A rivista anarchica n8 Novembre 1971 La strage continua “Suicidato” anche l’avvocato Ambrosini

La notizia che l’avv. Vittorio Ambrosini “si è precipitato” dal 7° piano della clinica Gemelli di Roma, mercoledì 20 ottobre, compare sui giornali quattro giorni dopo.

Dalla “Strage di Stato” leggiamo che: “Achille Stuani, un ex deputato comunista, verso il 20 maggio ha incontrato a Milano un suo vecchio amico al quale ha confidato di conoscere la chiave per risolvere il mistero degli attentati del 12 dicembre. Mentre parlava, Stuani ha lasciato intravedere una cartella di documenti che teneva chiusa in una borsa. Opportunamente contattato, si è limitato a ripetere il racconto rendendolo però più scarno di particolari e dicendo di essersi liberato dei documenti.

Achille Stuani dice di aver ricevuto, subito dopo gli attentati, le confidenze di un vecchio amico, l’avvocato Vittorio Ambrosini, fratello dell’ex presidente della Corte Costituzionale Gaspare Ambrosini. L’avvocato, che oggi ha 76 anni, durante il regime è stato fascista ma per certe sue intemperanze era finito al confino dove aveva conosciuto Stuani, militante comunista. In cosa consistono queste confidenze? Stuani dice che Ambrosini ha partecipato, la sera di mercoledì 10 dicembre 1969 ad una riunione nella sede romana di Ordine Nuovo dove, presente un deputato del MSI, era stata presa la decisione di “andare a Milano a buttare per aria tutto”. Alla persona che doveva recarsi a Milano per portare il messaggio, venne affidato del denaro: tre pacchi di biglietti di grosso taglio più un assegno. Questa persona era partita la sera stessa con il direttissimo Roma-Milano delle 23,40. L’avvocato Ambrosini, secondo il racconto di Stuani, si era reso conto del significato della riunione solo due giorni dopo, quando seppe della strage. Fu colto da shock e ricoverato in clinica, da dove era appena uscito dopo un soggiorno di qualche mese dovuto ad un incidente. Dalla clinica l’avvocato Ambrosini ha scritto una lettera al ministro degli Interni Restivo, suo amico, per comunicargli di essere in possesso di notizie importanti circa gli attentati. La lettera è stata affidata ad Achille Stuani che l’ha consegnata al segretario particolare di Restivo la mattina del 15 gennaio 1970″.

Sollecitato da uno dei difensori degli anarchici, Cudillo dichiara che non può interrogare Ambrosini perché introvabile. I compagni, invece, lo trovano subito nella clinica di un noto medico fascista e comunicano l’indirizzo a Cudillo. Interrogato, Ambrosini nega confusamente tutto, Stuani conferma, nella sua deposizione si legge:

“Conosco l’avvocato Vittorio Ambrosini sin dal periodo della guerra 1915-18… Il 15 gennaio 1970 avendo appreso che Ambrosini era ricoverato presso il Policlinico Italia mi sono recato a trovarlo. Mi chiese di fargli il grande favore di portare una lettera al ministro degli Interni Restivo, di cui era amico di famiglia. Mi recai al ministero ed ebbi un colloquio con il dott. Francischi, segretario particolare di Restivo; mi disse che il ministro non era in sede e assicurò che avrebbe consegnato la lettera da me portata. Aggiunse di dire ad Ambrosini di inviare un esposto dettagliato dei fatti ai quali accennava nella lettera del 13 dicembre ’69 (che Ambrosini aveva dunque scritta a Restivo il giorno dopo le bombe di Milano e di Roma) e del 15 gennaio ’70. L’avvocato Ambrosini il 15 gennaio, sia pure in modo un po’ confuso date le sue condizioni psicofisiche, mi disse che il 10 dicembre ’69 aveva partecipato ad una riunione, o sapeva di una riunione, del gruppo Ordine Nuovo, composto da fascisti dissidenti i quali si erano recati in Grecia per esempio. A dire di Ambrosini nel corso di detta riunione sarebbero stati programmati gli attentati di Roma e di Milano. Io non ho cercato di approfondire le cose in considerazione dello stato fortemente emotivo in cui si trovava. Ambrosini nei momenti di maggior depressione psichica pronunciava ripetutamente il nome D’Auria, D’Auria, D’Auria”. (Pio D’Auria è un giovane fascista, somigliante a Valpreda, e amico di Mario Merlino, che si infiltrò nel circolo 22 marzo).

