto obiettivo e non interessato sulla questione, dunque veritiero senza altri riscontri. E’ bene leggere la sua data: 28 febbraio 1950, il culmine della guerra fredda (e, con la guerra di Corea, sul punto di diventare caldissima), quando più forte si faceva la pressione delle gerarchie militari legate alla Nato per mettere fuori legge il Pci. Di lì a qualche mese, il governo presentava in parlamento il pacchetto di leggi «eccezionali» contro il Pci, in giugno, il ministro della Difesa, Randolfo Pacciardi, emanava la famigerata «circolare 400» sull’uso dell’esercito in servizio di ordine pubblico. Dunque, il documento non è affatto il reportage di un osservatore neutrale, ma un atto della campagna tendente a premere sul governo per sciogliere il Pci. Leggendo il documento, emergono due dati che ne tradiscono le intenzioni recondite: a) il numero dei mobilitabili (250 mila uomini); b) i capi della presunta struttura parallela (Luigi Longo, Arrigo Boldrini, Ilio Barontini, Vincertzo Moscatelli, Giancarlo Pajetta e altri).

Sul primo punto, va osservato che 250 mila non erano neppure tutti i quadri attivi del Pci, per giungere a quel totale, occorreva considerare anche gli attivisti della Cgil, dell’Anpi e del Psi (e, infatti, nel comando della gerarchia parallela figuravano anche Sandro Pertini per i socialisti ed Emilio Lussu per gli ex di Giustizia e Libertà). Dunque, più che affermare l’esistenza di un apparato clandestino, il documento postula che l’intero quadro attivo della sinistra coincidesse con l’apparato insurrezionale. Di qui, la conseguente proposta di mettere fuori legge non l’eventuale apparato clandestino, ma il Pci in quanto tale. Il numero non appare verosimile: per mobilitare 250 mila uomini, occorre disporre di una rete clandestina di almeno 15-20 mila persone (lo stesso documento, parla di forze occulte per almeno 77 mila uomini); considerando il ricambio, nell’organizzazione sarebbero passate dalle 20 alle 30 mila persone. Ovviamente, un segreto condiviso da qualche decina di migliaia di persone, non è tale. Come mai, anche dopo decenni, non è saltato fuori nessun «pentito» a raccontare di queste divisioni fantasma?

Ancora meno convincente è l’elenco dei capi. I servizi militari hanno sempre parlato di un «gruppo dirigente occulto», parzialmente costituito di personaggi sconosciuti e, ufficialmente, neanche iscritti al partito. Nell’organigramma del Sifar, si leggono solo i nomi dei massimi dirigenti del Pci (Longo, Boldrini, Pajetta) e quelli di ex comandanti partigiani la cui appartenenza al Pci era arcinota (Barontini, Moscatelli). Per essere il vertice di un’organizzazione occulta, la cosa non è seria. In compenso ciò era funzionale all’identificazione dell’intero Pci con il suo preteso apparato militare.

Sull’argomento sono disponibili pochi documenti, abbastanza, però, per intuire come siano andate le cose. Con ogni probabilità, il documento del Sifar gonfia i dati, ma non li inventa del tutto. È documentato che settori consistenti del partigianato non ubbidirono del tutto all’ordine di consegnare le armi e conservarono qualche souvenir. E facile intuire che ciò non fosse né sconosciuto né del tutto scoraggiato da parte dei dirigenti comunisti. Così come è facile immaginare che il partito, in quanto tale, disponesse di un suo piccolo apparato coperto, anche armato, pronto a intervenire al bisogno: si viveva in tempi in cui uno scioglimento del Pci era un’ipotesi tutt’altro che remota. E’, invece, poco probabile che il gruppo dirigente pensasse a un uso insurrezionale di tale struttura: l’esempio della guerra civile greca era lì a dimostrare la scarsa praticabilità di una simile scorciatoia che, in omaggio agli accordi di Jalta, non sarebbe stata appoggiata dall’Urss. Più credibile è l’ipotesi che l’esistenza di un’area armata rispondesse allo scopo più concreto, di agire da deterrente contro lo scioglimento del partito [10]. Lo stesso Secchia, da più parti indicato, non senza ragione, come il punto di riferimento dell’area armata del partito, era consapevole delle scarse possibilità di successo di una insurrezione che, pure, avrebbe auspicato.

La parziale tolleranza del gruppo dirigente, cessò fra il 1955 (caduta di Secchia, dopo il «caso Giulio Seniga») e il 1956 (ottavo congresso, «via italiana al socialismo» e l’avvio dell’autonomizzazione dall’Urss). Infatti, proprio dal 1955 si infittirono i ritrovamenti di armi (peraltro iniziati già nel 1947), e non ha torto Andreotti [11] nel sostenere che le telefonate di segnalazione che consentivano tali ritrovamenti, erano fatte, in realtà, dagli stessi militanti comunisti che si disfacevano delle armi.

Il Pci aveva ottime ragioni per non darsi un’organizzazione armata: un massiccio apparato armato non sarebbe sfuggito all’attenzione degli informatori dei servizi. Inoltre, un simile apparato avrebbe richiesto inevitabilmente l’assistenza dei sovietici e ciò avrebbe ridimensionato ogni velleità autonomistica, e istituzionalizzato una corrente filo sovietica permanentemente organizzata nel partito. Ma questo non significa che il Pci non avesse una «organizzazione di sicurezza» (cui fa cenno anche Ugo Pecchioli [12]) per proteggere ed esfiltrare i dirigenti in caso di golpe. In questa eventualità, è probabile che il Pci avrebbe vagliato l’ipotesi della lotta armata ma, sino ad allora, la difesa si sarebbe mantenuta nel perimetro della legalità, pur rasentandone l’estremo limite.

Parlando della struttura «coperta» del Pci, sarebbe più corretto parlare di un organismo articolato in più strutture «sommerse» per ciascuno dei settori più delicati dell’attività del partito: finanziamento, raccolta delle informazioni riservate, scambio di informazioni con i servizi dell’est, assistenza ai partiti comunisti clandestini, ingerenza nella vita degli altri partiti e così via [13]. Che alcuni dei membri di questa struttura, in particolare quelli addetti alla sicurezza dei dirigenti, fossero armati è ovvio, così come è probabile che esistessero appartamenti «coperti», piccoli depositi di armi e altri accorgimenti, ed è provato che alcuni attivisti si sono recati in Urss per frequentare corsi per radiotelegrafista [14], ma questo non significa che la dimensione armata fosse quella più importante. A mio parere, l’aver accentrato l’attenzione sull’aspetto paramilitare del «lavoro riservato» del Pci (sino a parlare di una «Gladio Rossa», con relativi «Nasco rossi») ha messo fuori strada, distraendo l’attenzione dal vero nodo della questione che, invece, è costituito dagli altri aspetti del «lavoro riservato». Si comprende perfettamente perché i superstiti dirigenti del Pci, ancora oggi, non amino parlare di questo tema: aiutare dei perseguitati politici a uscire dalla Spagna, fornire finanziamenti e altro a movimenti di liberazione, può essere illegale, ma è un’azione politicamente difendibilissima. Ma percepire finanziamenti da uno Stato straniero, scambiare notizie con i suoi servizi, aprire conti all’estero, ingerirsi nella vita di altri partiti non solo è illegale, ma è anche più difficile da spiegare all’opinione pubblica. Peraltro, è plausibile che, fra gli uomini del Lavoro Riservato e quelli dell’Ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, si sia stabilita una relativa tolleranza reciproca, fatta anche di opportuni silenzi [15]. D’altra parte, il lavoro informativo, non è fine a se stesso, ma è funzionale all’attività politica. In qualche caso, non è né necessario né utile dare pubblicità a quanto si è saputo sul conto dell’avversario, basta rendergli noto che «si sa» per migliorare il proprio rapporto di forze.

LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

Le considerazioni sulla natura del Lavoro Riservato ci consentono di comprendere meglio il modo di agire del Pci, in una fase in cui la dimensione «informativa» diventava centrale nel conflitto. Già dalla metà degli anni Sessanta, al Pci non era sfuggita la rivitalizzazione dell’estrema destra più prossima ai servizi di sicurezza e alle gerarchie militari, ma l’allarme divenne massimo nel 1969.

Sin dai primi mesi, il Pci avvertì il pericolo di turbolenze militari: il segretario organizzativo, Armando Cossutta, in aprile, inviò diverse circolari che invitavano a misure straordinarie (far scomparire gli elenchi degli iscritti, diffidare dei telefoni, rafforzare la sorveglianza delle sedi di partito, organizzare un servizio permanente di avvistamento nei pressi delle sezioni del Msi e così via) [16]. Iniziava, così, ad affluire a Roma una fitta serie di segnalazioni dalla provincia. Il 12 maggio 1969 un appunto [17] riferiva delle manifestazioni missine in preparazione e del sospetto che la rivista marxista leninista Lavoro Politico fosse infiltrata da un elemento della Cia. Una nota del 22 aprile 1969 [18] riferiva che:

«… Andreotti e Greggi stanno dando vita ad una organizzazione paramilitare «Europa Civiltà». Essa sarebbe costituita da giovani opportunamente scelti, istruiti da elementi della polizia».

