A rivista anarchica n9 Gennaio 1972 Cronache sovversive a cura della Redazione

Cineserie

Milano. La Polisportiva Studentesca, costituita (o ricostituita, non sappiamo bene) per l’anno accademico 1971-72, ha dato l’attesissimo (dalle masse popolari) annuncio della sua costituzione (o ricostituzione) su basi rivoluzionarie, con un apprezzatissimo (dalle masse popolari) manifesto in cui, sullo sfondo di sorridenti cinesi in divisa che lietamente e collettivamente fanno ginnastica, spicca una lapidaria citazione (del non mai abbastanza citato presidente Mao) sull’educazione fisica del popolo. La prima pubblica manifestazione dei ginnasti e sinofili goliardi è stata una marcia (popolare, naturalmente), svoltasi domenica 5 dicembre, attraverso le vie del centro cittadino, con partenza ed arrivo alla “Statale” (con assemblea). Un manifesto murale manoscritto (pardon, un tatze-bao) affisso nell’atrio dell’Università nei giorni precedenti la marcia, spiegava che lo sport (inteso come educazione fisica collettiva, beninteso, e non come agonismo individualistico e piccolo-borghese) è una sentita ed insoddisfatta esigenza popolare. È noto infatti che gli operai della Pirelli ed i braccianti del Lodigiano a nulla aspirino più che a un po’ di moto, dopo 8-10 ore di lavoro. E pare che solo un disguido abbia impedito alle masse popolari (guidate dalla classe operaia) di partecipare alla marcia, la quale si è conclusa fra le matte risate contro-rivoluzionarie degli zingarelli che stazionano di fronte all’Università (i quali, com’è noto, sono lumpen-proletariat e quindi non possono comprendere le esigenze popolari). Le masse popolari milanesi attendono ansiose la prossima iniziativa della Polisportiva che è studentesca ma al servizio del Popolo. Si parla di una nuotata collettiva nel fiume Olona.

Dopo “Servire il Popolo” (settimanale involontariamente umoristico di una organizzazione stalinista extraparlamentare), anche i redattori di “Lotta Continua” hanno cercato di spacciare l’anarchico Rocco Palamara (evaso due mesi fa dal carcere di Locri e felicemente latitante a tutt’oggi) per loro compagno. L’hanno fatto in modo più sottile ma non più onesto dei grossolani ed involontariamente umoristici servitori del popolo, sul penultimo numero, con un articolo scopiazzato dal nostro “Dopo la mafia il P.M.” (A 7).

La spranga al potere

L’articolo sul Movimento Studentesco di Milano, apparso sul n.8 della nostra rivista non è stato apprezzato dai piccoli stalin e beria della “Statale” i quali, con l’ottusità politica che li caratterizza, non distinguendo tra critica da sinistra e critica da destra, hanno decretato che si trattava di un attacco “fascista”. Fin qui nulla di imprevedibile. Ma, i novelli inquisitori rossi, sono andati oltre ed hanno sentenziato che “A” non poteva più essere venduta (non solo il n.8, ma anche i numeri precedenti e successivi), a meno che non pubblicasse una “autocritica”. Di fatto, il Movimento Studentesco, laddove ne aveva la forza (militare) ha impedito la vendita della nostra rivista. Alla Statale Capanna è intervenuto personalmente (con scorta), a minacciare alcuni compagni di buttarli di forza fuori dall’Università, se avessero persistito a vendere “A” (il n.7, per la cronaca). Con questo, Capanna e i suoi sgherri hanno confermato la sostanziale verità dell’articolo che li ha irritati, hanno confermato la loro intolleranza, la loro prepotenza, la natura “terroristica” e non politica della loro “egemonia”.

Quanto all’autocritica, gli stalinistelli di via Festa del Perdono possono aspettarla a lungo. Gli anarchici non hanno fatto autocritica (cioè non hanno rinnegato le loro convinzioni) di fronte alle forche, ai plotoni d’esecuzione, alla galera, al confino, ai campi di concentramento… non la faranno di fronte a qualche spranga manovrata da qualche figlio di papà che gioca alla ghepeù.
P.S. Il 15 dicembre “A” s’è venduta alla Statale. Gli anarchici presenti erano troppi perché il M.S. potesse impedirlo.

