Umanità Nova n40 14 dicembre 2008 Gli anarchici non archiviano di Massimo Ortalli

Può sembrare singolare essere ancora qui a riparlare di quanto è avvenuto ormai quarant’anni fa. Soprattutto perché oggi – il tempo passa – lo facciamo principalmente per quanti dovevano ancora nascere, e per i quali, quindi, quegli avvenimenti potrebbero sembrare appartenenti a un’altra epoca, a un’epoca remota.

Eppure la data del 12 dicembre 1969, la bomba di Piazza Fontana, la morte di Pinelli, il “mostro” Valpreda sbattuto in prima pagina…, tutto questo non ha perso nulla non solo della drammaticità di allora, ma neppure dell’importanza che ebbe, e avrebbe poi avuto, per la storia del nostro paese.

Tale data, infatti, fu un discrimine fra ciò che era stata l’Italia fino a quel giorno, e ciò che sarebbe stato dopo. In pratica una cesura definitiva e senza ritorno fra l’Italia del boom e di una dialettica sociale che aveva, sì, i suoi morti, ma morti comunque riconducibili – non vorrei essere frainteso – a quelle “normali” dinamiche degli scontri di piazza che si conoscevano dai tempi di Crispi, e l’Italia che cominciava ad affrontare una dimensione “post moderna”, nella quale si aprivano spazi di conflittualità fino ad allora, sostanzialmente, sconosciuti.

È stato detto da più parti che il 12 dicembre fu la fine, se mai c’era stata, dell’innocenza, e che da allora lo scontro di classe e la lotta antistatale vennero ad assumere, per il decennio che seguì, caratteristiche completamente nuove. E in sostanza tale lettura mi pare più che legittima. Perché in effetti da quel momento, dopo quella dimostrazione così drammatica del grado di criminalità a cui poteva giungere il potere per affermare il proprio jus governandi, si cominciò a pensare che tutto fosse possibile e che qualsiasi risposta, anche la più radicale, trovasse una giustificazione nell’offesa ricevuta. Lo Stato, con i suoi servi fascisti, aveva dichiarato guerra a chi ne metteva in discussione i postulati, e i movimenti, che stavano oggettivamente cercando di “modernizzare” il paese inseguendo nuove forme di rappresentanza, risposero nei termini che sappiamo.

Ricordo molto bene quei giorni, vissuti in una Bologna plumbea dove si doveva diffidare persino della propria ombra. E di ombre, sotto i portici bolognesi, se ne addensavano tante. Ma poi, inevitabilmente, quel diffidare iniziale non solo di una realtà difficilmente decifrabile ma anche delle fresche certezze che si erano appena formate in tanti compagni come me, si trasformò in breve in una sostanziale diffidenza nei confronti delle verità ufficiali. E non solo di quella “verità” che cercava di addebitare le bombe del 12 dicembre ai mostri anarchici, ma anche di tutte le altre che il potere era abituato a sfornare giorno dopo giorno, e fino ad allora con buoni risultati. Oggi questa diffidenza può sembrare la cosa più ovvia di questo mondo, ma allora non lo era affatto perché il sistema dell’informazione, anche se abbastanza “primitivo” – può sembrare incredibile, ma esisteva un solo canale televisivo – teneva ancora efficacemente banco. E fu allora, soprattutto dopo la grottesca montatura sul “suicidio” di Giuseppe Pinelli, che ebbe inizio quell’attività di controinformazione che avrebbe prodotto il famoso libro La strage di Stato, che fu un po’ la madre di tutta la controinformazione a venire, e che avrebbe poi investito tutti i settori e le realtà di lotta e di intervento.

Quel certosino, capillare, sempre meno sotterraneo e sempre più dirompente lavoro di controinformazione, fece sì che la strage di piazza Fontana si trasformasse in un esplosivo e clamoroso autogol. Un autogol che, almeno nel breve periodo, fu evidente a tutti, non più ai soliti rumorosi contestatori, ma all’intera società. Il tentativo di criminalizzare il movimento anarchico in un primo tempo, e successivamente tutta la magmatica area che lottava contro lo Stato, divenne la criminalizzazione dell’apparato statale e del potere. La “strage è di Stato” non fu più solo lo slogan di una minoranza, agguerrita fin che si vuole ma pur sempre una minoranza, ma fu la definizione più ovvia con la quale tutti, perfino magistrati e politici, indicavano la strage milanese. La consapevolezza dell’intrinseca criminalità del potere era diventata patrimonio collettivo dell’intero paese.

