A rivista anarchica n5 Giugno 1971 Cronache sovversive a cura della Redazione

La Cina è vicina

27 maggio.75 rappresentanti del padronato italiano (confindustriali, uomini d’affari, ecc.) sono stati accolti in Cina con il calore e gli onori riservati ai giocatori di ping pong ed ai capi di Stato amici. La Cina è vicina (ad Agnelli).

La disinvoltura, tutta cinese, della diplomazia maoista (alla faccia della rivoluzione permanente internazionale) si è manifestata in un’altra piccante esibizione. La Cina ha concesso, il 26 maggio, a Ceylon un prestito a lungo termine senza interesse di 10 milioni di sterline. Come i lettori ricorderanno, il governo di Ceylon ha appena finito di schiacciare sanguinosamente, con migliaia di vittime, un tentativo rivoluzionario (focolai di guerriglia resistono ancora nella giungla). Il primo ministro cinese Ciu-en-lai ha accompagnato il prestito con un messaggio al primo ministro di Ceylon, Bandaranaike, in cui si congratula per la sconfitta dei ribelli e dice testualmente: “Siamo lieti che, grazie agli sforzi di Vostra eccellenza e del governo di Ceylon, la situazione caotica, creata da un pugno di persone autodefinitesi “guevaristi” e tra le quali si erano infiltrate spie straniere, è ritornata sotto controllo. Noi concordiamo pienamente con la Vostra corretta politica di difesa della sovranità statale e di vigilanza contro le interferenze straniere”.

Rinasce il Byalag in Svezia

Stoccolma – Negli ultimi mesi si sono costituiti in molti quartieri della capitale svedese i “Byalag” che si richiamano nel nome e nella sostanza alle antiche assemblee popolari e veri organi di democrazia diretta esistenti, una volta, nei paesi scandinavi. Più precisamente il Byalag altro non era e non è che una regolare assemblea popolare in cui tutti i cittadini interessati non solo esprimono il loro parere sui problemi della vita comunitaria ma anche prendono decisioni operative senza mai delegare il potere ad alcuni uomini fissi. Il successo dell’iniziativa di stimolare la rinascita del Byalag è crescente sotto lo stimolo diretto dell’attività di vari gruppi anarchici o che comunque si rifanno alla tematica dell’autogestione e del rifiuto del potere.

Le manifestazioni come sport

Milano – Le manifestazioni di piazza sono diventate uno sfogo di repressi che liberano i propri istinti velleitari tornando a casa con la voce rauca di tanta ira, come dopo un qualsiasi incontro di calcio o altra manifestazione “sportiva”. Quindi lo Stato le autorizza e le fa proprie. Sabato 29 maggio, infatti, al centro di Milano potevano accedere solamente i partecipanti alle quattro manifestazioni regolarmente permesse dalla Questura (e con le modalità che la Questura stessa ha imposto: percorsi, orari, proibizione di armamenti e divise, ecc.), ben conscia che le forze di cui disponeva, erano comunque in grado, bene o male, di controllare ogni azione veramente rivoluzionaria. I cortei si sono mossi nelle zone della città dove erano stati preventivamente fatti fermare i mezzi pubblici e la circolazione privata, per cui le manifestazioni erano chiaramente fini a sé stesse. Dei quattro cortei, uno era fascista (formalmente “anticomunista”), gli altri antifascisti (DC, PSI, PSIUP, PCI, ACLI, Sindacati, Movimento Studentesco, UCI m.l., Lotta continua, Potere Operaio, Manifesto).

In crisi Vittoria quando carica a destra

Milano. Il questore Allitto Bonanno, seguendo il programma governativo di lotta contro “gli opposti estremismi”, ha preso misure per reprimere a Milano le azioni di violenza “da qualunque parte vengano”. Fra l’altro, Allitto Bonanno è fautore dell’impiego su scala massiccia delle forze dell’ordine disponibili, che vengono mobilitate in massa in occasioni di cortei e manifestazioni. Milano ha così celebrato un XXV Aprile e un Primo Maggio sotto stretta sorveglianza. In precedenza, il 17 aprile, la polizia era intervenuta per disperdere le squadre dei teppisti e dei missini scatenate nel centro della città dopo la revoca del permesso accordato alla seconda manifestazione della “maggioranza silenziosa” di Caradonna e De Lorenzo. Nell’occasione, ha fatto di nuovo parlare di sé il vicequestore Luigi Vittoria, già braccio destro di Marcello Guida, il questore che faceva caricare senza preavviso i cortei contro la repressione. Vittoria, indicato anche dalla stampa come uno dei responsabili degli incidenti del 12 dicembre scorso, nei quali fu ucciso lo studente Saltarelli, è sempre stato abituato a “reprimere” da una parte sola, naturalmente quella dei “rossi” e degli studenti. Gli stessi funzionari che lavorano al suo fianco lo dipingono come un uomo “spompato” e “con i nervi a pezzi”. Stranamente, il 17 aprile Vittoria ha improvvisamente ritrovato un super-controllo, è stato preso da una sorta di crisi di coscienza e ha lungamente esitato prima di ordinare le cariche contro quei “ragazzi” con il tricolore. Un’esitazione che ha rasentato i limiti dell’insubordinazione: e proprio di insubordinazione si è esplicitamente parlato in questura, riferendosi a questo caso. Ma Vittoria, per quanto “spompato” e per quanto sia stato protagonista di un’altra nera giornata della polizia, quella del 19 novembre 1969, in cui morì l’agente Annarumma, continua ad essere vice-questore di Milano, e a cingere la fascia tricolore quando vuole.