Aggressioni fasciste e intimidazioni poliziesche

Il 16 novembre a Villa S. Giovanni (R.C.) 50 fascisti armati di pistola, coltelli e spranghe di ferro hanno assalito un gruppo di studenti e lavoratori anarchici che conducevano in piazza Valsesia uno sciopero della fame in segno di protesta contro l’infame montatura poliziesca culminata nella “Strage di Stato” del 12 dicembre 1969 e la detenzione in carcere di Valpreda. Alcuni compagni isolati sono stati fatti segno di colpi di arma da fuoco.

Pistoia. Nella notte tra il 10 e l’11, proprio alla vigilia della mobilitazione popolare per la strage di stato, alcuni fascisti che già da alcune sere strappavano manifesti di controinformazione, tentano una aggressione contro due anarchici. Nella stessa sera la polizia ferma e prende il nome a due nostri compagni, strappa tutti i manifesti, proseguendo il lavoro già iniziato dai fascisti; il mattino seguente perquisisce (naturalmente senza esito) la casa di un compagno anarchico. A Pistoia perquisizioni domiciliari per motivi politici non avvenivano da anni. Questa vasta azione repressiva va inquadrata nella crescita e nel lavoro politico del movimento pistoiese, in particolar modo ha “disturbato” l’intensa campagna di controinformazione sulle bombe dei padroni.

È chiaro che questa azione repressiva non frenerà il lavoro dei compagni. In una assemblea pubblica promossa da “Azione Anarchica” si è discusso sul significato politico della campagna sulla strage di stato, individuando in essa un momento della lotta contro lo stato ed il capitale, e non una campagna di difesa di un movimento duramente colpito dalla repressione.

Fare di questa campagna quindi un momento qualificante di crescita politica, portare avanti il processo di autonomia operaia, che le bombe del 12 dicembre 1969 volevano stroncare, sono gli obiettivi del nostro lavoro politico.

Il vice-sindaco del cazzo

Milano. L’episodio della tentata aggressione neofascista al vicesindaco Andrea Borrusso, che in galleria Vittorio Emanuele era intervenuto per difendere un amico, ex partigiano, ha visto ancora una volta all’opera uno degli ineffabili commissari fascisti che sembrano inamovibili da via Fatebenefratelli. A Borruso, che si qualificava come vice-sindaco, il commissario ha risposto “Lei e un vicesindaco del cazzo” (l’UNITÀ e l’AVANTI!, 14 novembre 1971). Poi, di fronte all’evidenza dei documenti, il poliziotto si è giustificato dicendo “Credevo che lei fosse un socialista” (ibidem). L’episodio naturalmente, è stato del tutto ignorato dal CORRIERE DELLA SERA, proprio in questi giorni austero difensore della “libertà di stampa”. Per il CORRIERE, anzi, il commissario è intervenuto opportunamente a sedare l’incidente. A parte questo, nessun organo di stampa ha potuto fare il nome del commissario che non distingue il vicesindaci dc dai “vicesindaci del cazzo”.

Pinelli non è morto per le riforme

Trieste. Il 19 novembre si è svolta nella sede del PCI a cura del circolo CHE GUEVARA una pubblica manifestazione sul tema “Il processo Valpreda ed il suicidio di Pinelli”. Riguardo questa manifestazione la FGCI ha distribuito un volantino, nel quale, oltre a parlare del 22 Marzo come “sprovveduto gruppo di anarchici, pieno di spie della polizia e di provocatori fascisti”, si diceva che le bombe sono servite a frenare il movimento operaio “che sta ottenendo sempre più vasta solidarietà alla lotta contrattuale e ad imporre una svolta conservatrice e moderata che si attua con il ricatto al PSI per la ricostituzione del centro-sinistra senza alcun programma di riforme”.

I “compagni” continuano parlando della “pratica autoritaria di questo Stato e della sua classe dirigente” e chiudono dicendo: “Nei due anni trascorsi abbiamo spesso gridato nei cortei e nelle manifestazioni: Pinelli è stato suicidato. Ora gridiamo Pinelli è stato assassinato”. Quest’ultima affermazione è naturalmente falsa. Anzi siamo stati, in tutte le manifestazioni finora fatte, minacciati dagli attivisti del PCI quando gridavamo questi slogans. Ora invece improvvisamente il PCI organizza una manifestazione su Valpreda e Pinelli, quando appena 10 giorni fa alla nostra richiesta di una sala di proprietà del Partito per la nostra manifestazione di controinformazione ci fu risposto: “Siete una spina nel fianco dell’unità della classe operaia. Questi argomenti non interessano gli operai!”.

