A rivista anarchica n6 Luglio Agosto 1971 Cronache sovversive a cura della Redazione

I cubisti selvaggi

Milano, 6 luglio. I “cubisti” dei depositi Giambellino e Ticinese dell’ATM (Azienda Tranviaria Municipale), hanno prolungato lo sciopero ufficiale (indetto dai Sindacati) con uno sciopero selvaggio, bloccando con picchetti l’uscita delle vetture filoviarie e tranviarie per tutta la giornata. Da Giambellino è uscita una sola vettura su 90, da Ticinese hanno ripreso il servizio 12 tram su 70. I “cubisti” sono militanti dei CUB (Comitati Unitari di Base), un’organizzazione di base extra-sindacale, che alle ultime elezioni delle commissioni interne ha avuto la maggioranza nel deposito Ticinese. I CUB dell’ATM, come i CUB di altre aziende, sorsero, come espressione autonoma dei lavoratori, come alternativa alla sclerosi burocratica delle centrali sindacali, nell’inverno del ’68 ed hanno da allora alternato momenti di sviluppo (in corrispondenza con fasi di lotta) a momenti di stasi o regresso.

Nella primavera del ’69 i CUB dell’ATM e di altre aziende milanesi cercarono anche attraverso la “mediazione” degli anarco-sindacalisti dell’U.S.I.-Bovisa, un collegamento tra le diverse lotte. Il tentativo, per diversi motivi, non riuscì. Da allora una delle carenze principali dei Comitati di Base fu proprio rappresentata dalla mancanza di un collegamento permanente. Su questo vuoto organizzativo e sulla scarsa “presa” dei CUB e delle analoghe iniziative spontanee operaie nelle fasi di “stanca” le centrali sindacali hanno basato il loro parziale recupero dopo l'”autunno caldo”.

Efficienza bellica – Inefficienza ospedaliera

Bracciano. Scuola di artiglieria. Al giuramento degli allievi ufficiali e sottufficiali grande schieramento di mezzi meccanici, cannoni, semoventi, obici, missili. Grande impressione di modernità e di efficienza fra il pubblico dei parenti. Peccato che non si siano potuti accorgere che a 50 metri dal piazzale del giuramento un artigliere colpito da infarto (era appena rientrato da una licenza di convalescenza avuta per lo stesso motivo medico) abbia aspettato a lungo una ambulanza che lo portasse all’ospedale. Per fortuna che alla fine l’autoambulanza è stata trovata.

Santillo a Firenze al posto di Mangano

Firenze. Il questore di Reggio Calabria Emilio Santillo, sempre assente dalla sua sede “per cura” o “per motivi di lavoro” nei giorni caldi delle sommosse reggine, verrà presto trasferito alla questura di Firenze attualmente retta dal dottor Mangano. Così il ministero degli Interni otterrà contemporaneamente due risultati sollecitati da più parti per “ragioni di opportunità”. Allontanerà dalla Calabria un funzionario che, per il modo come condusse l’inchiesta sulla mafia calabrese e, ovviamente, per la “tecnica” con cui affrontò la rivolta, non gode più molte simpatie da quelle parti e, nello stesso tempo, potrà rimuovere il siciliano Mangano molto criticato dalla magistratura locale, si dice, per certi eccessi di “zelo” e certe forme di “disubbidienza”.

Piovono in Sicilia soldi per i fascisti

Palermo. Dopo aver condotto la campagna elettorale su temi moralistico-patriottardi, spendendo una imprecisata ma molto notevole somma di milioni, il M.S.I. si prepara ora a sfruttare il suo rilevante successo, secondo la parola d’ordine “via i traditori della patria, via i democristiani alleati dei comunisti, avanti per un nuovo ordine in Sicilia”. Con questi slogans i fascisti guadagnano consensi non solo tra le file dei qualunquisti, dei senza partito e della “maggioranza silenziosa” ma anche tra sprovveduti sottoproletari e borghesi fino a ieri di sinistra, almeno a parole. A Palermo si sente parlare sempre più spesso, e dalle persone più impensate, di qualcosa “che sta per accadere”. Sono gli stessi discorsi, fatti con lo stesso tono profetico-minatorio, che si ascoltavano a Reggio Calabria un anno fa, tre mesi prima della rovinosa “battaglia” per il capoluogo. Discorsi simili, o anche più espliciti, si fanno nel Trapanese e nell’Agrigentino, dove la legge sulla riforma delle affittanze agrarie e il dissesto dell’economia terriera hanno suscitato ondate di rabbiosa protesta, il più spesso cieca. Di queste intenzioni missine di sollevare la Sicilia, si era già parlato. I voti conquistati il 13 giugno sono però troppi, e troppo preziosi, per sprecarli in una politica meramente agitatoria. Il M.S.I. si avvia perciò ad usare il voto siciliano servendosene come strumento di pressione a Roma. In Sicilia continuerà a fare della facile demagogia, illudendosi che il numero dei diseredati che lo hanno votato possa influenzare, domani, anche le scelte del Nord. Intanto, da Roma, e non solo da Roma, continuano ad arrivare soldi. I fascisti siciliani non ne avevano mai ricevuti tanti come per questa competizione elettorale: e il flusso, anche dopo, non si è arrestato.

