A rivista anarchica n5 Giugno 1971 Fuori tutti i compagni! Dopo due anni di carcere preventivo. (senza autore)

Alle Assise di Milano una sentenza ambigua che sottintende l’innocenza degli imputati, ne condanna tre, ne assolve tre e li scarcera tutti. Al palazzo di giustizia di Milano, il giorno della sentenza, i carabinieri sono armati di mitra, i poliziotti schierati in ogni angolo e gli agenti della politica sguinzagliati per prevenire la “sommossa”. Il clima è teso, i compagni, numerosi, attendono un verdetto che ci si aspetta duro, senza illusioni. Dopo 12 ore di camera di consiglio (ci meraviglia un tempo tanto lungo per una sentenza scontata) Curatolo legge la sentenza con voce impacciata e impaurita. I compagni ascoltano in silenzio. La tensione accumulata nelle lunghe ore di attesa esplode nel grido “fascisti!”, spontaneo e violento più che mai. La giuria “popolare” (composte in realtà di donnette piccolo e medio-borghesi, avventizie della repressione) si ritira in fretta, quasi scappa inseguita dalle grida del pubblico.

Il processo agli anarchici si chiude, dopo le 38 udienze che hanno visto il crollo lento, continuo e inesorabile dell’istruttoria poliziesca, con la condanna di Angelo Della Savia a 8 anni, Paolo Braschi a 6 anni e 10 mesi, Paolo Faccioli a 3 anni e 6 mesi, l’assoluzione piena per Tito Pulsinelli e l’assoluzione per insufficienza di prove di Norscia e Mazzanti. Tutti i compagni sono stati scarcerati, anche Faccioli, Braschi e Della Savia che hanno superato i termini della carcerazione preventiva e attenderanno perciò il processo d’appello in libertà vigilata.

Si è trattato di un processo fortemente politico, in ogni sua componente, per il taglio che gli imputati hanno voluto dare al dibattimento, per l’attacco che gli avvocati più attivi hanno condotto contro tutta la montatura e per la partecipazione del pubblico che, nell’aula del tribunale, ha identificato lo scontro diretto tra chi detiene il potere e chi lo combatte. Soprattutto perché politica, e solo politica, e stata la sentenza. Una sentenza vile, vergognosa anche per la logica borghese, per il codice Rocco e un tribunale fascista. Una sentenza di colpevolezza precostituita, frantumata dai colpi della difesa, ma che evidentemente non poteva essere di assoluzione. Così, strappando al codice penale ogni articolo, sfruttando ogni paragrafo, ogni minuzia che fosse in qualche modo tecnicamente sostenibile, sono stati racimolati a denti stretti i 18 anni complessivi della sentenza.

I fascisti rei confessi di attentati, con quintali di tritolo sotto il letto e le mitragliatrici nell’armadio, se la cavano in questi casi con una multa (sei mesi in casi disperati).

Contro ogni logica giuridica e razionale, la giuria ha confermato il furto nella cava di Grone (mai avvenuto, come hanno dichiarati i proprietari della cava e per di più tecnicamente insostenibile) che è il nocciolo della sentenza. Il furto deve infatti giustificare i 6 attentati attribuiti ai compagni ma, soprattutto, il possesso di esplosivi da parte di Valpreda.

Il giudizio sulla conclusione del processo ha diversi aspetti: giuridicamente, un processo è un fatto di tecnologia repressiva allo stato puro, come tale non ci interessa. Umanamente, due anni di carcere preventivo (dieci anni complessivi), e una sentenza fascista, sono una sconfitta scontata in partenza. Politicamente questo processo è una vittoria, ha dimostrato in modo altrettanto chiaro l’innocenza dei compagni e la colpevolezza della polizia e del giudice Amati.

Date le premesse, c’era da aspettarsi una sentenza simile. C’era anche da aspettarsi, come avevamo previsto, lo sfacelo della polizia e del famoso giudice.

Vorremmo invitare il giudice Amati a leggersi l’articolo “Sei anarchico, dunque terrorista” pubblicato nel secondo numero di questa rivista prima che iniziasse il processo, e a tenere maggior conto, per l’avvenire, di quel che diciamo. Avevamo allora consigliato al signor Giudice di non servirsi troppo della Zublena, poteva essergli fatale. Non ci ha dato retta ed ora deve ingoiarsi le sue calunnie famigerate passate e presenti, le sue menzogne vendute e comprate. Ora al signor Giudice dobbiamo dire di stare attento che il rospo è grosso e difficilissimo da ingoiare, potrebbe anche soffocarlo. E chissà che la “superteste”, un giorno, non ci racconti come e da chi fu convinta o per così dire “esortata” a dire, scrivere, e sottoscrivere quello che ha detto, scritto e sottoscritto.