Resistenza e pubblicità

Torino. Per coincidenza forse curiosa, di certo involontaria, l’Unità del 25 aprile è uscita ospitando, fra l’altro, una pagina pubblicitaria della Montecatini-Edison intitolata “Una società a misura d’uomo”. Anche più singolare un’altra pubblicità, ospitata da La Stampa di Torino, riguardante il settimanale fascista Il Borghese. Quest’ultima non è passata liscia: i redattori della Stampa hanno chiesto che, il giorno dopo, il quotidiano precisasse, in un neretto di prima pagina, la fedeltà della redazione all’antifascismo. Un’assicurazione in questo senso è stata ottenuta dopo alcune ore di discussione, per le quali il quotidiano della FIAT ha perduto parecchie migliaia di copie.

Fascisti a Vercelli

“Se ci tieni alla pelle, ritirati dalla politica…”. Accompagnando l’intimidazione con una pistola puntata, due fascisti hanno fermato il compagno Diego Fassione in corso Libertà (la via principale di Vercelli), la mattina del 20 maggio, in piena folla. Questo episodio è indicativo dell’atmosfera di sistematica ed organizzata violenza fascista che regna da qualche tempo a Vercelli.

Alcuni fascisti scorazzano tutto il giorno per le vie della città in motocicletta. Quando identificano qualche giovane della sinistra extra parlamentare, lo aggrediscono a colpi di catena o di spranga. Quando hanno bisogno d’aiuto telefonano alla sede del MSI dove sono sempre pronti dieci-quindici picchiatori professionisti che si precipitano a dar loro man forte. Fra i fascisti presenti ai pestaggi si sono distinti i fratelli Malinverni, Busnengo, Coldesina e Borrini.

Il 19 maggio sono stati aggrediti nella piazza centrale della città (p.zza Cavour) i giovani anarchici D. Gaviglio e D. Fassione. Il giorno successivo è la volta di un giovane psiuppino, G.F. Jacassi, che è stato ricoverato in ospedale con un bicipite maciullato da un colpo di catena. Tutto questo di giorno e in pieno centro. La polizia (per questo) è inesistente. Il PCI anche. Gli anarchici e gli altri giovani della sinistra extraparlamentare si stanno comunque organizzando in squadre di difesa per rompere l’atmosfera di pesante intimidazione fascista che grava sulla città e mantenere quello spazio politico di manovra che le “autorità repubblicane” ed i partiti “democratici” non sono in grado di (o non vogliono) conservare. La sera stessa dell’aggressione a Jacassi, una trentina di giovani partivano alla ricerca dei fascisti. Il bar Cavour, noto covo di picchiatori, calava prontamente le saracinesche per difendere i suoi avventori missini. Tavolini e sedie venivano sfasciati dai giovani nel non riuscito tentativo di penetrare nel locale. La polizia, questa volta, è stata assai pronta ad intervenire ed a fermare una ventina di antifascisti.

Assolto Mahler (che però rimane in carcere), condannate Schubert e Goergens

Berlino Ovest – Si è concluso in modo vergognoso il processo ai “Tupamaros” Mahler, Schubert e Goergens, accusati di complicità nell’evasione di Andreas Baader (cfr. sul n. 4 di “A” – “Azione politica o criminalità?”). Durante il processo tutte le montature sono miseramente crollate mettendo a nudo le manovre della polizia. Prima della sentenza, contro il Mahler (che è stato assolto grazie anche alla sua fama di brillante avvocato) è stato emesso un mandato di cattura per complicità nell’assalto di banche insieme al Baader. Ingrid Schubert ed Irene Goergens sono state condannate rispettivamente a sei e a quattro anni. La sentenza ha destato molto scalpore ed il pubblico presente in aula, tra cui numerosi anarchici con bandiere rosso-nere si è rifiutato di uscire dall’aula; la polizia è intervenuta con la forza. Anche in Germania la giustizia dei padroni è impegnata a ratificare e a sanzionare giuridicamente la repressione poliziesca contro gli “opposti estremismi” cioè in pratica contro la sinistra extraparlamentare.

Svezia – Aumentano i disertori U.S.A.

Un rapporto pubblicato dalla polizia svedese indica che 600 disertori americani hanno ottenuto un’autorizzazione di soggiorno in Svezia dal 1968 al 1970. Un centinaio di altri sarebbero tornati in U.S.A. rischiando di subirvi il carcere. Una ventina, infine, si sarebbe rifugiato in Canada.