Gli arresti della polizia franchista non fermano la ripresa del movimento anarchico spagnolo

Madrid – Si è saputo qualcosa di più preciso sulla identità dei tre compagni catturati e condannati insieme al grande combattente della C.N.T. (Confederacion Nacional de Trabajo – anarcosindacalista) Cipriano Damiano González. Si tratta dei compagni della C.N.T. Hilario García, Alfonso Velazco, e Jesús Hernández.

Cipriano Damiano, che scontò 12 anni di galera dopo la guerra civile, come combattente della C.N.T., riuscì a fuggire di galera insieme con altri due compagni, durante una fuga perfetta organizzata all’interno e all’esterno del carcere. Nel 1967 era rientrato in Spagna clandestinamente. Il suo obiettivo era quello di riannodare le fila dell’organizzazione, dopo le tante perdite degli anni 1958-1966 (detenzioni, torture, esecuzioni di compagni, nonché esilio ed emigrazione di compagni, sia per motivi politici che economici). Il suo lavoro si può dire pienamente riuscito: non solo l’organizzazione libertaria è di nuovo forte in fabbrica, ma essa è penetrata anche nelle scuole medie e nelle università, nonostante la durissima repressione. La C.N.T. è più forte che mai nelle fabbriche, come ha dimostrato nei comitati spontanei e nelle assemblee libere organizzate nelle fabbriche in lotta (Harry Walquer, Pegaso, Maquinista, Faesa etc.); la direzione concreta delle lotte va verso la creazione di un’organizzazione rivoluzionaria operaia. Nelle scuole gli studenti libertari sono sempre più attivi: hanno costretto i franchisti a sloggiare con la forza un folto gruppo di studenti, sospetti di idee libertarie, dalla facoltà di Filosofia e Lettere di Pedralbes (Barcellona), proprio in questi ultimi giorni. Ma questa crescita politica ha avuto il suo sacrificio: la cattura, grazie a una spiata, di Cipriano dei suoi compagni e l’identificazione della tipografia clandestina nella quale Cipriano e i suoi compagni stampavano la rivista clandestina della C.N.T., “Panorama”.

Repressione di sinistra a Ceylon

La situazione dei lavoratori di Ceylon è tipica. Essi si trovano di fronte alle minacce di tutti i governi del mondo. Il messaggio del primo Ministro inglese Edward Heath si è dimostrato pienamente provato dai fatti: Heath aveva dichiarato infatti alle Nazioni Unite che ormai non c’è più alcun punto di attrito fra l’Ovest e l’Est, fra i paesi capitalisti e quelli comunisti. I governi di tutto il mondo hanno infatti il comune interesse a combattere la rivoluzione. Ovunque – ha dichiarato Heath – la discriminante passa fra coloro che credono nello stato e coloro che non vi credono.

La situazione a Ceylon è caratterizzata dal fatto che i giovani lavoratori hanno fatto causa comune con un settore del movimento studentesco. Il governo, abituato all’estremismo puramente verbale delle sinistre, ignorò il fatto che esse cominciassero ad organizzarsi e ad agitarsi. Quando però la polizia politica si accorse che la situazione “era andata oltre limiti tollerabili”, allora operò centinaia di arresti, con la solita scusa di trovare e di “rendere innocui” i pretesi capi della rivolta. Ma, nonostante gli arresti dei presunti capi, la situazione divenne veramente esplosiva e si ebbero occupazioni di terre e di fabbriche ed ingenti sequestri di armi della polizia; infine si sviluppò un forte movimento di guerriglia, che è attualmente molto attivo.

Interessante è il fatto che il governo di Ceylon, guidato dalla signora Bandaranaike, è un tipico “governo di sinistra”, la cui coalizione comprende varie sette di marxisti-leninisti; i comunisti seguaci di Mosca, i maoisti ed anche i trotzkisti. Questi ultimi, in particolare, sono particolarmente potenti, e sono ormai da anni al governo.

Il loro partito è ricco e potente e sostiene anche molti altri partiti e movimenti trotzkisti nel resto del mondo; naturalmente queste forti somme provengono dallo sfruttamento dei lavoratori singalesi, anche se lo sfruttamento viene mascherato dietro falsi slogans progressisti.
I lavoratori, purtroppo, si sono fatti incastrare dalla facile demagogia marxista-leninista, anche perché a Ceylon non vi è alcuna tradizione anarchica; essi si vanno comunque progressivamente chiarendo le idee sulla vera funzione esercitata da coloro che, mentre continuano a parlare di rivoluzione, li sfruttano fino al midollo (leggi dirigenti sedicenti “rivoluzionari”).

