Europeo 2 marzo 1972 Valpreda. Ritratto di un imputato intervista a Guido Calvi di Enzo Magrì

L’uomo che compare davanti ai giudici sotto l’accusa di aver provocato la strage di piazza Fontana ha diviso in due l’opinione pubblica: innocente o colpevole? Cerchiamo di capire chi è veramente quest’uomo, e come due anni di carcere lo hanno trasformato, attraverso un colloquio con l’avvocato che lo ha visitato lungamente in prigione e ne ha raccolto le confidenze

 ROMA, febbraio

Pietro Valpreda è già davanti ai giudici della Corte d’assise. Com’è questo Valpreda? Non parlo di Pietro Valpreda dal punto di vista giudiziario, l’anarchico accusato di strage: di quello, ormai, se dovrà occupare la giustizia. Mi riferisco a Pietro Valpreda uomo. Personaggi così emblematici, e in momenti particolari, come quello che attraversiamo, finiscono, solitamente, per spaccare in due l’opinione pubblica di un paese come il nostro. Per cui c’è chi gli vuole mettere. a tutti i costi, una borsa con il tritolo in una mano e, dall’altra parte, per reazione, c’è chi gli affida una penna perché scriva poesie. Poi, magari, il vero Valpreda non è né l’uno né l’altro. Allora com’è il vero Valpreda? Una ragazza che lo conobbe prima che lo arrestassero per i fatti di piazza Fontana lo descrive così: “Un debole. Un debole per natura, dipendente dagli altri in tutto e per tutto: per un letto, per il cibo e per le sigarette». E conclude: «Sì, insomma, un uomo ricattabile». Un’altra ragazza ha detto, invece, di lui: «Era un idealista, incapace di fare male a una mosca. Un uomo assolutamente retto». Due giudizi contraddittori che possono anche combaciare con la figura di Valpreda nel periodo antecedente alla strage di piazza Fontana. Ma era veramente così Valpreda? E, ammesso che fosse veramente così, è rimasto tale e quale?

Quando Pietro Valpreda si presenta ai giudici della Corte d’assise ha alle spalle settecentottantaquattro giorni di carcere preventivo. Oltre due anni di prigione. Com’era Valpreda quando è entrato nel carcere e com’è adesso? È rimasto lo stesso o c’è stata una trasformazione psicologica? L’unica persona, oggi, in grado di rispondere a questo interrogativo, è l’avvocato Guido Calvi, il legale che, insieme col collega Nicola Lombardi, ha seguito Pietro Valpreda dal novembre 1969, un mese prima dello scoppio della bomba nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, fino a ora. Ed è a lui che ho posto questa domanda.

Avvocato Calvi, chi è, in realtà, psicologicamente, Pietro Valpreda?

Non è certamente un mostro. È un uomo.

Si, certamente, un uomo. Ma che tipo d’uomo, voglio dire.

È il tipo d’uomo che sembra fabbricato apposta perché, nei momenti necessari, gli si possa attribuire una strage.

Non capisco, avvocato Calvi.

Voglio dire che Pietro Valpreda, anarchico, anticonformista, sognatore, con qualche piccolo errore alle spalle, errore certo determinato dal sistema, corrispondeva perfettamente al tipo che nel 1969 qualcuno andava cercando per farne il capro espiatorio di un fatto mostruoso. Di una strage, appunto.

Ma perché proprio Valpreda?

Perché Pietro Valpreda, per un certo tipo di società, era l’ideale. Chi è Valpreda? È un uomo che nasce alla periferia di Milano, da una famiglia modesta. Come molti ragazzi del suo ceto, stenta a trovare un indirizzo per la sua vita.

