A rivista anarchica n4 Maggio 1971 Il prete mafioso. Tre anarchici calabresi colpevoli di essersi opposti al capo-mafia di Africo Nuovo, don Stilo, sono in carcere da sette mesi

Tre compagni anarchici di Africo Nuovo (Reggio Cal.) sono in carcere da sette mesi, colpevoli soltanto di aver risposto alla violenza di un gruppo di mafiosi fascisti con a capo il prete del paese. Il fatto avvenne nel mese di ottobre, quando il gruppo locale denunciava, con dei manifesti rivolti contro l’amministrazione comunale, “gestita” dal fratello del prete, l’abbandono totale del paese, dove l’acqua inquinata provocava malattie nella popolazione. A questo punto l’uomo della “setta nera” reclutava i suoi buoni “cristiani” per far tacere le “incaute” proteste, che i compagni portavano avanti.

I fatti che hanno portato all’arresto dei compagni (Rocco, Bruno e Salvatore Palamara) vengono spiegati nella lettera dello stesso Rocco che pubblichiamo di seguito.

Cari compagni, mi rendo perfettamente conto che i nostri nemici faranno di tutto affinché noi non veniamo presentati all’opinione pubblica come gli avversari della mafia, che il governo combatte a parole e protegge nei fatti. Perciò si vada avanti nella lotta intrapresa facendo più propaganda contro il governo e i mafiosi.

Cari compagni, dopo più di sette mesi dal nostro arresto non sono stati ancora interrogati i testimoni e vi voglio raccontare bene come siamo stati incarcerati.

Il comune di Africo Nuovo (R. C.) è retto da una lista civica agli ordini del prete capo-mafia Stilo: egli è riuscito a salire al comune dopo una campagna elettorale senza comizi né esposizioni dei programmi, bensì “alla mafiosa”. Il circolo Anarchico si ergeva a difesa degli interessi del popolo. Allarmati per alcune malattie che avevano colpito la popolazione, pensammo subito che la causa poteva essere l’acqua, visto che la rete provvisoria è scoperta e soggetta alle intemperie. Affiggemmo un manifesto, chiedendo una visita medica generale e chiamando a scendere in sciopero se non fossero cominciati subito i lavori per la rete idrica (il cui appalto era in mano al fratello del prete, dopo un misterioso trapasso nelle sue mani da una ditta romana.). Durante la notte tutti manifesti furono strappati e il Circolo dato alle fiamme, e nei giorni seguenti diversi giovani furono minacciati qualora avessero continuato a frequentare il Circolo. Così i preti ed i suoi scagnozzi (che l’acqua provvedevano a portarsela da un’altra parte) risposero alle richieste del popolo. Il popolo contribuì alle spese per il ripristino del circolo. Affiggemmo allora un altro manifesto ‘più in alto’. Tra una minaccia e l’altra, continuammo regolarmente a fare riunioni tre volte la settimana, finché una sera bussarono alcuni individui che noi conoscevamo bene come scagnozzi del prete. Erano venuti col chiaro intento di provocarci e minacciarono il ragazzo che era sceso da aprire. Sbarrammo la porta. Gli ospiti fecero dietro front e se ne andarono, manifestando comunque la loro rabbia. Mentre tornavo a casa con altri compagni incontrammo 3 degli scagnozzi, che poco prima erano venuti al circolo; questi, con una scusa qualsiasi, ci provocarono verbalmente per poi passare alle mani, creando così una zuffa che si protrasse finché non arrivò gente a separarsi. Prima loro, poi noi, ci avviamo verso la parte alta della Città, verso le nostre abitazioni. Passammo così vicino alla casa di mio cugino, il quale avendo udito i rumori della zuffa uscì a chiederci cosa era successo e poiché ero arrivato nei pressi della mia casa mi congedati dai compagni e mi avvicinai a mio cugino per raccontare l’accaduto. Ci sedemmo sullo scalino di casa e continuammo a parlare per un po’. Nel frattempo gli scagnozzi erano arrivati ad una piazza nella parte alta del paese dove c’erano alcuni loro ‘compari’ e, raccontandogli l’accaduto, tutti insieme decisero lì per lì di darci una lezione. Fu così che tutti quanti cominciarono a scendere verso casa mia. Il primo si gettò immediatamente su di me. Un secondo arrivò con due pietre e ce ne scagliò contro ma senza ferirci. Un terzo ed ultimo arrivò con la pistola in mano e senza tanti complimenti cominciò a sparare su mio cugino, che cade a terra senza aver avuto il tempo di reagire. L’eco degli spari mi giunse insieme alle grida di mio cugino, che era in balia del feroce scagnozzo che continuava a sparargli cinicamente.