La figura del giudice Amati esce da questo processo sotto una luce sinistra. Di Amati si parla poco, ma dietro alle vicende chiare e oscure che legano le bombe dell’aprile ’69 a quelle sui treni e a piazza Fontana, a Pinelli, a Valpreda e alla catena di equivoche istruttorie che a questi fatti criminosi sono legate, c’è, da qualche parte, sempre Amati.

Non dimentichiamo che è stato Amati ad incarcerare i compagni per due anni.

Sempre Amati spiccò il secondo mandato di cattura un’ora e mezza dopo che la procura del Tribunale, nel novembre 1969, aveva ordinato la scarcerazione dei Corradini e di Pulsinelli per mancanza di indizi, adducendo come nuovi elementi di accusa le rivelazioni di una “testimone segreta”. Ancora Amati è uno (di altri non v’è traccia) degli “ignoti” di cui è stata chiesta l’incriminazione per “sottrazione di atti di ufficio”. Sempre lui, quando scoppiarono le bombe romane al palazzo di Giustizia e al Ministero della Pubblica Istruzione, telefonò ai funzionari di Roma che avevano messo le mani sui responsabili fascisti e fece interrompere le indagini dichiarando che i colpevoli erano anarchici milanesi.

Di nuovo Amati è il responsabile del famigerato decreto di archiviazione della istruttoria del giudice Caizzi, nel luglio del 1970, che dava per certi il suicidio di Pinelli e l’innocenza di Calabresi.

Altra prodezza di Amati fu la telefonata che si dice abbia fatto poco dopo l’esplosione di piazza Fontana affermando, senza ombra di dubbi, che si trattava di una bomba anarchica. Il 12 dicembre Pietro Valpreda si trovava a Milano perché era stato convocato proprio quel giorno (semplice coincidenza) dal giudice Amati, che non lo ricevette. Pochi giorni dopo, fu uscendo dallo studio di Amati che Valpreda venne “sequestrato” dalla polizia e tenuto 40 giorni in isolamento e 18 (a tutt’oggi) mesi in carcere.

“Amati è un fascista!” ha gridato Angelo Della Savia in Tribunale, fino ad ora non risulta che qualcuno abbia sporto querela.

La cronaca delle ultime udienze del processo ha registrato fatti nuovi, che hanno trovato spazio e rilievo su tutti i giornali, costretti a scrivere in testa ad ogni articolo “colpo di scena al processo degli anarchici”. In effetti le ultime udienze dibattimentali sono state un continuo colpo di scena, Rosemma Zublena ha continuato ad accusare, ritrattare, confondersi.

Non stiamo a riferire i particolari delle sue dichiarazioni deliranti e il modo con cui gli avvocati difensori e gli stessi imputati le hanno smantellate, è più importante sottolineare come proprio dalle testimonianze della donna sono scaturite le gravissime responsabilità sul comportamento della polizia. La Zublena è stata, in pratica, utilizzata per confermare in ogni particolare le tesi della polizia; di queste tesi lei forniva immancabilmente una testimonianza “esterna”. Non per nulla, ad eccezione del metronotte, è l’unica teste non poliziotto chiamata dall’accusa. Alle rivelazioni del suo burrascoso passato di calunniatrice incallita, alla Zublena è venuto a mancare il compiacente appoggio della giuria, preoccupata di non compromettersi ulteriormente, ed è diventata una figura pietosa, angosciata. Ha tentato, non sappiamo se di sua iniziativa, l’ultima ignobile carta attribuendo a Pinelli la fonte delle sue informazioni. La reazione violenta degli imputati e una ferma deposizione di Licia Pinelli, hanno spazzato via le sue ultime speranze e alla fine di un’udienza tormentosa è sbottata nell’unica frase veritiera: “Io non ho fatto che ripetere quello che sapeva Calabresi”.

È a questo punto che la difesa dichiara di rifiutarsi di interrogare ancora la Zublena perché “non intende servirsi ulteriormente di una teste la cui credibilità è totalmente distrutta”.

Avevamo già detto da mesi che la Zublena era una psicopatica, creatura della polizia. Ma non ci è piaciuto il modo con cui l’accusa, vista cadere la “superteste” ha cercato di disfarsi della poveretta, vomitando su di lei insulti e maledizioni dichiarandola mendace, fabulatrice, indegna. Non ci è piaciuto perché, secondo noi, la Zublena è donna che merita molta più dignità e rispetto da coloro che hanno abusato di lei e di lei si sono serviti per costruire le loro mene reazionarie e assassine.

