A rivista anarchica n13 Giugno1972 Morte di un poliziotto. Il poliziotto dottor Luigi Calabresi, già commissario dell’ufficio politico della questura di Milano, promosso commissario capo dopo la strage di stato, è stato ammazzato con una revolverata alla nuca. A cura della Redazione

Il poliziotto dottor Luigi Calabresi, già commissario dell’ufficio politico della questura di Milano, promosso commissario capo dopo la strage di stato, è stato ammazzato con una revolverata alla nuca. Questa è l’unica cosa certa, sinora. Nessuno ha parlato di suicidio o di incidente: le versioni più bizzarre e contraddittorie nascono solo attorno alla morte degli anarchici. È stato ammazzato il poliziotto della Zublema, di Pinelli, di Valpreda, di Feltrinelli ed è l’unico dato di fatto certo. Tutto il resto è fumo, chiacchiere, isteria, congetture, menzogne, illazioni, ipotesi.Noi non vogliamo qui esporre altre ipotesi, ma esprimere la nostra opinione sulla vicenda con sincerità, seppure con minore lapidarietà e completezza di quanto vorremmo, ad evitare – se pure è possibile con i tempi che corrono – di farci incriminare per apologia di reato. Perché è certo che se esprimessimo apertamente quale è stata la nostra reazione emotiva alla morte di Calabresi (e non la nostra soltanto, ma di tanti compagni e non), troveremmo qualche maresciallo, deputato, suora di clausura, impiegato di concetto, pensionato, casalinga, vicepresidente RAI-TV, poliziotto, disposto ad indignarsi e a denunciarci e qualche Occorsio disposto ad indignarsi e ad inquisirci e qualche giudice disposto ad indignarsi e a condannarci. Così anche se esponessimo la nostra opinione netta sull’attentato politico in generale (che pure non è di entusiastica approvazione né di incitamento, ma neppure di ipocrita universale condanna), troveremmo certamente qualche zelante servitore stipendiato dallo stato disposto a ravvisare nelle nostre argomentazioni sanguinarie istigazioni al delitto.Partiamo dal dato di fatto che Calabresi è stato ammazzato e che gli anarchici, i rivoluzionari, i proletari non hanno pianto. Hanno pianto i parenti di Calabresi e del loro dolore ci spiace, ma non più di quanto ci spiaccia il dolore dei parenti di tutte le vittime di incidenti stradali. Certo meno di quanto ci addolori il dolore dei parenti delle vittime della polizia, degli incidenti sul lavoro, dei morti ammazzati nelle guerre volute dai padroni e dagli stati… Hanno finto di piangere, ed in realtà erano spaventati, i commissari, i questori, i prefetti, i ministri, i padroni, i quali hanno scoperto (o riscoperto) che, se i loro sistema è (ancora) possente e può (ancora) uccidere i sovversivi, schiacciare la verità, tenere aggiogate le masse sfruttate, loro, gli individui, non sono invulnerabili. Hanno constatato che, se siamo ancora lontani dal momento in cui l’intera classe dominante sarà chiamata a rispondere dei suoi delitti e la rivoluzione farà giustizia distruggendo il sistema dello sfruttamento e dell’oppressione, già ora la singola rotella dell’ingranaggio repressivo può essere chiamata a rispondere dei suoi atti.Questa paura che abbiamo visto negli occhi e sentito nei discorsi dei potenti e dei loro servi è segno, a nostro avviso, che comunque sia andata la faccenda dell’uccisione di Calabresi, provocazione o vendetta, essa ha avuto il valore di un monito.Al momento in cui scriviamo queste righe, quindici giorni dopo il fatto, nessuno tranne forse la polizia (e probabilmente neppure essa) ha elementi concreti per convalidare un’ipotesi interpretativa dell’uccisione del commissario-finestra. Esistono solo, quindi, ipotesi “politiche”. Così la destra dà per certo che siano state le “belve rosse” e la sinistra parlamentare dà per certo che si tratti di una ennesima provocazione.La sinistra extraparlamentare, da parte sua, è divisa tra chi vede in questa vicenda la mano degli assassini fascisti di piazza Fontana e dei loro mandanti e complici (che avrebbero voluto in un sol colpo eliminare uno che sapeva troppo e si era bruciato ed insieme creare una vittima da attribuire ai sovversivi) e chi senza dubbi vede ed esalta in questo gesto una mano rivoluzionaria vendicatrice.Noi non ci sentiamo di escludere nessuna delle due ipotesi. Da un lato, dopo tre anni di strage continua di stato, non ci stupirebbe più nulla e certo il momento scelto per ammazzare Calabresi era quello politicamente meno opportuno ed è servito egregiamente alla recrudescenza della repressione (ma la repressione ne aveva proprio bisogno?) e ci sono, al solito, tante stranezze in tutta la vicenda. D’altro canto non vediamo perché si debba escludere in modo tanto reciso e solo in base a congetture politiche (che ricalcano la traccia un po’ troppo consunta – e poco rivoluzionaria – della provocazione nascosta dietro ogni atto illegale) la possibilità che Calabresi sia stato ammazzato per vendicare Pinelli.Quello che è certo è che nessuna organizzazione rivoluzionaria, anarchica od extraparlamentare, ha progettato questa esecuzione del commissario.Ma non basta certo questo per qualificare di provocazione il fatto. Altro è, inoltre, dissentire sull’opportunità politica di un gesto – che, ripetiamo, neppure noi avremmo consigliato all’ignoto autore; altro è mettere subito avanti le mani impaurite gridando alla provocazione. Il che, oltretutto, non è neppure dignitoso, quando per due anni si è gridato nelle piazze “Calabresi assassino” e “Pinelli sarai vendicato”.Generalizzando il discorso (perché taluni “rivoluzionari”, nella foca di allontanare da sé il sospetto di essere se non complici almeno istigatori e corresponsabili, si sono messi a straparlare) vogliamo poi ribadire che altro è dire che ammazzando re, ministri, generali, eccetera non si abbatte il sistema (ma, ci credano gli ex-parlamentari del Manifesto, neppure quegli incolti di cose socio-economiche che sono notoriamente gli anarchici lo pensano), altro è dire, tout-court, che sempre e dovunque l’attentato politico sia inutile o peggio ancora provocatorio. Andiamoci piano. Non confondiamo la tattica con la paura ideologizzata.

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