Umanità Nova 27 novembre 1971 «Noi accusiamo» Controrequisitoria sulla strage di Stato. intervista a Vincenzo Nardella

Da un incontro con il compagno Nardella, autore del libro «Noi accusiamo», è scaturita questa conversazione

Al nostro tentativo di domanda: «Tu sei l’autore dell’ultimo libro pubblicato sulla strage di Stato…», il compagno Nardella ci interrompe: «Io non sono lo autore di un bel niente. Sul frontespizio del libro c’è sì il mio nome ma ciò si deve ad una legge che coinvolge purtroppo tutta l’industria editoriale così come oggi è. «Il libro in realtà è stato scritto dagli attori della strage di Stato, dai magistrati e dai poliziotti, dalla stampa e da tutti coloro che hanno avuto a che fare con il caso. Il  mio lavoro si è limitato a raccogliere ed unire in un  discorso politicamente logico tutto ciò che gli altri hanno ufficialmente affermato.  Nient’altro»

Quanto tempo ha richiesto questo tuo lavoro di raccolta?

Il  lavoro di raccolta e cernita del materiale è iniziato nel dicembre del 1969.

Subito dopo il 12 dicembre del 1969?

Si, subito dopo lo scoppio delle bombe. Conobbi il compagno Pinelli e sapevo che non sarebbe ma i stato capace di suicidarsi. Conosco anche Pietro Valpreda, lo conosco come compagno, e sapevo che era incapace mentalmente e politicamente di effettuare un attentato. In una riunione del gruppo al quale appartengo, il gruppo «Ugo Fedeli», venne deciso di iniziare la raccolta del materiale per dimostrare che Pinelli era stato assassinato e che Valpreda era innocente. Tale riunione avvenne verso la fine del mese di dicembre 1969.

Di che materiale vi siete serviti per raccogliere la vostra documentazione?

Della normale stampa quotidiana. Vennero letti oltre mille quotidiani e centinaia di periodici.

Trovaste dei dati interessanti in tutto ciò che leggeste?

Si, può sembrare quasi impossibile, ma la dimostrazione che Pinelli non si era suicidato la trovammo proprio negli articoli pubblicati dai quotidiani italiani. La stessa cosa accadde per ciò che riguarda il caso Valpreda. Le prove della falsità della deposizione Rolandi si trovano nei resoconti del giornali.

Scusami, ma mi sembra che in quello che tu affermi ci sia qualcosa che non quadri. Tu ci hai detto che hai iniziato a raccogliere il materiale già nel dicembre 1969, ma la stampa italiana comincia ad accettare la verità sulla strage di Stato, quando l’accetta, soltanto ora.

No. Quello che tu dici è inesatto. Il  Corriere della Sera, e questo per citare uno solo dei casi macroscopici, già il 14 dicembre 1969 pubblicava delle notizie che dimostravano la completa innocenza di Valpreda. Tutti i giornali, giorno dopo giorno, hanno pubblicato un pezzetto di verità. Il  nostro lavoro è consistito nel riunire tutti questi pezzetti sparsi. Sempre il Corriere della Sera, ha continuato inconsciamente a demolire la testimonianza Rolandi dando pubblicità a dei dati che al grosso pubblico dei lettori non potevano dir nulla, ma che a noi invece permettevano di aggiungere un’altra parte mancante alla ricostruzione della verità. E’ stato sempre Il Corriere della Sera a dimostrare come Pinelli non poteva essersi suicidato. Tutto questo è avvenuto in un periodo di tempo che va dal 14 dicembre 1969 all’ottobre dello scorso anno.

Nel tuo libro non tutto è ricavato da notizie tratte dalla stampa. Tu citi sia il decreto di archiviazione del giudice Amati che gli atti del processo istruttorio. Come hai fatto a consultare tali atti e di quale utilità ti è stato?