Studia fino alla terza media in vari istituti religiosi, poi lascia la scuola e diventa cesellatore nella piccola officina di un parente. Sembra affascinato dalla scultura, si iscrive a una scuola d’arte, ma poi lascia tutto e decide di fare il ballerino. È la sua vera vocazione? Chi lo sa. È certo però che più tardi, parlando con Licia Pinelli, la moglie dell’anarchico morto alla questura di Milano, in seguito ai fatti di piazza Fontana, dirà: «Se non fosse stato per questo mestiere, ora sarei un balordo». Il mestiere del ballerino non viene considerato come un ideale di vita da un certo tipo di società. E in effetti neppure i genitori di Pietro Valpreda sono contenti quando lui comincia a frequentare le lezioni di un professionista della Scala. Ma Valpreda scopre nella danza la possibilità, direi fisica, di vivere in una maniera anticonvenzionale. E questo anche perché, ideologicamente, Valpreda ha già trovato un impegno politico: l’anarchia. Quest’idea germina a poco a poco. Prima è il socialismo che gli insegna il nonno materno, quindi i dibattiti e le polemiche nella cooperativa di piazza Segesta, a Milano, infine, l’abbonamento al giornale anarchico Il Libertario. Da qui a Bakunin, a Cafiero, a Malatesta, la strada fu assolutamente breve. Quando Pietro Valpreda comincia ad avere un certo «successo» come ballerino, di anarchia, di anarchia militante, ancora non si parla. Questa, semmai, viene dopo. Quando si stabilisce a Roma, quando entra nel mondo della contestazione studentesca. In quel periodo, Pietro Valpreda è già entrato nella trentina. Ha trentacinque anni. Per ogni altro uomo, quello dei trentacinque anni è un periodo di bilanci. Dei bilanci di una vita. Ma per Pietro Valpreda no. Prolunga una certa adolescenza, prosegue una certa goliardia, che certamente fa strabuzzare gli occhi al borghese che non concepisce altro sistema di vita se non la casa e l’ufficio, la macchina e il week-end. Per Pietro Valpreda, invece, quello è il modello di vita, sia pure ingenuo, diciamolo pure, dell’estrinsecazione dell’ideale dell’anarchia. C’è una frase che salta quasi sempre agli occhi nelle testimonianze allegate alle migliaia di pagine che formano il processo. Un tizio dice: «Incontrai Valpreda il quale mi chiese cinquecento lire per acquistare la benzina». Un altro sostiene: «Andai insieme con Valpreda a mangiare una pizza e lui non aveva soldi e pagai io». Un altro ancora afferma: «Quando lasciai Valpreda lui mi chiese mille lire per andare al cinema». Tutto questo è realmente vero. Valpreda, Pietro Valpreda, a modo suo realizzava un modello di vita che corrispondeva alla sua idea del vivere anarchico. Tutto il contrario, per esempio, di Giuseppe Pinelli che professava la sua anarchia ma con un lavoro stabile, alle ferrovie, una famiglia e dei figli. Ripeto, Pietro Valpreda, fino al giorno prima di finire in carcere, non aveva fatto, o, addirittura, aveva evitato di fare quel che noi, in termini borghesi, chiamiamo bilancio della vita. Probabilmente non aveva avuto neppure il tempo di farlo. Per mancanza di momenti di riflessione. oberato dalle urgenze quotidiane e dalle necessità primarie per la sopravvivenza.

Insomma, avvocato, Valpreda prima dell’arresto era quello che la gente chiamerebbe uno «sbandato».

No, più che sbandato io direi un eterodosso. Un uomo contraddittorio. Come sono contraddittori alcuni suoi gesti. Uno, per esempio: mentre lui conduce questo tipo di vita errabonda, rimane morbosamente legato a certi vincoli e a certi affetti. E ancora, Valpreda è un uomo attorniato da donne, mi riferisco alle parenti, che lo amano e che lui ama. Se si reca a Milano non può fare a meno di andare a trovare la nonna, la zia, la sorella e così via, che lo colmano di affettuosità. Anche adesso, per esempio, scrivendo dal carcere alla sorella racconta tutto, ogni minimo particolare. E vuole sapere tutto. Anche adesso quando queste donne, mamma, sorella, zia, lo vanno a trovare in carcere, lui ridiventa ragazzino. Scompare l’anarchico teorico, ormai ferratissimo da decine e decine di letture, e si lascia andare a sfoghi che sono in carattere con la sua natura contraddittoria. Una volta, per esempio, mi sono trovato davanti a un colloquio tra lui, la madre e la sorella. Abbandonata la compostezza, non appena sono entrate le due donne ha cominciato a dire: «Ah, io non ce la faccio più. Ah, io finirò col morire qua dentro. La malattia è ripresa. Il male mi mangerà vivo, non arriverò neppure al processo». È un atteggiamento comprensibile. Dal punto di vista psicologico, voglio dire. Un’altra sua debolezza, che forse non si lega saldamente al suo ideale di vita anarchica ma che si spiega con la sua natura milanese, è, per esempio, il suo problema della vecchiaia. Una delle prime cose che ha fatto dal carcere, una volta concertata tutta la nostra linea, è stata quella di chiedere la pensione all’istituto di previdenza per gli artisti. Scrisse una lettera, spiegò il perché e il percome, narrò della sua malattia e delle sue vicissitudini. E un funzionario gli ha mandato recentemente i moduli per il versamento volontario dei contributi. In tutto questo, negli affetti e nelle manie, la pulizia, la precisione, l’ordine, le previsioni per la vecchiaia, c’è il solito Valpreda. Il Valpreda prima e durante la detenzione. È un altro tipo del Valpreda che cambia.