L’1 agosto 1969 il segretario della federazione comunista padovana scriveva al centro [19] sul caso del commissario di Padova, Pasquale Iuliano:

«Juliano è un antifascista… l’affare è esploso per proteggere i fascisti».

Ancora più interessante è l’appunto a firma Gal (probabilmente Galleni) [20] che riassume notizie raccolte in ambienti fiorentini:

«L’amico massone ci ha fatto sapere che gruppi fascisti si agitano, hanno armi, e ci invita alla vigilanza… Una decina di giorni fa due missini, ascoltati per caso da un nostro compagno, dicevano che il 14-15 dicembre p.v. ci sarebbe stata una “grossa cosa nazionale”, che dovrebbe “creare nel paese un grosso fatto nuovo”. …Hanno la sensazione che i marxisti leninisti (linea rossa) agiscano in modo tale da confluire con l’estrema destra» [21].

Dall’inchiesta del giudice istruttore Guido Salvini sono emersi consistenti indizi su un colpo di stato progettato proprio per il 14-15 dicembre di quell’anno, a ridosso della strage e in concomitanza con la manifestazione nazionale del Msi, a Roma, prevista per il 14 [22]. Nella stessa direzione va il documento del 25 novembre 1969 [23] inviato da Milano che ci fa sapere di uno stato d’intensa agitazione negli ambienti dell’Associazione marinai d’Italia nella quale si sarebbe discusso, fra l’altro, di una spedizione punitiva contro il leader del Movimento studentesco di Milano, Mario Capanna, e dell’infiltrazione a scopo informativo di tre elementi nel Pci. Fra l’altro una trentina di persone (quasi tutte iscritte al Msi) si sarebbero appartate per discutere un piano di scontri di piazza. L’informativa parte dalla federazione milanese il 25 novembre, ma, è ragionevole supporre che sia di qualche giorno prima e riferisca su fatti ancora antecedenti, pertanto la riunione all’Associazione marinai dovrebbe essersi svolta nei giorni precedenti al 19 novembre [24].

Già questo gruppo di documenti ci consente di affermare che:

1) dai primi del 1969 il Pci aveva avviato un intenso «monitoraggio» dell’estrema destra, utilizzando anche informatori interni alla destra (l’amico massone, il compagno iscritto all’Associazione marinai; mentre fa sorridere quel compagno fiorentino che «casualmente» si trova ad ascoltare una conversazione fra due missini); 2) in novembre il Pci aveva a disposizione molti elementi per prevedere un’importante azione eversiva per la metà del dicembre successivo; e questo lascia immaginare che il Pci abbia mobilitato tutte le sue fonti per approfondire la questione; 3) il Pci aveva elementi per collegare l’azione eversiva a una provocazione che coinvolgesse l’estrema sinistra (vedi il documento su Lavoro Politico e quello fiorentino).

Veniamo al 12 dicembre. Una prima riflessione nasce dal secondo rinvenimento del memoriale di Aldo Moro (ottobre 1990), in esso si legge:

«Ma i fatti di piazza Fontana furono certo di gran lunga più importanti. Io ne fui informato, attonito, a Parigi dove ero, …in occasione di una seduta importante dell’Assemblea del Consiglio d’Europa, che, per ragioni di turno, io mi trovavo a presiedere. … Essa si concluse con la sospensione della Grecia per violazione dei diritti umani. Proprio sul finire della seduta mattutina ci venne tra le mani il terribile comunicato d’agenzia, il quale ci dette la sensazione che qualche cosa di inaudita gravità stesse maturando nel nostro paese. Le telefonate, intrecciatesi fra Parigi e Roma, nelle ore successive, non potettero darci nessun chiarimento, ma solo la sensazione che qualche cosa, almeno al momento, di oscuro e di imprevedibile, si fosse messo in moto. Mi confermò in questa angosciosa convinzione il fatto che il mio vecchio amico Tullio Ancora, allora alto funzionario della Camera dei Deputati e da tempo mio normale organo di informazione e di collegamento con il Partito comunista, mi telefonò in ambasciata a Parigi, per dire con qualche circonlocuzione che non ci si vedeva chiaro e che i suoi amici (comunisti) consigliavano qualche accorgimento sull’ora di partenza, sul percorso, sull’arrivo e sul trasferimento di ritorno. Si trattava, si precisava, di una pura precauzione, non legata a qualche fatto specifico e di sicuro accertamento».

Moro fu a Bruxelles per una riunione dei ministri Cee, rientrando a Roma il 16 nella tarda serata. Tullio Ancora, nelle sue due recenti audizioni davanti alla Commissione stragi [25] ha sostenuto di: a) aver incontrato Luciano Barca (vicecapogruppo del Pci alla Camera) che, dicendosi preoccupato per Moro, consigliava cautele per il rientro; b) di aver subito contattato il segretario generale della presidenza della repubblica Picella per raggiungere Moro tramite il centralino del Quirinale (all’epoca non esisteva teleselezione); c) di aver avvertito Moro delle preoccupazioni dei comunisti; d) di aver telefonato a Moro nella mattinata del 13.

In effetti, è possibilissimo che la conversazione Moro-Ancora si sia svolta il 13, tuttavia, il memoriale induce a pensare che Moro si riferisse al 12: infatti, scrive di aver sentito Ancora subito dopo aver appreso la notizia della strage «sul finire della seduta mattutina» e questo fa escludere il 13 per due motivi: a) Moro mette le telefonata in relazione con la notizia della strage («le telefonate che si intrecciarono fra Parigi e Roma nelle ore successive»): il comunicato Ansa è delle 17.05 del 12, e già nel dispaccio delle 18.30 si parla di bomba. L’ambasciata italiana, che riceveva il notiziario Ansa, si sarà sicuramente affrettata a comunicare al ministro l’accaduto; b) è impensabile che il ministro degli Esteri non sia stato subito informato, dagli organi istituzionali; e ha poco senso che «le telefonate che si intrecciarono fra Parigi e Roma» fossero del giorno dopo, perché è intuibile che Moro si sia preoccupato di entrare subito in contatto con i suoi consiglieri. Dunque, Moro parla del 12, ma questo non risolve il problema, lo complica, perché la strage avvenne alle 16,37 e, ovviamente, non potevano esserci comunicati d’agenzia sin dalla fine della mattinata.

Questo particolare è stato poco osservato, probabilmente perché si è pensato a un cattivo ricordo di Moro che scriveva in condizioni eccezionali. Ma, a ricordare male, ci sono altri. Carlo Cecchi [26] (già parlamentare Pci e membro della Commissione P2) nella sua Storia della P2 scrive:

«In Italia l’inizio del secondo tripudio (quello delle armi e del terrorismo) è contrassegnato da una data e da un’ora: il 12 dicembre 1969, intorno alle 11 del mattino. È la strage di Piazza Fontana».

Strana tanta enfasi nel precisare giorno e ora per poi dare un’ora sbagliata. Inoltre, che senso avrebbe avuto un avvertimento nella mattinata del 13, quando Moro, già al corrente dell’accaduto, era in grado di assumere autonomamente cautele sul ritorno? E’ più plausibile che: a) Moro abbia saputo della strage non oltre le 18.30; b) abbia cercato di mettersi in contatto con l’Italia e, in particolare, con il ministro della Difesa, Luigi Gui, suo seguace di corrente. Ed è logico che questi potesse fornirgli dati più consistenti sia sull’accaduto sia su eventuali pericoli.

È singolare che Moro non ricordi i contatti con Gui ma ponga l’accento sulla telefonata con Ancora. Dunque, la spiegazione che fissa la telefonata al 13 non persuade. Ma, se la telefonata di Ancora (e, a maggior ragione, l’incontro fra Ancora e Barca) ebbe luogo nella mattinata del 12, questo significa che: a) già cinque o sei ore prima della strage, era diffusa la consapevolezza dell’imminenza di un fatto di straordinaria gravità, tanto da indurre una persona prudente come Ancora a recarsi al Quirinale per telefonare a Parigi usufruendo delle linee «protette» della presidenza della repubblica (il che mal si concilia con la versione minimizzatrice di Moro che parla di generiche precauzioni); b) anche il Pci era a conoscenza dell’imminente pericolo (e i documenti interni, che ho riportato, suggeriscono proprio questa idea) e aveva elementi per pensare a una minaccia contro Moro; c) non si trattava di questione da poco, tanto da indurre il ministro degli Esteri a mutare il programma di rientro; d) fra le notizie riferite a Moro dovevano esserci elementi abbastanza precisi sulla natura politica del tentativo in atto, cosicché, a strage avvenuta, egli non credette «per un solo minuto» alla pista anarchica.