Rispondo alla prima domanda. Ho avuto l’occasione di leggere il decreto di archiviazione di Amati per un puro caso. Gli atti del processo istruttorio li ho invece letti a Roma. E’ stato un lavoro penoso perché i locali della cancelleria del tribunale di Roma non sono la migliore sala di lettura. Per quanto riguarda la seconda parte della tua domanda, la lettura di tali atti mi e stata di grande utilità. La collusione di certa parte della magistratura con la polizia e con il potere politico viene alla luce leggendo gli atti del processo istruttorio. Senza la conoscenza di essi si possono fare soltanto delle illazioni, anche se fondate.

Abbiamo visto che citi i casi Zanetov, Lemke e Lorenzon-Ventura sotto una luce sconosciuta non solo al lettore comune ma anche ai compagni che si sono interessati alla strage.

Mi dispiace contraddirti. Nel mio libro la trattazione di tali casi si svolge soltanto in maniera logica. Infatti L’Unita, L’Avanti!, Rinascita, Astrolabio, Lo Espresso, Lotta Continua e soprattutto Umanità Nova, hanno pubblicato quasi al completo la verità su tali casi, è accaduto soltanto che ogni giornale ha dato risalto solo ad una parte di verità. Si sarebbe quindi riusciti a ricucire la stessa verità al completo anche senza ricorrere alla lettura degli atti.

Perche nelle prime pagine dici che alcuni del fermati hanno «cantato?».

Te ne spiego il motivo. Agli atti si trova il verbale del compagno Angelo Casile e del compagno Gino Liverani. I due compagni prendono letteralmente a schiaffi il magistrato inquirente. E’ stata la lettura di tali verbali che mi ha impressionato. Ecco, mi son detto, come un rivoluzionario deve comportarsi quando si trova di fronte ad un funzionario del sistema. E’ risultato evidente per me che tutti gli altri che non si comportavano allo stesso modo non si comportavano come perfetti rivoluzionari. Chiedo scusa se qualche compagno si riterrà offeso da queste valutazioni, ma il comportamento dei compagni Casile e Liverani è stato cosi positivo da determinare le valutazioni che mi sono permesso di esprimere.

Come ti saresti comportato tu?

Non lo so. Molto probabilmente mi sarei comportato come gli altri, ma leggendo poi ciò che Casile e Liverani avevano dichiarato avrei imparato a distinguere tra il comportamento di un rivoluzionario e quello di coloro che con la rivoluzione non si sono mai sognati di identificarsi.

Il tuo quindi è soltanto un apprezzamento di correttezza rivoluzionaria?

Non userei parole cosi grosse. Direi che ognuno di noi deve maturare nel suo interno tale correttezza, e che in tale processo va compreso, aiutato, e corretto.

Nelle prime pagine dici che non è da escludere sia stato messo in atto un «ricattino alla droga» nei confronti di Valpreda.

La mia ipotesi si basa su due constatazioni logiche. Dagli atti emerge che la polizia si è servita altre volte della droga per meschini ricatti. Per far questo basta che ti mettano in bocca una sigaretta drogata, per pochi attimi, due o tre boccate. Se esaminiamo la cosa sotto questo punto di vista, dobbiamo convenire che con il 90 per cento di noi può essere messa in atto la stessa provocazione, e partendo da questa si può poi imbastire un ricatto.

La seconda constatazione da fare è che Valpreda venne ricattato dalla polizia con minacce ed offerte durante un periodo di sei mesi. La domanda logica che mi sono posto è stata quindi la seguente: sapendo, come tutti sanno, che Valpreda non è un drogato, sapendo, perche tutti sanno, che Valpreda non è un dinamitardo, come ha fatto la polizia a ricattarlo? Per me e stato logico collegare i provocatori atti contra Valpreda con l’azione di ricatto eseguita ai danni di altri. Al riguardo sono stato molto preciso e parlando del tentato ricatto su Valpreda ho fatto riferimento al reale ricatto esercitato nei confronti di altri. Ricordiamoci infine che al Lemke hanno letteralmente affibbiato 9,6 chilogrammi di hascic. E nessuna persona intelligente si sogna di giudicare il Lemke un drogato soltanto per questo. Tale valutazione la lasciamo fare agli uomini del sistema tanto sappiamo ciò che , valgono e ciò che difendono.

