A rivista anarchica n9 Gennaio 1972 Ambrosini, Stuani, Restivo, Longo a cura della Crocenera Anarchica

– Buona sera, le portiamo i saluti di Achille Stuani.

– Grazie, grazie, dica all’onorevole che lo ringrazio tanto, come sta?

– Entrerà in ospedale lunedì.

-Gli faccia tanti auguri, gli dica che ho bisogno di parlargli, è sempre stato così buono, così vicino all’avvocato.

– Ecco, signora, volevamo chiederle a nome di Stuani alcune cose proprio sull’avvocato, sulla sua fine così strana…

– Sono ancora stroncata, cosa volete mai, lo dica, lo dica all’onorevole, lui lo sa, pensi che l’avvocato doveva uscire quel giorno stesso, era così felice, sapesse, stava bene, finalmente fuori, me lo aveva ripetuto proprio una mezz’ora prima di cader giù, prima che lo buttassero…

– Ma allora, anche lei…

– Non so, non so, ho tanta confusione in testa, io devo parlare all’onorevole, anzi gli dica che devo assolutamente vederlo, lui può aiutarmi a capire.

– Glielo diremo, signora. Ma lei lo ha visto quel biglietto?

– No, non ho visto niente ma di biglietti ce n’erano tanti, Vittorio ne lasciava sempre in giro, per me è anche così, perché scriveva sempre, lasciava sempre delle frasi, dei pensieri.

– I giornali hanno parlato di una frase precisa.

– No, prima il “Messaggero” poi “Il Tempo” hanno riferito diverse parole; ma dica all’onorevole che gliene devo parlare, verrò presto a Milano!

Sono questi i brani più importanti di una conversazione telefonica fatta la sera del 3 novembre con la signora Teresa, la donna che viveva con l’avvocato Vittorio Ambrosini. La telefonata si concludeva coi ringraziamenti della signora Teresa per l’interessamento e l’insistenza del suo viaggio e della necessità di incontrare l’on. Stuani.

All’indomani di questa telefonata, la signora Teresa, circa alle nove del mattino, richiama il compagno con cui aveva avuto la conversazione telefonica la sera prima. Dice di essersi consultata col suo avvocato il quale le ha consigliato di rifiutare qualsiasi contatto, di non partire, dichiara anche “non ho niente da dire, Vittorio si è suicidato e, in ogni caso, ormai è morto. Che importanza può ormai avere per me sapere come è morto? Lasciatemi in pace. Io non so niente di politica“. Mentre si svolge la telefonata, la signora si interrompe spesso e si capisce chiaramente che parla su suggerimento, anche se non si può stabilire se la voce che “suggerisce” è maschile o femminile. La signora parla anche di un “bellissimo testamento” lasciato dall’avvocato, che lei renderà noto. Alle insistenze dei compagni per sapere qualcosa sui biglietti, la signora risponde “I biglietti li ha tutti il procuratore della repubblica, mi ha detto che in uno c’è scritto “affido la mia anima a Dio” non so altro. Penso che lui non si rassegnasse più ad essere un comprimario della scena politica e che non potendo più recitare il ruolo del protagonista, abbia voluto morire. Ma io non so niente, di politica non ne ho mai voluto sapere, lo sa Stuani. No, non verrò a Milano e non mandate nessuno da me, assolutamente“. Durante la conversazione della sera precedente la signora Teresa si era lasciata sfuggire un nome “il ragazzo che stava sempre con Vittorio, Santo, è mio parente, sì, è sempre qui, anche adesso, è qui con me“. Santo Capone è il fascista di Ordine Nuovo che doveva controllare Ambrosini, ora controlla, notte e giorno, la signora Teresa. Evidentemente è stato lui, non l’avvocato della signora, a consigliarle di non parlare con “estranei”. L’avvocato della signora, successivamente interpellato, ha infatti negato di aver “consigliato” la signora, è un amico di Ambrosini, è di sinistra.

