Umanità Nova n40 14 dicembre 2008 Gli anarchici non archiviano. Quella sera a Milano era caldo…Il boomerang Pinelli di Paolo Finzi

Il suo assassinio in Questura avrebbe dovuto servire a chiudere il cerchio delle responsabilità anarchiche nella strage di Stato. Ma la sua limpida figura di uomo, di militante anarchico, di ferroviere impegnato nel sindacalismo di base si ritorse contro il Potere. E Giuseppe Pinelli è diventato un simbolo, come Sacco e Vanzetti.

Oggi avrebbe 80 anni: era nato nel popolare quartiere di Porta Ticinese nel 1928. Sarebbe di sicuro un nonno super-affettuoso: le sue adorate bambine sono, da anni, madri. Ma la storia, si sa, non si può mai scrivere al condizionale.

Eppure io ho l’intima convinzione – indimostrabile, certo – che se fosse ancora qui, sarebbe ancora “nel giro”. Sarebbe ancora attivo nel nostro movimento: a fare che cosa, non importa. Trentanove anni sono tanti, e in questi 39 anni quanta gente che pure è stata attiva ed entusiasta, o almeno lo pareva, è scomparsa alla fine nel nulla, si è svaccata, sistemata, allontanata. Quante cose sono successe, quante speranze sono appassite, quante facce sono comparse e scomparse in questi 39 anni!

Ma chi ha conosciuto Pino difficilmente potrebbe immaginarselo diverso da quello che era negli ultimi anni della sua vita – in quegli anni ’60 che, ancor prima del ’68, avevano visto una progressiva crescita del movimento anarchico a Milano. Niente di travolgente, d’accordo. Eppure, accanto ai compagni vecchi e di mezza età – molti dei quali passati attraverso l’esperienza della Resistenza e poi ritrovatisi intorno al giornale “Il Libertario” ed al suo redattore Mario Mantovani – si era affacciata una manciata di giovani, con i quali Pino – di almeno un decennio più vecchio di loro – aveva subito legato.

Lui che, finite le elementari, aveva dovuto andare a lavorare, prima come garzone, poi come magazziniere, aveva però colmato le lacune della mancata istruzione scolastica con la lettura di centinaia e centinaia di libri, ammirevole esempio di autodidatta.

E poi, nel ’44/’45, men che diciottenne, aveva partecipato alla Resistenza come staffetta partigiana, in uno dei vari raggruppamenti anarchici che operarono efficacemente dentro e intorno alla metropoli lombarda.

Poi la Liberazione, l’entusiasmo per la ritrovata libertà, il rapido gonfiarsi delle fila libertarie con l’afflusso di tanti giovani. Tempo qualche anno e l’euforia del dopoguerra è solo un ricordo: il riflusso dell’ondata rivoluzionaria postbellica “sgonfia” il movimento anarchico. Pino è tra i non molti giovani a rimanere, convinto ed attivo.

Nel ’54, vinto un concorso, entra nelle Ferrovie come manovratore. L’anno successivo si sposa con Licia Rognini, incontrata ad un corso di esperanto.

Clima sociale surriscaldato

Nel ’63 si unisce ai giovani anarchici della Gioventù Libertaria, due anni dopo è tra i fondatori del circolo “Sacco e Vanzetti” – finalmente una sede anarchica, dopo che per un decennio i compagni erano “costretti” a chiedere ospitalità ai repubblicani o ad altri. Nel ’68, dopo che lo sfratto costringe alla chiusura il “Sacco e Vanzetti”, il 1° maggio (pochi giorni prima che scoppi il Maggio) si inaugura un nuovo circolo, in piazzale Lugano 31, a pochi metri dal ponte della Ghisolfa.

Il clima sociale è surriscaldato e tale rimarrà anche per tutto l’anno successivo. Al circolo si succedono cicli di conferenze, riunioni di studenti, assemblee. Vi si riuniscono alcuni dei primi comitati unitari di base, i “mitici” CUB che segnarono la prima ondata, in quegli anni, di sindacalismo di azione diretta, al di fuori delle organizzazioni sindacali ufficiali. Pino è tra i promotori della (ri)costituzione della sezione dell’Unione Sindacale Italiana (USI) l’organizzazione di ispirazione sindacalista-rivoluzionaria e libertaria. Il circolo diventa per Pino la sua seconda casa (a volte la prima, si lamenta Licia, che lo vede sempre meno). È lui a promuovere l’organizzazione della biblioteca (e poi, dopo tante arrabbiature, a mettere i lucchetti agli armadi per farla finita con la “scomparsa” dei libri – tutti con la loro copertina nera, tutti schedati ed ordinati).

Alla domenica mattina quando nel circolo si ritrovano i “vecchi” (e qualcuno lo era davvero: 90 anni, e anche di più), Pino c’era quasi sempre: lui che era il più vecchio – con Cesare – tra i giovani, ma certamente un giovane tra quei vecchi spesso attivi prima del fascismo, prima cioè che lui fosse nato.