Peraltro, le considerazioni sul carattere di assoluta eccezionalità della telefonata (uso delle linee criptate della presidenza, «circonlocuzioni» usate e così via) restano valide per il secondo aspetto della questione: quali erano le informazioni passate dai dirigenti comunisti ad Ancora; perché il Pci si preoccupava di avvisare proprio Moro e non altri esponenti del governo, come, ad esempio, i socialisti? Una generica preoccupazione, non sostenuta da elementi concreti, avrebbe spinto un personaggio prudente come Ancora a telefonare con tante precauzioni? Come mai, fra tante telefonate intercorse in quelle ore, Moro dà tanto rilievo a quella? Per far «quadrare» i conti non resta che un’ipotesi logica (ma pur sempre da riscontrare): sia Moro sia Cecchi (e, di riflesso, Ancora e Barca) sovrappongono, nel ricordo, due distinti fatti: a) la notizia della strage, che, ovviamente non può essere giunta entro e non oltre la prima serata del 12; b) la notizia di un allarme per le istituzioni diffuso già nelle ore precedenti alla strage («sul finire della seduta mattutina»).

Altre informazioni interessanti ci vengono dal verbale della riunione della Direzione del partito del 19 dicembre 1969 [27]. Sergio Segre riferiva di un rapporto dell’Ambasciatore francese a Roma, che parlava di un colpo di stato imminente (p. 2310), e Bufalini aggiungeva:

«…ad un senatore socialista è stato detto che l’attacco dell’Observer a Saragat verrebbe proprio da Wilson [28]. Il dato sarebbe la preoccupazione di Brandt e Wilson che il Pentagono intervenga brutalmente nella situazione italiana» (p. 2317).

Infatti l’accusa a Giuseppe Saragat di essere il regista della «strategia della tensione» venne sia da giornali inglesi (come The Observer e The Manchester Guardian, entrambi filolaburisti) sia da organi stampa tedeschi (parimenti filosocialdemocratici), provocando una protesta diplomatica italiana sollecitata personalmente da Saragat.

Longo, intervenendo, manifestava il sospetto che il Saragat fosse il punto di raccordo delle forze impegnate per una svolta autoritaria (p. 2318) e Aldo Tortorella sosteneva che una parte delle forze di polizia non obbediva al ministro dell’Interno perché aveva trovato (forse proprio nel presidente) un referente alternativo (p. 2304) [29]. Segre riferiva anche dubbi di parte democristiana per i quali la strage andava messa in relazione sia alla campagna per il disarmo della polizia in servizio di ordine pubblico, sia alla lotta al vertice delle Forze armate per la nomina a Capo di Stato maggiore della Difesa (p. 2309). Segre aggiungeva:

«Pesa un elemento politico: il modo come la polizia sta facendo girare una serie di nomi: il nome di Bernabei e di Cecchini (capo dell’ufficio stampa di De Gasperi). L’impressione di dirigenti della Tv è che ci sia un’azione del tipo del ’64, di schedature a scopo di pressione su personaggi dc» (p. 2309).

Il passo non è chiarissimo [30], ma si coglie ugualmente che Segre accusava la polizia di stare esercitando una pressione ricattatoria verso esponenti Dc e dirigenti della Rai. Colpisce, l’analogia con il 1964. L’intervento di Segre contiene un altro passo rilevante:

«Ieri sera ho avuto un colloquio con un compagno del Psiup, Calvi, avvocato d’ufficio di Valpreda. Ha condotto una sua indagine parlando con gli amici del gruppo «22 marzo». L’impressione è che Valpreda può averlo fatto benissimo. Gli amici hanno detto: dal nostro gruppo sono stati fatti attentati precedenti. Ci sono contatti internazionali. Valpreda ha fatto viaggi in Francia, Inghilterra, Germania occidentale. Altri hanno fatto viaggi in Grecia. Alle spalle cosa c’è? L’esplosivo costava 800 mila lire e c’è uno che fornisce i quattrini. I nomi vengono fatti circolare. L’avvocato va probabilmente a rassegnare il mandato dopo un colloquio con Valpreda perché è di orientamento diverso» (p. 2309).

Il passo ci fa capire il retroscena della didascalia sul «Mostro Valpreda» pubblicata dall’Unità.Il Pci non aveva dubbi sulla colpevolezza di Valpreda e dei suoi compagni, ma questo non era in contraddizione con l’ipotesi del complotto di destra, perché il «ballerino» non era ritenuto affatto anarchico, ma un provocatore fascista. Tale convinzione diventava quasi certezza constatando che persino il suo avvocato pensava a una sua colpevolezza. Sappiamo oggi che nel «22 marzo» militavano autentici provocatori come il «compagno Andrea» (l’agente di polizia Salvatore Ippoliti), o personaggi ambigui come Umberto Macoratti. Sorge il dubbio che l’avvocato sia stato «intossicato» da qualcuno di questi personaggi. Il fatto che Guido Calvi abbia poi deciso di continuare a difendere Valpreda fa pensare che abbia appurato che le informazioni fornitegli fossero false e la loro fonte sospetta. Un altro tassello dell’operazione degli Affari riservati per precostituire la colpevolezza degli anarchici?

In ogni caso, è interessante notare che il Pci (pur errando nella valutazione di Valpreda) non abbia messo in dubbio per un momento la matrice di destra dell’attentato e il suo collegamento con un più vasto piano eversivo che non poteva non avere forti referenti nelle gerarchie militari, nei servizi di sicurezza e nelle massime cariche dello Stato. Questa analisi veniva condivisa da tutti gli intervenuti (Enrico Berlinguer, Longo, Tortorella, Segre, Nilde lotti, Giorgio Amendola, Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro, Galluzzi, Sereni, Achille Occhetto, Gianfranco Borghini, Fanti, Bufalini) .

L’ATTIVITÀ INFORMATIVA

Con la strage, il Pci assume il problema dell’attività della estrema destra come la maggiore urgenza politica del momento. E non era la recrudescenza dello squadrismo a preoccupare il Pci. Da alcuni documenti si comprende che il Pci era seriamente convinto del rischio di un colpo di stato. Più che i documenti politici (sospetti di forzature propagandistiche) mi è parso rivelatore un documento apparentemente di ordinaria amministrazione, ma proprio per questo più significativo. Si intitola Per la difesa della sede del Comitato centrale [31], non reca data o firma, ma, sulla base dei registri dell’Istituto Gramsci, può essere datato ai primi mesi del 1972 e attribuito, a Berlinguer. Si tratta dell’elencazione di una serie di misure di sicurezza, alcune delle quali potrebbero essere riferite all’ipotesi di un assalto squadristico (rafforzare le porte, predisporre un servizio di sorveglianza esterno di 250 militanti), altre misure, però, lasciano intendere ben altra ipotesi. L’acquisto di gruppi elettrogeni e di telefoni da campo sottintende il rischio di isolamento telefonico ed elettrico, ben difficilmente attuabile se non da forze di polizia o militari. Così come, le scorte di viveri, la difesa piano per piano, stanno a significare che i dirigenti comunisti prevedevano di asserragliarsi per resistere a un assedio di alcuni giorni, non ipotizzabile per un assalto squadristico. Dunque, il Pci riteneva realistica l’eventualità di un colpo di stato, e si preparava di conseguenza. Tuttavia, le misure non dovevano avere un carattere particolarmente militarizzato, se lo stesso informatore dell’Ufficio affari riservati, in un rapporto, dello stesso 1972 [32], scriveva:

«Si sono fatte riunioni di servizi di vigilanza (tutti, in realtà, scombinati e inefficienti) e si stanno abbozzando misure eccezionali di sicurezza» (p.3).

Non c’è dubbio, infatti, che il Pci avrebbe reagito a un «pronunciamento» con la proclamazione dello sciopero generale, la risposta di piazza e, ma solo in ultima istanza, lo scontro armato [33]. Nel frattempo l’azione del Pci sarebbe proseguita essenzialmente sul piano informativo e politico. Per la verità, l’archivio della Direzione nazionale del Pci, custodito presso l’Istituto Gramsci di Roma, si fa via via più avaro man mano che si va avanti negli anni [34]. Ciò non di meno, emergono ugualmente documenti che, qui e là, segnalano una perdurante attività informativa in materia andata ben al di là di queste scarne testimonianze: a) lettera di Luciano Guerzoni del 20 aprile 1973 [35] che riferisce su un’iniziativa tendente a contattare gli ufficiali dell’Arma per chiedere quale atteggiamento avrebbero assunto in caso di colpo di stato; b) rapporto dal Veneto del giugno 1973 [36], in cui si parla dell’avvocato Gian Galeazzo Bracaleone di Padova (tramite di Giorgio Almirante nei contatti con il Sid) e sul traffico d’armi nel porto di Venezia; c) appunto di Fabio Invinkl del 23 marzo 1973 sull’attentato all’oleodotto 37; d) lettera dell’avvocato Filippo De Jorio al presidente del Tribunale di Roma, Angelo Iannuzzi, «trovata», dal solito militante comunista fortunato, in una borsa abbandonata [38]; e) rapporto sul neofascismo a Torino del 20 dicembre 1972 [39]; f) lettera a firma Luciano Manzi, datata Torino 3 gennaio 1974, con una cronologia delle aggressioni squadristiche a Torino [40].