Perche attacchi l’avv. Guido Calvi, difensore di Pietro Valpreda?

No, e sia ben chiaro, non attacco la persona di Guido Calvi, attacco soltanto quella parte revisionista che si serve di Calvi per realizzare una tattica difensiva che fa di Valpreda lo sprovveduto sulla cui testa imbastire mercati a diverso livello. Non c’e bisogno di essere avvocati, di essere cioè dei tecnici, per scoprire che Valpreda deve venir liberato. Ciò che non vogliamo è che tale libertà venga commerciata. Valpreda deve venir liberato ed i responsabili ed complici della strage debbono essere smascherati. Soltanto cosi facendo, senza cioè ricorrere a dei mercati, il discorso sulla emancipazione dei lavoratori potrà venir ripreso lì dove è stato interrotto violentemente dalle bombe del 12 dicembre.

Il tuo è il quarto libro che appare sulla strage di Stato. Puoi dirmi qualche cosa sugli altri libri e sulla particolare posizione che secondo te ognuno di essi occupa nella campagna di controinformazione?

II primo libro apparso, «La strage di Stato», apre un ampio dibattito sul neofascismo italiano e ci permette così di scoprire le forze in grado di organizzare una carneficina al servizio del sistema. L’apparire di tale libro venne avversato e combattuto, strano a dirsi, da due opposti schieramenti. Da una parte i fascisti, i quali si vedevano , messi in berlina con dei precisi dati che sinora nessuno ha mai pensato di smentire. Dall’altra parte alcune persone di sinistra che forse già con l’uscita di tale libro si resero conto che un eventuale barattato silenzio sui reali  responsabili della strage, sarebbe stato tenacemente ostacolato dai movimenti extra-parlamentari.

Il secondo libro, quello della Cederna, riveste un valore particolare. Camilla Cederna ha il pregio notevole di farsi leggere da un largo strato di persone «benpensanti». A tali persane, non raggiungibili dai mezzi di informazione dei movimenti extra-parlamentari, Camilla Cederna fa sapere in maniera chiara che l’amministrazione della giustizia in Italia è una farsa, e che Pinelli è stato ucciso.

Il terzo libro, quello di Sassano, Si rivolge ad un altro importante settore. Sassano parla a coloro che, pur riconoscendosi in una posizione politica di sinistra, appoggiano il governo della DC. Un dato relativamente importante nel libro di Sassano e del quale bisogna tener conto, è che su molti punti Sassano riferisce per sentito dire, e penso in perfetta buona fede, ma ciò gli permette di essere alquanto lacunoso e quindi di mantenere la sua accusa entro limiti polemici accettabili. Tutti e tre i libri sono in ogni caso positivi, poiché ognuno di essi è portatore di una parte di verità e testimonia quindi una esigenza sentita a vari livelli.

Sul mio libro non posso pronunciarmi. Anche esso è largamente lacunoso e non sarà certamente l’ultimo dedicato alla strage di Stato.

Un’ultima domanda. Nella tua presentazione al libro, fai sapere che la pubblicazione venne bloccata dal Comitato politico-giuridico di difesa alla fine dello scorso anno. La pubblicazione in questo particolate momento politico e prima ancora che il processo sia stato fissato, ha una sua giustificazione?

La risposta è alquanto complessa. Ecco una prima giustificazione di carattere direi morale. La strage di Stato è passata sulla testa di tutti i lavoratori italiani, ma chi ha pagato di persona e continua a pagare sono stati gli anarchici. Pinelli è stato ucciso, Valpreda, Emilio Borghese, Mander e Gargamelli sono in carcere da due anni, Bagnoli e Fascetti rischiano da un momento all’altro il carcere, Di Cola è latitante, e tutti questi sono compagni anarchici. Oggi nulla, ma proprio nulla vieta ad un qualsiasi scribacchino-quasi-di-destra, di scrivere le stesse cose riportate nel mio libro. Potrebbe essere un affare commerciale e sarebbe soprattutto un grosso affare politico. Immagina tale libro firmato da Indro Montanelli, e non immaginarlo soltanto perché la cosa è tecnicamente possibile. Il sistema sarebbe felicissimo di essere messo sotto accusa da uno dei suoi uomini. Avrebbe la possibilità di recitare il mea culpa, di fare l’autocritica, e soprattutto di dimostrare che una tale possibilità di autocritica rientra nelle capacita del sistema. I lavoratori e tutti i movimenti di sinistra si ritroverebbero bastonati, beffati e persino compatiti. Di quali grandezze  non si dimostrerebbe capace il sistema?