Pochi giorni dopo il “crollo” della superteste si scopre che uno dei verbali più scottanti dell’istruttoria è sparito dagli atti istruttori. Si tratta di una lunga deposizione resa dalla Zublena a Calabresi, in cui essa dichiara di conoscere i Corradini e gli altri come facenti parte di un gruppo terrorista organizzato a livello internazionale. In pratica il contenuto di questo verbale, di cui la Zublena aveva negato l’esistenza, ripete, per filo e per segno, le tesi della polizia. Viene chiesta allora l’incriminazione di Calabresi per “falso ideologico” e “subornazione” di teste (cioè per aver indotto a dire il falso), della Zublena per falsa testimonianza e di Amati (sotto la voce “ignoti”) per “soppressione di atti”.

La deposizione di Leslie Finer

Ad aumentare l’inquietudine che i “colpi di scena” ormai quotidiani stanno suscitando, viene a deporre da Londra Leslie Finer, redattore dell’Observer (il quotidiano inglese che per primo pubblicò il famoso “rapporto P”) e corrispondente dalla Grecia dal 1957 al 1968 dell’Observer, del Financial Times e della B.B.C.

Finer, dopo aver confermato la piena ed assoluta autenticità del documento, dichiara che i fatti in esso menzionati sono il frutto di una serie di iniziative dei colonnelli greci tendenti a far uscire il regime fascista dall’isolamento politico in cui si trova, coinvolgendo l’Italia. Per questo “si trattava di stabilire una serie di contatti con l’esercito e la polizia italiani, anche attraverso elementi fascisti e dell’estrema destra italiana”. Con chi furono presi questi contatti? Chi fu incaricato di creare la “strategia della tensione?”. Per quanto riguarda la polizia, le risultanze del processo ci suggeriscono alcuni nomi, peraltro di vecchia conoscenza.

Nella deposizione di Finer salta fuori anche la CIA “Papadopulos è agente della CIA dal 1956”. Fascisti greci, CIA, polizia, esercito, una catena terroristica su cui non sussistono dubbi.

I continui colpi di scena, assumono un aspetto inquietante e l’intero apparato borghese (leggi: polizia, stampa, magistratura) diffamatore degli anarchici, piano piano, dopo anni di calunnie, cambia rotta.

I giornali di destra pubblicano sempre più scarni resoconti e affacciano l’ipotesi che, in fondo, molti attentati potrebbero non averli fatti… Tanto più che nel frattempo Freda, Ventura e Trinca (fascisti di Treviso) sono tratti in arresto accusati delle bombe sui treni, nell’agosto 1969, e tutti ricordano la frase di Calabresi in piazza Fontana, poco dopo lo scoppio: “Questo attentato è da ricollegarsi a quelli ai treni, alla Fiera e all’istituto cambi della Stazione”. La prossima volta mangiati la lingua, commissario!

Al giudice Curatolo, in piena crisi, si stampa in faccia un sorriso mozzo, che non lo abbandonerà più per il resto del processo. Il P.M., più svelto, si slancia coraggiosamente al recupero, smantella lui stesso i cardini dell’accusa, attacca la Zublena, smette di suggerire ai testi, parla pochissimo e rimane perlopiù avvoltolato nella toga che gli funge da paravento. Mette le mani avanti dichiarando che, naturalmente, ancora nessuno ha stabilito che i ragazzi sono colpevoli. L’unico che in tanta procella non cambia, è il giudice a latere Danzi, rimane quello di prima. Finito il dibattimento, la requisitoria di Scopelliti, è un miracolo di equilibrio. Il P.M. cammina sulle uova, cerca di salvare capra e cavoli e la sua reputazione (pare che in privato sostenga di esser un progressista…); di tutto il castello delle accuse, gli rimane solo qualche straccio di indizio “Della Savia (in Svizzera) e Braschi (in Italia) riferiscono circostanze ed episodi del tutto “simili” (ma dimentica che i quotidiani in Italia e in Svizzera, avevano pubblicato contemporaneamente le stesse notizie). Questo è tutto quanto gli rimane per salvare qualcosa dell’istruttoria di Amati.

La requisitoria del P.M. Si conclude con un memorabile insulto ai compagni imputati: “Noi sentiamo l’orgoglio di aver meditato le nostre tesi con sofferenza, senza prevenzioni, senza settarismi… La vera libertà civile” è questa la misera conclusione della requisitoria “non è libertà della legge ma libertà nella legge. Giustizia e libertà vivono e muoiono insieme”.

Il volto della Giustizia che emerge da questo processo sono i due anni di carcere dei compagni, la cospirazione criminale nei confronti di Valpreda, la tomba di Pinelli al campo 74 del cimitero di Musocco, sulla cui lapide è scritto cosa è la giustizia borghese.

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