Tutte le promesse dei vari partiti marxisti (riforma agraria, aumenti salariali) sono naturalmente andati in fumo, e tutto è rimasto come prima, compresa la polizia politica. Il governo di Ceylon ha giustamente sottolineato il pericolo del diffondersi “di pericolose tendenze anarchiche fra i giovani”. Forte ed entusiasta è infatti l’adesione di parte della gioventù al movimento guerrigliero, che si è venuto qualificando, almeno nei fatti, come un movimento libertario, contrario ad ogni forma di stato e di polizia (altro che “guevaristi”, come li ha definiti la stampa borghese). Il governo di Ceylon ha chiesto aiuto alla Russia, l’America, l’Inghilterra, l’India e il Pakistan, ed anche la Cina ha sconfessato i guerriglieri “estremisti” ed ha fatto un prestito al governo di Ceylon a condizioni estremamente favorevoli. Di fronte al pericolo rivoluzionario, la repressione è sempre internazionale.

San Vittore peggio di S. Quintino

La Compagnia di prosa “La Contemporanea” di Milano aveva offerto lo spettacolo “Aspettando Godot” di Samuel Beckett ai detenuti di San Vittore. Una iniziativa analoga era stata già fatta nel carcere di San Quintino in California; i carcerati ebbero occasione di assistere allo spettacolo e partecipare al dibattito.

La direzione del Carcere di San Vittore ha rifiutato l’offerta perché “non ci sono spazi idonei per ricevere un’opera teatrale”. A parte il fatto che da questa affermazione risulta evidente quanto sia disorganizzato il carcere milanese, quello che ci stupisce è che non si sono mai preoccupati di offrire a tutti i detenuti che hanno avuto la disgrazia di passare da quei locali dei movimenti di vita culturale. Si vuole proprio eliminare qualsiasi possibilità di contatto con il mondo: isolamento fisico e isolamento psicologico, ecco cosa vogliono le autorità carcerarie. Dare la possibilità ai detenuti di assistere a qualsiasi attività culturale può rappresentare evidentemente, un pericolo: meglio offrire il “vuoto”, non si corrono rischi.

Precisazioni del compagno Sartin

New York City, 28 maggio 1971

Cari Compagni,

Leggo nel numero quattro della rivista “A” nella rubrica Cronache Sovversive che L’Adunata dei Refrattari “fu fondata da Max Sartin”. Non mi dispiacerebbe affatto se mi fossi trovato fra gli amici e compagni che ne presero l’iniziativa, ma non c’ero.

L’Adunata dei Refrattari fu fondata nel 1922 dai compagni superstiti alla reazione antianarchica del governo di Wilson, durante e dopo la fine della prima guerra mondiale. Il suo primo redattore fu il compagno Costantino Zonchello, già collaboratore della “Cronaca Sovversiva” e di altre pubblicazioni anarchiche, e poi dell’Adunata stessa fino alla morte avvenuta nel 1967.

Seguo con interesse le vostre attività, cui auguro il massimo successo, e ritengo che non vi dispiacerà sapere che la testata da voi scelta per la rubrica delle “Cronache Sovversive” fu disegnata per il nostro settimanale dal compagno Renato Vidal (un vecchio militante italiano proveniente dal Gargano, ora defunto) autore di altri buoni disegni fra i quali una testata della Cronaca Sovversiva (usata brevemente nell’ultimo scorcio della sua vita in America) e quella dell’Adunata, usata senz’interruzione dal 1930 in poi.

Vi giungano graditi i miei auguri di buon lavoro e i miei saluti cordiali.

Max Sartin

Sulle Brigate Rosse

Sul numero 11 del “Bollettino di Controinformazione Democratica” è apparsa ancora una nota sulle “Brigate Rosse” che riportiamo qui di seguito unitamente ad uno stralcio di un comunicato stampa delle stesse “Brigate Rosse”.

“Milano. A distanza di quattro mesi le Brigate Rosse si sono rifatte vive con un secondo numero del loro “giornale rivoluzionario” in cui vengono ripetuti i pochi e rozzi slogans del primo numero con lo stesso linguaggio e la stessa tracotanza. E ancora una volta vengono indicati obiettivi e metodi di azione individuale estranei non soltanto agli operai riformisti, ma a tutta la classe operaia. (Non a caso a questi super-rivoluzionari sono state mosse critiche molto severe anche da organi della sinistra extra-parlamentari. In questo secondo numero del loro giornale, dopo essersi assunti la paternità di alcuni “colpi” messi a segno a Roma e a Milano, i brigatisti rivolgono la loro attenzione al nostro “velenoso bollettino” attribuendoci le più vituperevoli nefandezze a cominciare da quella di essere “conniventi con gli assassini e gli sfruttatori della classe operaia”. Noi avevamo scritto che i militanti delle Brigate Rosse erano da tempo “filati” da agenti investigativi di polizie private, che l’esempio romano del “22 marzo” di Merlino e soci avrebbe dovuto insegnare qualcosa, che quel tipo di avvertimento praticato e rivendicato da queste formazioni finiva con il produrre effetti oggettivamente provocatori. I fatti hanno confermato puntualmente la diagnosi. Senza contare che due dei componenti lo sparuto gruppo milanese posto sotto accusa erano certamente informatori infiltrati che segnalavano ai loro “datori di lavoro” ogni passo e ogni parola degli altri brigatisti. Una percentuale di inquinamento piuttosto elevata che avrebbe dovuto mettere in guardia i superstiti. Ma l’infantilismo politico e la nevrosi, a chi vive fuori della storia, non consentono neppure di cogliere le lezioni della cronaca”.