Rete di solidarietà e controinformazione

Negli ultimi mesi della sua vita, poi, Pino è particolarmente coinvolto dalle attività connesse con gli arresti dei vari anarchici accusati delle bombe esplose il 25 aprile ’69 a Milano, alla Stazione Centrale ed alla Fiera Campionaria. Ai compagni detenuti a San Vittore (saranno poi assolti nel giugno ’71, dopo aver trascorso – alcuni di loro – 26 mesi di carcere) Pinelli assicura l’invio di soldi raccolti tra compagni ed amici, fa arrivare pacchi di cibo, vestiario e libri che lui stesso porta alla portineria del carcere. Nell’ambito della appena costituita Crocenera Anarchica, si impegna nella costruzione di una rete di solidarietà e di controinformazione, che possa servire anche in altri casi simili.

Quando, verso le 7 di sera del 12 dicembre, Calabresi e gli altri dell’ufficio politico piombano nella seconda sede anarchica milanese – in fondo al secondo cortile di via Scaldasole 5, nel cuore del quartiere Ticinese – Pinelli è appena arrivato per lavorare un po’, con un altro compagno, alla sistemazione dei locali, in vista della prossima inaugurazione.

Pinelli viene invitato a seguire i poliziotti in questura, anzi a precederli sul suo motorino. C’era già stato tante volte, in via Fatebenefratelli: conosceva bene le regole del gioco, interrogatori, lusinghe e minacce, richieste di nomi, indirizzi, informazioni. Ma questa volta era diverso.

Tre giorni dopo, il corpo di Pino veniva scaraventato giù dalla finestra di una stanza dell’ufficio politico, al quarto piano della questura. Era la fine di una vita, l’inizio di una tragica farsa politico-giudiziaria. Alla fine della quale, lo Stato è uscito con l’immagine a pezzi. Pino, invece, no.

Il mio Pino.

Termino con qualche ricordo personale. Vidi Pino per la prima volta ad una conferenza alla Casa della Cultura, nel centro di Milano, proprio nei locali in cui lo scorso ottobre lo abbiamo ricordato con un’iniziativa promossa dalla Federazione Anarchica Milanese (Fam), dal Centro Studi Libertari, dalla rivista “A”, dal Centro sociale anarchico dei Malfattori, dall’Unione Sindacale Italiana. Era il marzo 1968 e Pier Carlo Masini presentava il primo volume della sua magistrale Storia degli Anarchici Italiani. Pino era all’ingresso, con altri compagni, a volantinare in vista dell’inaugurazione, il 1° maggio successivo, della nuova sede anarchica nei pressi del Ponte della Ghisolfa: il circolo anarchico, appunto, “Ponte della Ghisolfa”.

Per me sedicenne quel quarantenne con la barbetta era un vecchio, ma subito iniziò a parlarmi e mi colpì per la sua simpatia. Io leggevo Umanità Nova da un annetto e non aspettavo che quell’occasione per prendere contatto con il movimento anarchico. Posso dire che Pino sia stato il primo anarchico in carne e ossa con cui abbia parlato di anarchia.

Cominciai a frequentare i compagni, partecipai all’affollatissima inaugurazione della sede il 1° maggio, detti vita con altri al gruppo anarchico “Carducci” (non che il Giosuè fosse mai stato anarchico, ma era il nome del liceo classico che frequentavo), guardato con simpatia da Pino, entusiasta di vedere in quei mesi (eravamo non a caso nel ’68) il circolo gonfiarsi di giovani entusiasti.

Lui si occupava anche del mondo del lavoro, io bazzicavo gli studenti. Ma c’erano due terreni che ci accomunavano: la passione per i libri e l’anticlericalismo. Lui era il responsabile della biblioteca e del servizio-libreria del Circolo, e svolgeva questo incarico con quella passione, direi quasi con quella venerazione per i libri e la cultura in generale, che appresi poi esser patrimonio delle vecchie generazioni di militanti del movimento operaio (non solo degli anarchici). Tutti i libri venivano ricoperti da una copertina nera, affinché non si rovinassero. E io gli davo una mano.

Dopo il suo assassinio, presi in mano io la responsabilità della biblioteca del Circolo e del servizio-libreria, con grande orgoglio.

Partecipammo poi a numerosi incontri, quasi tutti nella sede del Partito Radicale, per preparare la manifestazione dell’11 febbraio 1969, quarantesimo anniversario dei Patti Lateranensi. Lui rappresentava gli anarchici, io il movimento studentesco del mio liceo, poi c’erano la sinistra liberale, i radicali, l’Associazione per la Libertà Religiosa in Italia (Alri) del prof. Rodelli, e altri ancora. La manifestazione che alla fine realizzammo l’11 febbraio per le vie del centro di Milano (ricordo anche Pietro Valpreda tra i partecipanti) fu molto significativa.

Rividi Pinelli per l’ultima volta in Questura la notte tra il 12 e il 13 dicembre 1969, poche ore dopo la strage di piazza Fontana. Eravamo in tanti, fermati come sospetti dell’attentato, in quello stanzone pieno di fumo. Pino mi sorrise, scambiammo qualche parola. All’indomani pomeriggio, come la grande maggioranza dei fermati, io fui rilasciato.

Lui no: venne trattenuto illegalmente, oltre le 48 ore ammesse dalla legge, e in qualche maniera scaraventato dal quarto piano della Questura milanese.

Paolo Finzi

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