A questo nuovo atteggiamento del PCI abbiamo risposto con un nostro intervento che ha esposto in termini decisi la nostra posizione e quella sempre avuta dai partiti della sinistra, in particolare nel controllo delle lotte dei lavoratori nell’autunno caldo. Da parte del PCI non sì è avuta al nostro intervento alcuna reazione, anzi si è parlato degli anarchici in termini di compagni. Il presidente della conferenza, Vidali (stalinista, antianarchico in particolare durante la guerra di Spagna), ha persino interrotto un esponente della FGCI mentre replicava alle nostre critiche dichiarandosi contrario al volantino. Alla fine del dibattito è stata auspicata una lotta comune per la verità su Pinelli e la Strage di Stato e la liberazione di Valpreda e compagni. Tutti uniti, tutti insieme dunque!!

Ora, dopo due anni, il PCI visto che il movimento anarchico è capace di avere una incidenza sulla opinione pubblica, tenta un’opera di recupero. Nelle polemiche che accompagnano i fatti recenti relativi all’assassinio di Pinelli ed alla prigionia di Valpreda, sebbene si noti un riacuirsi dell’interesse e dei dibattiti, le polemiche e le accuse suscitate dalla sinistra ufficiale non portano in luce il nocciolo della questione, cioè le responsabilità criminali di tutto l’apparato statale. Infatti l’obiettivo dichiarato della “mobilitazione” promossa dai partiti di sinistra tende all’epurazione di alcuni responsabili dell’assassinio del compagno Pinelli, che servirebbero da capro espiatorio. Si potrebbe così dimostrare che lo Stato è democratico e imparziale e quindi deve essere riformato con la collaborazione dei rappresentanti della classe operaia.

A Treviso i fascisti esplosivi

Nella scorsa primavera furono rilasciati dal carcere di Santa Bona di Treviso i fascisti Freda, Ventura e Trinco accusati di “attività sovversive contro lo stato”, presunti autori degli attentati ai treni dell’agosto 1969 e implicati nella strage di Stato. (1)

Da allora, di questi signori, nazisti dichiarati e militanti in una “non precisata” formazione della destra extra-parlamentare, non si era più sentito parlare. Ma recentemente i loro nomi sono tornati alla ribalta, in seguito al ritrovamento di un arsenale di armi da guerra nella vicina Castelfranco Veneto.

Ecco i fatti: la mattina del 5 novembre alcuni operai, durante lavori di sistemazione del Palazzo Rainati, proprio nel centro di Castelfranco, scoprono con grande sorpresa nel sottotetto una valigia di similpelle e una borsa di tela. Dentro vi erano cinque mitra (tre dei quali di fabbricazione americana, nuovi, oliati e perfettamente funzionanti), dieci pistole, alcune delle quali munite di lunghi silenziatori di costruzione recente; canne di riserva per le pistole; vari caricatori per mitra e alcune migliaia di proiettili conservati nelle loro scatole originali.

Accedere sotto il tetto era molto difficile, e poteva essere fatto solamente dalla famiglia Marchesin, che da parecchi anni risiede nel palazzo. La sera stessa il dottor Giancarlo Marchesin si presenta ai carabinieri dicendo di aver nascosto lui la valigia e la borsa nel sottotetto. Ai carabinieri il Marchesin, che è consigliere comunale e membro del comitato provinciale del PSI, dichiara che le armi gli erano state affidate da un amico, tale Franco Comacchio, impiegato di Castelfranco Veneto.

Ora, visto che il Marchesin è difeso da tutto l’apparato del PSI (suo difensore, fra l’altro, è il vicesindaco socialista di Treviso avv. Boscolo) e scartata a priori l’ipotesi che il Partito Socialista, di cui il Marchesin è uno stimato rappresentante e dirigente, voglia scatenare una lotta armata contro il potere, non resta che mettere in stretta relazione il ritrovamento delle armi di Castelfranco con l’attività terroristica dei nazisti Ventura, Freda e Trinco. Ipotesi confermata peraltro, in seguito all’interrogatorio del Marchesin e del Comacchio, dal ritrovamento a Crespano del Grappa di un notevole quantitativo di materiale esplosivo. E non a caso alle perizie riguardanti l’esplosivo sono stati convocati anche gli avvocati di Freda e Ventura.