L’altro pericolo ben più grosso è il modo con il quale si tenta di gestire il processo. Da un lato si comincia a predicare che giustizia sarà resa e il buon Giorgio Bocca, che sino all’altro ieri faceva il quasi-rivoluzionario, sul Giorno del 21 novembre cerca di far credere a quanti sono disposti a farsi menare per il naso, che Cudillo in fondo accusa i fascisti di essere i responsabili della strage. Dall’altro lato si tenta di arrivare alla fissazione della data del processo con un’altra sorpresa per evitare che certi difensori scomodi abbiano il tempo materiale per sviluppare tutta quella somma di lavoro necessaria ad uno svolgimento regolare della fase difensiva. Sembra infatti che sia stato trovato in gran segreto il locale nel quale il processo dovrà tenersi, e che l’ufficio della procura abbia dato inizio ai particolari lavori tecnici di cancelleria per il suo svolgimento, ma è accertato che per mesi si e ripetuto che il locale non c’era, non si trovava, e quindi è pensabile che si aspetterà l’ultimo momento per comunicare che il locale e stato finalmente trovato. Lo si comunicherà quando la procura avrà finito tutto il lavoro tecnico amministrativo, ma gli avvocati difensori non avranno ancora avuto la possibilità materiale di mettersi al lavoro.

E’ per scardinare tutto questo tatticismo, che è politico e che rientra nei piani del sistema, che ritengo sia questo il momento politicamente opportuno per far uscire il libro. Non dobbiamo concedere al sistema un attimo di respiro. Il sistema deve rendersi conto che non è soltanto un determinato movimento politico, non è soltanto una singola persona, che osa interferire nei suoi progetti. Non possiamo per un solo istante permettere che il sistema faccia rientrare la nostra azione nei suoi piani. Non possiamo permettere di essere strumentalizzati nemmeno inconsciamente. Permettere che il sistema arrivi al processo, cosi come ha calcolato di arrivarci, vuol dire dimostrare una completa incapacità di analisi delle regole che gli consentono di superare senza danni la lunga fase processuale.

Illuderci di poter, dopo una tale falsa analisi, dopo una tale rinuncia, distruggere e scardinare le tesi dei Cudillo e degli Occorsio solo in fase processuale, risponde a un pio desiderio. Il processo per le bombe del 25 aprile ci ha insegnato quanto basta  per permetterci un’analisi abbastanza corretta su tale prassi di rinuncia da una parte e di progressiva riconquista delle posizioni perdute dall’altra. Difatti, durante la fase dibattimentale del processo per le bombe del 25 aprile, gli avvocati difensori dei compagni accusati hanno letteralmente ridicolizzato poliziotti, testimoni e magistrati. Malgrado ciò e malgrado si sia giunti a chiedere l’incriminazione di poliziotti e magistrati, non si è strappata l’assoluzione per tutti gli imputati –  eppur processualmente dobbiamo riconoscere validissima ed ammirevole la battaglia condotta dagli avvocati della difesa – questo perché nella fase pre-processuale nulla era stato fatto sul piano politico e su quello della controinformazione per mettere con le spalle al muro magistratura e polizia, per sensibilizzare e mobilitare l’opinione pubblica. Ripetere tale tattica non è incoscienza, è mancanza di responsabilità rivoluzionaria, da qualsiasi parte tale tesi di rinuncia venga espressa

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