La copia della lettera di Ambrosini portata da Stuani a Restivo è allegata agli atti. Eccone il testo: “Caro Franco, faccio riferimento alla mia lettera del 13 dicembre scorso; questa volta ho pregato il mio più caro amico, l’on. Achille Stuani, di portare la mia seconda lettera. Egli potrà spiegarti quale riferimento ha la presente con quella precedente: io reputo opportuno e forse risolutivo per la soluzione del caso avvenuto il 12 dicembre a Milano parlarti di determinate conoscenze ed esperienze mie personali. Stuani potrà farti qualche cenno relativo alle delicatissime circostanze riguardanti i precedenti della strage del 12 dicembre. In attesa, cordiali saluti”.

Dell’avv. Ambrosini si sa ora che il suo nome figura nell’elenco delle spie dell’OVRA pubblicato nel ’45 sulla Gazzetta Ufficiale, che nel ’69 aveva frequenti contatti con il Fronte Nazionale e con il MSI, che nello stesso anno lavorava nel suo studio Alessandro Pisano, l’uomo che nel ’69 fungeva da tramite tra Merlino e il fascista, ora latitante, Stefano delle Chiaie, che: il 9 marzo ’71 (tre giorni prima del fallito “golpe” di Valerio Borghese) appare a Napoli un numero unico di un misterioso giornale, “Corriere d’Italia”: la direzione è indicata” presso l’abitazione di S.E. Vittorio Ambrosini, presidente della Corte Costituzionale, piazza Tommaseo 3, Roma”. Il nome di Vittorio è qui usato con la qualifica del fratello Gaspare.

Direttore e condirettore responsabile due personaggi ignoti, Mario Veneroso e Franco Di Peso; la tipografia non è indicata e l’autorizzazione del tribunale di Napoli n.1594, del 28 dicembre ’62, non corrisponde. Le quattro pagine dell'”edizione straordinaria”, oltre a qualche articolo di tono qualunquista, sono occupate da una cinquantina di “annunci economici” di negozi, pizzerie, ristoranti, con l’indicazione dell’indirizzo e del numero telefonico. Ma questi indirizzi non corrispondono a quelli reali. Che senso hanno questi indirizzi pubblicati tre giorni prima del tentato colpo di mano di Borghese.

C’è da chiedersi, ora, quanti testimoni devono ancora morire “accidentalmente” dopo Pinelli, Alberto Muraro, Calzolari, Casile, Aricò, Rolandi, o finire in un manicomio ben sorvegliato come Udo Lemke, prima che la paura della verità smetta di turbare i sonni degli insospettabili assassini di Piazza Fontana. Per ora ai 16 morti della strage se ne sono aggiunti 7, ma da qui al processo c’è ancora tempo…

La sinistra parlamentare, dopo aver contrattato per due anni con i padroni la sua acquiescenza, si appresta ora ad utilizzare anche il processo Valpreda per i suoi giochi di potere

La situazione di Valpreda e degli altri compagni in carcere da due anni è tornata, in questo ultimo mese, alla ribalta della cronaca e non solo per le iniziative di solidarietà e la campagna di controinformazione promosse dagli anarchici. Pare che tutti i gruppi che sanno di avere un interesse politico nel gioco, si rendano ben conto che le posizioni politiche e di “opinione” in vista del processo, vanno decise ora. È così che qualcuno comincia a scoprire le carte.

L’esame degli atti processuali, per quanto riguarda l’aspetto giuridico del processo, non lascia obiettivamente dubbi sulla innocenza di Valpreda, anche per una avvocato fascista o socialdemocratico e questo si sapeva già da un pezzo.

L’elemento di valutazione e “contrattazione” politica è attualmente incentrato sul fatto che l’asse del processo si potrebbe spostare pericolosamente in un’altra direzione: se è scontata l’innocenza di Valpreda, non lo è affatto quella degli inquirenti.

La Magistratura ha chiaramente paura del processo ed al suo interno si sta giocando una partita ai ferri corti fra i magistrati apertamente fascisti, del tipo Amati, padroni indiscussi dei palazzi di giustizia fino a poco tempo fa, e la nuova corrente progressista e riformista stanca di subire soprusi e di dividere il potere con questi rottami politici.

Dal canto loro i partiti di sinistra PSI, PCI, e PSIUP (il cui definitivo assorbimento nel PCI sembra imminente con l’allontanamento di Vecchietti e la nomina di Dario Valori alla segreteria del partito) sanno di poter avere in tutto questo un forte potere di contrattazione che si esprime attraverso la linea di difesa che l’avv. Calvi (PSIUP) ha lasciato intravedere nelle sue recenti sortite in pubblico (Conferenza a Chianciano e al Club Turati di Milano): spiegazione delle bombe come manovra di destra anticomunista, la strage come mezzo per fermare l’avanzata delle lotte operaie sotto la guida dei partiti e dei sindacati, il “caso” Valpreda isolato dalle inchieste sulla morte di Pinelli, sul “golpe” di Borghese, sulle responsabilità di Ventura, Trinca, sulla vicenda delle bombe del 25 aprile 1969 a Milano e dell’8 agosto sui treni, dalle pesantissime responsabilità, infine, di chi ha condotto le indagini. Valpreda innocente, i fascisti colpevoli e polizia e magistratura e istituzioni in genere, fuori dal gioco.