Dal canto loro le “Brigate Rosse” a proposito di una serie di attentati contro le fabbriche” Rossari e Varzi” di Trecate (Novara), “Norton Internazionale” di Corsico (Milano) e la “Necchi” di Pavia e contro le caserme di Rieti, l’Aquila, Lamezia Terme e Vibo Valenzia, accompagnati da volantini in cui si inneggia, tra le altre cose, alle Brigate Rosse, hanno emesso un comunicato stampa dove si precisa:

“… I fascisti – esecutori – ed il carabinieri – mandanti – hanno inteso, “firmando” con la sigla della nostra organizzazione, perseguire alcuni obiettivi:

1 – mettere in relazione azioni antiproletarie e fasciste con una organizzazione rivoluzionaria comunista

2 – rendere con ciò odiose e impopolari quelle organizzazioni che hanno scelto la via della AZIONE DIRETTA, della AZIONE PARTIGIANA e della PROPAGANDA ARMATA, svuotando il loro lavoro di ogni senso politico e presentandole come organizzazioni di criminali che perseguono fini contrari agli interessi delle masse popolari.

3 – terrorizzare la sinistra alimentando con “fatti” l’ipotesi che da un po’ di tempo si cerca subdolamente di far circolare che le “BRIGATE ROSSE” siano organizzazioni provocatorie dirette da mestatori fascisti e porci delle varie polizie.

4 – creare un clima di tensione praticando azioni violente terroristiche e gratuite che consentano in nome degli “opposti estremismi” di colpire la sinistra rivoluzionaria e più in generale la classe operaia.

5 – preparare il terreno ad una più vasta provocazione che si intenderebbe impiantare in qualche fabbrica, addebitandola alla sinistra, e perché no… alle Brigate Rosse.

Lettera dall’Argentina

Buenos Aires – Solo nelle ultime settimane è venuto alla luce l’ultimo delitto della repressione militare contro un militante libertario. Aldo Leonardo, combattente sindacalista di Rosario (Santa Fe), catturato in febbraio dalla polizia del regime militare di Levingston, è stato ucciso dopo essere stato selvaggiamente torturato. Le torture andavano ad aggiungersi alle bastonature subite negli anni recenti in occasione di diversi arresti sotto il regime militare di Ongania prima e di Levingston poi. Detenuto in carcere, in condizioni di salute già precarie, continuava ad occuparsi delle sue ricerche storiche, filosofiche e letterarie. Infine l’ultima tortura e la morte che è avvenuta il 25 febbraio all’ospedale Argerich. Il delitto è stato tenuto a lungo nascosto ma infine l’azione della coraggiosa compagna del morto, che, tramite un avvocato di sinistra, il dr. Arturo Mathov, ha denunciato e querelato la polizia platense, ha fatto scoppiare lo scandalo. L’autopsia medica, decisa dalla magistratura, ha dato il seguente risultato: morte per lesioni cerebrali causate da forti colpi inferti al defunto. Dopodiché anche la rivista ASÍ e il quotidiano LA PRENSA hanno cominciato ad occuparsi dello scandalo. Il delitto ha contribuito non poco a schierare l’opinione pubblica contro la repressione di Levingston e Uriburu (figlio) e a dare incremento alla durezza delle lotte operaie di Córdoba e Rosario, e gli scioperi contadini del centro-nord. Le scritte sui muri, in ricordo di Aldo Leonardo e contro i suoi assassini, sono numerosissime, così i cortei studenteschi nella capitale e nelle province. La deposizione di Levingston da parte di Lanusse e l’assunzione del governo da parte di quest’ultimo, nonché le “avances” fatte da questo incallito antiperonista direttamente al generale Juan Domingo Perón, (ex-dittatore demagogo) per un accordo che tolga mordente alle lotte delle centrali sindacali (ben diverse, come combattività dai sindacati italiani) contro la dittatura militare, sono stati sviluppati da una situazione nella quale, a parte lo scandalo di portata nazionale dell’assassinio di Aldo Leonardo, numerose vittime (due operai e un contadino uccisi in sparatorie di piazza, almeno una decina di feriti, circa cento arrestati, alcuni dei quali torturati) sono stati compagni nostri. Logicamente la situazione particolare Argentina (dittatura militare più o meno dura a seconda di chi esce vincitore, temporaneamente, dalle lotte tra i “milicos” grande organizzazione sindacale che gestisce le lotte in senso rivoluzionario) porta alla necessità di scegliere alleanze e sceglierle bene, lasciando le critiche, anche se necessarie, a momenti di stasi delle lotte. Nelle ultime lotte i libertari erano a fianco dei comunisti e socialisti, e perfino alcuni radicali e peronisti si sono schierati coi lavoratori non più solo a parole (un loro giovane è rimasto ferito a Córdoba). E la lotta procede bene. Il solo fatto che il nuovo generalissimo, Lanusse, per stare al potere sia costretto a pesanti tentativi di accordo politico e sia stato obbligato a ridare almeno una parvenza di libertà formali (ma la censura militare sulla posta sospetta resta; ecco quindi perché questa mia lettera vi arriverà a mano, portata da un compagno che viene in Italia) ha portato alcune conseguenze.