Trieste: quarta denuncia per antimilitarismo

Il 25 maggio un compagno anarchico che distribuiva un volantino antimilitarista firmato dal Gruppo Libertario, dal Collettivo del M.P.L. e da Lotta Continua veniva fermato dai carabinieri di fronte al Cantiere Navalgiuliano di Muggia. I militari della Benemerita chiedevano il nome al compagno, gli sequestravano (illegalmente) i volantini e lo “invitavano” (oralmente) a presentarsi alla Tenenza di Muggia (Trieste). Qui lo interrogavano per più di due ore e poi lo denunciavano in base all’art. 290 del codice penale fascista (vilipendio delle Forze Armate). Le frasi incriminate del volantino sono le seguenti:

“L’ESERCITO FA PARTE DI UNA SOCIETÀ REPRESSIVA IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI (scuole, fabbriche, magistratura, chiesa) il cui compito è quello di produrre individui “rassegnati ad obbedire tutta la vita”, delegando ogni responsabilità e decisione a pochi “padroni del gregge”. Tali individui non pensano neppure di poter influire sulla vita sociale con il loro attivo e personale contributo, ma sono rassegnati ad essere le vittime e gli strumenti nelle mani di pochi sfruttatori.

La gerarchia, la disciplina e l’uniformità rigida ai comandi, caratteristiche essenziali dell’esercito, rendono indispensabili le repressioni di qualsiasi idea critica. In conformità a ciò l’esercito può mantenersi in vita soltanto condizionando le altre strutture sociali, assicurandosi i mezzi di finanziamento e “creando una ideologia” (difesa dell’ordine e degli “interessi superiori della Patria”) che ne giustifichi l’esistenza.

“L’obbedienza pronta, rispettosa ed assoluta che si impone nell’esercito, può giustificare ogni crimine (ieri i campi di sterminio nazisti, oggi i crimini americani nel Vietnam). Scopo di questa obbedienza è quello di aver sempre sottomano una massa di manovra che, al momento opportuno può essere impiegata a fianco della polizia e carabinieri in azioni di repressione interna e di crumiraggio (durante gli scioperi nei trasporti, poste, telecomunicazioni, ecc.)”.

È questa la quarta denuncia per antimilitarismo che colpisce i compagni di Trieste dopo tre perquisizioni. Un mese fa veniva concluso il processo a diversi compagni di Gorizia condannati a vari mesi per aver distribuito un volantino sullo Stato fuorilegge e sul rifiuto del servizio militare.

Lotte alla FIAT di Bari

Da sei mesi l’impero FIAT di Agnelli ha messo radici anche a Bari con uno stabilimento di duemila operai.

Insieme alla FIAT Agnelli ha paracadutato a Bari anche i suoi sindacalisti del SIDA.

A Bari, come in tutti gli stabilimenti FIAT d’Italia, sono iniziate le lotte sulla, sia pure timida, piattaforma sindacale che ha come obiettivi: l’abolizione del cottimo, la diminuzione delle categorie da 5 a 2, l’abolizione del turno di notte e l’aumento di un quarto d’ora dell’orario di mensa (piattaforma che poi i sindacati al tavolo delle trattative con Agnelli si sono rimangiata a poco a poco per non dare troppo fastidio al padrone).

Agnelli ha scatenato la repressione in tutte le sue fabbriche, tramite i fascisti, la polizia, la magistratura, i crumiri, i lecchini e sindacalisti comprati, per fermare le lotte operaie con i licenziamenti, pestaggi davanti ai cancelli, le intimidazioni, le denunce, e gli arresti.

A Torino Agnelli ha licenziato, dopo i tre operai cacciati il 10 maggio, altri 7 operai rivoluzionari, a Roma Agnelli ha fatto picchiare ed arrestare dai fascisti e dalla polizia operai e studenti che stavano facendo i picchetti per lo sciopero davanti ai cancelli d’entrata.

Anche a Bari i crumiri e i lecchini di Agnelli hanno cercato con le provocazioni e con la violenza di sabotare lo sciopero di venerdì 21 maggio. Davanti ai cancelli della fabbrica durante il picchettaggio fatto da operai FIAT, compagni anarchici, e altri gruppi marxisti, i guardiani e i crumiri hanno cercato di rompere il picchetto per fare entrare tutti usando come metodi persuasivi le mazze, le chiavi inglesi, le catene di ferro e i pugni.

Risultato: quattro operai sanguinanti e svenuti all’ospedale e altri compagni feriti.

LO SCIOPERO È RIUSCITO LO STESSO!…

LA REPRESSIONE NON FERMA LE LOTTE DEGLI OPERAI CONTRO LO SFRUTTAMENTO.