Vittorio Ambrosini, fratello dell’ex presidente della Corte Costituzionale, Gaspare, cade dal settimo piano della clinica Gemelli in Roma mercoledì 20 ottobre. Era ricoverato al nono piano dove la signora Teresa lo aveva lasciato, tranquillo, sereno, più sollevato del solito e felice di essere dimesso di lì a poco, verso le ore 13. Ambrosini volerà dalla finestra subito dopo l’uscita della signora Teresa (la polizia fisserà l’orario di caduta alle 15,30). La notizia della sua morte viene comunicato ufficialmente tre giorni dopo. Ci sono anche versioni contrastanti sul biglietto (o biglietti) lasciati da Ambrosini, che dovrebbe confermare la tesi del suicidio. La signora Teresa e Stuani confermano l’abitudine di Ambrosini di scrivere biglietti su tutti gli argomenti e di lasciarli in giro un po’ dappertutto: ci vuol poco a scegliere quello giusto… Ma vediamo ora come entra Ambrosini nella vicenda della strage del 12 dicembre 1969. Il 10 dicembre 1969 Ambrosini partecipa ad una riunione nella sede di via degli Scipioni a Roma di Ordine Nuovo. Alla riunione partecipano 18 dissidenti del M.S.I. (i partecipanti al viaggio premio in Grecia, un anno prima), il deputato missino Caradonna e Pio D’Auria (1). Sarebbe interessante sentire dalla viva voce di Ambrosini come Caradonna consegnò a D’Auria tre pacchi di biglietti da 10.000 più un assegno mentre gli confermava che doveva andare a “Milano a buttare tutto per aria”, D’Auria prese il treno per Milano delle 23,40. Il 13 dicembre, il giorno dopo la strage, Ambrosini ricollega i fatti alla riunione del 10 e scrive subito a Restivo (con cui aveva intimi rapporti fin dall’infanzia, era stato infatti padrino di cresima dell’attuale Ministro degli Interni). Il giorno successivo Ambrosini inizia la sua peregrinazione da un ospedale all’altro. In clinica Ambrosini prega il suo vecchio amico Stuani di recapitare, per conto suo, tre lettere. Lo stesso giorno, Stuani, consegna la prima al segretario di Restivo (alle 11,30) la seconda a Caradonna (alle 14,30) e la terza all’Ufficio Controllo del PCI in via delle Botteghe Oscure (alle 17,30). Le tre lettere fanno un chiaro riferimento agli attentati del 12 dicembre. Nella lettera indirizzata a Restivo citiamo i fatti salienti. “… il tuo segretario particolare mi ha consigliato di farti avere un promemoria riservato, in base al quale si possono mettere in chiaro due punti che io ho trattato in lettera mia del 13 dicembre e in altra di oggi. Per quanto i due affari siano collegati (incontri e scontri fra “piazza nera” e “piazza rossa” e i fatti del 12 dicembre), più importante è il secondo argomento, relativo agli elementi dai quali sono scaturiti i fatti del 12 dicembre: ho avuto occasione di stare, già molto prima della primavera di quest’anno a contatto con gli elementi dai quali è nato il circolo XXII Marzo (2): in un mio tentativo di distoglierli da una tattica dalla quale potevano scaturire (come scaturirono) i fatti del 12 dicembre, ebbi un incontro con il dottor Provenza della questura di Roma. Sempre per guadagnarli alla tattica legalitaria, ho avuto da tempo rapporti con i dirigenti di Ordine Nuovo e modo di seguire il convegno che esso ha tenuto l’estate scorsa”.

Dunque nientedimeno che il PCI ed il Ministro degli Interni sono a conoscenza delle dichiarazioni di Ambrosini, oltre a Stuani, fin dal 15 gennaio eppure né Longo né Restivo ritengono doveroso riferire i fatti ai magistrati inquirenti o renderlo noto all’opinione pubblica (quella era proprio l’epoca, si badi bene, in cui si stava scatenando in tutta la sua falsità e bassezza la campagna denigratoria contro Valpreda e gli anarchici).

La vicenda di Ambrosini viene alla luce nel giugno del ’70 ad opera degli autori della “Strage di Stato”. Solo dopo la pubblicazione della “Strage di Stato”, in luglio, Cudillo si decide a sentire Ambrosini il quale, nel frattempo, aveva ricevuto “pressioni” da famigliari ed amici, smentisce in parte alcune circostanze ma riconosce l’autenticità delle lettere. Inoltre i familiari e gli “amici” di Ambrosini tentarono più volte, per “salvarlo”, di farlo ricoverare in manicomio, in modo che venisse liquidato come matto e non per “suicidio”, come è accaduto per Udo Lemke, il teste “matto” che aveva riconosciuto alcuni fascisti vicino all’Altare della Patria il 12 dicembre, gli stessi che giorni prima gli avevano proposto di “mettere bombe”.