Messo sulla difensiva, come raramente gli era accaduto, lo Stato cercò di reagire. Se andiamo a vedere i tempi, vedremo che gli anni immediatamente successivi al 1969 furono quelli dell’attacco nostro e della difficoltosa difesa sua: una classe politica screditata, le istituzioni e i suoi strumenti di controllo e di repressione infangati, il movimento di opposizione forte di un consenso diffuso anche là dove, per consuetudine, l’impermeabilità al dissenso era sempre stata inossidabile. Ma poi, superata la confusione iniziale, il potere riprese il gioco nelle sue mani, ben determinato a ribaltare la situazione. E per farlo, ancora una volta, non andò affatto per il sottile: quel decennio che nonostante tutto fu – non dobbiamo scordarlo – un decennio di gioia e di liberazione collettiva, vide anche compiersi una strategia che non intendeva lasciare nulla al caso.

E fu così la stagione delle stragi, compiute dai fascisti ammaestrati da Servizi che venivano ipocritamente definiti “deviati”, ma che di deviato non avevano proprio nulla.

E ci furono l’Italicus, e Brescia, Peteano e Reggio Calabria, e il macello di Bologna.

Ma fu anche la stagione che vide, come speculare risposta alla criminalità del potere, l’irrompere della lotta armata e dei suoi apprendisti stregoni sul palcoscenico della lotta di classe, e se il potere non dovette mai pagare il fio (basti guardare le risultanze di tutti, ma proprio tutti, i processi per le stragi di quegli anni), l’aver accettato di misurarsi solo e soltanto sul piano della violenza “istituzionalizzata” portò al suicidio collettivo di un’intera classe di militanti. Un suicidio che, al di là delle tragedie umane individuali e collettive, rappresentò anche la brutale sconfitta di quella “ipotesi di lavoro” autoritaria e verticistica che aveva preteso di rappresentare al suo interno, e solo al suo interno, la comune volontà di ribellione.

Ancora una volta la fregola egemonica della “avanguardia del proletariato militante” si scontrava, e collideva, con il desiderio di liberazione comune a quella generazione. Ancora una volta un elitario progetto di potere, perché tale era quello espresso dalla lotta armata, vanificava fino ad annullare la potenzialità sovversiva delle masse popolari.

Lo scontro sociale, che dopo gli anni dell’entusiasmo e dell’attacco, trovava già difficoltà ad esprimersi nelle fabbriche, nelle scuole e nei luoghi di lavoro, veniva ridotto, e banalizzato, nella spettacolare rappresentazione del conflitto armato.

Fu quello il tranello teso a quella parte della sinistra apparentemente più agguerrita, fu quello lo strumento cardine con il quale lo Stato poté riprendere finalmente, dopo la batosta dei primi anni settanta, la sua funzione: quella della presunta difesa del cittadino e della civile convivenza nel rispetto della legalità e delle sue regole.

Restituendo così ai suoi strumenti repressivi vergognosamente squalificati la dignità di ruolo e di funzione che tornava a legittimarli.

Davvero un bel risultato!

E oggi cosa resta di quella mobilitazione, di quell’impegno civile, sociale e militante grazie al quale si scardinò un progetto repressivo e liberticida? Cosa resta dell’assassinio di Pinelli, che permise di prendere consapevolezza di ciò che stava succedendo? E cosa resta di quella battaglia di libertà condotta anche in nome di Valpreda, che avrebbe poi preso, perché da lì nacque, il nome di garantismo? Verrebbe da dire poco, e verrebbe anche da guardare con sconsolata consapevolezza alla realtà che ci circonda.

Eppure, con l’aiuto dell’ottimismo della ragione, dobbiamo continuare a guardare in avanti e pensare alla straordinaria e inaspettata forza che quel possente movimento di lotta e di opinione seppe esprimere.

Ed è pensando a quella, che continuiamo a ricordare, e a parlare di quei giorni.

Massimo Ortalli

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