Peraltro, ci sono, alcuni episodi che documentano la minuziosità del monitoraggio attuato dal Pci in quegli anni. Il tentativo di colpo di stato di Junio Valerio Borghese ebbe luogo nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970, ma venne rivelato da Paese Sera il 17 marzo 197l e confermato in parlamento dal ministro Franco Restivo il 18 marzo. Ufficialmente il Pci apprendeva in quel momento del fallito colpo di mano di Borghese. Ma la versione non regge: Paese Sera pubblicava la notizia dopo un approfondito lavoro di inchiesta che, evidentemente, doveva essere durato almeno qualche settimana, ed è del tutto irrealistico pensare che ne avesse tenuto all’oscuro il Pci. Né appare probabile che movimenti massicci, come quelli che portarono all’occupazione del ministero dell’Interno, e sfiorarono l’occupazione della Rai, potessero sfuggire a un partito così ramificato come il Pci.

Sfogliando i giornali dell’epoca si constata che, dalla fine di febbraio, il gruppo dirigente del Pci era investito da un’intensa agitazione, anche in relazione al rapido succedersi di una serie di eventi. Nei primi sei mesi del 1971, infatti, si verificarono centinaia di aggressioni individuali e decine di attentati a sedi di sinistra. Di fronte all’eccezionale recrudescenza, il 27 febbraio si svolgeva una riunione improvvisa dei membri della Direzione comunista occasionalmente presenti a Bologna (Berlinguer, Di Giulio, Fanti, Napolitano, Natta, Occhetto, Seroni e Borghini) che chiedeva le dimissioni del ministro Restivo. Il 2 marzo, si riuniva il comitato centrale [41] che reiterava la richiesta di dimissioni, ma in tono meno perentorio. Nei giorni seguenti, infatti, la discussione in merito andò scemando sino a scomparire. La richiesta di dimissioni rientrava nell’alveo di una rituale protesta. Come mai? È chiaro che il Pci fosse impegnato in un difficile negoziato con il governo per concordare come rendere di pubblico dominio il fatto dell’8 dicembre. Cosa tutt’altro che semplice e indolore: per la prima volta il governo della Repubblica doveva ammettere che c’era stato un tentativo di colpo di stato (quello del 1964 era stato negato e gli altri, come quello del dicembre 1969, erano solo «presunti colpi di stato», per usare la terminologia degli Affari riservati);

per di più, il governo avrebbe dovuto anche spiegare il forte ritardo con cui ne aveva informato la magistratura. Le cose si erano spinte troppo avanti per sperare di seppellirle sotto una coltre di silenzio, ma l’ammissione pubblica avrebbe potuto innescare dinamiche incontrollabili. Un dilemma la cui soluzione avrebbe potuto essere anche quella di portare a termine quel che si era momentaneamente interrotto [42]. Dunque, non possiamo che pensare a lunghe settimane di trattativa fra opposizione e governo per uscire da quella situazione. È significativo che il Pci, durante il dibattito in parlamento non abbia chiesto le dimissioni del governo per accontentarsi di chiedere una «svolta politica».

Le lunghe considerazioni iniziali sull’evoluzione della linea del Pci, tornano ora utili per comprendere i dilemmi in cui i dirigenti comunisti si dibattevano: da un lato era impossibile tacere su un episodio eversivo così grave ed era necessario mostrare alla Dc il «viso dell’arme»; dall’altro, però, si dovevano fare i conti con i rischi di ingovernabilità della base che avrebbe potuto leggere l’episodio come la dimostrazione dell’impossibilità di ogni inserimento del Pci e dell’inanità di avvicinamento alla Dc. Occorreva trovare un delicatissimo punto di equilibrio fra la denuncia e la moderazione, fra una risposta decisa e il non dare il via libera all’esasperazione dei militanti, fra lo svelamento della trama e il non delegittimare la politica dell’inserimento. A testimonianza dell’imbarazzo dei dirigenti del Pci ad ammettere, ancora oggi, di aver saputo sul golpe Borghese ben di più e ben prima di quanto la versione ufficiale non ammetta, ci sembra valga questo brano del libro-intervista di Pecchioli [43]:

La vigilanza in alcuni casi ha dimostrato una grande efficienza. Ad esempio mi risulta che nei giorni del tentato golpe Borghese le organizzazioni del Pci erano in allarme perché a Roma, attorno alla caserma della polizia di castro Pretorio, erano stati notati strani movimenti. Una cosa analoga era avvenuta alla caserma dei Lancieri di Montebello. Mi sembra allora di poter dire che il Pci aveva le sue antenne anche tra le forze armate.

Certamente il Pci era una forza politica che, malgrado si potesse ritenere il contrario, godeva di larghe simpatie, e di rispetto anche in ambienti militari e delle forze dell’ordine che, nel loro insieme, avevano un orientamento democratico. Nelle Forze armate non c’erano solo golpisti e reazionari, ma anche uomini leali alla Costituzione. Alcuni avevano contatti con noi. Quindi qualche segnalazione veniva anche da lì. Spesso non si trattava di indicazioni specifiche, ma di segnalazioni di fatti anche piccoli, che potevano far sospettare che si stesse tramando contro le istituzioni. Erano messaggi generici… Però qualcosa trapelava. E qualcosa trapelò anche durante i giorni del tentativo golpista di Borghese. Ma si trattava pur sempre di segnalazioni vaghe. Che in quel dicembre 1970 fosse stato organizzato un tentativo di colpo di Stato, francamente, nessuno di noi lo aveva saputo. Insomma la nostra decantata efficienza lasciava qualche volta a desiderare» (p. 75).

Alla circostanziata domanda del giornalista dell’Unità, Gianni Cipriani risponde un imbarazzato e vago Pecchioli, che parla genericamente di segnalazioni dalle Forze armate, e che sminuisce la «decantata efficienza» del Pci, sino a dichiarare di sfuggita «Che in quel dicembre del 1970 fosse stato organizzato un tentativo di colpo di Stato, francamente, nessuno di noi lo aveva saputo», senza, però, né smentire le precise circostanze indicate dal suo interlocutore, né precisare in quale momento il Pci abbia appreso del golpe. Un altro momento difficile venne fra l’ottobre e il novembre del 1972. Il 27 ottobre 1972 [44], una nota confidenziale all’Ufficio Affari riservati riferiva che i capi del Pci nutrivano la convinzione che il procedimento contro i funzionari della Questura milanese per la morte di Giuseppe Pinelli si stesse sgonfiando e davano indicazioni alla stampa e agli organi periferici di «non montare troppo il caso». E’ evidente che nella vicenda pesava l’assassinio del commissario Luigi Calabresi, ma è altrettanto evidente che il Pci, in quel momento, aveva altre preoccupazioni: la tornata contrattuale dei metalmeccanici, la lotta per abbattere il governo Andreotti, la ristrutturazione dell’apparato dopo l’elezione di Berlinguer. La strage era lontana tre anni e, se gli attentati non erano mancati, tuttavia, la strategia della tensione sembrava allentarsi.

Su questo processo di momentanea distensione si abbatteva il comizio del segretario Dc Arnaldo Forlani, a La Spezia il 5 novembre 1972. L’esponente Dc aveva affermato che i tentativi di abbattere la democrazia non erano cessati e di sapere «in modo documentale» che il più pericoloso era ancora in corso. Il discorso venne pubblicato dall’Unità in prima pagina.

Qualche giorno dopo, giungeva nella redazione di molti giornali, fra cui l’Unità, un documento anonimo intitolato All’insegna della trama nera [45] nel quale si diceva che il discorso di Forlani a La Spezia era da riferire alle lotte interne alla Dc, in vista del congresso. Forlani avrebbe attaccato Andreotti che, attraverso una trafila di ufficiali dei carabinieri avrebbe gestito i rapporti con la destra extraparlamentare e tenuto i fili della strategia della tensione. In altri termini, il tentativo di cui Forlani aveva parlato, sarebbe stato da attribuire ad Andreotti [46]. Il documento faceva intendere che l’autore fosse persona assai informata: si pensi che parlava del Centro addestramento gustatori di Capo Marangiu che aveva ospitato molti estremisti neri per l’addestramento all’uso di esplosivi. Questa circostanza emergerà, diciotto anni dopo, dall’inchiesta su Gladio

Il Pci vedeva, così, tornare al centro del dibattito politico il fantasma  del colpo di Stato, e nel momento meno opportuno. Se fossero emersi altri elementi significativi, in grado di dimostrare il coinvolgimento di qualche esponente di primo piano della Dc nella strategia della tensione, le maggiori difficoltà, paradossalmente, sarebbero state del Pci, schiacciato in una tenaglia, fra la prevedibile reazione della sua base e l’imprevedibile reazione della Dc, chiamata a scegliere fra un’amputazione dolorosa e la difesa a oltranza di ogni suo esponente. Se questo scenario avesse preso corpo, le speranze del Pci di attuare il suo inserimento in breve, si sarebbero ridotte al lumicino e ciò, ovviamente, consigliava un opportuno understatement.