Achille Stuani, ex-partigiano, medaglia d’oro, 74 anni, militante da giovane nel PCI, perseguitato e messo al confino durante il fascismo, ex deputato PCI è ora consigliere PSIUP nel comune di Caravaggio. In una intervista per un servizio che doveva essere pubblicato su Giorni – Vie Nuove qualche numero fa e che inspiegabilmente non è “passato”, Stuani così parla della morte di Ambrosini: “Un suicidio inspiegabile, doveva uscire il giorno dopo, me lo aveva detto felice, trasmettendomi i suoi saluti, la compagna, signora Teresa, proprio la domenica precedente, durante una telefonata, come facevo da sempre tutte le settimane”. A proposito del biglietto lasciato da Ambrosini ha “molti, moltissimi dubbi” ed è comunque in grado, se lo vedesse, di garantire dell’autenticità. Stuani era in contatto con Ambrosini anche prima delle bombe. Nell’estate del ’69 Ambrosini aveva insistito affinché Stuani si recasse a Roma, non si conoscono i motivi di questa insistenza. Dal testo di una cartolina di Ambrosini, in data 14 agosto 1969, indirizzata a Stuani, emerge che sapeva già che era in atto un disegno criminoso, la provocazione finale che i fascisti e i loro manovratori preparavano con un’escalation precisa, da molto tempo. Ambrosini, probabilmente, parlò in giro di queste sue preoccupazioni, cercò di bloccare il capo della manovra. E così fu “bruciato”, anzi “bruciatissimo” sin da allora – commenta Stuani -. Mi fece capire che voleva scoprire tutta la rete di complicità, i movimenti e le azioni decise in alto. Credeva, appunto, di riuscire a controllare tutto. È sempre stato così, anche durante il fascismo quando inseguiva il sogno velleitario di un incontro fra fascisti e socialisti”. Negli anni Trenta, si diede da fare per mettere in contatto, tramite l’allora ministro degli Interni Bocchini e il socialista Caldara (ex Sindaco di Milano) Mussolini e alcuni esponenti di varie coloriture politiche di sinistra. Il tentativo ovviamente fallì. Era un agente dell’OVRA (spionaggio fascista), ma, secondo Stuani, “lui non si era iscritto, anzi, non lo sapeva nemmeno, fu iscritto durante il confino, non si sa da chi e per quali ragioni. Addirittura non fu mai iscritto al Partito fascista. Era la pecora nera della famiglia, tant’è vero che per le sue trovate fu mandato al confino e praticamente ripudiato. “Una lettera scritta dal fratello Gaspare gli rimprovera alla vita disordinata e la cronica mancanza di quattrini, ciò che mal si concilia con il fatto dell’iscrizione all’OVRA che, è noto, pagava profumatamente i suoi “iscritti”. Ambrosini venne quindi iscritto a sua insaputa e mai pagato perché in pratica nessuno gli fece mai compiere azioni di spionaggio. Aderì alla Repubblica Sociale, ma dopo la guerra cercò di entrare nel PCI. Venne respinto perché risultava una gente dell’OVRA. Tornò quindi agli amici di destra. Stuani racconta: “Alcuni, i duri soprattutto, annusarono i vantaggi che poteva offrire l’appoggio di Ambrosini alla destra, soprattutto la copertura: era diventato un buon avvocato, patrocinava in Cassazione, fratello del presidente DC della Corte Costituzionale, e niente di meno, padrino di cresima di Restivo, amicissimo della famiglia Restivo. Ambrosini era in contatto con l’on. Giulio Caradonna ed aveva costanti rapporti anche epistolari. Ambrosini cercava di controllare Caradonna ma in realtà Caradonna aveva già da tempo fatto i suoi calcoli: Ambrosini si era scoperto spesso, negli ultimi tempi, opponendosi con energia a certi progetti”.

“Quando portai la lettera a Restivo, il 15 gennaio – continua Stuani – mi ricevette il suo segretario particolare, dr. Francisci; sembrò seccato, mi disse di fare un esposto al magistrato per conto di Ambrosini. Comunque ebbi la netta sensazione che già sapesse cosa conteneva anche questa lettera”.