Fra queste la riapparizione della nostra antichissima rivista “La Protesta” (c/o Héctor A. Chiarelli, Déan Funes 424, Buenos Aires, R.A.), la continuazione, pur fra mille difficoltà poliziesche (sequestri continui, persecuzioni, minacce ai compagni etc), di “Acción Libertaria”, ormai arrivata al trentasettesimo anno consecutivo e al numero 210. Inoltre ha potuto riprendere, e con maggiore slancio, l’attività editoriale dei compagni operai della Unión Socialista Libertaria di Rosario, che, intitolata “Cuadernillos de divulgación y polémica” è giunta al numero due del 1971 (indirizzo: Mitre 747, Rosario). Purtroppo “Acción Libertaria” è stata sfrattata dal vecchio palazzo di Humberto I.

Fascisti e comunisti uniti nello sfruttamento

Barcellona. È stata costituita la prima società commerciale sovietica-spagnola “SOVISPAN S.S.” avente come oggetto la pesca al largo delle Canarie.

La società sovietica Sorbidflot impiegherà il 50% del capitale, il restante sarà versato da due società spagnole.

Si apre una nuova era nella fraterna collaborazione tra Russia e Spagna.

Da molti anni le due nazioni intrattengono relazioni commerciali; oggi siamo agli investimenti comuni.

Procura: chi è e chi non è di turno

Milano. Il sostituto procuratore Guido Viola, di turno la sera in cui fu ucciso Saverio Saltarelli, il 12 dicembre 1970, da allora, in cinque mesi, ha ricoperto il turno una sola volta. Com’è noto, Viola procedette nelle indagini con la serietà che il caso richiedeva, tanto che fu poi sostituito con un collega, il dottor Pomarici. Il sostituto procuratore di turno il 29 maggio, una giornata di notevole tensione per il contemporaneo svolgersi di quattro manifestazioni una delle quali fascista (la “maggioranza silenziosa”) era Giovanni Caizzi, l’archiviatore del caso Pinelli.

Il centralismo democratico del Manifesto

Il gruppo milanese de “Il Manifesto” sembra abbia disaccordi piuttosto profondi nel suo interno.

Nella sede di corso S. Gottardo 3, che è anche sede della redazione milanese dell’omonimo giornale, dallo scorso mese di maggio, sono iniziati aperti contrasti (probabilmente covavano da tempo) fra i “teorici” e il “gruppo di base”, quest’ultimo formato da operai delle fabbriche della zona, in particolare della OM.

Nel corso delle assemblee il “gruppo di base”, in diverse istanze presentate, aveva più volte messo in minoranza i “teorici” e questo evidentemente dava loro non poco fastidio (va bene la democrazia diretta, ma ora si esagera…, potremmo commentare!).

Ai primi di giugno una delegazione del “gruppo di base” si incontrava a Roma con i massimi dirigenti, fra i quali uno che siede in parlamento (Pintor?).

Non conosciamo i motivi dei disaccordi ed i temi dei colloqui romani, comunque è più che significativo il fatto che i dirigenti romani del Manifesto siano arrivati al punto di minacciare la chiusura della sede di Milano, se non si fossero in seguito rispettate le volontà dei “teorici”.

Obiettori politici

Mercoledì 30 giugno, è stato processato per la seconda volta, presso il Tribunale militare di Torino, l’obiettore di coscienza Gianfranco Truddaiu di Vigevano.

Gianfranco Truddaiu era stato processato per la prima volta il 22 agosto dello scorso anno presso il Tribunale militare di Padova, dove aveva presentato una obiezione di carattere religioso, subendo una condanna a quattro mesi di reclusione senza il beneficio della sospensione condizionale; la stessa pena gli è stata inflitta dal Tribunale militare di Torino per la sua seconda obiezione.

Truddaiu ha presentato questa sua ultima obiezione non più da solo, ma assieme ad altri sette compagni, i quali, con questa azione, hanno – per la prima volta in Italia – presentato una motivazione collettiva di carattere politico.