Anche la strage alla Questura di Milano (17 maggio 1973), fornice materiale su cui riflettere: nel 1995, durante l’istruttoria del giudice istruttore Antonio Lombardi, si presentò spontaneamente a deporre l’ex segretario della federazione comunista di Treviso, Ivo Della Costa, che riferiva di essere stato contattato, il 15 maggio 1973, dal conte Pietro Loredan [47], il quale lo avrebbe avvisato che, due giorni, dopo ci sarebbe stato, a Milano, un attentato della destra contro un’alta personalità dello Stato. Della Costa, informata telefonicamente la direzione nazionale, andava alla federazione milanese, nella quale giungevano, con il primo aereo disponibile, Giancarlo Pajetta e Alberto Malagugini [48] che, ascoltato il racconto, avrebbero subito avvisato il capo gabinetto del Questore Gustavo Palumbo. Quest’ultimo, convocato dal magistrato, negava. Mentre non era possibile ascoltare Pajetta e Malagugini, perché già deceduti. In questo racconto colpiscono due aspetti: che Dalla Costa non si sia recato molto prima a rendere la sua testimonianza, ma abbia atteso un’intervista di Gianfranco Bertoli, nel tardo 1995, «nella quale raccontava le solite balle» e che «lo aveva fatto arrabbiare»; in secondo luogo, che questo aspetto della vicenda non sia mai stato reso pubblico dal Pci. Ma quasi tutto quello che ho trovato nei documenti qui esposti, non fu reso pubblico dal Pci in quegli anni.

LA SVOLTA DEL  1973

Ovviamente, il Pci non trascurò alcuno strumento per opporsi alla strategia della tensione: dalle manifestazioni di massa alla denuncia pubblica, dall’azione parlamentare alla «vigilanza» e, soprattutto, alla ricerca di alleanze nelle altre forze politiche per fronteggiare il pericolo. Non è difficile intuire che, fra le varie azioni vi sia stata anche una qualche forma di «diplomazia segreta»: si pensi al contatto Barca-Ancora-Moro, del quale non sapremmo nulla, se non ne avesse parlato Moro e in condizioni particolari: durante il sequestro da parte delle Brigate rosse. Si pensi alla trattativa che si intuisce dietro il caso Borghese, o all’intensa raccolta di notizie dopo la strage del 12 dicembre, che abbiamo letto nel verbale della Direzione, ma che vennero rese note solo in minima parte. Le ragioni del riserbo sono state diverse: l’esigenza di proteggere le fonti informative, la difficoltà di dare pubblicità a notizie che, per quanto ritenute vere, non erano provabili, l’incertezza sulla veridicità di altre informazioni. Ma è verosimile che le valutazioni di ordine politico generale avessero il sopravvento: da un lato occorreva non inasprire troppo i rapporti con le forze politiche del centro verso le quali si stava convergendo, dall’altro bisognava tener conto degli umori della base, per cui occorreva non fornire argomenti che avrebbero potuto innescare una crisi di rigetto verso il nuovo corso politico. E su tutte, la maggiore preoccupazione: evitare a tutti i costi che la situazione sfuggisse di mano a tutti e inclinasse verso la guerra civile. Non sappiamo con esattezza quanto il Pci conoscesse della vicenda delle stragi, ma ipotizziamo, per assurdo, che avesse raggiunto prove certe e definitive sulla compromissione in esse della Nato, dei servizi di sicurezza, e di esponenti democristiani: che cosa avrebbe fatto? Rendere pubbliche prove del genere avrebbe avuto una serie di conseguenze difficilmente ponderabili: a) la risposta della piazza avrebbe lasciato al Pci l’unica via dello scontro frontale; b) questo avrebbe spinto nell’angolo gli accusati, costringendoli a giocare il tutto per tutto per salvarsi, e, dunque, negare anche la più evidente delle prove, cercare di fabbricarne altre per confondere le acque; c) ne sarebbe seguita una situazione di stallo, durante la quale è prevedibile che gli scontri di piazza sarebbero stati gravissimi; d) in particolare la Nato e i servizi americani non avrebbero potuto sopportare una simile sfida, perché la rivelazione del loro coinvolgimento in stragi operate in un paese dell’Alleanza, avrebbe avuto conseguenze irreparabili. Ovviamente, di fronte a un simile pericolo, sia la Nato sia i servizi segreti americani sarebbero ricorsi a qualsiasi mezzo per bloccare la valanga.

È facile intuire che la situazione sarebbe in breve precipitata e ogni esito sarebbe stato possibile. Sarebbe stato disposto il Pci ad affrontare dinamiche così devastanti [49]? Credo di no: nella migliore delle ipotesi il Pci avrebbe visto andare in frantumi l’immagine di «grande forza tranquilla» alla quale aveva lavorato per un quarto di secolo. Facile intuire che la scelta sarebbe stata un’altra: usare le informazioni in una partita politica di ben più ampio respiro, nella quale alternare la minaccia alla lusinga, ovviamente, protetti dal necessario riserbo.

Vediamo ora, alla luce delle conoscenze storiche di cui si dispone, quale sia stata la politica comunista di quegli anni. Dei «poteri forti» del tempo, Nato e servizi di sicurezza anche italiani, grande padronato e chiesa, probabilmente, solo quest’ultima si era tenuta prudentemente al di fuori della pericolosa dinamica innescata; ed è proprio verso la chiesa che il Pci dirige le sue maggiori attenzioni. Si comprende, dunque, lo scarso entusiasmo con il quale il Pci affrontò lo scontro sul divorzio e la disponibilità a ricorrere a ogni compromesso [50] pur di evitare il referendum.

Più complessa si prospettava la partita relativa ai rapporti con l’Alleanza atlantica. Sino al 1969 la politica estera del Pci si ere basata su due caposaldi: l’opposizione alla Nato (dalla quale si reclamava l’uscita immediata dell’Italia) [51] e, nel quadro del dissolvimento dei blocchi militari, un processo di unità europea che comprendesse i paesi dell’Est. Ancora nel Comitato centrale del 15 marzo 1971 (si badi alla data), la relazione presentata da Amendola si esprimeva in questi termini:

«Il pericolo cresce per il legame stabilito tra queste bande e le centrali internazionali imperialistiche, i servizi segreti, i comandi della Nato, tutto l’apparato che ha rivelato la sua esistenza e la sua decisione nel colpo di stato greco» [52].

Il 15 marzo 1972 si apriva a Milano il tredicesimo congresso del Pci e, nella relazione introduttiva Berlinguer esprimeva, sulla Nato, un giudizio ben più sfumato di quello che aveva pronunciato al congresso di tre anni prima:

«La lotta contro il Patto Atlantico sarà molto più efficace quanto più si identificherà con un movimento generale per la liberazione dell’Europa dall’egemonia americana, con una graduale liquidazione dei due blocchi contrapposti che conduca alla fine al loro scioglimento» [53].

mentre non si faceva più cenno all’uscita dell’Italia dalla Nato e si accettava il processo di unificazione europea per quello che era stato sin lì, l’unificazione dell’Europa occidentale.

Nonostante la freddissima reazione americana alle profferte di Berlinguer, il Pci proseguiva su questa strada con decisione. Nel dicembre 1974 Berlinguer ufficializzava la linea di piena accettazione dell’Alleanza, pur se nella prospettiva di un futuro dissolvimento dei blocchi [54]. Il 5 giugno 1976, Berlinguer affermava di «sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della Nato».

Singolarmente, la parabola comunista sulla Nato coincideva esattamente con la stagione delle stragi, un periodo che, a rigor di logica, avrebbe dovuto, semmai, inasprire la contrapposizione comunista all’Alleanza. E’ difficile non scorgere in questo esito la ricerca di un’uscita concordata dalla strategia della tensione. E l’impressione si rafforza constatando anche la modificazione della politica militare del partito. Nei primi anni Settanta, si era posto il problema di un ricambio dell’armamento dell’esercito e, sostanzialmente, di un secondo riarmo nel quadro della ristrutturazione Nato. Il Pci aveva assunto una posizione contraria a qualsiasi riarmo, e, dunque, alla ristrutturazione proposta. Ma, il 14 luglio 1973 [55] la direzione del Pci approvava le Proposte dei comunisti per le forze armate:

«In sostanza il Pci decide di appoggiare le cosiddette “leggi promozionali” per il secondo riarmo postbellico, attuato quasi esclusivamente mediante commesse alle industrie belliche nazionali, in primo luogo la Fiat e l’Oto Melara, azienda a partecipazione statale» [56].