Gruppo Anarchico di Bari

I veri sciacalli di Genova

Genova 22 maggio – La tragica vicenda di Milena Sutter ha fornito il pretesto per “spontanee manifestazioni popolari” in favore del ristabilimento della pena di morte. Come già sottolineato sul primo numero della nostra rivista (cfr. “Torino come Chicago”), l’aumento della criminalità, e particolarmente quella a sfondo sessuale, è utilizzato dalla stampa di regime e ancor più spudoratamente da quella fascista, a scopi repressivi, per chiedere maggiore potere per il governo e per la polizia. I maniaci sessuali sono frutto di questa società e la loro perversione non ci fa più paura della libidine di linciaggio degli onesti cittadini.

Chi finanzia a Milano la “maggioranza silenziosa”

Milano. La seconda sfilata della “maggioranza silenziosa”, quella che poi non si è fatta sabato 17 aprile, era stata finanziata con una ventina di milioni provenienti in massima parte dagli industriali Carlo Pesenti (Italcementi) e Giovanni Borghi (Ignis), dal senatore fascista Gastone Nencioni, tesoriere del M.S.I., dall’industriale farmaceutico Guido Bracco, dalla famiglia Isolabella, dall’avvocato Luigi Degli Occhi di “Nuova Repubblica”, dall’avvocato Bruno Jovene, dal notaio Ernesto Fermi, dall’ingegner Giuseppe Biagi e inoltre dal commerciante Piero Bicchi, dall’industriale Ennio Vedani, dal commercialista socialdemocratico Michele Gambitto, dal dirigente dell'”Unione Monarchica Italiana” Guido Pasqualino di Marineo e dalla contessina Elena Manzoni di Chiosca. Questi ultimi sono i fondatori e organizzatori del circolo Ian Palach di via Porta Nuova divenuto sede del “Comitato Anticomunista”. Tra i giornalisti, hanno propagandato l’iniziativa soprattutto Nino Nutrizio direttore della Notte, Vittorio Reali e Bruno Borlandi dello stesso giornale, Edilio Rusconi editore e direttore di Gente, Paolo Occhipinti direttore di Novella 2000, Renato Olivieri direttore di Arianna, Gualtiero Zanetti direttore della Gazzetta dello sport. Tra i politici, hanno aderito e molto probabilmente contribuito finanziariamente i socialdemocratici Vittorio D’Ajello e Italo De Feo, i democristiani De Carolis, Migliori e Melzi d’Eril, il liberale Vitaliano Peduzzi e il missino avvocato Benito Bollati.

Gli amici di Saragat

La “gita sociale” dei veterani fascisti della guerra di Spagna si è conclusa in modo tragico. Nel ripercorrere i luoghi in cui i fascisti spagnoli ed italiani più di trent’anni fa commisero ogni sorta di delitti contro i contadini, gli operai ed i minatori e asturiani, il pullmann che li trasportava, per un guasto, è finito in un burrone. A questi mercenari, al soldo di Franco, caudillo di Spagna per volontà di dio, Hitler e Mussolini, non sono mancate le condoglianze del presidente Saragat, sempre puntuale all’appuntamento con i fascisti.

La “liberalizzazione” dei colonnelli

Forte dell’appoggio che riceve dalle “democrazie” occidentali e dagli U.S.A., il regime di Atene, sentendosi sufficientemente solido, ha deciso da aprile di chiudere i campi di detenzione. Secondo gli ambienti governativi resteranno 500 prigionieri politici nelle celle greche.

Queste misure di “pseudo-liberalizzazione” hanno permesso a Manolis Glezos, anziano deputato dell’estrema sinistra (che aveva strappato la bandiera nazista dall’Acropoli durante l’occupazione tedesca) di beneficiare d’una “libertà provvisoria” di 20 giorni.

Sempre più sanguinosa la repressione in Brasile

Rio De Janeiro. La farsa macabra della dittatura militare brasiliana continua. L’ultima tragica notizia riguarda la morte del giovane Devanir José de Carvalho, uno dei capi del MRT (Movimento Rivoluzionario Tirandentes) che, secondo un comunicato ufficiale, sarebbe morto durante uno scontro con la polizia il 5 aprile 1971. Il comunicato fu diramato il 13 aprile perché ormai la notizia, pubblicata anche in Italia, era arrivata alle agenzie internazionali di stampa. In realtà Devanir de Carvalho fu arrestato dalla polizia politica e trasportato in una località nei pressi di San Paolo dove il famigerato “squadrone della morte” ha installato una specie di campo di concentramento con tutte le apparecchiature più moderne per torturare le vittime, quindi assassinarle e seppellirle, come è capitato a otto giovani rivoluzionari, catturati il 31 marzo: cinque sono stati presi mentre tentavano di porre una bomba nella caserma del Cambucì, due all’aeroporto di Congonhas e un altro nelle vicinanze della caserma del parco Dom Pedro Secondo. La prassi dell'”eliminazione sommaria e silenziosa” che si trasforma, giorni o settimane dopo nei comunicati ufficiali, in “morte durante uno scontro con le forze dell’ordine”, è ormai diventata sistematica. In questo modo sono stati assassinati, tra gli altri:

ANISIO TEIXERA, settantenne, educatore di fama internazionale, arrestato e morto sotto tortura nella villa Militare di Rio de Janeiro. Sette giorni dopo, quando la notizia della sua misteriosa scomparsa si era diffusa per tutto il Paese, provocando proteste da ogni parte, il suo cadavere fu trovato sotto l’ascensore della casa del professor Boarque dov’era atteso il giorno della scomparsa. Nessuno seppe spiegare a) come mai, con i 40° di calore dell’estate di Rio, nessuno avesse avvertito per sette giorni il fetore del cadavere; b) perché le sue scarpe erano state trovate tra le corde dell’ascensore.

ADERVAL ALVES COQUIERO, operaio di 26 anni, rilasciato nel giugno 1970 in cambio della liberazione dell’ambasciatore tedesco, di nuovo arrestato, barbaramente torturato e poi “ucciso in uno scontro a fuoco”. Il cadavere fu mostrato ai fotografi e ai giornalisti dopo essere stato sottoposto a un laborioso “maquillage” per nascondere i segni delle sevizie.

NORBERTO NERINGH, professore dell’Università di San Paolo, torturato e assassinato in carcere e poi trasportato in una camera dell’albergo di San Paolo (dove qualche giorno prima un tossicomane s’era tolto la vita). Diagnosi ufficiale; suicida perché stanco di vivere in clandestinità.

EDUARDO LEITE detto Bacurì, ingegnere, dirigente dell’ALN (Açao Libertadora Nacional), trovato morto per strada mutilato degli occhi, di un orecchio, degli organi genitali e con le unghie strappate. Arrestato nel luglio 1970, sottoposto a torture. Il 24 ottobre, il giorno dopo l’assassinio del giornalista Joaquim Camara Ferreira, i giornali pubblicano la notizia della sua fuga, mentre si trova paralizzato in una cella del DEOPS di San Paolo dove sono rinchiusi altri 70 prigionieri politici. La notte del 27 ottobre viene prelevato dalla cella, e non si hanno più notizie fino all’8 dicembre quando la radio comunica che è stato ucciso, nella zona balneare di San Sebastiano, in uno scontro con la polizia.

Non si hanno più notizie, intanto, di Theodomiro Romero Dos Santos di 19 anni, condannato a morte il 18 marzo scorso dal tribunale militare di Bahia Salvador in base all’accusa non provata di aver ucciso un sergente di polizia. La fucilazione avrebbe dovuto essere eseguita entro trenta giorni, a meno che il presidente della Repubblica non commuti la pena. A due mesi di distanza il presidente non si è ancora pronunciato. Negli ambienti dell’opposizione clandestina alla dittatura si ritiene che una commutazione all’ergastolo non sia improbabile, data la giovane età del condannato. L’annuncio verrebbe dato nel momento più opportuno per sfruttarlo ai fini propagandistici. Franco e il processo di Burgos insegnano.

Arresti in Spagna

La polizia franchista, che senza dubbio non ha digerito i fatti dello scorso dicembre, ha appena arrestato a Bilbao una quarantina di militanti dell’E.T.A. che sono andati a raggiungere in prigione le migliaia di detenuti politici che soffrono (alcuni da molti anni) nelle celle di Franco.

Silenzio di tomba sugli scandali lucani

Matera. Il processo di concentrazione della stampa nelle mani di pochi gruppi capitalistici e il controllo governativo sulla radio e sulla TV rendono sempre più anemica la circolazione di notizie, soprattutto di quelle riguardanti il Meridione. Le autostrade hanno offerto rapidi canali di scorrimento al traffico automobilistico ma non al traffico delle informazioni da queste provincie che rimangono lontane dal resto del Paese. Mezza Basilicata, per esempio, è sotto inchiesta per una colossale speculazione edilizia che investe l’intera classe dirigente; però sui grandi giornali del Nord e del Centro – forse per ossequio verso il più illustre degli uomini politici lucani che siede a capo del governo – di questi scandali non si legge una riga. Non si sa neppure che il vescovo di Matera è stato denunciato per “repressione religiosa”.

Calabresi nei guai?

Il 29 aprile, al processo per l’assassinio di Pinelli, l’avv. Lener, il difensore del querelante Calabresi, ha ricusato il presidente del tribunale Biotti. Ciò significa che Calabresi ritiene il presidente Biotti non idoneo a giudicarlo.