In questi giorni era presente a Torino Mario Pizzola di Sulmona, il quale fa parte di quel gruppo di obiettori che si è fatto volutamente arrestare lo stesso giorno del processo a Truddaiu, leggendo, davanti alla sede di un giornale cittadino, di fronte a numerose persone, una lettera di solidarietà sia con gli obiettori di coscienza, sia con tutti i detenuti politici.

Precedentemente era stato arrestato anche Neno Negrini dello stesso gruppo.

Pizzola e Negrini erano renitente alla leva dal 6 febbraio, cioè dal giorno in cui avrebbero dovuto presentarsi al CAR di Cuneo. Rifiutandosi con altri sei compagni (due rimasti ancora liberi) avevano dato vita alla prima obiezione di gruppo motivata politicamente.

Una delle affermazioni principali, contenuta nella dichiarazione comune, è che “l’esercito non serve per difendere la patria da ipotetici nemici esterni ma è uno strumento nelle mani della classe capitalistica dominante che lo utilizza per fini di polizia interna e per salvaguardare il sistema dall’avanzata del movimento operaio e popolare”.

Durante questi quattro mesi Negrini, Pizzola ed altri compagni avevano svolto un intenso lavoro (dibattiti, incontri, manifestazioni) per diffondere sempre di più la loro iniziativa.

I due obiettori rimasti ancora liberi (Franco Suriano e Giuseppe Amari) invitano tutti i compagni perché si impegnino ad allargare la lotta anche nei confronti dell’esercito che di fatto è uno dei pilastri del sistema.

Scarcerati i neonazisti di Treviso

Treviso, 13 luglio. Sono stati scarcerati i neo-nazisti Freda e Ventura. I due, con il loro camerata Trinco (scarcerato qualche settimana fa), erano stati arrestati il 10 aprile ed accusati di una serie di attentati commessi nella primavera-estate del ’69, tra cui quelli noti come “le bombe ai treni” dell’agosto ’69. Come si ricorderà (cfr. “A” 5), tali attentati, attribuiti contro ogni ragionevolezza, agli anarchici, iniziarono la catena delle provocazioni culminate con la “strage di stato” di piazza Fontana (Milano, 12 dicembre ’69).

La libertà provvisoria concessa al trio di Treviso (che probabilmente prelude al loro proscioglimento per insufficienza di prove o a qualche altra forma di insabbiamento) segue di pochi giorni la stupefacente conclusione del processo Juliano, finito a “tarallucci e vino”, con assoluzione di tutti (commissari e fascisti padovani), tranne una figura minore di attentatore.

I lettori ricorderanno che il processo Juliano ha visto coinvolti un gruppo di fascisti attentatori (sempre primavera ’69) e un commissario di P.S. che all’ultimo momento ha rinunciato a dire quello che sapeva in cambio di un preteso velo sui suoi “disinvolti” metodi polizieschi.

I becchini ufficiali cercano faticosamente, instancabilmente, “inutilmente” di seppellire la verità sulla strage. Ma la verità non è quel cadavere che credono poliziotti e magistrati. La verità non si lascia seppellire.

Servire il popolo” alleato del Corriere della Sera

Da: “Servire il popolo” (Organo Unione Comitati Italiani Marxisti Leninisti, del 24 aprile 1971.)

“… Pensate alla strage fascista di due anni fa a Milano. Tutti conoscono i nomi delle organizzazioni fasciste che hanno operato dietro a quella strage; molti personaggi legati ad essa siedono tranquillamente in Parlamento e anche al Governo. In carcere c’è un ballerino drogato, un ricattato probabilmente, che forse era anche materialmente e fisicamente incapace di compiere il grave attentato“.

Sembra la prosa uscita dalla penna di Giorgio Zicari o di qualsiasi altra prostituta della penna venduta alla stampa padronale, invece si tratta dei controrivoluzionari dell’Unione (M.L.). Questi signori dopo il 12 dicembre diffusero dei manifesti in cui si rendevano colpevoli di accusare gli anarchici definendoli “assassini e avventurieri”. Accomunandosi in ciò ai reazionari di tutte le risme, che avevano montato la campagna di linciaggio e il clima da progrom contro gli anarchici.

Oggi, a distanza di due anni, continuano imperterriti nell’uso sistematico della calunnia e della diffamazione – perfettamente consono al loro status di stalinisti cerebrali – contro un compagno che è vittima di una delle più grosse montature poliziesche della storia italiana, contro un compagno che pur rischiando l’ergastolo rimane fedele ai principi della rivoluzione sociale. Gli stalinisti della U.C.I. definendolo “drogato” osano quello che neppure il giudice Cudillo ha fatto: la diffamazione e la calunnia.

Questi controrivoluzionari che pretendono di essere “l’avanguardia del proletariato” – con quel “forse” si fanno scavalcare dai giornalisti borghesi e riformisti che ormai, quasi apertamente, riconoscono l’innocenza di Valpreda.