Altrettanto complessa si dimostrava la questione dei rapporti con il grande padronato. A partire dal 1969, in coincidenza con i rinnovi contrattuali dell’industria, la Confindustria e le grandi aziende erano entrate in una fase di intenso attivismo politico. Le note informative dell’ufficio Affari riservati segnalano una pioggia di finanziamenti al Movimento sociale e all’estrema destra, proprio a partire dall’estate di quell’anno. Ovviamente, la Confindustria fu fra i più soddisfatti per la svolta del governo Andreotti, nel 1972, che proponeva una riedizione del centrismo: proprio sul finire di quell’anno si prevedeva una nuova tornata contrattuale per la quale le richieste sindacali erano ancora più pesanti. Il padronato affrontava la scadenza del 1972-1973 cercando una secca rivincita. Lo scontro contrattuale si protrasse per tutto l’autunno e l’inverno, per sbloccarsi in aprile. Era accaduto che, per la prima volta in epoca repubblicana, il sindacato era ricorso all’occupazione generalizzata delle fabbriche, una forma di lotta di fronte alla quale il padronato capitolava. L’episodio merita qualche attenzione oltre il terreno strettamente sindacale. Esso, infatti, può essere letto anche in un’altra chiave più direttamente connessa alla vicende di cui ci occupiamo: la reazione delle sinistre e dei sindacati a un colpo di Stato avrebbe potuto essere non quella della protesta in piazza, ma quella di asserragliarsi nelle fabbriche. Ovviamente, i militari non avrebbero avuto difficoltà insormontabili a sloggiare gli occupanti, ma a rischio di dover bombardare le industrie distruggendo gli impianti, quel che, comprensibilmente, suscitava orrore nel padronato. Improvvisamente, la minaccia di un «pronunciamento» militare diventava un’arma quasi del tutto spuntata. D’altra parte, la vicenda conteneva un altro messaggio: se gli imprenditori avessero voluto riconquistare il controllo sulle dinamiche salariali, avrebbero dovuto contrattarlo con il sindacato e, di riflesso, con il Pci, che, per parte sua, prometteva ragionevolezza lanciando la proposta di un «patto fra i produttori».

La linea della Confindustria mutava radicalmente: nel febbraio 1974 veniva eletto presidente Giovanni Agnelli che, nel suo breve mandato, firmava con i sindacati l’accordo sul punto unificato di contingenza (la richiesta salariale più radicale mai avanzata dal sindacato). La strategia della tensione perdeva, in questo modo, molto del suo retroterra politico e sociale. In questo quadro, il Pci era portato a fornire le maggiori prove possibili di una sua vocazione di governo e, prima fra tutte, la rigida demarcazione dall’area dell’estremismo politico e rivendicativo. L’attacco ai gruppi dell’estrema sinistra, in questo quadro, tornava doppiamente funzionale sia perché forniva le garanzie richieste di non farsi condizionare dai movimenti sociali spontanei, sia perché contribuiva a scongiurare il pericolo che settori della base potessero subire troppo l’attrazione dell’estremismo. E, infatti, il 1973 segnò il periodo di massima durezza nella polemica fra gruppi e Pci (per lo meno prima del 1977): in febbraio il Pci, in Senato, per bocca di Cossutta, sollecitava un deciso intervento contro il Movimento studentesco della Statale di Milano (che, infatti, veniva sgomberata pochi giorni dopo). Nell’anno seguente, il rapimento del giudice Mario Sossi costituì la prima occasione di aperta collaborazione con la polizia. Acquista senso, in questo quadro, la dichiarazione di Taviani davanti alla Commissione stragi:

«Quando si pensa al “non partito” che poi diventò partito d’ordine e fu partito d’ordine già nel 1973…» [57].

Concetto che Taviani ribadì sette anni dopo:

«Devo poi dichiarare che durante la vicenda Sossi (e questo è importante) il Partito comunista ufficiale… collaborò attivamente con me e con il ministero dell’Interno per le investigazioni e la ricerca dei responsabili. Galluzzi, a diretto contatto con Berlinguer, aveva frequenti incontri con me anche nella sede del ministero dell’Interno. La tesi che il Partito comunista si sia convertito solo dopo l’assassinio di Moro è destituita di fondamento; si era convertito assai prima» [58].

RAGION DI STATO E RAGION DI PARTITO

Gli articoli pubblicati da Berlinguer su Rinascita, nell’ottobre 1973, in cui era enunciata la proposta del «compromesso storico», assumono, quindi ben altro senso, inseriti in questo contesto storico. Essi rappresentano una sintesi dello sforzo operato dal Pci per condurre a termine la sua politica di inserimento e vanno riferiti al contemporaneo declinare della strategia della tensione.

Il compromesso storico implicava, infatti, un reciproco riconoscimento (essenzialmente fra Dc e Pci) come partiti legittimati a governare. In questo senso era qualcosa di più e di diverso di una formula per un governo Dc-Pci (come, invece, venne inteso nella vulgata che si affermò). Ma una simile scelta sarebbe stata compatibile con l’approfondimento della verità sulle stragi? Se il proseguire delle inchieste avesse fatto emergere la compromissione di settori rilevanti della Dc (e, con essa, dei servizi di sicurezza, delle gerarchie militari e della polizia) cosa sarebbe rimasto di quella proposta?

Al termine di questa ricostruzione, ci sovviene l’ultima pagina di un libro di Leonardo Sciascia, Il contesto, (da cui Francesco Rosi trasse, nel 1976, il film Cadaveri eccellenti).Nel breve romanzo è descritta la storia del commissario Rogas che, indagando onestamente sull’assassinio di alcuni magistrati, giungeva a scoprire una congiura per attuare un colpo di stato. Cercava, tramite un giornalista suo amico, Cusan, di avvisare il massimo partito dell’opposizione, ma, proprio durante l’incontro segreto con Amar, il segretario di quel partito, veniva ucciso insieme all’esponente politico. La versione ufficiale spiegava tutto con un raptus di follia del commissario che avrebbe ucciso Amar e si sarebbe poi suicidato. Tale versione veniva accettata dal partito, ma trovava non persuaso Cusan, e di qui il dialogo finale fra il giornalista ed il vicesegretario del partito:

«Ma perché uccidere Rogas?», domandò Cusan, «perché non sentirlo, non processarlo?». «La Ragion di Stato, signor Cusan: c’è ancora, come ai tempi di Richelieu. E in questo caso è coincisa, diciamo, con la Ragion di Partito… l’agente ha preso la più saggia decisione che potesse prendere: uccidere Rogas». «Ma la Ragion di Partito… Voi… La verità, la menzogna…», Cusan quasi balbettava. «Siamo realisti signor Cusan. Non potevamo correre il rischio che scoppiasse una rivoluzione», e aggiunse, «Non in questo momento».

«Capisco», disse Cusan, «non in questo momento».

E comprendiamo perché, all’epoca della sua uscita, il libro fu accolto dai dirigenti del Pci con la più viva irritazione.

 NOTE

1 – La documentazione qui esaminata proviene, essenzialmente, dall’inchiesta del giudice istruttore Guido Salvini sull’eversione in Lombardia e Veneto negli anni Sessanta e Settanta, e da quella della Commissione parlamentare stragi (d’ora in poi, CPS). Contributi vengono anche dall’inchiesta veneziana del giudice istruttore Carlo Mastelloni sull’attentato contro l’aereo Argo 16 e da quella della strage bolognese (Libero Mancuso. e Leonardo Grassi). Per altri versi, ho attinto agli atti della Commissione parlamentare sulla P2 (d’ora in poi CPP2) e di quella sul caso Sifar (CPSifar), oltre, ovviamente, alla pubblicistica corrente. I documenti del Pci sono stati rinvenuti nell’Archivio dell’Istituto Gramsci di Roma (d’ora in poi AIG) e di Torino (AIG-T). La sigla ADCPP indica l’Archivio della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, che raccoglie le carte dell’ex Ufficio Affari riservati (Uaarr).

2- E lo dimostrerà dieci anni dopo, con la sua dissociazione dalla condanna del Pci per l’invasione dell’Afghanistan.

3- Galluzzi era stato l’ispiratore di tutti gli atti del Pci più sgraditi a Mosca, dalla risoluzione sulla Cecoslovacchia alla dissociazione dalla posizione sovietica sul tema della Cina (Conferenza dei Pc, Mosca giugno 1969). Nei primi del 1970, i servizi sovietici fornirono all’allora vicesegretario e segretario organizzativo del partito, Cossutta, le prove dell’attività informativa di due funzionari della Commissione esteri (Mario Stendardi ed Edoardo Ottaviano) a favore del Sid. I due vennero rimossi dall’incarico ed espulsi dal partito, ma il conto politico più salato lo pagò Galluzzi che, in quanto responsabile della Commissione non aveva saputo vigilare sull’integrità dei suoi collaboratori. Carlo Galluzzi, La svolta, Sperling & Kupfer, Milano, l983; Carlo Galluzzi, Togliatti, Longo, Berlinguer, Sperling & Kupfer, Milano, 1989; Chiara Valentini, Berlinguer il segretario, Mondadori, Milano, 1987, pp. 43-45.