È evidente che, se così è, su questa via non siamo disposti a seguirli. Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo: lo Stato, non solo i “fascisti” così come li intende il PCI, sono colpevoli, Amati sarà fascista ma Calabresi è socialdemocratico, tanto per fare un esempio, e il PSDI è al governo.

Per quanto riguarda la difesa di Valpreda, a nostro avviso, non è con una politica di attendismo passivo per “lasciare che l’accusa si smonti da sé” che si dimostrerà la sua innocenza e si otterrà la sua scarcerazione. Si tratta, al contrario, di rovesciare le parti ed attaccare a fondo i metodi dell’inchiesta utilizzando l’istruttoria per colpire i responsabili della montatura e le connivenze che l’hanno permessa. Non abbiamo alcuna fiducia nella “giustizia” e siamo convinti che solo la “minaccia” della verità potrà indurre quella parte della magistratura su cui nonostante tutto si può ancora fare qualche affidamento nel caso specifico a rigettare ogni equivoco e compromettente accordo con gli assassini di Piazza Fontana, pena il loro coinvolgimento in un crimine di cui l’opinione pubblica non potrebbe essere tenuta all’oscuro. La cosa più importante, per noi, resta proprio l’attività incessante di controinformazione, perché l’opinione pubblica sappia come stanno le cose.

Avviso di reato per gli assassini di Pinelli

“Avviso di procedimento”, il 5 ottobre a carico dei poliziotti Calabresi, Panessa, Mucilli, Caracuta, Mainardi e del CC Lo Grano, per omicidio volontario (assassinio). Si nota subito un vuoto, qualcosa che manca: e Allegra? A scopare si inizia dal basso, sarà per quello. Fatti gli accertamenti che riterrà opportuni, il giudice D’Ambrosio manderà gli atti al pubblico ministero a cui spetta decidere il capo di imputazione definitivo, cioè se di assassinio o di semplice “distrazione” si è trattato.

Nel frattempo Lener ha trovato modo di scagliarsi contro il medico del Fatebenefratelli, Nazareno Fiorenzano, reo di aver dichiarato che la cartella clinica non fu redatta (infatti fu redatta, a sua insaputa, dall’anestesista Gilberto Bottani). Tutto questo, comunque, si scopre dopo 21 mesi. Come pure 21 mesi ci sono voluti per sapere dov’erano finiti gli abiti di Pinelli: bruciati da un anno, senza che nessuno li avesse chiesti. La suora disse che erano sporchi di fango, insanguinati e tagliati.

L’esame degli abiti è parte integrante di ogni perizia medico-legale in caso di morte violenta, ma i periti cui fu affidata la prima perizia, se ne dimenticarono. Dopo 21 mesi altri particolari: l’ambulanza fu chiamata, secondo il registro delle chiamate della Questura, alle 12,01: la relazione dell'”ispettore fantasma” Elvio Catenacci, capo della P.S., datata 28 dicembre 1969, colloca il “fatto” alle 12,04 (a parte il “rapportino” di Allegra:12,15!) e, come affermarono tutti testimoni non poliziotti, l’ambulanza fu chiamata prima di mezzanotte, quando Pinelli non era ancora stato buttato dalla finestra. Attualmente tutti gli incarichi relativi all’istruttoria vengono affidati alle guardie di Finanza, siamo al punto che nemmeno D’Ambrosio si fida di polizia e carabinieri? O si vuole coinvolgere anche loro, dopo di che sarà il turno delle guardie forestali e dei vigili del fuoco?

Giovedì 21 ottobre la salma di Pinelli, nella bara ancora avvolta dalla vecchia bandiera del “Ponte della Ghisolfa” è stata esumata. L’avv. Gentili ha visto, per la prima volta, l’uomo per cui da due anni si batte con tanto coraggio.

Il sopralluogo compiuto in questura ha screditato subito la testimonianza del piantone di P.S. Manchia, secondo il quale il corpo di Pinelli (essendosi “tuffato” dal quarto piano la notte del 15 dicembre) giaceva a parecchi metri dal muro della questura. La testimonianza del giornalista Palumbo e dei due barellieri concordano invece nel collocare il corpo a poco più di un metro dal muro, vicino agli arbusti che sfiorò cadendo. Singolarmente, quella notte, a nessuno passò per la testa di fare un segno, né una foto, come si fa di regola per il più banale incidente.

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