La presenza del noto esponente socialista Marchesin, riesce solo apparentemente ad ingarbugliare questa faccenda che continua a rivestire tinte gialle soltanto per chi vuole nascondere un chiarissimo stato di cose e delle precise responsabilità: la connivenza fra polizia, magistratura e fascisti, che volutamente tendono ad insabbiare e ritardare le indagini su questo caso, che riveste fondamentale importanza nel quadro della strage di stato.

Così, mentre i magistrati si palleggiano le responsabilità e la polizia parla di “giallo politico”, Valpreda rimane in carcere, innocente, mentre Freda continua a comandare indisturbato le sue squadracce di picchiatori fascisti.

1) Come i lettori ricorderanno, subito dopo le bombe del dicembre ’69, il professor Lorenzon dichiarò che il Ventura gli aveva confidato di avere organizzato gli attentati sui treni dell’agosto e gli aveva inoltre detto che il 12 dicembre lui si trovava a Milano dove, a parer suo, l’attentato non era stato ben organizzato.

Mentre la rivista va in composizione, apprendiamo che Freda, Ventura, Comacchio e Marchesin sono stati arrestati. Quanto tempo impiegheranno i loro complici a tirarli fuori dalla galera?

L’anarchia punge a Ragusa

Da circa un anno a Ragusa esiste una situazione economica veramente critica. Infatti non si approvano progetti per l’edilizia e, la maggior parte del proletariato cittadino che lavora in questo campo è disoccupata o costretta a vivere alla giornata. Tra gli edili, e gli operai in genere (in maggioranza aderenti al PCI) c’è quindi una demoralizzazione, che cresce ogni giorno di più, nei confronti dei capi del partito e del sindacato, i quali non sono stati in grado di accontentarli minimamente con la loro politica riformista al servizio dei padroni. Negli ultimi scioperi s’è assistito alla protesta di alcuni operai nei confronti della linea dei sindacati, ma anche alla debolezza di questa protesta. Con questo clima s’è arrivato allo sciopero generale in tutta la provincia del 29 novembre, organizzato dai sindacati con l’adesione della Camera di Commercio (DC) della giunta provinciale (DC-PSDI), della stampa fascista (La Sicilia), nonché degli impiegati del comune e del sindaco democristiano. In questa occasione gli operai si sono mostrati ancor più incazzati e soprattutto contenti di aver trovato nel nostro gruppo un valido appoggio.

Le altre organizzazioni giovanili (FGCI-ACLI) e i partiti politici, hanno creduto bene di non portare le loro bandiere, né tanto meno presentarsi con cartelli, “per non rovinare l’unità sindacale in corso”; ci siamo quindi trovati soli con la nostra bandiera e coi nostri cartelli, alcuni dei quali dicevano: “La vera riforma è abolizione dello sfruttamento”, “No alla repressione poliziesca”, oltre ad alcuni sulla strage di Stato.

Il corteo di circa 3.000 persone era preceduto da tre bandiere tricolori, simbolo del tradimento dei sindacati, quindi venivano i boss e successivamente noi e gli operai, mentre dietro di noi stavano i gruppi giovanili dei partiti politici. Agli slogans riformisti si rispondeva con quelli sull’autogestione operaia, e alle docili frasi contro il fascismo con pesanti slogans rivoluzionari.

In piazza Libertà è stato fatto un sit-in (v. foto sotto) bloccando notevolmente il traffico, mentre successivamente, davanti al municipio, c’è stato l’episodio culminante. Gli operai incazzati non volevano muoversi da lì, cercando di entrare in municipio e di vedere il sindaco e non accettando per niente una pseudo delegazione composta dai gerarchi del PCI e dei sindacati. Ad un certo punto in folto gruppo abbiamo cercato, seguiti subito dopo da molti altri, di forzare il cordone della polizia e dei burocrati per entrare, e ci siamo scontrati; un episodio di rilievo è stato quello di un operaio che togliendoci la bandiera dalle mani ha cercato di colpire uno dei capi del sindacato. Poco dopo il grido di “Burocrati coglioni, servi dei padroni” ha accompagnato le discussioni vane di questi ultimi. In seguito in piazza, mentre i sindacati facevano il loro comizio, molti operai discorrevano con noi, dando del “pagnottista” in faccia ai capi del PCI e del sindacato.

Questo episodio apre la strada ad un primo discorso del nostro gruppo formatosi di recente, verso la classe operaia; nonostante i burocrati mettano in giro voci false su un nostro presunto assalto assieme ai fascisti alle loro sedi, e nonostante i fascisti scrivano sui muri delle scuole di certi nostri rapporti con la droga assolutamente inesistenti. Segno questo che anche a Ragusa l’ANARCHIA comincia a pungere.