L’atto di ricusazione segue ad una serrata battaglia processuale, a proposito della riesumazione della salma di Pinelli, richiesta dagli avvocati difensori di Baldelli e motivata dalla nullità ed ambiguità della perizia a suo tempo fatta dalla polizia, che in quell’occasione rifiutò la partecipazione di un perito di parte. Lener fece di tutto per impedire che la perizia avesse luogo. Quando tuttavia la richiesta della difesa fu accettata dal tribunale, Lener depositò per ben due volte a distanza di pochi giorni, una stessa memoria con cui si opponeva furiosamente alla perizia, e poco dopo depose lo sconcertante atto di ricusazione che, dobbiamo dire, ha lasciato allibiti un po’ tutti (la ricusazione è un atto rarissimo nella procedura penale). Quali sono i motivi? Tre sono le ipotesi:

1) Calabresi, ha ammazzato Pinelli e sa che una autopsia “regolare” lo smaschererebbe senza speranze. (È chiaro che trascinerebbe con sé tutti complici dell’assassinio.) Tenta il tutto per tutto.

2) Lener, notoriamente grande amico di Biotti, ha ideato con lui questa manovra, per togliere il presidente dall’imbarazzo e dall’impegno di pronunziare una sentenza tanto delicata. In compenso, Lener, avrebbe ottenuto una pausa processuale e potrebbe evitare la riesumazione della salma.

3) La terza ipotesi, quella pubblicata dai giornali, riferisce che Biotti avrebbe confidato a Lener di essere oggetto di pressioni da parte di alti magistrati che vorrebbero una sentenza favorevole a Baldelli.

L’avvocato di Calabresi avrebbe allora tenuto in serbo questo “asso” per servirsene in un momento difficile del processo. Proprio per questo, Lener avrebbe potuto ricusare un giudice che non gli garantirebbe più la necessaria serenità di giudizio.

Primo maggio a Siracusa: tre arresti

Siracusa – Per sottolineare il vero significato rivoluzionario della “festività” ufficiale del primo maggio si è tenuta a Siracusa una manifestazione, con corteo nei quartieri popolari, cui hanno partecipato compagni anarchici provenienti da vari centri dell’isola e militanti di “Lotta Continua”. Il provocatorio intervento delle cosiddette forze dell’ordine contro il pacifico corteo ha portato all’arresto di tre manifestanti, fra i quali un compagno anarchico: il gruppo “Umberto Consiglio” di Siracusa e la “Lega comunista-libertaria” di Catania hanno diffuso un volantino in cui denunciano la gravità dell’intervento poliziesco ed il chiaro carattere intimidatorio nei confronti delle crescenti lotte popolari antiautoritarie.

Primo maggio: non festa ma lotta

I gruppi “Bandiera Nera” e “Neston Machno” di Venezia ed il gruppo “Pino Pinelli” di Treviso hanno organizzato per il 1° Maggio, a Mestre, una manifestazione autonoma per ricordare con la propria partecipazione militante le origini anarchiche e di dura lotta proletaria di quella che è ora diventata una festa, per “merito” particolare del PCI e dei sindacati. Più di un centinaio di compagni si sono trovati con striscioni e bandiere nere alla stazione ferroviaria di Mestre; lì è stato formato il corteo che è sfilato per le vie centrali della città fino a raggiungere Piazza Ferretto, dove si doveva tenere la “celebrazione” ufficiale ed unitaria da parte dei burocrati sindacali e di partito. La presenza autonoma degli anarchici ha destato grande scalpore nella piazza affollata (c’è da sottolineare che nessun’altra organizzazione della sinistra extra-parlamentare aveva pensato di scendere in strada, per cui eravamo soli). La nostra iniziativa non è certo piaciuta alla sinistra parlamentare soprattutto non sono state apprezzate le nostre parole d’ordine troppo combattive e battagliere, mentre i burocrati da loro palco carnevalesco volevano a tutti i costi convincere che il 1° Maggio doveva essere giorno di festa, perché ormai la lotta proletaria era cosa d’altri tempi. Così si è venuti allo scontro che noi non potevamo aspettarci; la stampa locale ha scritto che abbiamo tentato di contrastare la manifestazione sindacale: niente di più falso. In realtà, improvvisamente, il servizio d’ordine del PCI ci è venuto addosso senza nessun motivo se non quello di provocare, mentre un burocrate sbraitava dall’altoparlante che eravamo dei provocatori fascisti. Sono volati pugni, calci, hanno tentato di strappare bandiere e striscioni. La polizia è intervenuta contro di noi: era l’occasione che aspettava e il PCI gliel’ha saputa dare. Comunque siamo riusciti a ritirarci e nessun compagno si è fatto prendere, anche se questo era lo scopo della provocazione. Abbiamo tentato poi di ricomporre il corteo ma ciò ci è stato impedito dai poliziotti che praticamente hanno continuato a fare ciò che il PCI aveva iniziato.