Ancora una volta gli stalinisti li ritroviamo a fianco della reazione e sempre pronti a colpirci.

Università di pubblica sicurezza

Milano, Città Studi. Dopo lo sgombero dei baraccati di via Tibaldi la facoltà di Architettura, descritta dalla stampa come un covo di sovversivi e drogati, è stata letteralmente occupata dalla polizia per una settimana. Per maggior “sicurezza” la polizia è stata messa dappertutto, imboscata sotto ogni albero di Città Studi.

Nel frattempo a Fisica, il preside coglie l’occasione per rispondere agli studenti che da tre mesi occupano la Facoltà per ottenere i gruppi di studio: chiama la polizia (peraltro già presente) che sgombra la Facoltà.

La polizia è scatenata: un’assemblea alla facoltà di Matematica viene violentemente interrotta, gli studenti che pacificamente stanno uscendo con le braccia alzate, sono caricati dagli uomini del Vice Questore Vittoria che da alcuni giorni si aggira bieco e paonazzo come sempre alla ricerca di qualcosa da caricare. Diversi compagni vengono fermati senza alcun motivo.

Intanto tre ispettori mandati dall’alto controllano ad Architettura lo svolgimento dell’attività didattica. Le loro deduzioni, chiaramente impartite a priori, portano al blocco degli esami e l’intero consiglio di Facoltà viene messo sotto accusa.

Giovedì I° luglio viene indetta un’assemblea alla Facoltà di Fisica, presidiata dalla polizia. Gli studenti si radunano per tenere lo stesso l’assemblea su un marciapiedi di fronte all’ingresso. Il Vice Questore Vittoria, sbraitando, ordina agli agenti di disperdere gli studenti. Poliziotti e carabinieri, caricati psicologicamente da ore di attesa sui camion, si sfogano ululando contro studenti, studentesse e semplici passanti: ad un ignaro cittadino viene rotto un braccio, molti studenti e professori escono dalla mischia sanguinanti. Questa serie di violenze e provocazioni non avviene, evidentemente, a caso. Si tratta di una operazione quasi militare che ha per obiettivo il controllo di Città Studi. Mentre il giornale va in macchina la polizia continua a occupare la zona con gran spiegamento di forze, per dimostrare la sua potenza.

Bergamo: cacciati per due anni da tutte le scuole

Due compagni dell’istituto per geometri “G. Quarenghi” sono stati espulsi per due anni da tutte le scuole e un terzo compagno escluso dalla sessione estiva degli scrutini. Gli studenti si sarebbero resi colpevoli di aver distribuito un opuscolo dal titolo “TIRA ANCORA”, fuori dalla scuola, con l’aggravante di averlo letto e di condividerne i contenuti. Il preside Luigi Viola, la sua spalla vicepreside Rosa Maria Maccarrone e il collegio dei professori hanno addotto a giustifica del provvedimento dei “capi di incriminazione” talmente assurdi, che a dispetto della gravità della situazione, han suscitato letteralmente le risa di alcuni legali, peraltro progressisti, che han voluto verificare il riscontro fra le righe dell’opuscolo; ma ecco i suddetti “capi di incriminazione”: 1) Oltraggio alla figura del preside Viola, in merito a un articolo sullo sfruttamento minorile dove si alludeva in via del tutto vaga (senza specificazione alcuna di nomi o circostanze) nonché ipotetica (il periodo ha inizio con un “immaginatevi…”) ai trascorsi non troppo puliti di “un piccolo rispettabile delinquente di provincia” che, fallita disastrosamente la propria carriera di imprenditore, finisce a fare il preside: nonostante la forma del tutto vaga e ipotetica la realtà, anche se trascorsa da qualche annetto, è cosa che non si può cancellare, specie laddove sia suscettibile di prova, e la reazione “isterica” (così è stata definita a livello cittadino) delle autorità scolastiche in causa è in parte spiegabile col fatto, che il preside Viola abbia visto comporsi, nelle righe “incriminate”, il proprio ritratto completo di nome, cognome e indirizzo. 2) Oltraggio alla figura del presidente Saragat, per il semplice motivo che veniva citato, senza la benché minima ombra di commento, uno stralcio del discorso augurale di inizio-anno alla TV, dove il bene amato presidente della repubblica italiana invitava gli studenti “a chinarsi sui libri”. 3) Oltraggio a quella corporazione meglio identificata con la denominazione “Collegio dei Geometri” in quanto si faceva menzione di una procedura penale intentata tempo fa contro lo stesso collegio e, peraltro, riportata a suo tempo da tutta la stampa.