Avvocato, lei ha detto che c’è un Valpreda cambiato. In che modo cambia? Come lo ha trovato prima e come lo trova ora?

Valpreda, in carcere, cambia dal punto di vista culturale e da quello politico. Io avevo conosciuto Valpreda, un mese prima dei fatti di Milano, per un processo di rissa. Ma l’avevo visto un paio di volte. La prima volta che conobbi realmente Valpreda fu qui, a Roma, al Palazzo di Giustizia. Era il tardo pomeriggio del diciassette dicembre 1969. Come si ricorderà, Valpreda era stato portato direttamente da Milano a Roma per il riconoscimento. A Roma era arrivato anche Cornelio Rolandi, il tassista, oggi morto, che affermò di aver portato Pietro, o, comunque, uno che assomigliava a lui, da piazza Beccaria fino a via Santa Tecla. La prima cosa che notai in Valpreda, prima ancora del confronto con il tassista, fu un grande spavento nei suoi occhi. E ora, pensandoci a due anni di distanza, credo che in quel momento lui avesse la percezione di essere entrato dentro un meccanismo molto ma molto più grande di lui. Perché Valpreda, in quel momento, era un uomo «rapito». E come un uomo rapito si trovava in un paese non suo. Questa sensazione, che io colsi nei suoi occhi, me la confermò lui più tardi. Comunque, in quei momenti noi non abbiamo avuto tempo per parlarci.

Tutto procedeva secondo una sorta di canovaccio. Arrivo di Rolandi, preparazione del riconoscimento «all’americana», e così via. Dopo queste formalità Valpreda mi dice: «Ma Guido, tu ci capisci qualcosa?». Rispondo: «No. Stai, però, tranquillo. Vedrai. Sono le prime indagini. Poi vedremo». E aggiunsi: «Ma dimmi una cosa: tu dove eri il dodici dicembre?». Allora Valpreda mi spiegò in due parole, grosso modo, quello che ha detto per oltre due anni ai giudici. Mi disse: «Io stavo da mia zia con la febbre, poi sono andato da mia nonna». Insomma, tutto quello che c’è nelle carte processuali.

E poi niente. Poi scatta il meccanismo di «reificazione», di oggettivizzazione di Pietro Valpreda. Quello che era Valpreda Pietro, trentacinque anni, di professione ballerino, nato e residente a Milano, diventa un oggetto, una cosa. Un oggetto in mano alla polizia, un oggetto in mano alla procura, un oggetto in mano all’opinione pubblica.

Com’è, Pietro Valpreda, quando lei lo rivede? com’è dal punto di vista psicologico?

Anzitutto debbo dire che, da quel 17 dicembre in poi, io di Pietro Valpreda non so più niente. Passano moltissimi giorni, credo quaranta, prima che io possa parlare con l’imputato. E al primo incontro non trovo più l’anarchico spaventato. Trovo I’anarchico furioso. Ed era naturale. Pietro Valpreda aveva trascorso quaranta giorni in una cella d’isolamento: solo, senza vedere nessuno, tranne il secondino, una stanza di due metri quadrati senza finestre e con una luce a basso voltaggio.

In queste condizioni, per un uomo ci sono due alternative: o acquistare una saldezza e una coscienza di quello che avviene, oppure diventare matto. Pietro Valpreda aveva sì acquistato coscienza di quello che era successo, ma era furioso contro di noi. Non appena io e l’avvocato Sotgiu siamo entrati nel parlatorio, Valpreda ci investì con un sacco di contumelie. Diceva: «Voi fuori ve ne state fottendo di me. Nessuno fa niente». E così via. Gli spiegai che, proprio in coerenza con le sue idee, avrebbe dovuto capire bene che in uno Stato come quello nel quale viviamo ci sono degli sbarramenti oltre ai quali non si può andare. Gli dissi che c’è un prezzo che ognuno di noi paga per le sue idee. E il prezzo che lui stava cominciando a pagare per le sue erano proprio quei giorni temibili di isolamento. Gli dissi anche che sopra di lui era stata costruita una montatura che, certamente, non poteva essere spazzata né con un colloquio e neppure con una reazione qualsiasi. Gli dissi, infine, che al punto in cui ci si trovava bisognava ricostruire tutta la sua posizione da zero.