Relativamente al ricovero in clinica di Ambrosini, Stuani dice: “Mentre era in coma e poi per tutto il periodo della convalescenza, c’era sempre la signora Teresa insieme ad un ragazzo, un napoletano, che prima del ricovero di Ambrosini, gli faceva da autista e lavorava nel suo studio. So che era un fascista di Ordine Nuovo”.

Prima del ricovero di Ambrosini, nello studio legale di Piazza S. Pantaleo 3, lavorava anche uno di Avanguardia Nazionale, Sandro Pisano che era addetto al compito di controllare gli studenti di sinistra e i movimenti di personalità considerate di sinistra. Pisano è amico del fascista romano Stefano Delle Chiaie, latitante, vive a Milano in via Giovannino De Grassi presso Franco Moiana (anche questo noto fascista), dove Zicari lo ha recentemente intervistato per il “Corriere della Sera“. Sandro Pisano per anni ha avuto il compito di controllare Ambrosini. Pisano e Delle Chiaie sanno come è morto Ambrosini.

Un altro episodio significativo avviene il 25 agosto 1971, all’ospedale di Treviglio-Caravaggio ove è ricoverato Stuani. Stuani allora non aveva dato eccessivo peso alla cosa, ma dopo che è stato suicidato Ambrosini, il fatto assume per lui un chiaro monito.

È il quarto giorno di degenza, alle tre del mattino. Stuani così lo racconta: “Non era mai successo che l’infermiere venisse a farmi punture alle tre di notte, senza, poi, il preavviso del medico o della suora. Invece quella notte mi sveglia un infermiere, mai visto, che mi disse sbrigativo di prepararmi per la puntura. Aveva già la siringa pronta, così al buio, in quella strana ora. Svegliato, all’improvviso, non riuscii a reagire in modo da far accorrere tutti, ma risposi energicamente e svegliai gli altri tre che erano nella stanza, rifiutando la puntura. Dopo aver insistito ancora, quel tipo se ne andò. All’indomani, volli subito che i miei venissero a prendermi. I medici e la suora non mi dissero niente, eppure non avevo terminato la degenza, non mi fecero nemmeno firmare un foglio, niente, perché?”.

Stuani è poi entrato all’ospedale di Rho ai primi di novembre per un’operazione alla cistifellea, ma ha preferito essere dimesso senza entrare in sala operatoria. Non sappiamo dargli torto!

Per concludere, due sono gli aspetti fondamentali che emergono dalla vicenda. Stuani è ora un teste estremamente “scomodo” e non ci è difficile dire che la sua vita è in pericolo. Sull’episodio dell’iniezione notturna qualcuno potrebbe obiettare che in ospedale succede anche di peggio, ma è notorio che chi abbandona un luogo di cura senza aver terminato la cura, lo fa sotto la sua responsabilità. A Stuani non solo non furono chieste spiegazioni del perché lasciasse la clinica in fretta e furia, ma nessuno si prese la briga di fargli firmare una qualsiasi dichiarazione che togliesse la responsabilità dei medici curanti. È stato solo un avvertimento?

Il secondo aspetto (più importante del primo) è quello delle lettere che Stuani, per conto di Ambrosini, ha consegnato a Restivo, Caradonna e alla commissione di controllo del PCI (con ogni probabilità a Longo) il 15 gennaio 1970. Caradonna avrà fatto di tutto per non divulgare la voce. Restivo non aveva certamente interesse a fare ricerche che smontavano la montatura poliziesca contro gli anarchici, in prima persona, e quindi contro gli sfruttati, anche perché era (ed è oggi ancor di più) coinvolto fino al collo. E Longo o, per citare il termine che avrebbe dovuto comparire su “Giorni-Vie Nuove”, “l’importante esponente di un partito della sinistra”? Da che parte s’è portato il PCI? Cos’ha barattato in cambio di Valpreda? Soprattutto perché ora tace, ora, dopo che Cudillo ha chiesto formalmente a Restivo le lettere di Ambrosini?

(1) Pio D’Auria era stato presentato da Merlino al 22 Marzo come un “ex-camerata in crisi che guarda con simpatia all’anarchia”. È uno dei tanti sosia di Valpreda.

(2) Il XXII Marzo (cifre romane) era un circolo di fascisti fondato nella primavera del 1969. L’altro il 22 Marzo (cifre arabe) era quello di Valpreda e compagni, fondato nell’ottobre ’69.

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