Gruppo “Pino Pinelli” di Treviso

È rinata “L’agitazione del Sud”

Con il numero di maggio ha ripreso le pubblicazioni “L’agitazione del Sud” dopo vari anni di totale silenzio. I compagni dei gruppi aderenti alla Federazione Anarchica Italiana (F.A.I.) di Catania, Siracusa, Reggio Calabria, Bari, Napoli e Palermo, prendendo l’impegno di sostenere la ripresa de “L’agitazione del Sud”, hanno pubblicato una piattaforma programmatica in cui si afferma fra l’altro che “la funzione principale del giornale sarà quella di affiancare “Umanità Nova” nell’opera di divulgazione e di penetrazione delle idee anarchiche nel popolo meridionale. La prospettiva in cui si pone il giornale non è però meridionalistica e quindi particolaristica, ma più semplicemente meridionale ed agitatoria di problemi strettamente locali che presuppongono comunque un continuo riferimento agli obiettivi generali dell’anarchismo, della libertà e della rivoluzione sociale”.

Auguriamo alla risorta “Agitazione del Sud” lunga vita e buon lavoro.

Assemblea G.A.F.

Genova, 9 maggio – Presso la Casa del Popolo di Genova-Pegli si è tenuta l’assemblea trimestrale dei Gruppi Anarchici Federati (G.A.F.). Oltre che di questioni interne ed organizzative, durante l’assemblea è stato discusso un documento, presentato dal gruppo di Genova, sull’Anarco-Sindacalismo, ampi stralci del quale sono stati pubblicati sull’ultimo numero di questa rivista. La relazione dei compagni genovesi è stata seguita da una vivace discussione cui hanno partecipato anche compagni aderenti a gruppi non federati nei G.A.F. Come previsto, dal tema specifico dell’Anarco-sindacalismo la discussione si è estesa fino a comprendere tutti gli aspetti dei rapporti (storici ed attuali) fra movimento operaio ed anarchici, con particolare riguardo alla funzione che gli anarchici debbono esercitare nello scontro sociale in atto, in modo da favorire soluzioni rivoluzionarie libertarie e da ostacolare l’ascesa al potere di una nuova classe tecno-burocratica.

Fascisti e carabinieri alleati

Latina, 6 maggio 1971

Cari Compagni,

Sono un compagno di tendenze anarchiche che lavora come manovale nell’edilizia. Vi chiedo di pubblicare questa mia lettera.

Il 25 aprile c’è stata una manifestazione proclamata da Lotta Continua a Cisterna (Latina) per l’anniversario della sconfitta fascista in Italia. Verso le ore 11 ci siamo mossi per dirigerci verso il quartiere dei baraccati “Sciangai”; dopo 100 metri i soliti fascisti ci hanno aggredito alle spalle (noi eravamo circa 20, loro circa 100). Noi non ci aspettavamo l’aggressione e così ci hanno dato giù. I carabinieri e le guardie municipali li hanno aiutati a menarci. Ho veduto e riconosciuto, una volta che sono stato atterrato, i pantaloni della guardia del comune che mi stava riempiendo di calci. Alla fine ecco due carabinieri che mi prendono e mi portano all’ufficio delle guardie comunali, ma durante il percorso un fascista con la barba fitta e nera voleva aggredirmi, ma un carabiniere glielo ha impedito e lo ha mandato via, dicendomi (il carabiniere) che quello non era che l’inizio. Quando sono entrato nell’ufficio delle guardie comunali è intervenuto un fascista con la maglia blu dicendo rivolto alla guardia del comune dalla carnagione rossastra: “sono parente” e mi ha dato un cazzotto in un occhio. Le guardie non si sono per nulla mosse. Questo fascista è andato via senza essere disturbato. A questo punto ho chiesto gridando di avere un avvocato e loro mi hanno risposto che lo avrei avuto quando sarebbe venuto il capitano. Quando è venuto il capitano dei carabinieri o richiesto l’avvocato e lui mi ha risposto che, come libero cittadino, lo avrei avuto. Ma io ho insistito perché telefonassero subito, come prevede la nuova legge. Vedendo che nessuno si preoccupava di telefonargli ho spiegato chi erano loro: dei fascisti e che non rispettavano la legge del 20-6-1952 art.1 e 2 n.645 (gridando) a questo punto ho ricevuto per risposta immediata calci e pugni e sono caduto dalla sedia dove mi avevano fatto sedere. Io allora ho raccolto il guanto del carabiniere che mi menava e me lo sono messo in tasca per farlo vedere al giudice istruttore e al mio avvocato come prova delle botte ricevute. Dopo mezz’ora il carabiniere si è accorto che io avevo il guanto ed ha chiamato il capitano per farsi restituire il guanto. Io non glielo davo anzi chiedevo ancora l’avvocato. Allora il capitano, i carabinieri, la squadra politica e un civile mi hanno dato calci e pugni finché non sono svenuto quasi. Ho sentito un carabiniere chiedere un secchio d’acqua, ma il capitano, credendo che fingevo, non lo voleva far prendere, ma c’è andato lo stesso. Quando mi sono ripreso ho preso la sedia e gliela ho tirata contro gridando: “È così che avete ucciso Pinelli”. Sempre prendendo botte, alla fine mi hanno legato con una catena alle mani (invece di manette) e mi hanno anche legato i piedi con una cinghia di pantaloni. Quando sono uscito dall’ufficio delle guardie municipali ho gridato ai fascisti che stavano ad aspettare: “evviva l’anarchia, fascisti assassini, evviva la libertà, ecc.”. Dal carcere mi hanno fatto uscire solamente quando i segni dal corpo non c’erano più. Mi hanno dato la libertà provvisoria anche perché altrimenti sarebbe nato uno scandalo.