La polizia assalta l’università

Milano, mercoledì 24 novembre 1971. Il corteo degli studenti medi del Molinari, del VII Tecnico e dello Zappa si sta avviando da piazza Cordusio verso piazza Duomo per unirsi con il corteo degli altri studenti medi aderenti alla manifestazione (non autorizzata). La meta è il provveditorato degli studi: si vuole protestare contro l’intervento della polizia, sempre più frequente in questi ultimi tempi, nelle scuole. Sono le 9,30. A questo punto gli studenti vengono caricati improvvisamente. I poliziotti sembrano impazziti, si susseguono caroselli di gipponi anche sui marciapiedi; il corteo viene disperso. I manifestanti a gruppetti sparsi si ritrovano in Statale dove si riforma il corteo composto da alcune migliaia di persone con Avanguardia Operaia in testa. La polizia carica nuovamente in via Larga. Sono le 10. Per un’ora gli scontri tra dimostranti e polizia si susseguono soprattutto in via S. Sofia, C.so. Italia e via F. Sforza. In questa fase la brutalità dei questurini è tale da provocare la indignazione dei passanti e degli impiegati della zona. Alcuni gruppetti di manifestanti cercano di riformare il corteo senza riuscirvi e fanno azione di disturbo tentando di allontanare la polizia dai pressi della Statale. Invano: non resta che rifugiarsi all’interno di questa. La polizia prima assedia poi assalta l’università, lancia candelotti lacrimogeni, sfonda porte e finestre, si introduce per cunicoli sotterranei, si auto-intossica. Ad un certo punto chiede addirittura, via radio, che degli elicotteri bombardino con lacrimogeni l’ateneo. Infine riesce ad entrare nel cortile del Filarete, da dove viene comunicato un ultimatum agli studenti asserragliatisi nell’aula 208 dell’università: “Si facciano uscire gli studenti medi (quindi “estranei”) e gli universitari saranno lasciati in pace; dopodiché l’assedio sarà tolto.” Il M.S. raduna gli studenti (circa 2500) in aula Magna, dove si tiene una lezione. Qui li trova la polizia che, dopo aver sfondato un’ennesima porta, si dispone all’uscita dell’aula Magna ed ordina agli studenti di uscire 5 per volta. Mentre il leader del M.S., Mario Capanna, arringa (la repressione borghese ecc.) gli studenti cominciano a sfollare. Vengono così fermati circa 400 studenti medi, di cui una decina tratti in arresto con le solite motivazioni: adunata sediziosa, resistenza a pubblico ufficiale ecc. Ma, si sa, la repressione non passerà!! Anche perché, cinque giorni dopo, tutte le organizzazioni della sinistra extraparlamentare (tranne gli anarchici) avrebbero indetto uno sciopero (con manifestazione) contro la repressione.

Fascisti con e senza divisa a Quarto Oggiaro

La notte di giovedì 18 novembre il quartiere di Quarto Oggiaro, a Milano, è stato teatro di duri scontri tra militanti extraparlamentari da una parte e polizia e fascisti dall’altra: alle 21, un’ottantina di militanti extra-parlamentari ed anarchici iniziavano, divisi in due gruppi, l’affissione nel quartiere di manifesti antifascisti. Uno dei gruppi, distante circa 1 chilometro dall’altro, veniva poco dopo aggredito da una squadraccia di teppisti fascisti, armati di tutto punto. L’altro gruppo, avvertito, si precipitava sul posto dove trovava due camions di carabinieri e una trentina di volanti della polizia. Le “forze dell’ordine” attaccavano, aiutando in ciò attivamente la teppaglia già all’opera. Gli episodi di inaudita violenza erano innumerevoli, i pestaggi, gli inseguimenti si susseguivano a lungo. Naturalmente venivano fermati o arrestati una trentina di militanti della sinistra tra cui due anarchici. La gente, alle finestre, gridava contro i fascisti e la polizia. La situazione, che la notte degli scontri è clamorosamente esplosa è stata ed è tuttora a Quarto Oggiaro sempre tesa: nel quartiere, vero e proprio “ghetto” proletario alla periferia di Milano, esistono due sedi fasciste frequentate dai più noti picchiatori, i quali sistematicamente fanno opera di provocazione nei confronti di coloro che non gli vanno a genio, aggredendo e ferendo armi alla mano quanti circolano isolati. I compagni sono esasperati; i fascisti, protetti e attivamente aiutati dalla polizia, persistono nelle loro azioni: Quarto Oggiaro è una polveriera che può esplodere da un momento all’altro.