Questa farsa non riscontrava gradimento fra gli studenti, i quali si rendevano conto subito che simile manovra repressiva di palese marca fascista era stata concertata per colpire al di là dei due compagni dell’istituto-geometri (che erano stati fra gli elementi politicamente più attivi durante tutto il corso dell’anno scolastico) l’intero movimento degli studenti di Bergamo. Il preside, il collegio dei professori, le autorità scolastiche (fra cui l’ex-compagno Masini, oggi vice provveditore agli studi, squallida figura di socialdemocratico (cercavano, sfruttando il fatto che mancava ormai meno di una settimana alla chiusura dell’anno scolastico, di eliminare tutti gli individui più coscienti al fine di stroncare, in vista del prossimo anno, ogni possibilità di ripresa delle lotte all’interno delle scuole. Compresi gli scopi del largo piano repressivo, gli studenti si mobilitavano, rispondendo tempestivamente alla provocazione. Durante l’arco della settimana comprendente i tre ultimi giorni di scuola mettevano in atto una serie di azioni di protesta sotto forma di propaganda, serrata temporanea dei cancelli dell’istituto-geometri, picchettaggi e interruzioni delle lezioni in quattro scuole cittadine nel corso di una stessa mattinata. L’azione di risposta antirepressiva è culminata mercoledì 9 giugno, ultimo giorno di scuola, quando i compagni, alla testa di un corteo di circa 200 studenti, confluiti da tutti gli istituti cittadini nel piazzale antistante l’istituto-geometri, occupavano gli uffici e l’auditorium del provveditorato agli studi, nonostante le ripetute minacce di carica poliziesca intimate dai funzionari dell’ufficio politico della questura, vice-questore in prima fila, con relativa fascia tricolore e squadra di carabinieri. Sebbene consapevoli che il padronato e i suoi servi hanno mezzi notevolmente più efficaci per la diffusione di notizie false e tendenziose, gli occupanti trasformavano l’aula dell’auditorium in un centro di controinformazione e di collegamento delle varie situazioni di lotta che nello stesso periodo si sviluppavano a livello provinciale e regionale in settori diversi ma contro il medesimo piano duramente repressivo della borghesia. Così collegando la specifica situazione di lotta in merito ai compagni espulsi alla situazione di lotta generale, gli occupanti informavano studenti, operai e opinione pubblica in genere sullo sviluppo degli eventi, suscitando un vivo interessamento sia da parte di esponenti sindacali e di partito, sia da parte di sinceri rivoluzionari e progressisti. D’altra parte l’azione a livello giuridico procedeva con la presentazione al provveditore dei ricorsi legali da parte dei compagni espulsi, che venivano però nuovamente respinti dal collegio degli insegnanti che, a quanto è dato sapere, si schieravano a falange attorno al preside e si complimentavano con lui per il “bel colpo” inflitto a dei sovversivi che avevano osato, rinnegando i loro amorevoli insegnamenti, disconoscere la sacralità della proprietà privata (discorso sostenuto da più di un professore) e che, negli interrogatori terzo-grado presospensione, richiesti di un parere esatto sui padroni, si erano permessi di dire, inamovibilmente insistendo contro ogni invito minaccioso o bonario a contraddirsi, che “i padroni sono tutti criminali”. La vicenda non è ancora conclusa, anche se sono passati ormai tre settimane dal suo inizio. Tutti noi siamo impegnati in ogni iniziativa politica in cui si intravveda la possibilità di porre a termine positivamente la questione: a tal fine ci teniamo in stretta collaborazione coi compagni che se ne occupano sotto il profilo giuridico e riconfermiamo la nostra precisa volontà di collegare questo momento di lotta con tutte le situazioni che realmente sono riconducibili ad esso: le lotte delle fabbriche bergamasche (attualmente ben 4 sono occupate dagli operai che si oppongono ai licenziamenti e alle sospensioni) e dei quartieri, per il diritto alla casa e all’istruzione.

Gruppo Anarchico di Bergamo

È morto il tassista bugiardo

Milano, 16 luglio. Al momento di andare in macchina apprendiamo che è morto il tassista Cornelio Rolandi, il “supertestimone” dell’accusa contro Valpreda. Il Rolandi, unico traballante sostegno della montatura contro l’anarchico Valpreda, sarebbe stato facilmente demolito in un pubblico dibattimento. Sarebbe stato ridicolizzato come l’altro “supertestimone” anti-anarchico, la pazza Zublena del processo a Braschi, Pulsinelli ecc. Lo stesso Rolandi s’era lasciato sfuggire di fronte a testimoni che in questura gli avevano mostrato la fotografia di Valpreda dicendogli che era quello che doveva riconoscere. La sua morte giova, dunque, all’accusa (tanto più che il P.M. Occorsio – preveggente! – s’era già premurato di ufficializzare la sua testimonianza). Pare che il Rolandi sia morto di infarto. I difensori di Valpreda hanno chiesto l’autopsia. Dopo il portinaio di Padova del processo Juliano (“caduto” dalle scale), dopo l’anarchico Giuseppe Pinelli (“caduto” dal quarto piano della questura), questo è il terzo morto collegato all’inchiesta per le bombe fasciste del ’69. Pare d’essere nell’America dell’inchiesta per l’assassinio di Kennedy (16 testimoni morti per “malattia” o “disgrazia”)…

La Redazione

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