Intanto, però, i giornali Messaggero e Tempo, nella cronaca di Latina, dicevano cose non vere come accuse fatte da me al presidente della Repubblica.

W la Libertà di tutti lavoratori.

W la Rivoluzione

Giaccherini Gianpaolo

Cecoslovacchia – Vietato il pessimismo

Otomar Krejca è stato appena cacciato dalla direzione del celebre teatro “Za Branon” di Praga, che egli aveva fondato 5 anni prima facendone uno dei più importanti centri teatrali europei. Nessuna spiegazione è stata fornita, ma bisogna notare che Krejca era stato recentemente criticato sulle colonne del “Rude Pravo” (organo del P.C.) per aver introdotto nel teatro le “teorie della disperazione e del pessimismo”.

Il prefetto Mazza batte Vicari ai punti

Milano. Un appoggio occasionale ma non propriamente disinteressato, come quello del capo della polizia Angelo Vicari, ha fatto perdere ai socialisti la battaglia per la sostituzione del prefetto di Milano Libero Mazza, autore dell’ormai famoso “rapporto” sull’estremismo di sinistra a Milano, inviato a Roma qualche giorno dopo l’assassinio di Saverio Saltarelli in via Larga (12 dicembre 1970). La redazione del rapporto fu decisa da Mazza dietro pressione degli ambienti di destra milanesi e per coprire nei limiti del possibile le responsabilità delle forze di polizia (e personalmente del vice-questore Luigi Vittoria) che avevano provocato i primi incidenti in via Torino e successivamente caricato, in via Larga, il Movimento Studentesco, sparando un gran numero di candelotti ad altezza d’uomo e colpendo mortalmente Saltarelli (come è noto, il candelotto che colpì lo studente fu dapprima attribuito a un reparto di carabinieri: successivamente si accertò che era stato sparato da agenti di polizia). Mazza stese il suo “rapporto” nonostante il parere esplicitamente contrario di alcuni dei responsabili dell’ordine pubblico a Milano, i quali non mancarono di farne rilevare, a Roma, l’inattendibilità totale: non solo e non tanto per le cifre e i particolari romanzeschi forniti, quanto perché, dal quadro della situazione offerto da Mazza, si poteva essere indotti a ritenere ormai del tutto impotenti, a Milano, le forze d’ordine pubblico. Il “rapporto” fu così praticamente insabbiato, nonostante alcuni accenni fatti al Parlamento dal senatore fascista Gastone Nencioni, discreti ma sufficienti a confermare la reale paternità del rapporto stesso, che fu poi pubblicato da La Notte e dal Giornale d’Italia alla vigilia della seconda manifestazione della “maggioranza silenziosa”, indetta per il 17 aprile, poi vietata dal questore Ferruccio Allitto in seguito agli attentati fascisti alla sede della federazione socialista in via Lomellina e a una sezione comunista di periferia. La “fuga” del rapporto, il momento e le sedi scelte per renderlo pubblico, e la coincidenza con una settimana durante la quale i fascisti si sono scatenati a Milano con particolare violenza, hanno fatto sì che esso si trasformasse in un boomerang per il suo autore, candidato, un particolare non trascurabile, a prendere il posto di Angelo Vicari a capo della polizia. A questo punto, i socialisti hanno cercato di ottenere la liquidazione del prefetto di Milano, ma hanno trovato l’ostilità di tutta la DC esclusa la corrente di Forze Nuove, dei socialdemocratici e del repubblicano Bucalossi. I comunisti, fiutato il probabile insuccesso della mossa socialista, avevano dichiarato la propria limitata disponibilità fin dalla riunione del Consiglio comunale disturbata da attivisti fascisti durante la quale il PSI presentò un ordine del giorno che chiedeva appunto la sostituzione di Libero Mazza. Dell’argomento, da allora, non si è più parlato se non per smentire, ai primi di maggio, un giornale romano che dava la sostituzione come avvenuta. La futura utilizzazione del prefetto di Milano negli alti gradi dell’esecutivo potrebbe quindi, alla resa dei conti, aver subito un colpo assai meno duro di quel che è apparso in un primo tempo.

La casa è un diritto

Milano, 4 giugno. – Una quarantina di famiglie, provenienti dai centri per sfrattati (cfr. articolo pag.5) e dalle cascine della periferia milanese, hanno occupato uno stabile dell’Istituto Autonomo Case Popolari, ancora in costruzione, in viale Tibaldi. Questa occupazione, appoggiata da anarchici e da militanti di Lotta Continua, è una risposta alle promesse non mantenute del Comune di abbattere i centri per sfrattati e di sistemare in modo più civile i senza-tetto.

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