Dalla giovane Europa all’Italia-Cina

Ferrara. Claudio Orsi, 42 anni, ferrarese, figlio di Luigi Orsi, grosso gerarca fascista e marito di una sorella di Italo Balbo, è un uomo facile alle conversioni. Segretario nazionale di “Giovane Europa” (filiazione diretta della neonazista “Jeune Europe” di Jean Thiriart) nella primavera del 1968 al congresso annuale di Napoli ne chiede lo scioglimento, malgrado il numero degli aderenti sia abbastanza elevato. Sparisce per qualche tempo e ricompare trasformato a Ferrara dove, in via della Luna, nella sede stessa di “Giovane Europa”, fonda l’associazione Italia-Cina. Con lui, tra i fondatori, compare anche Domenico Graziani, più noto col soprannome di “Pinocchio”, una macchietta, sempre senza lavoro eppure a mesi alterni pieno di quattrini, un militante maoista che ha al suo attivo una spedizione al piccolo paese di Ponte Maudino per cambiargli il nome in quello di Ponte Mao-di-no. Italia-Cina nell’ultimo anno ha inondato di lettere infuocate LA GAZZETTA DI FERRARA e il GAZZETTINO di Bologna (legati al carro dell’editore-petroliere di destra Attilio Monti) rivendicando come “esemplare azione maoista” qualsiasi cosa succedesse a Ferrara e provincia, bombette di carta, aggressioni, strani incendi. Ciò che puntualmente offriva l’occasione ai due quotidiani di lanciare anatemi contro “i sanguinari estremisti rossi”. La strana Italia-Cina di Ferrara ha cercato “contatti” con alcuni gruppi della sinistra extraparlamentare come il Pcd’I (m-l) e l’UCI. L’Associazione Italia-Cina di v. Seminario a Roma, ha sconfessato ufficialmente Orsi e compagni, ma l’attività di provocazione è continuata.

Manifestazione antimilitarista a Peschiera

Peschiera, 21 novembre. Si è svolta, davanti alle carceri militari, una manifestazione indetta dalle forze pacifiste e non violente, alla quale hanno partecipato numerosi compagni dell’Organizzazione Anarchica Veneta, i quali sono riusciti a dare alla manifestazione una chiara impronta rivoluzionaria contrastante con quella pacifista dei gruppi organizzatori.

L’aspetto spettrale delle carceri (che poco hanno da invidiare alla sorella Bastiglia) ha subito riscaldato gli animi agli slogans di: “libertà”, “dentro i colonnelli fuori i militari”, ed altri; mentre ingenti forze di polizia stavano davanti a noi per salvaguardare “l’ordine costituito”.

Molti messaggi scritti venivano gettati dalle finestre dai compagni carcerati (beffando regolarmente i poliziotti che non riuscivano ad individuarne uno) nei quali si leggevano le condizioni bestiali a cui sono sottoposti: celle gelide e sporche, cibo putrido ed una buona dose di legnate.

La manifestazione iniziata al mattino si è protratta fino alle sette di sera con una piccola pausa durante la quale i compagni si sono diretti in corteo verso il monumento ai caduti, dove sono stati deposti i cartelli portanti i vari slogans.

Da sottolineare un momento significativo: un compagno carcerato di Brescia, aggrappato alle inferriate ha gridato: “W l’anarchia” a cui hanno subito risposto i compagni al di fuori. Subito dopo inoltre dalle celle del carcere si è cominciato a cantare “addio Lugano bella”.

Internazionalismo proletario

Dal 15 novembre, per la prima volta dal 1938, Grecia e Albania hanno ripreso le relazioni diplomatiche e di recente ad Atene è stato annunciato con grande clamore propagandistico che il primo viaggio all’estero di Papadopulos avrà come meta la Romania.

L’Unione Sovietica appoggia senza mezzi termini l’India nella sua aggressione al Pakistan. La Cina (assieme agli U.S.A. – ohi, ohi, quale “imprevista accoppiata” -) sostiene senza riserve il governo militare reazionario e sanguinario del Pakistan (aggredito, sì, ma colpevole di genocidio). Né i marxisti-leninisti russi, né i supermarxisti-leninisti cinesi appoggiano i movimenti popolari rivoluzionari bengalesi.

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