Sconvolto dalla disperazione mi liberai dal mio assalitore e riportandomi verso il centro della strada gridai di non sparare. Il mafioso (che tempo prima sparò svariati colpi di pistola alle gambe di un vecchio) per tutta risposta smise di infierire su mio cugino e sparò contro di me. Era allo scoperto, mi ripresi subito e mi difesi con estrema decisione.

Poi il silenzio della notte fu lacerato dalle grida dei feriti. I due mafiosi fuggirono urlando, ambedue azzoppati e si incontrarono con il grosso dei loro compari, i quali con molto buonsenso si diedero alla fuga. Alle mie spalle si lamentava un ferito che passando si era presa una delle pallottole destinate a me. Si teneva una spalla pensando di essere ferito li, mentre il sangue gli sgorgava dal collo, che una pallottola gli aveva trapassato da parte a parte. Mi lanciai subito verso mio cugino che immerso in una pozza di sangue si lamentava dal dolore. Era stato colpito da tre pallottole alle gambe, mentre un’altra si era piantata nella porta di casa e un’altra aveva rotto uno scalino. Intanto arrivò gente e fermata la emorragia lo portammo all’ospedale. Andai poi a denunciare il fatto alle autorità, mentre gli altri mafiosi si davano alla latitanza e il mafioso ricoverato dichiarò di essere stato azzoppato altrove da ignoti. Dopo qualche tempo il mafioso veniva dimesso dall’ospedale. L’incontrai diverse volte senza battere ciglio. Ma era chiaro che gli “uomini di onore” non mi perdonavano di essere venuti per menare e di essere stati minati. Fu così che un giorno, mentre passeggiavo con alcuni amici, incontrai uno di questi delinquenti che in compagnia del sindaco e di un altro del comune stavano fermi ad un lato della strada intenti a chiacchierare. Facemmo finta di niente, ma quando li sorpassammo mi sentii sparare alle spalle. Fu questione di un attimo; intuendo di essere il bersaglio designato, feci un salto per evitare di essere colpito. Mi avviai verso casa, ma ecco riapparire il delinquente, che pistola in pugno mi taglia la strada. Feci dietro front, presi una traversa e per altre vie raggiunsi la mia abitazione. Si concludeva così il secondo attentato alla mia vita. Denunciai per la seconda volta il fatto alle autorità, ma per alcuni giorni il mafioso continuò a circolare tranquillamente senza che nessuno lo arrestasse. Lo arrestarono infine una notte e con lui anche il secondo feritore della volta precedente, mentre il terzo riusciva a scappare. Ma arrestarono anche me, che avevo fatto la denuncia, e mio cugino, ancora ingessato, e per soprappiù anche mio fratello che non c’entrava proprio niente. Tutti quanti venimmo tradotti in carcere, accusati di rissa aggravata, nonostante che la polizia nelle sue indagini avesse più o meno confermato la mia denuncia. Dopo sette mesi di carcere non hanno ancora interrogati i testimoni e mio fratello e mio cugino hanno già perso un anno di scuola.

Rocco Palamara

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