4- Secondo una stima di Taviani, a lungo ministro dell’Interno, la «frangia secchiana» era valutabile intorno al 20 per cento nella base. Audizione del senatore Taviani davanti alla CPS del 5 dicembre 1990, Senato della Repubblica-Camera dei Deputati, decima legislatura, CPS volume VI, p. 222.

5 – La vicenda del gruppo il Manifesto costituisce un esempio della complessità della situazione. Dopo l’uscita del primo numero della rivista mensile (violentemente critico nei confronti dell’Urss), il gruppo filosovietico di D’Onofrio, Donini e altri chiese l’espulsione dei dissidenti per aver violato le norme statutarie del partito che proibivano di dar vita a organi stampa di gruppo; qualora tali misure non fossero state assunte, i filosovietici minacciava di dotarsi di un proprio quotidiano (evidentemente, sovvenzionato dai russi). Peraltro, non era difficile leggere in trasparenza il resto della minaccia: operare una scissione nel partito e dar vita (magari attraverso una fusione con il Psiup) a un consistente Pc in concorrenza con il Pci. La richiesta dei vecchi «stalinisti», trovava la convinta adesione della destra del partito (Amendola, Cossutta, Bufalini). Il gruppo dirigente berlingueriano dovette accettare la richiesta con l’unica attenuazione della radiazione al posto dell’espulsione. La decisione venne ratificata dal Comitato centrale nel novembre 1969.

6 – Diciamo «forse» perché non è affatto scontato che un Pci indebolito, e magari sotto il 20 per cento dei voti, trovasse ancora molti interlocutori disponibili nell’area di centro. Alcuni avrebbero potuto legittimamente sperare che quel ridimensionamento fosse l’avvio del declino.

7 – Gianni Cervetti, L’oro di Mosca, Baldini e Castoldi. Milano. 1993.

8 – Giampaolo Pellizzaro, Gladio rossa, Settimo Sigillo, Roma, 1997.

9 – ibidem p.19.

10 – Tutto sommato, la manovra funzionò, se Taviani e Cossiga hanno ammesso, durante le loro audizioni presso la CPS che la messa fuori legge del Pci venne esclusa dagli stessi Alcide De Gasperi e Mario Scelba, per la consapevolezza che essa avrebbe scatenato la guerra civile. In una conversazione con Massimo Caprara (Lavoro Riservato, Feltrinelli, Milano, 1997, pp. 136-137) Taviani, dopo aver affermato che, nel 1954, i servizi di sicurezza avevano conseguito le prove di ingenti finanziamenti russi al Pci, afferma: «Ci fu appositamente una riunione a tre al Viminale…Noi abbiamo sempre detto che il Pci era pagato da Mosca. Ma dare pubblicità alle carte di quel finanziamento…avrebbe comportato necessariamente mettere al bando il Pci… E dunque la guerra civile. Proprio quello che De Gasperi, con la collaborazione di Scelba, e Togliatti, con la collaborazione di Longo e non quella di Secchia, hanno evitato… Il paese era diviso in due. Sarebbe stata davvero la guerra civile».

11 – Giulio Andreotti, Operazione via Appia, Rizzoli, Milano, 1998, p. 109

12 – Ugo Pecchioli, Tra misteri e verità, Baldini e Castoldi, Milano, 1995, p.66.

13 – Sul punto si veda la ricostruzione di Massimo Caprara (op. cit.), dalla quale si evince non solo l’esistenza del settore Lavoro Riservato, ma anche il tipo di attività svolta e i nomi di alcuni degli addetti. Fra essi spicca il nome di Matteo Secchia, fratello di Pietro, che, significativamente, restò nel suo delicato incarico sino al 1966 (p. 168), il che conferma indirettamente alcune delle informative dei servizi che indicavano proprio in Matteo Secchia uno dei coordinatori della struttura parallela.

14 – La circostanza emerse nel corso dell’inchiesta di De Ficchy e destò un certo scalpore, per la data di tali corsi: fine anni Settanta. Si ritenne che ciò fosse la prova dell’ininterrotta esistenza della Gladio Rossa sino alle soglie degli anni Ottanta. A mio parere, la circostanza conferma, invece, la natura essenzialmente difensiva e informativa del lavoro riservato del Pci: con le ricetrasmittenti non si fanno attentati, ma si scambiano notizie.

15 – Ad esempio Pecchioli (op. cit. p. 72) dice di aver scoperto due funzionari infedeli della federazione torinese, corrotti da un sottufficiale di polizia; andato dal questore Caruso, per protestare, riceveva assicurazioni in proposito e, infatti, dopo pochi giorni il questore gli comunicava di aver appurato che il fatto era vero e di aver fatto trasferire lo sfortunato sottufficiale in una località del Sud. Il Pci torinese non dette alcuna pubblicità al fatto, limitandosi ad allontanare i due funzionari sleali.

16. Circolari 21 marzo 1969 (AIG 0305/ 1443 del 1969), del 28 aprile (AIG 0305/ 1455 del 1969) del 2 maggio (AIG 0305/1456 del 1969) e 3 giugno 1969 (AIG 0305/ 1478 del 1969); tutte negli atti di Salvini

17 – AIG 0308/ 0045 del 1969, negli atti di Salvini.

18 – AIG 0308/ 0012 del 1969, negli atti di Salvini.

19 – AIG 0306/ 2118 del 1969, negli atti. di Salvini.

20 – AIG 0308/ 0062 del 1969, negli atti di Salvini.

21 – Il Partito Comunista d’Italia «linea rossa», è lo stesso gruppo cui apparteneva la rivista Lavoro Politico che abbiamo visto, poco prima, sospettata di essere infiltrata. Occorre aggiungere che dello stesso gruppo era dirigente l’ex partigiano Alberto Sartori, che si appurerà lavorare, quale agente librario, per la Litopress di Giovanni Ventura.

22 –  Si veda anche Vincenzo Vinciguerra, L’albero caduto, dattiloscritto, Milano-Opera, 1996.

23 – In realtà, del 25 novembre è la lettera di accompagnamento a firma di B. Cerasi, della segreteria della federazione milanese del Pci, che si preoccupa di aggiungere che le notizie sono di fonte sicura perché provengono da un compagno che frequenta l’Associazione marinai d’Italia. AIG 0308 / 0063, negli atti di Salvini.

24 – Data dello sciopero generale, nel quale trovò accidentalmente la morte l’agente Antonio Annarumma i cui funerali, il 2l successivo, si trasformarono in occasione di gravissime violenze da parte della destra. Fra l’altro, Mario Capanna venne effettivamente aggredito in quella occasione.

25 – 12 e 19 febbraio 1999; verbale stenografico CPS; la versione è stata sostanzialmente confermata, pur se con le inevitabili incertezze nel ricordo di un avvenimento di trenta anni prima, da Luciano Barca, ascoltato dalla CPS successivamente.

26 – Carlo Cecchi, Storia della P2, Editori riuniti, Roma, 1984, p.129.

27 – AIG, Direzione nazionale 1969, pp. 2298- 2322, negli atti di Salvini.

28 – Ci si riferisce all’ormai famoso articolo di Leslie Finer in cui compare, per la prima volta, l’espressione «strategia della tensione».

29 – Sono costretto a citare un episodio che, pur indirettamente, mi riguarda: nel novembre 1997 consegnai al giudice istruttore Salvini la mia terza relazione di perizia, nella quale sono contenuti gran parte dei documenti qui esaminati. Salvini la inviò in Commissione stragi e la stampa ne dette notizia dando risalto alla parte relativa a Saragat. L’Unità intervistò Tortorella che si disse assolutamente sorpreso di queste notizie e aggiunse che il Pci non aveva mai avuto dubbi sulla lealtà democratica del presidente Saragat, concludendo con l’avvertimento a diffidare delle note confidenziali degli informatori «che raccontavano bufale incredibili». Mi spiace per Tortorella, capogruppo Pds nella Commissione stragi nella decima legislatura, ma la notizia non viene da una fonte confidenziale, bensì da un documento ufficiale del suo partito. Scrivo questo, non per indulgere alle autocitazioni, ma perché mi sembra un ottimo esempio dell’atteggiamento incline alla rimozione che molti ex dirigenti del Pci mostrano nel parlare di quelle vicende.