Insomma, gli faceste capire che non era un fatta da niente. Che…

Che non c’era nulla da fare.

E Valpreda come reagisce?

Valpreda non ci crede. È convinto che prima o poi le cose si dovranno chiarire. Poi comincia a comprendere. E allora è cominciato il suo periodo di preparazione culturale e anche di presa di coscienza. Sa, uno che è contro il sistema, quando paga con la propria pelle, come sta facendo Pietro Valpreda, non è che spera che «in fondo in fondo, il sistema potrebbe essere migliore di quanto non sia». Spera, come d’altronde ha fatto Valpreda, che le forze antagoniste siano tali da costringere il sistema a fare determinate cose. Lui, invece, da anarchico individualista quale è ancora a quel tempo, reagisce minacciando lo sciopero della fame. Allora per giorni e giorni gli spieghiamo che certe grosse azioni, dove sono coinvolte intere istituzioni, non si possono portare avanti con azioni esemplari, come uno sciopero della fame e così via. Infine si convince e collabora. Si impegna. Prende coscienza e ci aiuta, fino alla fine dell’istruttoria. E dopo la chiusura dell’istruttoria interviene la sua grossa crisi.

Perché Valpreda entra in crisi alla fine dell’istruttoria?

Perché alla fine dell’istruttoria Valpreda vuole subito il processo. Ma la fissazione del processo non arriva. Passano maggio, giugno, luglio, agosto e di processo non se ne parla. In agosto, quel brutto agosto dell’anno 1970, le carceri romane sono un forno. E poi per Valpreda è la prima estate che passa in carcere. Lui che è stato sempre un uomo libero, dentro e fuori, soffre terribilmente. Lui è uno che ama in fondo le cose che amiamo tutti: il bagno al mare, la telefonata all’amico o all’amica, la sosta in pizzeria. E si accorge, per la prima volta nella sua vita, che queste cose non le potrà avere. Allora entra nell’angoscia. S’incupisce. Decide di fare lo sciopero della fame. Torna a fare l’anarchico individualista. Quel tipo di anarchico che letture come quelle di Stirner, Kropotkin, Hegel e cosi via gli avevano fatto rifiutare. Quando lo seppi, tornai immediatamente a Roma. Ce ne volle per tranquillizzarlo e per farlo ragionare.

Avvocato, c’è una cosa che non capisco in Valpreda: come mai lui, un uomo vissuto (nel 1969 aveva trentasette anni), sia stato così ingenuo da accogliere nel suo circolo ex-fascisti e spie.

Questo colpisce lei, me, oppure altri che ragionano secondo determinati schemi mentali: politici, culturali, e così via. Ma non un anarchico. L’anarchia è un movimento libertario anche nella sua struttura. Nessuno che voglia entrare nel movimento anarchico ha l’obbligo di dichiarare il suo passato. Ed è proprio per la genuinità organizzativa di queste strutture che è facile aggirarlo. Inoltre tenga presente che il fascista Merlino e l’informatore della polizia facevano parte di «forze superiori». Merlino faceva da due anni la spia per i fascisti; Andrea, l’agente di polizia, non era mica uno della questura di Caltanissetta. Faceva parte dell’ufficio politico della questura.

Quale è stata, avvocato, la reazione di Valpreda quando ha scoperto che l’Andrea era un poliziotto?

Ebbe una reazione violentissima. Ma non perché avesse tradito I’anarchia, oppure perché l’Andrea avesse potuto dire cose gravi. Ma perché aveva tradito l’amicizia. Mi disse: «Questo disgraziato che si mangiava metà della mia pizza e che andava con le mie stesse ragazze». Tutto qui. Certo questo poteva essere anche un motivo per rinnegare il suo passato, le sue idee, la sua vita. Ma non ha rinnegato niente. È ancora fermo nei suoi ideali.

Un don Chisciotte?

Be’, sì. Un don Chisciotte, senza atteggiamenti donchisciotteschi. Un don Chisciotte che non è più libero e, quindi, con tanta tristezza, malinconia e avvilimento. Egli sa però questo: che in questa battaglia c’è di mezzo la sua vita. Il suo destino.

Ma per il suo destino c’è la giustizia.

Ma lui vuole la verità.

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