30 – Forse vale la pena di incrociare questo passaggio dell’intervento di Sergio Segre con un brano del libro-intervista di Ettore Bernabei, L’uomo di fiducia, Mondadori, Milano, 1999 (p. 198-9): Saragat? «Saragat diceva che in Rai eravamo un covo di eversori… La parola è forte ma non me ne viene un’altra: gli amici di Saragat complottavano contro la Rai», Per esempio? «Per esempio…La faccenda di Valpreda, se ci si pensa è ben strana», Che c’entra la Rai? «La bomba di piazza Fontana scoppiò il venerdì pomeriggio, il sabato presero Valpreda e lo stesso pomeriggio, poco dopo l’arresto, venne da noi in Rai un giornalista del Messaggero con taccuino in mano e chiedeva a noi notizie di questo Valpreda, sostenendo che, a sentire la polizia, era un ballerino di Studio Uno. Noi non l’avevamo mai sentito nominare, chiedemmo ai responsabili del programma e niente, nel frattempo anche le agenzie battono la notizia che Valpreda era un ballerino Rai, arriva persino una fotografia di qualche anno prima dove si vede questo poveretto nel cortile di viale Mazzini insieme ad un corpo di ballo e a Gina Lollobrigida. Tutto questo mentre noi non si trovava negli archivi lo straccio di un indizio, un pagamento, un qualche cosa che effettivamente certificasse la notizia ormai ufficiale che cioè l’attentatore di piazza Fontana era un ballerino della Rai!» Valpreda fu poi assolto da tutto. «Certo, ma in quei giorni non ci andavano mica per il sottile. ….E però: come mai i giornalisti, agenzie eccetera, sapevano così tanto dei rapporti fra Valpreda e la Rai e noi in Rai non trovavamo traccia di costui, non avevamo la minima idea di chi fosse? E solo dopo una ricerca affannosissima e lunghissima scoprimmo che un Pietro Valpreda aveva fatto un provino da noi ed era stato scartato. Ma da noi a far provini venivano centinaia di sconosciuti dei quali poi non si sapeva più nulla e di questo invece, un minuto dopo averlo arrestato, la polizia era già in grado di fornire una biografia significativa dove i rapporti del ballerino con la Rai venivano esaltati e documentati addirittura da una foto», E secondo lei dietro c’era la mano di Saragat? «Io non lo so e non ne ho le prove. So che il capo della polizia Vicari andava a giocare a carte tutte le sere al Quirinale. Certi dettagli insignificanti mi hanno sempre impressionato». Bernabei converge con l’intervento di Segre sia nel sostenere che ci fu una pressione sulla Rai (attraverso la montatura sui rapporti fra Valpreda e Rai), sia nell’indicare un rapporto preferenziale fra polizia e Quirinale, sia nella convinzione che Saragat stesse tirando le fila di una operazione che, fra i suoi obiettivi minori, aveva anche quello di imporre una diversa gestione della Rai.

31 – AIG 051/1193 del 1972; negli  atti di Salvini.

32 – ADCPP fascicolo, Note al Ministro 1972, carteggio Via Appia; negli atti di Salvini.

33 -I due precedenti documenti confermano quanto dico a proposito della cosiddetta «Gladio Rossa»: se realmente il Pci avesse avuto a disposizione un’ organizzazione armata di decine di migliaia di persone, non avrebbe avuto nessun bisogno né di ricorrere alle misure indicate nel documento Per la difesa della sede del Comitato centrale, né di ricorre a servizi d’ordine «tutti, per la verità, abbastanza scombinati», come nota una fonte, sotto questo profilo, non sospetta come l’informatore dello Uaarr.

34 – Nel 1972 la Commissione antifascismo della Direzione nazionale, stando alle carte, non avrebbe raccolto segnalazioni e si sarebbe limitata organizzare una serie di convegni storici per il cinquantesimo della marcia su Roma.

35 – AIG 046/ 56 del 1973; negli atti di Salvini.

36 – AIG 046/ 57 del 1973; negli atti di Salvini.

37 – AIG 041/ 1129 del 1973; negli atti di Salvini.

38 – AIG 053/ 725 del 1973; negli atti di Salvini.

39 – AIG-T; negli atti di Salvini.

40 – AIG-T; negli atti di Salvini

41 – E’ interessante notare che la riunione del Comitato centrale durò solo quattro ore, fatto assolutamente senza precedenti nella storia del partito (abitualmente le riunioni duravano fra i due e i quattro giorni). L’inusitata procedura veniva giustificata con l’esigenza di non tenere lontano dalle sedi i segretari provinciali per troppo tempo; ma, considerando che, comunque, nelle federazioni restavano i membri di segreteria non membri del Comitato centrale e che essi sarebbero stati in grado di fronteggiare un eventuale assalto fascista alla sede, tutto questo non può che avere un solo significato: il Pci temeva qualcosa di molto grave, al punto da venir meno alle sue consuetudini più radicate, pur di disporre del proprio apparato in perfetta efficienza di fronte a una simile eventualità.

42 – Proprio in questi termini si era espresso Amendola concludendo il Comitato centrale il 17 marzo 1970, mentre veniva ufficializzata la notizia del golpe: «Il pericolo è quindi sempre presente. Anzi, il solo fatto che si sia incominciato a scoprire qualche cosa potrebbe aumentare la tentazione delle altre parti implicate nel complotto di agire prima che tutta la rete sia scoperta. È un momento, quindi, estremamente delicato». Relazione e conclusioni furono pubblicate dalla casa editrice del partito, Giorgio Amendola, La crisi italiana, Editori Riuniti, Roma, 1970, la citazione è a p. 84.

43 – Ugo Pecchioli, op. cit., p.75.

44 – ADCPP, fascicolo «Calabresi; negli atti di Salvini.

45 – Il documento comparve (ma con le sole iniziali puntate dei nomi) sul Borghese che sostenne anche di aver svolto un’inchiesta che confermava in molti punti le notizie in esso contenute. lo stesso documento venne poi consegnato dal giornalista Giorgio Zicari al giudice Giovanni Tamburrino nel quadro dell’inchiesta sulla Rosa dei Venti e, attraverso questa strada, acquisito dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulla P2 che lo pubblicava nei propri atti. Sfortunatamente la copia giunta alla Commissione (ma forse allo stesso Tamburrino) era priva di una pagina ed esso, perciò, appare incompleto nella raccolta di atti della Commissione. La versione integrale del testo è stata rinvenuta fra i documenti dell’Istituto Gramsci di Roma; negli atti di Salvini.

46 – Ricordiamo, sia pur di sfuggita, che l’autunno 1972 fu il periodo nel quale si sarebbe tessuta la trama del tentativo più oscuro di quella stagione, quello attribuito al finanziere Michele Sindona

47 – Il conte Pietro Loredan era fratello di Alvise Loredan, noto esponente dell’estrema destra (fu lui ad organizzare, nel 1962 a Venezia, l’incontro di Nuovo Ordine Europeo). Ma, a differenza del fratello, Pietro avrebbe avuto opinioni di sinistra, tanto da essere soprannominato il «conte rosso» ed essere ripetutamente indicato nei rapporti di polizia (con una buona dose di fantasia) come il vero capo delle Brigate rosse. In realtà sul conto di Pietro Loredan vi erano moltissimi elementi che facevano fieramente dubitare della sua vocazione di sinistra.

48 – Malagugini era, all’epoca, membro della Corte costituzionale.

49 – Dello stesso parere mi è parso l’attuale presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino che ha riconosciuto in alcune dichiarazioni dell’aprile scorso, che il Pci era probabilmente al corrente di molte più cose di quante non ne abbia denunciate, ma che la sua azione fu condizionata dal pericolo di una guerra civile. Non sembra che tanta correttezza sia stata apprezzata dai dirigenti del suo partito.

50 – È del 1972 la proposta di legge Carettoni (sinistra indipendente) per limitare il divorzio ai soli matrimoni civili, sul modello della legislazione polacca.

51 – Dichiarazione di Berlinguer riportata sull’Unità del 16 febbraio 1969, in occasione del dodicesimo congresso del partito.

52 –  Giorgio Amendola, op. cit. p. 68.

53- Nel 1969, Berlinguer aveva detto: «Se ci battiamo… per l’uscita dalla Nato e una politica di autonomia e di iniziativa, lo facciamo anche per ragioni di politica interna, perché consideriamo indispensabile che l’Italia si liberi di tutte quelle ipoteche e di quei condizionamenti rappresentati dalle posizioni politiche e militari che l’imperialismo americano detiene nel nostro paese, le quali rappresentano una minaccia pesante non solo per la sicurezza e la pace del nostro paese, ma anche per un libero sviluppo della nostra vita interna».

54 – Enrico Berlinguer, Per uscire dalla crisi, per costruire un’Italia nuova, in Antonio Tatò, La questione comunista, Editori Riuniti, Roma, 1975.

55 – Anche qui c’è una singolare coincidenza: secondo Amos Spiazzi, l’Organizzazione di sicurezza che sarebbe stata dietro il caso della «Rosa dei Venti», sarebbe stata sciolta il 14 luglio del 1973, lo stesso giorno del documento della Direzione comunista citata; Amos Spiazzi Di Corteregia, Il mistero della Rosa dei Venti, Edizioni Centro studi Carlo Magno, Funo di Argelato, 1995.

56. Virgilio Ilari, Il contesto delle stragi, 21 settembre 1998, studio preparato per la relazione finale della Commissione stragi. Archivio CPS

57 – Audizione 5 dicembre 1990 cit., p.225.

58 – Audizione 1 luglio 1997, p. 26 del verbale stenografico

 

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